LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

LA RUSSIA TAGLIA LE FORNITURE: L’EUROPA CENTRALE SENZA NAFTA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 8, 2012

Mosca lascia a secco l’oleodotto diretto verso il territorio polacco e tedesco in seguito alla costruzione di un’infrastruttura alternativa che consente il trasporto di nafta dal confine bielorusso a San Pietroburgo, innalzando il livello di emergenza energetica delle raffinerie di Repubblica Ceca, Polonia e Germania. Le rassicurazioni di Praga, i timori di Varsavia, e le difficoltà di Berlino

Il Presidente russo, Vladimir Putin

La Russia chiude i rubinetti e l’Europa Centrale è sempre più a secco di nafta. Nella giornata di venerdì, 6 Aprile, la compagnia energetica Orlen ha dichiarato di avere registrato nel solo ultimo mese un drastico calo delle forniture di greggio provenienti dal territorio russo che hanno portato le proprie raffinerie ubicate in Repubblica Ceca a ridimensionare notevolmente i propri piani di lavoro.

Come riportato dall’autorevole Reuters, il fatto sarebbe avvenuto in seguito alla decisione della Russia di bloccare l’invio di nafta all’Europa Occidentale attraverso l’oleodotto Druzhba – con cui fin dall’epoca dell’URSS il Cremlino ha rifornito i Paesi dell’Europa Centrale – per avvalersi del trasporto marittimo lungo il Mar Baltico.

Questa decisione è stata possibile grazie alla costruzione dell’oleodotto BTS-2: un’infrastruttura che trasporta la nafta dal confine russo-bielorusso fino al terminaledi San Pietroburgo, dove il carburante è caricato sulle navi. Come dichiarato al momento del varo di questo progetto dalle autorità russe, a cui, lo scorso Primo di Aprile, ha presenziato il presidente russo, Vladimir Putin, la via marittima rappresenta un preciso calcolo politico per aggirare energicamente Paesi politicamente osteggiati dal Cremlino, come la Polonia.

Le autorità ceche hanno gettato acqua sul fuoco, smentito ogni possibile crisi energetica, ed evidenziato come in caso di taglio delle forniture da Mosca il sistema infrastrutturale della Repubblica Ceca può avvalersi della nafta importata dai porti croati e italiani di Rijeka e Trieste: malgrado esso sia più caro sul piano economico.

A differenza della Repubblica Ceca, a gettare l’allarme è stata la Polonia che, in seguito all’entrata in funzione dell’oleodotto BTS-2, già il 2 Aprile ha registrato un drastico calo della nafta ricevuta presso la raffineria di Danzica, una delle più importanti del Paese. Inoltre, il prosciugamento del Druzhba ha avuto ripercussioni anche in Germania, dove a lamentare un calo dell’importazione di oro nero sono stati gli impianti di Leuen e Schwedt.

La soluzione polacco-ucraina

Secondo diversi esperti, una possibile soluzione per evitare il perdurare dell’accerchiamento energetico di importanti Paesi dell’Unione Europea potrebbe essere il prolungamento dell’Oleodotto Odessa-Brody fino a Danzica: un progetto che consentirebbe l’importazione di oro nero centro-asiatico nel Vecchio Continente senza dipendere dal passaggio attraverso il territorio russo e, di conseguenza, dal ricatto politico di Mosca.

La realizzazione di questo progetto – avviato con enfasi da Polonia e Ucraina nel 2002, poi interrotto nel 2004, e poi ripreso dal 2005 al 2010 senza mai attuare passi concreti a causa delle continue crisi politiche a Kyiv – è difficile, in quanto ad oggi l’oleodotto Odessa-Brody è utilizzato per veicolare nafta venezuelana in Bielorussia, e le trattative per il suo prolungamento fino al porto sul Mar Baltico si sono arenate dopo che le Autorità ucraine hanno interrotto i colloqui a riguardo con quelle polacche e con l’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

LA COMMISSIONE BARROSO PRESENTA LA POLITICA ENERGETICA UE DEL NUOVO ANNO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 19, 2011

Previsti il varo di un comune sistema infrastrutturale entro il 2014, direttive per la sicurezza nucleare ed il rispetto dei parametri di Kyoto, e fondi per la manutenzione dei gasdotti mediterranei ed ucraini. Kyiv al centro dell’interesse europeo per evitare il rinascere di una Russia imperiale, dannosa per la sicurezza e la prosperità dell’Unione

Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso

“L’Energia è il settore chiave della politica europea, che migliorerà stabilità e benessere economico”. E con questa affermazione che giovedì, 17 Novembre, la Commissione Europea ha reso noto le linee-guida per la politica energetica del 2012: un piano ambizioso che, oltre ai complessi rapporti internazionali, ha contemplato con estrema attenzione anche la crisi della zona euro.

In primis, è stata preventivata entro il 2014 la costituzione di un unico sistema energetico continentale mediante l’applicazione accelerata del Terzo Pacchetto Energetico: una legge continentale che richiede la messa in comune delle infrastrutture del Vecchio Continente, la liberalizzazione della loro gestione, ed il divieto del loro controllo in regime di monopolio, sopratutto se da parte di enti extra-europei. Nuove direttive sono attese per il settore dell’atomo, su cui la Commissione ha dichiarato di volersi battere per l’innalzamento degli standard di sicurezza di una fonte di energia scelta da molti degli Stati membri – a differenza di Germania ed Italia – come alternativa al gas.

In seguito, Bruxelles ha evidenziato l’importanza di una legislazione ad hoc per il rispetto dei parametri del Protocollo di Kyoto, tema su cui l’Unione Europea è ancora divisa tra i Paesi Occidentali, pronti alla limitazione delle emissioni nocive del 20% – come richiesto all’UE dall’accordo internazionale – e quelli Centrali, che ancora stanno riconvertendo le moltissime industrie di carbone: eredità del periodo sovietico, in cui l’unica forma di energia alternativa al materiale nero concessa da Mosca era l’oro blu proveniente dalla Russia.

“Se tutte le direttive saranno rispettate l’Unione Europea potrà risparmiare determinate cifre da reinvestire nelle manovre di salvataggio dell’economia continentale, senza pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi in materia energetica – ha dichiarato il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso – Nel settore mancano cospicui investimenti, per questo siamo costretti a stabilire una linea precisa, non senza difficoltà”.

Infine, il programma ha guardato anche alla situazione internazionale, con l’erogazione di fondi per la ristrutturazione dei sistemi infrastrutturali dei Paesi del Mediterraneo, l’implementazione delle relazioni con gli Stati dell’Africa del Nord esportatori di carburante, e la manutenzione dei gasdotti dell’Ucraina, per cui è stata offerta la consulenza UE nelle trattative per le forniture di gas con la Russia.

Proprio Kyiv è stata al centro della giornata politica UE: a Bruxelles si sa bene che il destino di questo Paese – europeo per storia, cultura, e tradizioni, e prossimo alla firma di un Accordo di Associazione che gli concederà il medesimo status di partner privilegiato, oggi goduto da Norvegia, Islanda, e Svizzera – è cruciale per la definizione dei futuri rapporti di forza con una Russia dalle rinate velleità imperiali.

Oltre che sul piano energetico – per mezzo di gasdotti sottomarini e contratti a prezzo calmierato che legano per decenni le singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale al monopolista russo, Gazprom – Mosca punta all’annichilamento dell’Unione Europea anche su quello politico mediante la costituzione dell’Unione Eurasiatica: continuum dell’impero zarista e dell’URSS, con cui il Cremlino intende riprendere il controllo sui Paesi CSI per tornare a ricoprire un ruolo di superpotenza mondiale, alternativa ad Occidente, Cina, ed India.

Sempre giovedì, 17 Novembre, la Commissione Esteri del Parlamento Europeo ha approvato una proposta di emendamento della Risoluzione varata lo scorso 26 Ottobre, con cui l’emiciclo di Strasburgo ha invitato i vertici UE a firmare quanto prima l’Accordo di Associazione con l’Ucraina che, prevedendo il varo di una Zona di Libero Scambio, e l’avvio delle procedure per l’abbattimento del regime dei visti, è necessario più per il popolo ucraino che per i suoi governanti. Costoro, sono stati protagonisti di un’ondata di repressioni politiche che, in poco più di un anno, ha portato all’arresto dopo processi-farsa di diversi esponenti dell’Opposizione, e pressioni su media giornalisti indipendenti.

Un regresso della democrazia che ha spinto gli Europarlamentari del Partito Popolare Europeo a proporre un inasprimento del documento, con l’inserimento di un chiaro richiamo al Presidente ucraino, Viktor Janukovych, al rispetto degli standard democratici ed alla liberazione della Leader del campo arancione, Julija Tymoshenko, dalla detenzione in isolamento in cui è costretta dallo scorso 5 Agosto: senza di essa, Kyiv non potrà sperare in nessun accordo con Bruxelles.

In aggiunta, i deputati conservatori e socialdemocratici – che vedono nella fine dei negoziati con l’Ucraina non solo un’urgente necessità geopolitica, ma l’unico mezzo per “educare” Janukovych, costringendolo al rispetto delle regole dell’Occidente, una volta goduto dei privilegi derivanti della stretta partnership con l’UE – hanno consigliato alle autorità ucraine una riforma del sistema giudiziario ed elettorale secondo le osservazioni della Commissione di Venezia – organismo deputato all’adeguamento delle norme varate dai Paesi extra-europei a quelle dell’Unione.

Kyiv a senso inverso

Dunque, il pallino delle decisioni resta in mano al Presidente ucraino, chiamato ad una scelta di maturità democratica da cui non ha atteso di dimostrarsi ancora lontano. Nella medesima giornata, il ricorso in Appello degli avvocati di Julija Tymoshenko è stato affidato ad un pool di magistrati inesperti appena insediati nella Corte Costituzionale. Non un caso se si tiene conto che la prima fase del processo è stata condotta in maniera irregolare e parziale da un giovane magistrato, Rodion Kirejev, spostato da un Tribunale di periferia pochi mesi prima dell’inizio del processo alla Leader dell’Opposizione.

Inoltre, in tarda serata, la Rada ha approvato una nuova legge elettorale per le prossime elezioni parlamentari con cui è stata vietata la partecipazione a blocchi ed alleanze, ed è stato introdotto quel sistema misto di collegi uninominali e proporzionali che, prima della Rivoluzione Arancione, ha consentito al Presidente di formare maggioranze a lui fedeli, mettendo in minoranza forze politiche in realtà votate dalla maggior parte degli elettori.

Modifiche che non hanno tenuto conto per nulla dei suggerimenti della Commissione di Venezia e che, assieme all’affaire Tymoshenko, complica il cammino dell’Ucraina verso l’Unione Europea. Il tutto, con una Russia pronta a sfruttare la situazione a vantaggio proprio, e a scapito di un Vecchio Continente che, col riemergere di una superpotenza russa a livello mondiale, resterebbe destinato alla subalternità politica ed economica. Per questo, anche se appare strano, quanto accade a Kyiv è di cruciale importanza per il futuro del Vecchio Continente: almeno tanto quanto la frenetica corsa per il salvataggio dell’Euro.

Matteo Cazzulani

TRA RUSSIA ED UCRAINA E ROTTURA SULL’EREDITA’ SOVIETICA

Posted in Russia by matteocazzulani on February 2, 2011

Mosca e Kyiv interrompono le trattative sulla ridefinizione del possesso di proprietà all’estero dell’URSS

 

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Lo smantellamento URSS non è ancora finito. Martedì, Primo Febbraio, Federazione Russa ed Ucraina hanno interrotto le trattative per il rinnovo del possesso dell’eredità sovietica.

 

Ad essere contesa, una serie di siti, basi, e proprietà URSS, sparsi tra Europa e Giappone, su cui Mosca rivendica pieno possesso.

 

Una posizione dura, che ha provocato la rottura con Kyiv. Come dichiarato dall’Ambasciatore ucraino in Russia, Volodymyr Jel’chenko, un’impasse di diversi mesi, durante i quali nessuna delle parti ha inteso cedere.

 

l’Unica, timida, proposta, la cessione di siti sul continente africano all’Ucraina, in cambio della cessione di tutti gli altri alla Federazione Russa. Troppo poco, per un giusto compromesso.

 

Un problema irrisolto

 

Il possesso dell’eredità URSS è regolato da accordi bilaterali siglati il 4 Dicembre 1991, che assicurano all’Ucraina il 16% di attivi e passivi delle proprietà all’estero dell’Unione Sovietica.

 

Lo scorso 18 Maggio, il Rappresentante dell’Amministrazione Presidenziale russa, Volodymyr Kozhyn, ha auspicato la cessione di tale quota a Mosca. Nel Febbraio 2009, ha accusato Kyiv di voler mantenere proprietà di cui non ha diritto.

 

A rispondergli, l’allora Direttore del Ministero degli Esteri ucraino, Vasyl’ Kyrylych,che ha invitato la Russia a rispettare i patti.

 

Posizione più morbida, quella dell’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Che, il 25 Maggio, ha contestato le richieste russe, ed invitato Mosca alla trattativa.

 

Matteo Cazzulani