LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

LA GEORGIA VULE ENTRARE NELLA COMUNITA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 30, 2013

Il Ministro degli Esteri georgiano, Maya Pandzhykidze, invia la domanda ufficiale per il riconoscimento dello status di Paese membro nella UE del gas. La manovra significa un passo in avanti per la messa in sicurezza degli approvvigionamenti energetici dell’Europa dall’Azerbaijan

Il percorso del Gasdotto del Caucaso del Sud

Il percorso del Gasdotto del Caucaso del Sud

L’integrazione politica assieme a quella energetica. Nella giornata di martedì, 29 Gennaio, la Georgia ha presentato la domanda ufficiale di ingresso nella Comunità Energetica Europea: una sorta di UE del gas che, oltre ai 27 Paesi dell’Unione Europea, accoglie anche Moldova, Ucraina, Serbia, Macedonia, Albania, Croazia e Bosnia Herzegovina.

Come riportato da una nota ufficiale della Comunità Energetica Europea, il Ministro degli Esteri georgiano, Maya Pandzhykidze, ha dichiarato la volontà di tramutare lo status della Georgia nella UE del gas a membro effettivo, dopo che Tbilisi ha ricoperto il ruolo di osservatore dal 2007.

L’allargamento della Comunità Energetica Europea rappresenta per Bruxelles un importante passo in avanti per mettere in sicurezza in maniera definitiva la realizzazione dei progetti per l’importazione diretta di di gas dall’Azerbaijan.

Il trasporto diretto dell’oro blu azero, proveniente dal giacimento Shakh Deniz, ubicato al largo di Baku, la capitale dell’Azerbaijan, è infatti previsto lungo tutta la Turchia tramite il Gasdotto Trans Anatolico – TANAP – e, prima ancora, il Gasdotto del Caucaso Sud Est, che veicola il gas in territorio turco attraverso la Georgia.

Con l’ingresso nella Comunità Energetica Europea, Tbilisi dovrà applicare il Terzo Pacchetto Energetico: legge UE che dispone la messa in comunicazione dei sistemi infrastrutturali energetici degli stati membri, e, nel contempo, vieta il controllo dei gasdotti dei Paesi della Comunità Energetica Europea da parte di monopoli che controllano anche la compravendita di gas.

La legge UE permette sopratutto di evitare l’aggressione del monopolista russo del gas, Gazprom, che per mantenere il controllo del 40% delle forniture energetiche dell’Unione Europea, e per mandare in fumo i progetti di diversificazione degli approvvigionamenti varati da Bruxelles per importare il carburante dall’Azerbaijan, ha messo gli occhi sulla Georgia.

A rendere facile il gioco di Mosca è stata la sconfitta nelle Elezioni Parlamentari dell’Ottobre 2012 dello schieramento del Presidente, Mikheil Saakashvili, il più acceso sostenitore dell’integrazione euro-atlantica della Georgia.

La nuova maggioranza, capeggiata dall’imprenditore più ricco del Paese, Bidzina Ivanishvili, ha dichiarato l’intenzione di limitarsi a ricoprire un ruolo di player regionale, cercando il dialogo con la Russia, con cui le relazioni bilaterali sono interrotte in seguito all’aggressione militare dell’esercito russo nell’Agosto 2008.

Tbilisi verso la firma dell’Accordo di Associazione con Bruxelles

Una marcia indietro è stata però registrata nelle parole del Ministro Pandzykidze, che in un’intervista a Gazeta Wyborcza ha dichiarato l’impossibilità per il Governo georgiano di arrivare a un miglioramento delle relazioni con Mosca.

Inoltre, il Ministro degli Esteri di Tbilisi ha comunicato l’intenzione di procedere non solo con l’integrazione energetica nell’Europa, ma anche in quella politica, con la firma dell’Accordo di Associazione UE-Georgia nel prossimo summit del Partenariato Orientale di Vilna.

“La Russia continua ad occupare le nostre regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud – ha dichiarato la Padzykidze – speriamo di firmare l’Accordo di Associazione UE-Georgia a Vilna”.

L’Accordo di Associazione è un documento che dispone un’integrazione economica tra l’UE e il Paese firmatario. Oltre alla Georgia, è prevista la firma della Moldova, che similmente a Tbilisi ha dimostrato progressi in campo democratico.

Ancora indietro è invece l’Ucraina, con cui la firma dell’Accordo di Associazione è stata congelata dalla Commissione Europea.

La motivazione di Bruxelles è maturata in seguito al regresso democratico impresso dal Presidente Viktor Yanukovych e, sopratutto, all’incarcerazione della Leader dello schieramento dei democratici “arancioni” Yulia Tymoshenko dopo un processo, palesemente irregolare, basato su accuse di carattere politico.

Matteo Cazzulani

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NIHIL NOVI IN BIELORUSSIA: PER LUKASHENKA UN’ALTRA “CONFERMA” DALLE URNE

Posted in Bielorussia by matteocazzulani on September 24, 2012

Caroselli elettorali, coercizione al voto, e un’opposizione divisa hanno consentito al Dittatore bielorusso di ottenere una conferma elettorale nelle Elezioni Parlamentari di Domenica, 23 Settembre. Pochi i giornalisti e gli osservatori internazionali ammessi per monitorare la consultazione. 

Il dittatore bielorusso, Alyaksandr Lukashenka

Nel 2004, il dissidente politico bielorusso Syarhyey Kalakin in una conferenza stampa ha comunicato, grazie ad una soffiata di una talpa vicina alle Autorità, gli esiti esatti delle Elezioni Parlamentari a due settimane dal loro svolgimento, nelle quali a vincere, con percentuali plebiscitarie, sarebbe stato – come poi effettivamente avvenuto – lo schieramento fedele al Dittatore della Bielorussia, Alyaksandr Lukashenka.

Pronosticare l’ennesima vittoria a valanga per il Bat’ka – com’è nominato Lukashenka in Patria – dopo la tornata elettorale di Domenica, 23 Settembre, è ancor più semplice e scontato rispetto a quanto fatto da Kalakin nel 2004.

A consentire percentuali bulgare allo schieramento che sostiene il Presidente bielorusso sono state le solite tecniche di manipolazione del voto attuate dalle Autorità del politiche sin dalla salita al potere di Lukashenka, nel 1994.

L’Organizzazione Non Governativa bielorussa Viasna, impegnata nel rispetto dei Diritti Civili in Bielorussia, è stata affiancata da un numero esiguo di osservatori internazionali, per via delle limitazioni nel rilascio dei visti che le Autorità di Minsk hanno approntato per il periodo dello svolgimento della consultazione elettorale.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza dall’esponente di Viasna, Valancin Stefanovych, in tutto il Paese sono stati organizzati i cosiddetti “caroselli elettorali”: autobus incaricati di portare elettori a votare, ovviamente a favore dello shcieramento pro-Lukashenka, in più di un seggio.

Oltre al trasporto gratuito, presso i seggi gli elettori hanno beneficiato di vettovaglie e prodotti alimentari: offerti a quantità maggiorata ai tanti che hanno fornito prove di avere votato per lo schieramento filo-presidenziale.

Nella campagna di induzione al voto non sono mancati anche metodi coercitivi, come le minacce di licenziamento e di espulsione da scuole ed Università nei confronti di operai, impiegati e studenti: costretti a spendere ore del riposo domenicale, o a recarsi ai seggi nelle giornate di venerdì e sabato – la votazione ha avuto luogo su tre giorni – per sostenere, con il loro voto, il regime.

Cronaca di ordinaria repressione anche per quanto riguarda l’atteggiamento assunto dalla polizia nei confronti di oppositori e giornalisti. Alla vigilia dell’apertura delle urne, alcuni attivisti del movimento Di La Verità, che stavano distribuendo materiale elettorale presso un supermercato, sono stati arrestati assieme ad alcuni giornalisti della Reuters, dell’Associated Press, e di altre agenzie di stampa internazionali che stavano documentando quanto accadeva.

Nella medesima giornata, a Mohylev, sei cittadini di Unione Europea e Stati Uniti d’America sono stati rinchiusi in carcere per avere organizzato un seminario pubblico dedicato all’imminente tornata elettorale, con l’accusa di vilipendio dell’immagine della Bielorussia e diffusione di informazioni false e tendenziose.

A urne chiuse, ma a scrutini ancora in corso, il Presidente Lukashenka ha cantato vittoria, sottolineando come il suo Paese abbia dato l’ennesima prova di maturità democratica in un’Elezione Parlamentare di importanza fondamentale per il futuro dei figli del popolo bielorusso.

Inoltre, il Bat’ka ha criticato le accuse mosse a suo carico per mancato rispetto della libertà di parola e di espressione, ed ha invitato l’Occidente a prendere esempio dalla democrazia bielorussa.

Responsabilità per la vittoria a valanga di Lukashenka sono da addossare anche alle opposizioni, che non sono state in grado di cooperare ed unire le forze per creare un unico schieramento anti-governativo.

Dopo la decisione delle Autorità di non permettere la corsa a un seggio ai Leader del dissenso, tra cui lo storico oppositore di Lukashenka, Alyaksandr Milinkevich, i due principali partiti dello schieramento democratico – il Fronte Nazionale Bielorusso e il Partito Nazionale Civico – hanno ritirato tutte le loro candidature. I soggetti politici rimasti in corsa – il partito socialdemocratico Hramada, il partito Mondo Giusto, e Di La Verità – hanno optato per la battaglia in solitaria.

Lukashenka guarda alla Russia

Dopo le Elezioni Parlamentari, Alyaksandr Lukashenka resta libero di attuare una politica estera schizofrenica, destinata ad accentuare la dipendenza della Bielorussia nei confronti della Russia sul piano politico, economico ed energetico.

Nella giornata di Domenica, 16 Settembre, Lukashenka ha incontrato a Sochi il Presidente russo, Vladimir Putin, per confermare le tappe dell’integrazione della Biielorussia nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale dello spazio ex-sovietico voluto da Mosca per sancire l’egemonia del Cremlino nell’URSS di un tempo.

Inoltre, i due Presidenti hanno concordato l’avvio della costruzione di una centrale nucleare in Bielorussia, a Ostrovets, compartecipata da compagnie russe e bielorusse.

L’asse di ferro tra Mosca e Minsk è stato confermato mercoledì, 19 Settembre, dall’incontro a Mosca tra il nuovo Ministro degli Esteri bielorusso, Uladzimir Makey, e il suo collega russo, Sergey Lavrov. Per Makey, si è trattato della prima visita da capo della Diplomazia della Bielorussia.

Totalmente assenti sono invece i rapporti con l’Unione Europea, che ha deciso di chiudere i rapporti diplomatici con la Bielorussia dopo l’espulsione dal territorio bielorusso dell’Ambasciatore della Svezia Stefan Ericsson: ritenuto responsabile dell’azione dimostrativa organizzata dall’associazione svedese Studio Total.

Con un aereo partito da Vilna, la capitale della Lituania, attivisti della Studio Total, abbigliati con maschere da orso, hanno riversato su Minsk volantini inneggiati al rispetto della libertà di stampa e di parola: un gesto mal sopportato dalle Autorità bielorusse.

I rapporti tra l’UE e la Bielorussia si sono incrinati già nel Dicembre 2010, quando a seguito della falsificazione di massa delle Elezioni Presidenziali bielorusse – in cui i candidati alternativi a Lukashenka sono stati picchiati ed arrestati – Bruxelles ha escluso Minsk dalla Politica di Partenariato Orientale: iniziativa europea, voluta da Svezia e Polonia, per preparare i Paesi dell’Europa Orientale – Bielorussia, Ucraina, Moldova, Georgia, Azerbajdzhan ed Armenia – all’integrazione politica ed economica nelle strutture del Vecchio Continente.

Matteo Cazzulani

TRA SVEZIA E BIELORUSSIA E’ CRISI DIPLOMATICA

Posted in Bielorussia by matteocazzulani on August 4, 2012

Cacciato l’Ambasciatore svedese a Minsk, Stefan Ericsson, noto per il fluente bielorusso ed il ruolo attivo profuso nel rafforzamento dei rapporti bilaterali nel campo della cultura, della musica. Un’iniziativa svedese in sostegno della libertà di stampa la causa che avrebbe spinto il dittatore Alyaksandar Lukashenka ad allontanare il Diplomatico

il presidente bielorusso, Aljaksandr Lukashenka

Via l'”Ambasciatore letterato” per il suo sostegno alla cultura bielorussa e alla libertà di stampa. Nella giornata di venerdì, 3 Agosto, l’Addetto del Ministero degli esteri bielorusso, Andrej Savinykh, ha comunicato la decisione inerente all’allontanamento dalla Bielorussia dell’Ambasciatore della Svezia, Stefan Ericsson: ritenuto dalle Autorità di Minsk persona non grata.

In particolare, il Ministero degli Esteri bielorusso ha specificato che nei confronti di Ericsson non è stato applicato alcun provvedimento di espulsione. Bensì, Minsk ha ritenuto opportuno non prolungare l’accredito dello svedese presso il corpo consolare di Stoccolma dopo sette anni di onorato servizio.

In effetti Ericsson ha passato sì sette anni in Bielorussia, ma durante i primi tre, dal 2005 al 2008, ha lavorato presso il Consolato di Minsk. Successivamente, egli è stato promosso al rango di Ambasciatore, e, in soli 4 anni, si è distinto per lo straordinario impegno profuso nello sviluppo dei rapporti tra Svezia e Bielorussia.

Ericsson è stato tra i più vivi sostenitori del Partenariato Orientale dell’Unione Europea, varato da Bruxelles, su iniziativa polacca e svedese, per avviare il processo di integrazione nell’UE dei Paesi dell’Europa Orientale: Georgia, Ucraina, Moldova, Azerbajdzhan, Armenia e, per l’appunto, Bielorussia.

Infine, l’Ambasciatore della Svezia è stato l’unico esponente di un corpo diplomatico del’UE a padroneggiare fluentemente – e senza accento – la lingua bielorussa, al punto da consacrare il tempo libero alla traduzione in svedese di opere letterarie di autori molto noti, come Vasyl Bukau e Uladzimir Arlou. Inoltre, Ericsson ha promosso a Stoccolma l’organizzazione di concerti di bande rock provenienti da Minsk.

Come riportato su Gazeta Wyborcza da Andrzej Poczobut – giornalista che in più di un’occasione è stato vittima di arresti da parte delle Autorità bielorusse per via della sua professione – a provocare l’allontanamento di Ericsson è stato l’episodio legato al volo organizzato dalla compagnia svedese Studio Total.

Essa, con un aereo partito da Vilna, è riuscita ad eludere la sorveglianza delle forze dell’aviazione bielorusse e, giunta su Minsk, ha riversato tra la gente volantini inneggianti la libertà di stampa e il diritto alla libera espressione.

Tanto sarebbe bastato per portare il dittatore bielorusso, Alyaksandr Lukashenka, a decretare la cacciata dell’Ambasciatore svedese e, più in generale, l’apertura della crisi politica tra Bielorussia e Svezia. A Minsk, il Bat’ka – com’è definito Lukashenka in Patria – mal digerisce l’attività dei giornalisti non controllati dal regime, al punto da ricorrere in maniera sistematica ad arresti e repressioni di ogni genere nei confronti degli operatori della stampa e delle televisioni.

Un esempio è il trattamento riservato alla Belsat: televisione libera, promossa dal Governo polacco per dare una voce al dissenso e per rompere il monopolio delle emittenti filo-governative, che è stata più volte oscurata e privata, per mezzo di espulsioni, dei suoi corrispondenti in Bielorussia.

La crisi è anche con l’Europa

Il Ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, ha promesso una pronta risposta da parte delle Autorità della Svezia. Già due diplomatici bielorussi sono stati espulsi dalla Svezia, ed altre simili iniziative potrebbero seguire. “Lukashenka ha deciso di cacciare il nostro Ambasciatore – ha scritto Bildt sulla sua pagina Twitter – il regime in Bielorussia mostra il suo vero volto”.

Il caso legato ad Ericsson può trasformarsi presto in una questione diretta tra la Bielorussia e l’Unione Europea. La Svezia è uno dei più accesi promotori del progetto di Partenariato Orientale, e il ruolo diplomatico di Stoccolma a Minsk è fondamentale per lo sviluppo delle relazioni euro-bielorusse.

I rapporti tra Unione Europea e Bielorussia sono notevolmente peggiorati dal Dicembre 2010, quando, nel corso delle Elezioni Presidenziali, Lukashenka ha fatto arrestare, e in molti casi anche picchiare, i suoi concorrenti.

Tra essi, il Coordinatore dell’Associazione Bielorussia Europea, Andrej Sannikau, l’esponente del liberale Partito Civico Unito, Yaroslau Romanchuk, il poeta confidato dell’Associazione “Di la verità”, Uladzimir Nyaklyayeu, ed il segretario del partito scialdemocratico Hramada, Nikolaj Statkevych.

Matteo Cazzulani

RADOSLAW SIKORSKI DETTA LA NUOVA POLITICA ESTERA POLACCA

Posted in Polonia by matteocazzulani on April 1, 2012

Più integrazione nelle strutture dell’Unione Europea, rafforzamento del ruolo della Polonia nel varo di una politica comune di difesa e nella prosecuzione del Partenariato Orientale, e rapporti privilegiati con la Germania sono i principi a cui il Ministro degli Esteri ha dichiarato che si ispirerà l’attività di Varsavia sul piano internazionale. Il pieno sostegno della maggioranza cristianodemocratico-contadina, quello parziale dell’opposizione di sinistra, e la contrarietà della minoranza conservatrice

Il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski

Il federalismo come chiave per lo sviluppo e per il rafforzamento dell’Europa. Questa è la ricetta proposta dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, nel suo exposé di giovedì, 29 Marzo, durante il quale ha illustrato le linee guida della politica della Polonia in campo internazionale a pochi mesi dalla conclusione della presidenza di turno dell’Unione Europea.

Proprio Bruxelles è stata al centro dell’attenzione di Sikorski, che ha illustrato come solo un processo di decisa integrazione sul piano fiscale, economico e politico possa garantire al Vecchio Continente il superamento di una crisi senza precedenti nella storia.

Secondo il Capo della Diplomazia polacca, l’UE deve sommare le competenze del Capo del Consiglio Europeo a quelle del Presidente della Commissione Europea, rendere questa carica elettiva, e introdurre liste continentali, e non più nazionali, in occasione delle prossime votazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Molta Europa è stata presente anche per quanto riguarda la politica estera della Polonia sensu stricto, che, secondo Sikorski, deve costruire l’intero della sua azione nell’ambito dell’UE, senza mai prescindere da essa.

Come da lui evidenziato, principale partner in seno all’Unione Europea della Polonia è la Germania, con cui esiste una comunanza di vedute e uno stretto legame tra i due Presidenti: il neoeletto Capo di Stato tedesco, Joachim Gauck, ha deciso di compiere la sua prima visita ufficiale a Berlino, così come, a sua volta, ha fatto il suo collega polacco, Bronislaw Komorowski, nel 2010.

Tra le altre priorità di Varsavia, figurano l’impegno per mantenere la Polonia all’intero della sfera decisionale dell’UE – senza permettere che, in seguito alla firma del Patto Fiscale, essa diventi mero appannaggio di Germania e Francia – il rafforzamento della politica comune di difesa e del partenariato con i Paesi dell’Europa Orientale, e, nell’ambito di quest’ultimo progetto, la diffusione in Ucraina, Bielorussia e Georgia degli standard europei in ambito economico e democratico.

Le reazioni del Parlamento all’exposé del Ministro

A condividere il discorso del Ministro degli Esteri è stata la maggioranza, composta dalla cristiano-democratica Piattaforma Civica e dal partito contadino PSL, e anche l’opposizione di sinistra, formata dal radicaleggiante Movimento di Palikot e dai socialdemocratici dell’SLD.

Tuttavia, il Capo di questi ultimi, Leszek Miller, ha evidenziato come il piano espresso dal Ministro degli Esteri rischi di essere inattuabile fino a quando la Polonia non assumerà l’euro. Secondo l’ex-Premier socialdemocratico, Varsavia ha poco potere di coinvolgimento verso i partner europei nei settori illustrati da Sikorski, sopratutto dopo i continui veti della Gran Bretagna alla politica comune di difesa, e alla mancata partecipazione di contingenti polacchi alle operazioni militari in Libia.

Critiche, invece, sono state espresse dall’opposizione di destra, composta dai conservatori di Polonia Solidale e Diritto e Giustizia. Secondo l’esponente di quest’ultima forza politica, Krzysztof Szczerski, la Polonia deve giocare un ruolo più attivo, anche al di fuori dell’UE, nell’Europa Orientale e nel Caucaso, dove occorre sostenere con forza le ambizioni europee della Georgia, spesso poco considerate proprio da Germania e Francia.

Inoltre, il politico conservatore ha illustrato come, in ambito europeo, occorra una ridefinizione della politica estera comune con la creazione di quattro circoli di appartenenza – Occidentale, Settentrionale, Meridionale e Balcanico, e Orientale – in cui Varsavia, a cui deve essere riconosciuta piena leadership sulle questioni legate a Ucraina, Moldova e Bielorussia, potrà attuare un ruolo predominante a Bruxelles.

Matteo Cazzulani

LA MOLDOVA HA IL SUO PRESIDENTE

Posted in Moldova by matteocazzulani on March 19, 2012

Dopo tre anni di vani tentativi, il Parlamento moldavo ha concordato sulla candidatura del Capo del Consiglio Superiore della Magistratura, Nicolae Timofti, proposto dalle forze della maggioranza filo-occidentale per sbloccare una situazione che, da troppo tempo, ha impedito a Chisinau di portare avanti una linea politica certa e determinata. Determinanti i voti dei tre deputati socialisti, che hanno messo in minoranza i comunisti 

Il Presidente moldavo, Nicolae Timofti

La fine di un impasse politica che consente a Chisinau di percorrere la strada verso l’Europa. Nella giornata di venerdì, 16 Marzo, il Parlamento moldavo è riuscito finalmente a eleggere il Capo dello Stato, dopo 3 anni di tentativi andati a vuoto per via dell’instabilità politica e della risicata maggioranza su cui la coalizione di governo ha potuto contare.

In una votazione a scrutinio segreto, Nicolae Timofti, candidato dell’Alleanza per l’Integrazione Europea – coalizione di maggioranza composta dal Partito Liberal-Democratico del Premier, Vlad Filat, dal Partito Liberale dell’ex-Speaker, Mihai Ghimpu, e dal Partito Democratico dell’attuale Speaker, Marian Lupu – è riuscito a ottenere 62 voti a favore: uno in più del quorum previsto per la nomina.

Fondamentale è stato il supporto del neo-formato Gruppo Socialista il quale, guidato da Igor Dodon, e formato da soli tre deputati, ha supportato la candidatura della maggioranza, e, così, ha rotto l’ostruzionismo del Partito Comunista. Forti di 61 parlamentari, ma relegati all’opposizione, i comunisti hanno sempre ostacolato l’elezione del Presidente per provocare lo scioglimento del Parlamento: previsto dalla Costituzione in caso di mancata nomina della Massima Carica dello Stato per due tentativi.

Timofti è un candidato tecnico, fino ad oggi Capo del Consiglio Superiore della Magistratura. 63enne, non ha mai ricoperto incarichi politici, ma ha condotto la propria carriera esclusivamente in ambito giudiziario. La sua nomina è stata dettata dalla necessità di individuare nel mondo politico moldavo di una personalità dall’indiscutibile competenza e imparzialità, condivisa sia dalle tre forze di maggioranza, che dai socialisti.

“Non mi sono mai occupato di politica, e mai lo farò – ha dichiarato Timofti a margine dell’elezione – ma presiederò il Paese in un delicato periodo per mezzo di una politica internazionale calibrata secondo le seguenti priorità: Ucraina, Romania, USA, Germania e Russia. La Moldova deve diventare ponte tra l’Oriente e l’Occidente”.

Aperta la via per Bruxelles

Tuttavia, il Presidente a Chisinau non possiede ampi poteri, sopratutto in politica estera: ambito in cui l’agenda è dettata solamente dall’esecutivo. Come dichiarato a più riprese dal Primo Ministro, Vlad Filat, la Moldova aspira all’integrazione europea con il varo nel breve termine di una Zona di Libero Scambio che consenta alle esportazioni moldave un collocamento agevole del mercato dell’UE.

Le riforme in ambito politico, economico e sociale approntate dalla Coalizione per l’Integrazione Europea sono state particolarmente apprezzate dal Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, che, in una recente intervista a Radio Liberty, ha ammesso come la Moldova abbia dimostrato di tenere molto al vettore euro-atlantico.

Per questa ragione, Chisinau, assieme alla Georgia, ha scavalcato tra i partner privilegiati della politica orientale dell’Unione Europea l’Ucraina: in cui le repressioni politiche scatenate dal Presidente, Viktor Janukovych, hanno reso Kyiv un Paese non pienamente democratico e, quindi, non integrabile con Bruxelles.

L’elezione di Timofti ha però un alto valore politico, in quanto riempie un vacuum che a Chisinau dura dall’Aprile 2009, quando una partecipata protesta di piazza nonviolenta – la celebre Rivoluzione Twitter: l’ultima delle rivoluzioni “colorate” finora avvenute in Europa – ha deposto dallo scranno di Capo dello Stato l’attuale Segretario del Partito Comunista, Vladimir Voronin: accusato di brogli e corruzione.

Dopo lo svolgimento di elezioni finalmente libere, la maggioranza in Parlamento è stata mantenuta dal campo filo-europeo, tuttavia, sempre con numeri esigui che hanno più volte messo a rischio la tenuta della coalizione – addirittura arrivando ad elezioni anticipate nel 2010 – Le funzioni del Presidente sono state svolte ad interim dagli Speaker Mihai Ghimpu e Marian Lupu.

Matteo Cazzulani

INTEGRAZIONE UE DI GEORGIA E MOLDOVA AL PRIMO PASSO.

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on December 13, 2011

Bruxelles avvia le trattative con Tbilisi e Chisinau per il varo della Zona di Libero Scambio, primo step per la firma dell’Accordo di Associazione. Previste simili aperture per Armenia ed Azerbajdzhan. Negoziati in stallo con l’Ucraina per via del caso Tymoshenko e della repressione politica

Il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski

Non solo i Balcani, ma anche l’Europa Orientale rappresenta la priorità della politica estera dell’Unione Europea. Nella giornata di lunedì, 12 Dicembre – a tre giorni dall’ammissione della Croazia – l’UE ha iniziato le trattative per la zona di libero scambio con Georgia e Moldova: una parte importante del successivo Accordo di Associazione, con cui Tbilisi e Chisinau riceveranno lo status di partner privilegiato di Bruxelles, oggi riconosciuto ad Islanda, Norvegia e Svizzera.

Un patto indispensabile per ambo le parti, sia sul piano economico che politico-energetico. Gli scambi commerciali tra UE e Georgia si aggirano attorno ad 1,7 Miliardi di Euro, mentre quelli con la Moldova toccano i 2,1: cifre considerevoli per le economie dei due Stati dell’Europa Orientale, che da tempo hanno comunicato chiaramente di volere l’Europa per rompere con un passato di dominazione russa e scacciare la minaccia – sempre più reale – di un rigurgito imperiale di Mosca.

In particolare, la Moldova di recente ha richiesto aiuto proprio all’UE per la conduzione di difficili trattative per il rinnovo delle forniture di gas con il monopolista russo, Gazprom: longa manus del Cremlino per mantenere l’Europa quanto più divisa e dipendente dalla Federazione Russa.

A certificare l’importanza del documento, la presenza del Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski – nelle vesti di Presidente di turno dell’Unione Europea – del Commissario UE al Commercio, Karel de Gucht, e dei Primi Ministri dei due Paesi, Nika Gilauri e Vlad Filat. Come illustrato dal Capo della Diplomazia polacca, la chiusura dei negoziati richiede riforme strutturali da parte dei Paesi coinvolti: chiamati a garantire stabilità, rispetto delle regole del libero mercato, trasparenza ad ogni livello, applicazione delle norme igienico-sanitarie e protezione dei diritti di proprietà.

“I prossimi accordi riguarderanno l’abbattimento del regime dei visti – ha evidenziato Sikorski al termine della firma dei trattati – l’Europa è sempre interessata alla realizzazione del Partenariato Orientale: per questo simili passi saranno compiuti anche con Armenia ed Azerbajdzhan, così come oggi stanno per essere concluse le trattative con l’Ucraina”.

Negoziati con Kyiv sempre più difficili

In realtà, per quanto riguarda Kyiv esistono seri problemi. Nonostante la conclusione delle trattative sul piano tecnico e politico, la firma dell’Accordo di Associazione, prevista per il 19 Dicembre, potrebbe non avvenire a causa dell’ondata di repressioni politiche attuate dal Presidente ucraino, Viktor Janukovych, contro esponenti dell’opposizione democratica: tra cui la carismatica Leader, Julija Tymoshenko.

L’ex Primo-Ministro, incarcerata in isolamento già durante il processo-farsa a cui è stata sottoposta – senza diritti per la difesa, privata della possibilità di presentare propri testimoni e di contestare le prove irregolari alla base delle imputazioni – l’11 Ottobre è stata condannata a sette anni di galera per abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. In aggiunta, l’8 Dicembre, la Tymoshenko è stata arrestata una seconda volta, ritenuta soggetto potenzialmente pericoloso per la prosecuzione delle indagini sui reati di evasione fiscale ed accollo al bilancio statale dei debiti del colosso energetico JEESU – presieduto prima della discesa in campo del 1998. Quest’ultimo processo è stato condotto direttamente nella cella dell’ex-Primo Ministro: impossibilitata persino ad alzarsi dal letto a causa di forti dolori alla schiena.

A cercare di salvare la trattativa, sempre lunedì, 12 Dicembre, è stato il Commissario all’Allargamento, Stefan Fule. A colloquio con Janukovych, il Diplomatico UE ha illustrato l’importanza dell’Accordo di Associazione per il popolo ucraino, ed invitato il Capo di Stato di Kyiv ad una condotta responsabile finalizzata alla conclusione dei negoziati. Terminato l’incontro, Fule si è recato presso il carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj dove, a sorpresa, è stato il primo esponente politico a poter incontrare la Tymoshenko: finora costretta ad interloquire solamente con figlia ed avvocati.

Matteo Cazzulani

EURONEST DIVISA SULLE PRIORITA ORIENTALI DELL’UE

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 1, 2011

Moldova favorevole ad un’integrazione politica, Azerbajdzhan ed Armenia interessate solo a quella economica, mentre la Georgia invita ad inserire la garanzia dell’integrità territoriale. Il Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek, supporta l’apertura dei mercati di Bruxelles in cambio del rispetto degli standard democratici. L’arresto di Julija Tymoshenko mette sempre più in forse l’Associazione dell’Ucraina all’Unione Europea

Il presidente dell

Uniti nella diversità non è solamente il motto che ha fatto l’Europa, ma anche la sintesi con cui si è conclusa la prima sessione dell’Euronest. Nella giornata di giovedì, 15 Dicembre, a Strasburgo si è riunita l’assemblea dei Paesi dell’Unione Europea e del Partenariato Orientale – da cui, al momento del varo, la scorsa primavera, è stata esclusa la Bielorussia, per via delle repressioni politiche sui dissidenti – con lo scopo di delineare gli obiettivi da proporre al successivo Summit della Eastern Partnership.

Un documento che, tuttavia, non è riuscito ad emergere, dal momento in cui la sessione si è trasformata in una babele di proposte ed opinioni divergenti, che nemmeno l’instancabile mediazione dei due Presidenti della seduta, l’ex-Ministro degli Esteri dei governi arancioni ucraini, Borys Tarasjuk, e l’eurodeputata bulgara, Kristina Vigenina, sono riusciti a conciliare.

Da un lato, la Moldova, forte delle seppur misere prospettive aperte da Bruxelles, ha posto l’accento sull’accelerazione dell’integrazione nell’UE dei Paesi del partenariato orientale, con la richiesta di aiuti per la realizzazione di riforme politiche necessarie per l’adattamento agli standard del Vecchio Continente.

Sul fronte opposto, Azerbajdzhan ed Armenia hanno circoscritto il discorso al solo fattore economico, sostenendo come priorità del Summit l’apertura dei mercati di Bruxelles, a cui Baku e Jerevan ambiscono per collocare i propri prodotti, sopratutto energetici.

Opinione condivisa dalla Georgia, che, tuttavia, ha richiesto un chiaro messaggio in sostegno dell’integrità territoriale dei Paesi del partenariato orientale, e – memore dell’aggressione militare subita dalla Russia nell’Agosto 2008 – di condanna di ogni tentativo di invasione da parte di Paesi terzi.

Fondamentale per il raggiungimento di un accordo di massima sulle linee guida principali è stata la mediazione del Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, che ha sintetizzato le diverse richieste dei Paesi dell’Europa Orientale in quattro priorità: in primis, l’apertura dei mercati, tuttavia ottenibile solo previo raggiungimento, e rispetto, degli standard democratici, senza i quali nessun accordo con l’UE può essere stretto in materia di partnership. Terzo step, l’abbattimento delle frontiere e l’eliminazione dei visti, a cui segue l’intensificazione degli scambi studenteschi, così da consentire fin da ora la crescita di una nuova generazione europea negli Stati che si avviano alla membership con Bruxelles.

La questione Ucraina in forse

Sullo sfondo della riunione, il caso dell’Ucraina, Paese vicino alla firma di un Accordo di Associazione con l’UE sempre più in forse a causa dell’arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e dei processi politici che hanno colpito un’altra decina di esponenti del campo arancione. Nel corso dell’Assemblea, Kyiv si è allineata sia alla posizione moldava – sostenendo una pronta integrazione sul piano politico – che a quella caucasica, sottolinenando l’importanza prioritaria dell’apertura dei mercati.

Nel contempo, a frenare le sue ambizioni europee è stato il Presidente del Partito Popolare Europeo, Wilfred Martens, infuriato per non essere stato ammesso nel carcere di massima sicurezza dove è detenuta Julija Tymoshenko da un’ordinanza della Corte. In una conferenza stampa, il Leader del centrodestra europeo ha ricordato alle autorità di Kyiv che l’Accordo di Associazione con l’UE è sempre stato supportato dal PPE, ma il mancato rispetto dei diritti umani e civili da parte delle attuali Autorità – di cui il caso di Julija Tymoshenko è esempio – rende impossibile la sua firma, almeno fino a quando i processi politici non saranno interrotti, e la Leader dell’Opposizione Democratica liberata.

“L’ho comunicato al Presidente in persona, Viktor Janukovych – ha dichiarato Martens – senza la partecipazione dei Leader dell’opposizione, le prossime elezioni Parlamentari non possono essere ritenute libere”.

In risposta, il parlamentare Vadym Kolesnichenko del Partija Rehioniv – la forza politica, egemone nel Paese, a cui appartengono Janukovych, il Primo Ministro, Mykola Azarov, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri – ha accusato l’Occidente di ingerenza negli affari interni ucraini, ed invitato ad ignorare le dichiarazioni di Martens, in quanto provenienti dal Leader di un Partito a cui appartiene anche Bat’kivshchyna, la forza di Julija Tymoshenko.

“E’ una forma di manipolazione dell’opinione pubblica – ha dichiarato il più simpatico dei Deputati ucraini, che ritiene il Legno Storto un giornaletto di raccoglitori d’uva, ed il redattore della Voce Arancione uno studentello di Padova – e di inserimento nelle questioni ucraine dell’Occidente. Un tentativo di pressione sulle Autorità ucraine – ha aggiunto a Radio Liberty – che caratterizzano simili messaggi politici”.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: VIA ALL’INTEGRAZIONE ENERGETICA UE DI BALCANI ED EUROPA ORIENTALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 18, 2011

Albania, Croazia, Macedonia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Kosovo, Serbia, Ucraina e Moldova accettano l’adozione del sistema di regolamentazione UE del mercato energetico, e si proiettano verso l’Europa. Successo della presidenza di turno della Polonia e della Commissione Europea: impegnata nella corsa al gasdotto per diminuire la dipendenza energetica dalla Russia

Il percosrso di Nabucco e Southstream

Laddove la politica non può arrivare, ci pensa l’arma energetica: proprio come fanno i russi. Lo scorso 6 Ottobre – ma la notizia è stata ufficializzata qualche giorno più tardi – i Paesi firmatari del della Comunità Energetica Europea hanno dato il via libera all’allargamento ai Balcani e ad alcuni Stati del Partenariato Orientale UE del Terzo pacchetto Energetico: documento che prevede l’adozione di regoli comuni per la tutela dei consumatori, il rafforzamento dell’indipendenza di organismi di controllo del mercato, la liberalizzazione della gestione dei gasdotti e degli oleodotti, e l’impossibilità da parte di enti terzi di rilevarne il controllo, se non in una minima percentuale.

Una decisione di straordinaria importanza, dal momento in cui Albania, Croazia, Montenegro, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Ucraina, e Moldova hanno accettato di conformarsi ai regolamenti UE già a partire dal 2015: un buon inizio, in vista di un’integrazione politica che, altresì, prevede tempi molto più lunghi.

Come evidenziato da diversi esperti, grande ruolo è stato giocato dalla Polonia Presidente di turno dell’Unione Europea: fortemente favorevole all’estensione dei regolamenti europei agli Stati candidati alla membership, sia prossima che futura, confinanti ad est. L’obiettivo è quello di non lasciare Paesi europei per storia, cultura e tradizione in balia della Russia che, visti i recenti proclami all’eurasismo e a simili iniziative di stampo imperialistico, considera tali Stati propria sfera di influenza, da controllare a tutti i costi: una prospettiva rischiosa per la sicurezza e la prosperità dell’UE tutta.

Tuttavia, l’adozione del Terzo Pacchetto Energetico è anche una decisione favorevole sopratutto per gli stessi Stati candidati alla partnership politica con l’Unione Europea. Per i Balcani significa un passo in avanti nella modernizzazione delle proprie strutture secondo il modello di Bruxelles e, soprattutto, un chiaro segnale circa la volontà di far parte della famiglia UE, dopo un recente passato di guerre e divisioni da chiudere una volta per tutte. Per Ucraina e Moldova, invece, la scelta è stata quasi obbligatoria, per salvare dal controllo russo la rete dei propri gasdotti – che nell’area significa controllo politico.

Difatti, la compagnia statale di Chisinau, Moldovagaz – che gestisce le infrastrutture energetiche del Paese – è controllata dal monopolista russo, Gazprom: fortemente interessata a simile posizione anche sull’ucraina Naftohaz. L’entrata in vigore del Terzo Pacchetto Energetico renderebbe impossibile la presenza dei russi, come, proprio grazie al documento UE, sta avvenendo in Lituania, dove il governo è impegnato in una lotta a carte bollate per eliminare Gazprom dalla gestione dei propri gasdotti.

Il Turkmenistan supporta il Nabucco

Dunque, un’Europa che, grazie alla guida polacca, ed al ruolo della Commissione Europea di José Manuel Barroso, sta conducendo una politica energetica incentrata sulla diversificazione delle forniture, per evitare, sopratutto nel settore del gas, di dipendere dall’unico esportatore russo. Proprio la Polonia ha ricevuto finanziamenti per la costruzione del rigassificatore di Swinoujscie, sul Mar Baltico, per ricevere oro blu acquistato da Norvegia, Qatar ed Irak trasportato via nave. Inoltre, simili terminali sono in programma in Lituania ed Estonia.

Sul fronte meridionale, l’UE ha ottenuto l’adesione del Turkmenistan al progetto Nabucco: gasdotto sottomarino, progettato per trasportare oro blu centro asiatico – principalmente azero – senza transitare per il territorio russo, e, così, sottostare al diktat energetico del Cremlino. A rafforzare il progetto di verdiana denominazione l’appoggio politico del consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – e contratti già siglati con Baku per lo sfruttamento di ricchi giacimenti di gas. A contrastarlo, invece, sono le singole compagnie energetiche di una Vecchia Europa Occidentale cronicamente intimorita di irritare Mosca, e pronta sacrificare gli interessi comunitari – e con essi, tutti i valori di democrazia e diritti umani su cui l’Unione Europea è stata fondata – per proprio singolo tornaconto.

A dimostrazione, il progetto, sempre sul fondale del Mediterraneo, del Southstream: concepito da Gazprom, in collaborazione con il colosso italiano ENI, la compagnia tedesca BASF, e quella francese EDF, per rifornire l’Europa dell’Ovest di gas, bypassando Paesi ostili al Cremlino come Romania, Ucraina, e Moldova. Paritetico a quello che è stato definito Gasdotto Ortodosso, il NordStream: conduttura, sul fondale del Mar Baltico, costruita di recente da un consorzio composto da Gazprom, dalle tedesche E.On e Wintershall, dalla francese Suez Gaz de France, e dall’olandese Gasunie.

Alla faccia dello stentato europeismo di certa sinistra europea al caviale, a presiedere l’organismo deputato alla realizzazione di tale infrastruttura, concepita per aggirare Polonia, Stati Baltici e Bielorussia, è stato nominato l’ex-Cancelliere tedesco, il socialdemocratico Gerard Schroder.

Matteo Cazzulani

ANCHE IL GRUPPO DI VYSEHRAD SCARICA JANUKOVYCH: UCRAINA SEMPRE PIU VICINA ALLA RUSSIA DI PUTIN

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 17, 2011

I Paesi dell’Europa Centrale criticano la condanna della Leder dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, al punto da chiudere ogni prospettiva di Accordo di Associazione UE-Ucraina. Il Presidente ucraino nomina una Commissione per l’integrazione nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka, de facto condannando il Paese alla sottomissione a Mosca, come accaduto in Bielorussia

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

L’isterico ripiego alle radici sovietiche dopo la bacchettata sulle mani e la cacciata dalla compagnia. Questa la situazione con cui le Autorità ucraine hanno reagito alla rottura del Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria: una vera e propria notizia, dal momento in cui proprio i Paesi dell’Europa Centrale hanno supportato fino all’ultimo le ambizioni europee dell’Ucraina, cercando di convincere i riluttanti membri occidentali della necessità, per la sicurezza europea, di tenere la porta aperta ad un regime, seppur sempre più simile alla Bielorussia di Lukashenka.

“Siamo giunti alla conclusione di continuare a supportare le ambizioni occidentali dell’Ucraina, ma non a queste condizioni – ha dichiarato il Primo Ministro ceco, Petr Necas, padrone di casa del summit dei quattro Stati del cuore dell’Europa – non fino a quando Julija Tymoshenko starà in carcere, e non potrà partecipare ad elezioni libere e regolari”.

Una posizione forte, condivisa anche dal primo Ministro polacco, Donald Tusk, nonostante sia stata proprio la Polonia a cercare a tutti i costi di mantenere in vita le prospettive di integrazione di Kyiv con Bruxelles, riuscendo, con un ottimo ruolo diplomatico, a convincere lo scettico asse franco-tedesco nel corso del summit del Partenariato Orientale UE.

Ora, anche per Varsavia la misura è colma, sopratutto dopo che la Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, ex-Primo Ministro, è stata condannata a sette anni di carcere, più tre di interdizione alla vita politica, per gestione fraudolenta del bilancio statale, ed abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin: accuse costruite su documentazioni falsate, imprecise, addirittura datate il 31 Aprile, e negate persino dalla maggior parte dei testimoni chiamati alla comparsa in un processo farsa in perfetto stile sovietico.

“I negoziati per la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina sono a buon punto, ma non per questo siamo disposti ad accettarne la sigla dinnanzi a quanto avviene a Kyiv – ha illustrato Tusk – ci sono certi valori che vanno rispettati: regole a cui nell’Unione Europea tutti, membri ed associati, devono attenersi”.

Lo scenario bielorusso, con Mosca pronta a vincere

Una vera doccia fredda per il popolo ucraino – secondo un recente sondaggio, favorevole al partenariato con l’UE, anche solo sul piano economico – ma non per il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, che non ha perso tempo, e nominato una commissione di lavoro per la preparazione dell’integrazione nell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una tentazione, quella di Mosca, da dove Putin, non ha mai nascosto il desiderio di prendere l’Ucraina sotto la propria sfera d’influenza per dare linfa alle ambizioni imperiali con cui la Russia punta a tornare superpotenza mondiale a spese dei vicini, ergo dell’Europa.

A testimoniare la reale convinzione di Janukovych, la nomina a capo della Commissione di colui che fino ad oggi ha trattenuto i rapporti con l’UE in preparazione della firma dell’Accordo di Associazione: il Ministro degli Esteri, Kostjantyn Hryshchenko. Un segnale chiaro di rinuncia all’Europa che, tuttavia, diversi esperti leggono anche in chiave isolazionista: la Commissione non sarebbe altro che uno spauracchio per convincere Mosca a concedere condizioni favorevoli a Kyiv, tra cui un partnership separata, che lasci all’Ucraina una maggiore autonomia.

Infatti, non sono pochi tra gli esperti a rilevare nella condotta di Janukovych una similitudine con quella del dittatore bielorusso, Aljaksandar Lukashenka: dopo avere tentato di negoziare con la Russia alla pari, il Bat’ka – com’è nominato Lukashenka in Patria – ha dovuto arrendersi, e, sempre più isolato dall’Unione Europea per via delle continue repressioni ai danni dell’opposizione, cedere al Cremlino autonomia economica, politica ed energetica. Da ultimo, l’intero pacchetto azionario che controlla i gasdotti di Minsk.

 

Matteo Cazzulani

“LUKASHENKA COME JARUZELSKI”: COSI IL MINISTRO DEGLI ESTERI POLACCO RIATTIVA LA POLITICA ORIETALE DELL’UE

Posted in Bielorussia, Unione Europea by matteocazzulani on August 13, 2011

Dal Financial Times, il Capo della Diplomazia di Varsavia, Radoslaw Sikorski, rilancia l’impegno ad est dell’Unione Europea, indispensabile per la sicurezza di Bruxelles. Le reazioni di autorità ed opposizione bielorusse

Il presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka

Quando la Polonia è coerente e coraggiosa l’Europa Orientale – ed anche quella Occidentale – ritrova se stessa. Nella giornata di mercoledì, 3 Agosto, il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui ha invitato il presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka, a trattare l’abbandono del potere in maniera pacifica, seguendo l’esempio di Wojciech Jaruzelski: ultimo Capo della Polonia Sovietica, sconfitto dalla pacifica lotta di Solidarnosc.

Una posizione che, se da una lato ripropone alla stampa occidentale una questione tutta europea di difficile realizzazione – la Bielorussia è ritenuta da molti esperti l’ultima dittatura d’Europa – dall’altro rilancia il ruolo della Polonia come guida di una politica estera seria e responsabile, che vede nello sviluppo della democrazia e dell’indipendenza dei vicini orientali una garanzia per la sicurezza di tutta l’UE.

Difatti, sempre dalle colonne dell’autorevole FT, Sikorski ha illustrato l’importanza strategica per Bruxelles dell’apertura immediata delle trattative per la creazione della Zona di Libero Scambio con Moldova e Georgia, la necessità di concludere al più presto le trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina, e, dopo la già stabilita integrazione della Croazia, la concessione dello status di Paese candidato alla Serbia.

“L’Europa Orientale – ha evidenziato il Ministro degli Esteri polacco – rappresenta oggi quello che l’Europa Centrale [ovvero Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Repubblica Slovacca, Romania, e Paesi Baltici, n.d.a.] è stata ieri per la Comunità Europea: solo la prospettiva di un ingresso nell’UE ha attivato un sorprendente sviluppo delle strutture statali e dell’economia”.

L’opposizione si rincuora

Parole di un’approccio orientale che non si sono udite da tempo, sopratutto da quel Settembre 2009, quando lo stesso Sikorski ha annunciato il mutamento dell’orientamento estero di Varsavia: non più jagellonico, ovvero improntato allo sviluppo della democrazia ad est, ma maggiormente conciliante con la Russia, ed allineato con la Germania.

A dimostrazione di come, invece, la via orientale sia maggiormente efficace, è stata l’imponente reazione innescata dall’articolo pubblicato sul media occidentale: il Ministro degli Esteri bielorusso, Andrjau Savinych, ha commentato la posizione di Sikorski come irrealistica ed esotica, ma, nel contempo, è stato costretto a contestare ufficialmente le dichiarazioni del premier russo, Vladimir Putin, che, qualche giorno prima, si è dichiarato a favore dell’annessione della Bielorussia alla Federazione Russa.

Ma le parole del Capo della Diplomazia polacca hanno attivato anche l’opposizione bielorussa, fortemente repressa dal regime di Lukashenka, ma rivitalizzata dalle dichiarazioni di Varsavia: Hryhorij Kostusjeu, uno dei candidati alle scorse elezioni presidenziali del 19 dicembre 2010, ha invitato l’Occidente a prestare maggiore attenzione al rinato imperialismo russo, di cui Minsk è sempre più preda. Un’altro leader del dissenso, Valadymyr Njakljau – celebre per essere stato arrestato e percosso proprio durante lo svolgimento delle ultime elezioni – ha accusato Putin di sciovinismo, ed invitato i compatrioti ad unirsi per salvare la Bielorussia dalle mire colonialiste di Mosca.

Secondo uno studio sociologico dell’indipendente NISEPI, pubblicato da Radio Liberty, a favore dell’integrazione con l’Unione Europea è il 45% della popolazione, mentre chi appoggia la proposta di Putinsarebbe solo il 31% dei bielorussi: una percentuale comunque alta, dovuta, secondo gli esperti, alla forte politica di russificazione, condotta dapprima dagli zar, poi dai sovietici, ed infine dallo stesso Lukashenka, ininterrottamente al potere dal 1994.

Matteo Cazzulani