LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

STATOIL LASCIA A GAZPROM IL CONTROLLO SU UNO DEI GIACIMENTI DI GAS PIU’ RICCHI DEL PIANETA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 8, 2012

La compagnia norvegese rimette la sua quota di azioni al monopolista russo, che ha così il controllo quasi completo dello Shtokman: serbatoio di oro blu nel Mare di Barents fondamentale per Mosca per il mantenimento in finzione del gasdotto NordStream

Il giacimento Shtokman, nel Mare di Barents

L’uscita della Norvegia dai lavori di sfruttamento di uno dei giacimenti di gas più ricchi del pianeta è un fatto destinato a cambiare sensibilmente la geopolitica energetica europea degli anni a venire. Nella giornata di martedì, 7 Agosto, il colosso energetico norvegese Statoil ha dichiarato la fine della sua collaborazione nel consorzio deputato allo sfruttamento del giacimento Shtokman: compartecipato per il 51% dal monopolista russo, Gazprom, e per il 25% dalla compagnia francese Total.

Secondo quanto dichiarato dall’agenzia Interfax, e ripetuto dal portale di informazione Dn.no, la Statoil, che ha consegnato ai russi il 24% delle sue azioni, sarebbe stata portata all’abbandono dei lavori su uno dei giacimenti più ricchi della terra per via di continue incomprensioni con Gazprom, legate, in particolare, alla modalità di sfruttamento del gas naturale estratto dal sito.

I norvegesi non hanno concordato con la proposta del monopolista russo di immettere fin da subito l’oro blu dello Shtokman nel sistema dei gasdotti di Mosca per venderlo ed ottenerne profitti immediati.

La decisione della Statoil porta indiscutibili vantaggi alla Russia nella politica energetica europea e mondiale. Finora, la Norvegia – Paese ricco di giacimenti naturali che non appartiene all’Unione Europea ma è membro NATO – ha rappresentato una sorta di serbatoio di sicurezza per i Paesi nord-occidentali del Vecchio Continente.

Per questa ragione, Oslo ha inteso migliorare le tecniche di estrazione, e rilevare quote nel numero più altro possibili di giacimenti nel Nord del pianeta stringendo alleanze e partecipando in consorzi con qualsiasi compagnia energetica di qualunque Paese.

La Russia, invece, ha visto nel Mare di Barents un serbatoio di importanza strategica il cui sfruttamento immediato avrebbe permesso il mantenimento in funzione dei progetti energetici di Mosca in Europa.

In particolare, l’oro blu estratto dallo Shtokman serve a Gazprom per riempire il NordStream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire di gas la Germania e il resto dell’Europa Occidentale con l’obiettivo di bypassare ed isolare sul piano energetico Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia.

Finora, per il mantenimento del NordStream – progetto energetico che divide l’Europa e garantisce alla Russia il mantenimento dell’egemonia energetica sul Vecchio Continente – i russi si sono avvalsi del gas proveniente dalla Siberia che, in diverse occasioni, si è rivelato insufficiente e in via di esaurimento.

Con l’acquisizione del 24% delle azioni dei norvegesi, Gazprom ha ora via libera per destinare l’oro blu estratto dal Mare di Barents al NordStream e, così, mettere in sicurezza il funzionamento del gasdotto.

Inoltre, non è escluso che, presto, il monopolista russo possa arrivare al controllo totale del giacimento: come rivelato da una nota della compagnia francese, la Total valuterà durante il prossimo vertice degli azionisti l’opportunità o meno di mantenere il 25% delle azioni dello Shtokman.

Lo storico dello Shtokman

Il consorzio per lo sfruttamento del giacimento nel Mare di Barents, registrato in Svizzera, nel cantone di Zug, con il nome Shtokman Development AG, è stato fondato il 21 Febbraio 2008 dal monopolista russo, Gazprom, e dalle compagnie norvegese StatoilHydro e francese Total.

L’avvio dello sfruttamento risale però al 1988, dopo la scoperta del giacimento da parte del professor Vladimir Shtokman. Subito, Gazprom avvia lo sfruttamento del serbatoio assieme al consorzio Rosshelf – comprendente una ventina di compagnie russe – fino al 1995, quando nei lavori sono inserite anche la compagnia norvegese Norsk Hydro, la statunitense Conoco Inc., la finlandese Neste Oy, e la francese Total.

Abbandonato il piano nel 2000, Gazprom crea un nuovo consorzio per lo sfruttamento del giacimento nel 2002 con un’altra compagnia russa, Rosneft. Nel Giugno 2005, il monopolista russo avvia poi una sosta di asta per individuare i partner non-russi a cui concedere la compartecipazione al nuovo consorzio.

Alla selezione partecipano compagnie di ogni provenienza, ma, nel Settembre 2005, ad essere scelte sono solo le statunitensi ConocoPhilips e Chevron, le norvegesi Norsk Hydro e Statoil – poi fusesi nella Statoil -, e la Total. Il 25 Ottobre 2007, nel progetto per lo sfruttamento dello Shtokman sono escluse le due aziende USA, e, fino ad oggi, il Mare di Barents rimane prerogativa unica di un’alleanza a tre tra Russia, Norvegia e Francia.

Matteo Cazzulani

FORUM ECONOMICO DI PIETROBURGO: LA RUSSIA SEMPRE PIU PADRONA DELL’EUROPA (E DELL’ITALIA)

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 26, 2012

Le principali compagnie energetiche russe stringono contratti di peso con i più importanti enti energetici del Vecchio Continente. Particolarmente onerose le clausole imposte alla compagnie italiane, costrette a consistenti finanziamenti e ad agire per sostenere la politica energetica di Mosca

Il Presidente russo, Vladimir Putin

La Russia monopolista continuerà ad esportare gas e greggio all’Europa e a dargli una mano saranno le principali compagnie del Vecchio Continente. Nella giornata di Domenica, 24 Giugno, si è chiuso il Forum Economico di Pietroburgo: una kermesse alla quale hanno preso parte i principali esponenti del mondo della politica e dell’economia provenienti da Russia ed Europa.

Il tema centrale del vertice è stato l’energia, con la Russia padrona di casa che ha giocato la parte del leone. Essa infatti ha chiuso il summit con un bottino carico di contratti con le più importati compagnie energetiche dell’Unione Europea destinati a garantire a Mosca l’egemonia nel settore per un altra decina di anni.

L’accordo più importante è stato firmato dalla compagnia Rosneft con la norvegese Statoil: i russi si sono assicurati il diritto di sfruttamento di alcuni giacimenti marittimi di gas nella acque territoriali della Norvegia, e hanno impegnato i norvegesi a cooperare con Mosca nello sfruttamento del bacino di greggio nei presso di Stavropol, nel Caucaso.

Significativa è anche l’intesa che, sempre la Rosneft, ha raggiunto con il colosso statunitense Exxonmobil per lo sfruttamento dei giacimenti di gas in Siberia. Inoltre, l’intesa russo-americana è stata rinnovata anche per i lavori presso i ricchi bacini del Mar Glaciale Artico.

Cospicuo è anche il risultato ottenuto dal monopolista russo del gas, Gazprom, che, sempre a Pietroburgo, ha raggiunto con la compagnia francese EDF un accordo per la costruzione di nuove centrali elettriche in Europa e la gestione congiunta di insediamenti già esistenti. Inoltre, Gazprom si è assicurato l’esclusiva sulle forniture di gas alle centrali controllate in collaborazione con EDF.

Ruolo da protagonista è stato giocato anche dall’Italia. Sempre la Rosneft ha firmato un importante accordo con il colosso energetico ENI con cui è stata stabilita la creazione di alcune joint venture per lo sfruttamento congiunto di alcuni giacimenti di gas e greggio nel Mare di Barents e nel Mar Nero.

Tuttavia, le clausole imposte al Cane a Sei Zampe sono particolarmente onerose: come riportato dall’autorevole Bloomberg, nelle joint venture Rosneft manterrà il 66,67% delle azioni, mentre l’ENI si è fatta carico del totale delle spese per ottenere le licenze necessarie per l’avvio delle indagini geofisiche nelle zone ove sono ubicati i giacimenti.

Ancora più significativo è il contratto firmato dalla compagnia russa Lukojl con l’italiana Enel: esso prevede la collaborazione italo-russa nella ricerca di nuove fonti di gas naturale, e il comune impegno a trasportare l’oro blu in Europa attraverso la gestione delle infrastrutture energetiche.

La Russia contro le energie rinnovabili

Infine, durante il forum di Pietroburgo la Russia ha lanciato un chiaro avvertimento all’Europa in merito all’intenzione di Bruxelles di diminuire la dipendenza dalle forniture energetiche di Mosca.

Il vicepresidente di Gazprom, Aleksandr Medvedev, ha messo in guardia il Vecchio Continente dalla concessioni di finanziamenti per lo sviluppo di energie rinnovabili, e ha sottolineato come per raggiungere tale scopo vi sia sempre la necessità di ricorrere al gas naturale, su cui il Cremlino mantiene il monopolio.

Le ultime affermazioni del Vicecapo di Gazprom, e, più in generale, la corsa al contratto con le singole compagnie energetiche del Vecchio Continente, garantiscono un consistente vantaggio alla Russia nella competizione che Mosca sta attuando con l’Unione Europea.

Da due anni, la Commissione Europea ha varato un piano di azioni per la diversificazione delle forniture energetiche che prevede la costruzione di rigassificatori e nuovi gasdotti per trasportare oro blu centro-asiatico in Europa.

Tuttavia, esso è contrastato dai singoli Paesi dell’Occidente del Vecchio Continente, che puntualmente sacrificano l’interesse generale dell’UE per stringere rapporti privilegiati con la Russia.

La condotta dei Paesi dell’Europa Occidentale è pericolosa, poiché porta l’Europa ad essere sempre più dipendente da un unico fornitore sul piano energetico. Da parte sua, Mosca si avvale in maniera palese del settore energetico come mezzo per consolidare la sua egemonia politica nel Vecchio Continente.

Un esempio di ciò lo si è avuto nel mentre del vertice di Pietroburgo, quando la Bulgaria si è vista negare da Gazprom uno sconto sul prezzo del gas precedentemente concordato con accordi firmati.

Infatti, il monopolista russo ha vincolato la concessione dello sconto alla firma da parte di Sofia del contratto di collaborazione col Southstream: gasdotto concepito da Gazprom, in partnership con ENI, EDF, con la compagnia tedesca Wintershall e con quelle nazionali di Grecia, Macedonia, Slovenia, Serbia e Montenegro, sul fondale del Mar Nero per rifornire di oro blu russo l’Europa Occidentale e impedire la costruzione delle infrastrutture energetiche previste dai progetti della Commissione Europea.

Matteo Cazzulani

MAXIACCORDO ENI-ROSNEFT: L’ITALIA E’ SEMPRE PIU DIPENDENTE DALLA RUSSIA SUL PIANO ENERGETICO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 27, 2012

Il colosso italiano e quello russo creano una joint-venture per lo sfruttamento dei giacimenti nel mare di Barents e nel Mar Nero ricchi di gas e greggio a condizioni di una certa rilevanza finanziata per il Cane a Sei Zampe, che sarà costretto a un ingente esborso economico e a una quota minoritaria nel progetto. il Precedente della Exxonmobile

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il cane a sei zampe potrà zampettare nelle lande ghiacciate dell’Oceano Artico ricche di gas e greggio, ma lo farà a caro prezzo sia economico che politico. Nella giornata di mercoledì, 25 Aprile, il colosso energetico italiano ENI e quello russo Rosneft hanno firmato un protocollo d’intesa che consente all’ente di San Donato l’accesso allo sfruttamento dei giacimenti del Mare di Barents e di alcuni siti del Mar Nero.

L’accordo, che è stato raggiunto e firmato a Mosca, alla presenza del Presidente russo, Vladimir Putin, prevede la creazione di una joint-venture tra Rosneft ed ENI che, a partire dal 2015, sarà impegnata in lavori di sfruttamento per un investimento pari a 125 miliardi di Dollari.

Oltre all’opportunità di accedere ad alcuni dei giacimenti più ricchi del pianeta, per ENI l’intesa con Rosneft significa nel breve termine costi e concessioni di quantità rilevante. Il colosso energetico italiano si è impegnato a cedere ai russi partecipazioni in importanti progetti in Africa settentrionale – dove già l’Italia ha visto drasticamente ridimensionassi il proprio ruolo n seguito alla guerra di Libia del Marzo 2011 – e a pagare le spese per la realizzazione degli studi geologici, pari a 2 miliardi di Dollari. Inoltre, nella joint-venture che si andrà a creare, ENI possederà solo il 33,3% delle azioni, mentre ai russi resterà il 66,7%.

Come osservato dall’autorevole centro di analisi OSW, l’accordo tra ENI e Rosneft rientra nella serie di stretti contratti che il colosso russo sta stringendo con altri enti dalla cospicua rilevanza, attratti dalla promessa delle autorità russe di concedere sconti e agevolazioni economiche a quelle compagnie che accetteranno di investire in progetti ubicati nella Federazione Russa o nei giacimenti da essa controllati.

Il caso più eclatante è stata l’intesa firmata tra la Rosneft e il colosso statunitense ExxonMobile, che ha riguardato proprio lo scambio di compartecipazioni in importanti progetti di sfruttamento di giacimenti nel Mare di Barents, nel Mar Nero e anche nel Mare di Kara.

Rosneft come Gazprom

Per l’Italia l’accordo firmato con Rosneft inasprisce il legame – e la dipendenza – che unisce Roma a Mosca sul piano energetico, sul quale il colosso ENI già è noto per essere uno dei principali partner mondiali di Gazprom: l’ente che detiene il monopolio della compravendita e dell’esportazione di gas in Europa.

L’asse tra ENI e Gazprom è tanto forte al punto che a più riprese il monopolista russo si è avvalso dell’aiuto proprio delle compagnie alleate – tra cui il Cane a Sei Zampe – per affossare progetti varati dalla Commissione Europea con la finalità di diminuire la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalle esportazioni di oro blu provenienti dalla Russia.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA LASCIA L’UCRAINA A SECCO DI GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 24, 2012

Come preannunciato poche ore prima, il monopolista russo, Gazprom, ha trasferito il trasporto di oro blu riservato agli acquirenti Occidentali dalla tratta ucraina a quelle settentrionali: attraverso la Bielorussia e il Mar Baltico. La mossa è dettata dalla volontà di Mosca di impadronirsi dei gasdotti di Kyiv per unificare le proprie condutture con quelle già pre-acquisite in Unione Europea, e, così, mantenere la propria egemonia energetica, e politica, sul Vecchio Continente, l’Italia in primo luogo. L’Europa Centrale si ribella alla politica energetico-imperiale del Cremlino

Francobollo celebrativo dell'Urenhoj-Pomary-Uzhhorod di epoca sovietica

“Il transito del gas russo diretto in Europa per il territorio ucraino sarà presto pari a zero”. E’ con queste parole che giovedì, 23 Febbraio, il rappresentante del monopolista statale energetico russo Gazprom, Segej Kuprijanov, ha lanciato l’ennesimo attacco mediatico all’Ucraina e, de facto, ha riaperto il contenzioso per il gas tra Mosca e Kyiv.

Secondo Kuprijanov, il totale sfruttamento dei programmi infrastrutturali di Gazprom – di quelli realizzati e di quelli ancora in cantiere – permetteranno alla Russia di escludere il territorio ucraino dall’itinerario attraverso il quale Mosca invia il proprio oro blu agli acquirenti europei.

Nello specifico, Kuprijanov ha fatto riferimento al Nordstream – gasdotto sul fondale del Mar Baltico costruito dai russi per rifornire direttamente la Germania e bypassare Paesi politicamente invisi al Cremlino, come Stati Baltici e Polonia – e al gasdotto Jamal-Europa, che collega il territorio russo a quello tedesco transitando per Polonia e Bielorussia.

Come successivamente rilevato dall’autorevole Interfax, il flusso di gas attraverso il Nordstream sarebbe stato già incrementato a spese di quello del Jamal-Europa che, secondo i piani esposti da Kuprijanov, è stato liberato per supplire alla rinuncia dello sfruttamento della conduttura Urengoj-Pomary-Uzhhorod che attraversa tutto il territorio ucraino, e dalla quale transita l’80% del gas che Gazprom vende agli acquirenti occidentali, tra cui l’Italia.

Oltre all’immediato isolamento energetico dell’Ucraina, la Russia ha alzato la posta anche per il futuro. Sempre giovedì, 23 Febbraio, il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, ha ordinato al Capo di Gazprom, Aleksej Miller, di accelerare i tempi per la costruzione del Southstream: gasdotto sottomarino che, similmente al Nordstream, ha lo scopo di rifornire di gas russo direttamente l’Europa Occidentale, bypassando Stati ritenuti ostili al Cremlino come Romania, Moldova e, per l’appunto, l’Ucraina.

Pronta la risposta del Primo Ministro ucraino, Mykola Azarov, che dinnanzi alle minacce di isolamento energetico provenienti dalla Russia, si è detto comunque ottimista, e si è detto sicuro di trovare un’uscita dall’intricata situazione.

“I russi hanno la possibilità di sfruttare appieno il nostro sistema infrastrutturale energetico – ha dichiarato Azarov – se poi costoro hanno intenzione di buttare del danaro in progetti incerti che facciano pure”.

Secondo diversi analisti, Azarov – più o meno volutamente – non avrebbe colto la vera ragione della dura posizione presa dai russi. Con le minacce di isolamento energetico, accompagnate dalle accuse di appropriazione indebita del gas destinato agli acquirenti occidentali – che di recente Mosca ha mosso a Kyiv per mascherare il taglio delle forniture verso l’Europa: volutamente attuato per incrementare la pressione politica nei confronti degli ucraini – la Russia intende costringere l’Ucraina a cedere la gestione totale o parziale dei propri gasdotti.

Consapevole di non potere soddisfare la crescente domanda di gas da parte dell’Europa, ed intenzionata a mantenere la propria egemonia energetica sul Vecchio Continente, Mosca ha deciso di puntare sul controllo delle infrastrutture dell’UE, così da risultare determinante non solo nella compravendita di oro blu, ma anche nel suo trasporto attraverso l’Unione Europea.

Accordi in tale direzione sono già stati firmati con Germania, Francia, Slovenia, Austria e Slovacchia: per questo, il controllo dei gasdotti dell’Ucraina rappresenta per la Russia una mossa strategica, necessaria per unire le proprie condutture a quelle già controllate nei Paesi UE.

Tale scenario comporterebbe gravi conseguenze in primis per l’Italia, che, già fortemente dipendente dal gas della Russia, si troverebbe costretta a fare i conti con un monopolista che, otre alle materie prime, controlla anche l’intero tragitto dei gasdotti da Mosca al Tarvisio.

Secondo diversi politologi, le possibilità di resistenza dell’Ucraina sono minime. Alla ricerca di uno sconto sulla bolletta del gas, e sempre più isolato a livello internazionale – sopratutto dopo la repressione politica scatenata contro esponenti dell’Opposizione Democratica, tra cui la sua Leader, Julija Tymoshenko – il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, sarà presto costretto a cedere al diktat di Mosca.

Peraltro, Julija Tymoshenko – nota in Occidente per avere guidato nel 2004 il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione Arancione – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi energetici con la Russia con cui, pur accettando un tariffario oneroso, nel Gennaio 2009 ha garantito la sovranità dell’Ucraina sui propri gasdotti, e l’afflusso di gas in Unione Europea.

Polonia e Romania si ribellano alla Russia monopolista

Venuta meno l’Anima della rivoluzione arancione, altri sono gli enti, e i politici, che si oppongono alla politica imperiale del monopolista russo. Martedì, 22 Febbraio, il colosso energetico polacco PGNiG ha aperto un contenzioso con Gazprom presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma per richiedere la revisione di un contratto che lega Mosca a Varsavia dal 1996 e che, ad oggi, obbliga la Polonia a onorare tariffe più care di quelle imposte al resto dei Paesi dell’Unione Europea.

Nello specifico, PGNiG ritiene ingiusti, e politicamente motivati, gli sconti concessi da Gazprom alle principali compagnie dei soli Stati alleati della Russia, come Francia, Germania, Slovenia e Grecia. Questi ribassi, de facto, rendono la bolletta dei Paesi dell’Europa Centrale paradossalmente più salata rispetto a quella applicata a soggetti geograficamente più lontani dal territorio russo.

A reagire è stata anche la Romania. Su iniziativa del Presidente in persona, Traian Basescu, è stata avviata una campagna di ricerca di giacimenti domestici che, sempre martedì, 22 Febbraio, si è conclusa con successo: le compagnie Exxonmobile e OMV Petrom hanno individuato un serbatoio di gas nel mezzo del Mar Nero che consentirebbe a Bucarest un’autonomia energetica di tre anni.

“Cerchiamo di superare l’inverno gelido contando sul gas che siamo obbligati per contratto ad acquistare dalla Russia – ha dichiarato Basescu, come riportato dall’autorevole Mediafax – ma la Romania deve trovare forme alternative per superare le emergenze climatiche”.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: LA RUSSIA SI PRENDE LA GRECIA E GUARDA PERSINO AL TEXAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 31, 2011

Gazprom rinnova gli accordi con i greci, dopo una simile iniziativa con le compagnie tedesche. Rosneft stringe importantissimi patti con l’americana Exxonmobile, che ne espande la presenza sul pianeta. L’Ucraina sempre più in crisi energetica e politica

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

Dopo Berlino anche Atene, con Kyiv sempre nel mirino. Nella giornata di martedì, 30 Agosto, la compagnia energetica greca DEPA ha ottenuto una revisione dei contratti per l’importazione di gas con il monopolista russo, Gazprom. Come rivelato all’autorevole Reuters dall’ad di Atene, Leonidas Dragatakis – che è rimasto vago sulle cifre esatte – le parti si sono accordate per un prolungamento della durata dell’accordo, compensata dalla fissazione di una minore quantità di oro blu che l’economia greca, recentemente colpita da una forte crisi, fatica ad acquistare secondo i contratti vigenti, stretti già nel lontano 1988.

Tuttavia, quella ad Atene da parte di Gazprom non è solo un’eccezione: dinnanzi al tentativo da parte della Commissione Europea di avviare una politica energetica UE quanto più indipendente da Mosca, il monopolista russo ha cercato, e trovato, solidi alleati nelle singole compagnie, a cui sono stati concessi sconti in cambio di contratti a lungo termine. Così è stato, ad esempio, con la tedesca RWE, mentre con la seconda del mercato teutonico, E.On, la rinegoziazione è finita a carte bollate, ma è pur sempre stata attuata.

Differente, invece, la situazione dei Paesi dell’Ex-Unione Sovietica, che Mosca ritiene proprie colonie da ricontrollare per mezzo dell’arma energetica. In Bielorussia, Gazprom ha rilevato l’intero pacchetto della compagnia energetica di Minsk, Beltransgaz, e, con esso, la gestione del sistema infrastrutturale bielorusso. Crisi, invece, in Ucraina, dove l’amministrazione di Viktor Janukovych, gradita a Mosca, sta cercando di evitare lo scenario della Bielorussia, e, nel contempo, di mantenere buoni i rapporti con la Federazione Russa.

L’Ucraina perde alleati ad Oriente ed Occidente

Un atteggiamento che ha visto dapprima Kyiv tentennare sulla proposta di Mosca di fondere per il solo mercato ucraino la compagnia statale Naftohaz con Gazprom in un unico Supermonopolista in grado di controllare i gasdotti del Paese. Poi, sempre martedì, 30 Agosto, portato il Primo Ministro ucraino, Mykola Azarov, ha dichiarare la volontà di rivedere i contratti per il gas in sede giudiziaria, senza, però, avvisare la parte russa dell’iniziativa.

Malgrado l’Ucraina, la Russia non si ferma, ed anche sulla nafta si espande nel resto del Pianeta: l’accordo raggiunto, sempre martedì, 30 Agosto, con la potente compagnia americana Exxonmobile ha aperto a Rosneft – paritetica di Gazprom nel settore della benzina – la partecipazione in importanti giacimenti nel Mar Nero, in America Latina, e persino in Texas. Tali contratti sono il frutto della politica estera dell’amministrazione democratica di Barack Obama, che ha portato gli USA alla ricerca ossessiva del dialogo, anche con chi non rispetta democrazia, libertà di stampa, e diritti politici e civili.

Valori europei, che proprio nel Vecchio Continente sembra tenere alti la Polonia. Tornando alla faccenda ucraina, in una visita privata a Danzica, sempre martedì, 30 Agosto, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, avrebbe rimproverato il suo collega Janukovych per la sua condotta anti-europea, che rende davvero difficile a Varsavia il supporto alle ambizioni europee di Kyiv.

Nel mirino, il recente arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e simili provvedimenti a carico di una decina di esponenti del Campo Arancione, unitisi nel Comitato di Difesa dalla Dittatura: un cartello elettorale di difesa della democrazia e della libertà, che, proprio mentre Janukovych ha conversato a Danzica con l’ex-alleato di ferro, a Kyiv ha incontrato i Diplomatici dell’Unione Europea, meta a cui i loro maggiori esponenti, tra cui l’ex-Ministro degli Esteri, Borys Tarasjuk, hanno dichiarato apertamente di ambire.

Matteo Cazzulani