LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Su 24: Turchia e Russia senza partnership energetica

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 5, 2015

Il Premier turco, Ahmet Davutoglu, si accorda con il Presidente azero, Ilham Aliyev, in merito alla costruzione accelerata del Gasdotto Trans Anatolico -TANAP. Posto in sospensione il Turkish Stream, concepito da Mosca per incrementare la dipendenza energetica dell’Europa in partnership con Ankara



Varsavia – Tramonta il Turkish Stream, si accelera la realizzazione del Gasdotto Trans Anatolico -TANAP. Questa è la conseguenza provocata, sul piano energetico, dall’abbattimento di un velivolo militare russo Su-24 da parte dell’esercito turco per via di uno sconfinamento non preannunciato nello spazio aereo della Turchia lo scorso 24 Novembre.

Come dichiarato dal Premier turco, Ahmet Davutoglu, durante un incontro con il Presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, la realizzazione della TANAP, gasdotto progettato dal confine tra Turchia e Georgia fino allo stretto del Bosforo per veicolare da 16 a 60 miliardi di metri cubi di gas azero all’anno- sarà accelerata per soddisfare la richiesta di ottenere oro blu di Baku da parte di Ankara.

La notizia del prolungamento della TANAP segue la decisione della Russia di sospendere la realizzazione del Turkish Stream, gasdotto progettato da Mosca per veicolare 63 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo in Unione Europea attraverso il fondale del Mar Nero e la Turchia.

La fine del Turkish Stream, che secondo il Ministro dell’Energia russo, Aleksander Novak, è motivata dalle sanzioni che la Russia ha imposto alla Turchia in seguito all’abbattimento del velivolo militare, in realtà è legata ad un progetto fallito in partenza, dal momento che importanti frizioni tra il Cremlino ed Ankara a riguardo dell’infrastruttura non sono mancate.

Lo scorso Agosto, la Turchia ha posto la realizzazione di un solo tratto del Turkish Stream come condicio sine qua non per concedere l’imprimatur alla realizzazione dell’infrastruttura: una decisione ben lontana dai 4 tratti invece richiesti dalla Russia per centrare il vero obiettivo de gasdotto turco, ossia incrementare la dipendenza energetica dell’Unione Europea da Mosca.

Infatti, il Turkish Stream è la nuova versione del Southstream, un gasdotto concepito dalla Russia per veicolare sempre 63 miliardi di metri cubi di gas russo in Italia attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria ed Austria. 

Nonostante l’ampia coalizione di Paesi europei impegnati nella realizzazione del gasdotto, aiutata da un sodalizio tra il monopolista statale russo del gas Gazprom e il colosso italiano ENI, il Southstream è stato rigettato dalla Commissione Europea perché non in linea con le leggi UE in materia di libera concorrenza.

L’Europa diversifica con la TAP

Oltre al naufragio del Turkish Stream, la buona notizia per l’Europa sta proprio nella realizzazione accelerata della TANAP che, una volta approdata sul Bosforo, sarà collegata con il Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura progettata per veicolare 10 miliardi di metri cubi di gas dall’Azerbaijan in Italia attraverso Grecia ed Albania.

Oltre alla TAP, la Commissione Europea ha dato il via alla realizzazione di una serie di rigassificatori per importare gas liquefatto da Norvegia, Qatar, Egitto e Stati Uniti d’America e, così, diminuire ulteriormente la già forte dipendenza dalle importazioni di oro blu dalla Russia.

Secondo indiscrezioni, anche la Turchia starebbe guardando al gas liquefatto del Qatar con un accordo che sarebbe stato firmato di recente da Ankara durante una visita del Presidente turco, Tayyip Erdogan, per aggiungere un’ulteriore fornitore di gas alternativo alla Russia -da cui l’economia turca dipende per il 50% del suo fabbisogno- dopo Azerbaijan, Iran, Algeria e Nigeria.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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La Saipem intralcia ancora la sicurezza energetica della Polonia

Posted in Polonia by matteocazzulani on August 17, 2015

La compagnia energetica italiana comunica al Governo polacco l’ennesimo ritardo nella consegna di un’opera fondamentale per la diversificazione delle forniture di gas da parte di Varsavia. L’infrastruttura è parte integrante della Comunità Energetica Europea sostenuta dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale e dalla Commissione Europea 



Varsavia – La Polonia potrà avere la sua sicurezza energetica solamente sotto l’Albero. Il tutto, grazie alla compagnia energetica italiana Saipem che, nella giornata di venerdì, 7 Agosto, ha comunicato che la consegna del rigassificatore di Swinoujscie avverrà solamente nel mese di Dicembre.

La notizia del ritardo della consegna è stata notificata durante un incontro tra i rappresentanti Saipem ed il Ministro del Tesoro del Governo polacco, Adam Czerwinski, che, invano, ha cercato di convincere in tutti i modi la compagnia energetica italiana ad attenersi ai piani originali, che prevedevano l’avvio dell’attività del rigassificatore di Swinoujscie nel mese di Ottobre.

Come riportato dall’autorevole TVN24, per la Saipem non si tratta del primo ritardo nella realizzazione dell’infrastruttura. Infatti, il rigassificatore di Swinoujscie avrebbe dovuto essere terminato nel Giugno 2014, e prima ancora nel Settembre 2013, ma la compagnia energetica italiana ha rallentato i lavori per via del crack finanziario nel settore immobiliare polacco.

In realtà, le motivazioni del ritardo nella consegna del rigassificatore di Swinoujscie possono essere legate a ragioni di carattere geopolitico. La Saipem è controllata dal colosso energetico italiano ENI, che a sua volta è in strettissimi rapporti commerciali e politici con il monopolista statale russo del gas Gazprom, la longa manus del Cremlino che si oppone ad ogni tentativo di diversificazione energetica da parte della Polonia e, più in generale, dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Progettato dall’Amministrazione Presidenziale di Lech Kaczynski -coraggioso Capo dello Stato di orientamento conservatore, morto della misteriosa Catastrofe di Smolensk, che si è fortemente impegnato per garantire l’indipendenza energetica della Polonia e dell’Europa Centro-Orientale dalla Russia- e sostenuto dal Governo di orientamento moderato di Donald Tusk -attuale Presidente del Consiglio Europeo- il rigassificatore di Swinoujscie è concepito per importare gas liquefatto dal Qatar e altri Paesi esportatori di LNG, come Norvegia, Egitto e, presto, Stati Uniti d’America.

Inoltre, il rigassificatore di Swinoujscie è sostenuto ufficialmente dalla Commissione Europea, che ha inserito l’infrastruttura tra le opere da realizzare in diversi Paesi membri dell’Unione Europea per diversificare le forniture di gas nell’ambito della Comunità Energetica Europea: un progetto su cui, nonostante le dichiarazioni di facciata, e il reale bisogno della sua messa in atto, Bruxelles molto poco ha finora fatto.

Infatti, grazie alla realizzazione del Corridoio Nord Sud -concepito dalla Polonia alla Croazia attraverso Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria- e del Gasdotto Polonia-Lituania, il rigassificatore di Swinoujscie sarà presto collegato con il terminale croato di Krk e con il gasoporto lituano di Klajpeda.

L’opposizione conservatrice contesta il Governo moderato

Pronta alla notizia del ritardo della consegna del rigassificatore è stata la reazione del Presidente polacco, Andrzej Duda, che nella sua prima intervista dal suo insediamento rilasciata al settimanale Wsieci, ha posto la sicurezza energetica come una delle priorità della sua Amministrazione.

Sulla stessa onda si è detta anche Beata Szydlo, la Candidata Premier della Destra Unita -coalizione composta dai Partiti di orientamento conservatore Diritto e Giustizia PiS, Polonia Insieme PR, Polonia Solidale SP- che ha accusato il Governo polacco di non avere fatto abbastanza per garantire il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale per la sicurezza energetica polacca.

Infatti, il ritardo nella consegna del rigassificatore di Swinoujscie rappresenta una sconfitta per il Premier Ewa Kopacz, che è anche Candidata Premier della moderata Piattaforma Civica -PO, la forza politica di maggioranza nel Paese a cui appartiene anche Tusk.

Dal momento della sua nomina a Capo del Governo, la Kopacz avrebbe infatti dovuto realizzare il progetto che il suo predecessore Tusk ha avviato prima della sua nomina alla guida del Consiglio Europeo, definendo il rigassificatore di Swinoujscie un’opera di importanza strategica per l’economia polacca.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Tsipras accetta il diktat di Putin: la Grecia dice sì al Turkish Stream

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 21, 2015

Il Premier greco, a Capo di una colazione di comunisti ed estremisti di destra, accetta la realizzazione del gasdotto progettato dal monopolista statale russo del gas Gazprom per incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di Mosca. L’atteggiamento di Atene mette in forse la realizzazione della TAP



Tenere in piedi economicamente un Partenone oramai a pezzi val bene un gasdotto, e pazienza se la sicurezza energetica e nazionale dei Paesi membri dell’Unione Europea viene messa seriamente a repentaglio. Nella giornata di venerdì, 19 Giugno, il Premier greco, il comunista Alexis Tsipras, ha raggiunto un accordo con il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, per la realizzazione in territorio greco del Turkish Stream.

Questo gasdotto, progettato dalla Russia alla Turchia attraverso il fondale del Mar Nero, è concepito dal monopolista nazionale russo Gazprom per veicolare in Europa 47 miliardi di metri cubi di gas naturale russo.

Come riportato dall’agenzia AP, il prolungamento del Turkish Stream, accettato da Tsipras durante il Forum Economico di San Pietroburgo -rassegna internazionale boicottata da quasi tutti i principali leader politici mondiali- è il prezzo che il Premier greco ha dovuto pagare per permettere investimenti russi in Grecia e, secondo le promesse di Putin -che come dimostrato sul piano militare in Georgia ed Ucraina valgono molto poco- la creazione da parte di Gazprom di nuovi posti di lavoro ad Atene.

Più che da ragioni economiche -la Grecia sta attendendo un prestito di 7,2 miliardi di Euro dall’Unione Europea- la decisione di Tsipras di accettare il prolungamento del Turkish Stream in Grecia è dettata da ragioni politiche: una dimostrazione subalternità a Mosca che fa del Governo di Atene -una coalizione di comunisti e nazionalisti di estrema destra- uno dei più solidi alleati di Putin in seno all’Unione Europea e alla NATO.

Infatti, il Turkish Stream è un progetto di natura politica pianificato da Putin per incrementare la dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas dalla Russia. 

Così, del resto, avrebbe dovuto essere anche con il Southstream, infrastruttura progettata da Mosca per veicolare in Europa 63 miliardi di metri cubi di gas, fermata dalla strenua opposizione della Commissione Europea, che ha ritenuto il progetto contrario alla politica di diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea.

Inoltre, il Turkish Stream è un progetto alternativo al Gasdotto Trans Adriatico -TAP- pianificato dalla Commissione Europea per veicolare in Italia dalla Grecia, attraverso l’Albania, 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno proveniente dall’Azerbaijan e, così, diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea limitando le importazioni dalla Russia.

Con l’appoggio al Turkish Stream, facile è preventivare l’abbandono del sostegno alla TAP da parte del Governo Tsipras che, così facendo, metterebbe a serio repentaglio la realizzazione di un importante progetto della politica energetica della Commissione Europea ed incrementerebbe ulteriormente il peso della Russia nel mercato energetico europeo come attore quasi monopolista.

Anche l’Italia vicina al gasdotto di Mosca

Tuttavia, così come accaduto per il Southstream, difficilmente la Commissione Europea potrà arrivare ad approvare la realizzazione di un gasdotto, il Turkish Stream, che contrasta apertamente il Terzo Pacchetto Energetico, Legge UE che vieta il possesso congiunto dei gasdotti e del gas commercializzato da parte del medesimo gestore -che, nel caso del Turkish Stream, sarebbe Gazprom.

Ciò nonostante, sopratutto di recente, le lobby filorusse hanno iniziato a lavorare molto alacremente presso singoli Paesi UE per sostenere la realizzazione dei progetti energetici della Russia in Europa e, più in generale, l’abolizione delle sanzioni che Unione Europea e Stati Uniti d’America hanno applicato alla Russia in risposta all’aggressione militare all’Ucraina.

Paese particolarmente esposto, e vulnerabile, al pressing lobbistico della Russia è l’Italia, in cui forti sono gli interessi del colosso energetico nazionale ENI e della sua controllata Saipem con Gazprom proprio nel Turkish Stream.

Infatti, il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, assieme a Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Sinistra Ecologia Libertà e Fratelli D’Italia -ed anche i principali media del Paese, da Libero a La Repubblica- hanno invitato il Governo italiano a rivedere le sanzioni applicate alla Russia. 

Non è quindi peregrino ipotizzare che anche un altro personaggio apertamente filorusso come l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell’UE, Federica Mogherini, possa sostenere apertamente il Turkish Stream, anche facendo pressione all’interno della Commissione Europea affinché il gasdotto di Putin sia paradossalmente riconosciuto come infrastruttura di interesse strategico per l’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche energetiche

@MatteoCazzulani

Ucraina: la Svizzera aiuta Putin ad aggirare le sanzioni dell’UE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 5, 2014

Il settimanale francese Le Point presenta il ruolo strategico di Berna nella gestione dei conti bancari russi e della commercializzazione del gas di Mosca in Europa. Attraverso succursali registrate nella Confederazione Elvetica il monopolista statale russo del gas Gazprom può aggirare le misure restrittive approntate dall’Unione Europea in reazione all’aggressione militare della Russia all’Ucraina

Il Paese del cioccolato, degli orologi e del formaggio coi buchi, ma anche lo Stato delle banche e il salvagente del malaffare russo in Europa per fuggire alle sanzioni applicate dall’Unione Europea per reagire all’aggressione militare di Mosca all’Ucraina. Nella giornata di Domenica, 3 Agosto, la Svizzera, per voce del Ministro dell’Economia elvetico, Johann Schneider-Ammann, ha dichiarato di non intendere aderire alle sanzioni europee nei confronti della Russia, nonostante la Commissione Europea abbia apertamente invitato i Paesi terzi confinanti con l’UE ad unirsi all’iniziativa nei confronti del Cremlino.

Come riportato dal Ministro svizzero, Berna intende mantenere una posizione neutrale, anche e sopratutto tenuto conto dell’impatto che le sanzioni europee avranno nei confronti della Svizzera, la cui economia è strettamente collegata a quella UE.

Oltre alla tradizionale neutralità elvetica, a motivare la mancata partecipazione della Svizzera alla lista dei Paesi che hanno deciso di imporre sanzioni alla Russia vi è un’interesse più ampio, fatto di depositi bancari e traffici energetici.

Come riportato dall’autorevole settimanale francese Le Point, la Svizzera è infatti il rifugio di considerevoli capitali russi depositati in un paradiso fiscale in cui, non a caso, hanno scelto di abitare alcuni dei più potenti oligarchi della Federazione Russa, tra cui Gennady Timchenko: una delle personalità colpite dalle sanzioni dell’Occidente a Mosca stretto amico del Presidente russo, Vladimir Putin.

Oltre alle banche, sempre secondo Le Point, la Svizzera rappresenta un importante snodo per la commercializzazione del greggio e del grano russo: è proprio da Berna che, infatti, transita il 70% della benzina e il 60% della farina esportata da Mosca in Europa.

Tuttavia, le banche, il greggio e il grano -figurato e non- non sono le uniche fonti di ricchezza che tengono unite Svizzera e Russia, ma anche il gas ricopre un ruolo fondamentale nelle solide relazioni tra Berna e Mosca.

Come riportato da un’analisi effettuata dal Presidente dell’autorevole centro di studi di politica globale Strategia XXI, Mykhaylo Honchar, proprio in Svizzera è molto attivo il monopolista statale russo del gas Gazprom: la longa manus del Cremlino, che attraverso una sua società figlia, la Gazprom Schweiz AG, controlla la commercializzazione in Serbia, Austria e Italia del gas proveniente da Turkmenistan, Kazakhstan, Azerbaijan ed Uzbekistan.

Come rilevato da Honchar nell’analisi, ancora in via di pubblicazione, la Gazprom Schweiz AG gode di un mercato talmente fiorente da foraggiare il 53% delle entrate di bilancio della compagnia Gazpromeksport, deputata non solo alla commercializzazione del gas in Germania, ma anche, come riporta il suo statuto, ad attuare iniziative in favore della promozione della cultura russa sul piano culturale ed artistico.

La Gazpromeksport, così come la Gazprom Schweiz AG ed altre compagnie energetiche intermediarie afferenti sempre a Gazprom -e quindi al Cremlino- sono controllate sul piano finanziario dalla Gazprombank: la banca privata del monopolista statale del gas russo che, assieme alla Sberbank, alla VTB, alla Vnieshekonombank ed alla Rossielkhozbank, sono state inserite tra gli enti interessati dalle sanzioni UE.

Come conclude Honchar, grazie al passaggio in Svizzera, dove Gazprom possiede diverse sedi fisse, Putin riesce così a bypassare le sanzioni che l’Europa ha applicato per indebolire l’economia russa a partire proprio dall’energia: il settore di cui Mosca spesso si avvale per realizzare scopi di natura geopolitica a danno di Paesi terzi sovrani e indipendenti, come Ucraina, Moldova, Georgia, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Repubblica Ceca.

La lobby filorussa forte anche in Europa Occidentale e nei Balcani

Oltre al passaggio in Svizzera, a mettere a serio repentaglio la riuscita delle sanzioni UE è anche l’attività delle singole compagnie energetiche dei Paesi dell’Unione che mantengono forti interessi con Gazprom, e che quindi sono intenzionati a convincere i rispettivi Governi ad assumere una posizione morbida nei confronti di Mosca.

Non è infatti un caso se la compagnia tedesca Wintershall ha portato la Germania ad essere molto cauta al momento della discussione delle sanzioni alla Russia, così come in Italia è molto forte la posizione filorussa del colosso nazionale ENI e della compagnia Saipem: entrambe coinvolte nella realizzazione del Southstream.

Questo gasdotto, il Southstream, è concepito dalla Russia per bypassare l’Ucraina nel transito del gas russo in Europa, incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di oro blu di Mosca, e bloccare il progetto di diversificazione delle fonti di gas che la Commissione Europea ha di recente varato.

Per questa ragione, la Commissione Europea ha dichiarato contrarietà al Southstream, ma i singoli Paesi interessati dal gasdotto -Austria, Slovenia, Ungheria e Bulgaria- hanno dato pieno sostegno al gasdotto di Mosca.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ucraina: Putin lancia l’offensiva del gas in Europa Centrale

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 1, 2014

Dopo un incontro con il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, John Kerry, il Presidente russo ritira solo parzialmente l’esercito dai confini ucraini, ma riapre il discorso sullo status della Transnistria. Concessi crediti e sconti a Ungheria e Slovacchia per bloccare la strategia di diversificazione delle forniture di gas di Kyiv.

L’isolamento internazionale e le sanzioni volute dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, sono servite, ma il gas, e le lobby filorusse, hanno forse più successo in Europa della pressione diplomatica del Capo di Stato USA. Nella mattinata di lunedì, 31 Marzo, dopo circa quattro ore di colloquio a Parigi, il Segretario di Stato USA, John Kerry, inviato a discutere con il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, in merito alla questione ucraina, ha dichiarato che Washington consulterà sempre l’Ucraina in ogni passo delle trattative.

Kerry ha inoltre contestato la richiesta di federalizzazione dell’Ucraina che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha avanzato a Kyiv in cambio della normalizzazione delle relazioni. Secondo Kerry, la proposta è destinata a destabilizzare ulteriormente lo Stato ucraino in favore della Russia, ed ha rappresentato un interferimento di Mosca negli affari interni di un Paese sovrano ed indipendente.

Infine, il Segretario di Stato USA ha espresso preoccupazione per il rafforzamento della presenza militare russa ai confini dell’Ucraina, ed ha invitato Mosca a decrementare la tensione per evitare un’escalation del conflitto.

Pronta è stata la reazione di Putin, che, dopo poche ore, ha dato ordine di ritirare 10 Mila soldati dalla regione di Rostov: un segnale di timida apertura che, tuttavia, è stato ritenuto insufficiente dal Ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier.

Oltre alla finta ritirata militare, Putin ha avuto una conversazione telefonica con il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, con cui ha sollevato la questione della Trasnistria: territorio della Moldova occupato da truppe russe, per cui la Federazione Russa da tempo richiede il riconoscimento dell’autonomia da Chisinau.

Nella medesima giornata, Putin ha dato il via libera definitivo all’erogazione di un credito all’Ungheria per la realizzazione della centrale nucleare di Paks. La manovra è una mossa strategica per compattare il rapporto politico con il Premier ungherese, Victor Orban, che ha a più riprese dichiarato di non condividere le sanzioni poste dall’Unione Europea alla Russia per non rovinare il rapporto di collaborazione economica tra Budapest e Mosca.

Per Putin, l’Ungheria rappresenta anche una potenziale minaccia al controllo di Mosca sull’Ucraina, dal momento in cui è proprio tramite i gasdotti ungheresi che Kyiv ha previsto l’importazione di gas russo dalla Germania, venduto dalla compagnia tedesca RWE a minor prezzo rispetto a quello russo, per decrementare la dipendenza dalle forniture di oro blu di Mosca, che coprono il 90% circa del gravi sogno complessivo ucraino.

A testimoniare l’offensiva energetica di Putin in Europa Centrale è anche la concessione di uno sconto sul prezzo del gas che il monopolista statale russo Gazprom -la longa manus del Cremlino in ambito energetico- ha concesso alla compagnia slovacca SPP. La decisione prolunga nel tempo anche il contratto che obbliga la SPP a veicolare in Austria ed Italia il gas dalla Russia e, così, rende impossibile l’utilizzo inverso dei gasdotti slovacchi per rifornire l’Ucraina di oro blu non russo.

La Polonia sfrutta il suo shale, l’Italia guarda a quello dagli USA

Chi, invece, persegue strategie di diversificazione energetica è la Polonia che, sempre lunedì, 31 Marzo, ha dato il via allo sfruttamento preventivo di gas shale grazie alla firma di un Accordo tra la compagnia energetica nazionale polacca PGNiG e il colosso USA Chevron.

La firma dell’accordo, che riguarda lo sfruttamento dei giacimenti Tomaszow Lubelski, Wiszniow-Tarnoszyn, Zwierzyniec e Grabowiec, è in linea con la richiesta USA di sfruttare i giacimenti europei di shale per decrementare la dipendenza dall’importazione di energia dalla Russia, assieme all’importazione di gas non convenzionale che, su proposta di Obama, Washington è pronta a vendere all’UE.

Oltre alla Polonia, che secondo le stime EIA è il primo Paese per riserve di gas shale in UE, anche l’Italia ha cominciato a valutare la possibilità di decrementare la quantità di gas russo utilizzato a causa della crisi di Crimea.

Come riportato da Natural Gas Europe, l’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, ha espresso dubbi sulla realizzazione del Southstream -gasdotto concepito da un accordo politico tra Putin e il Governo Berlusconi per incrementare la quantità di gas russo esportato in UE- ed ha ventilato l’ipotesi di avvalersi di forniture alternative di gas per il prossimo inverno.

Proprio Scaroni, assieme all’ex-Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, ha già ritenuto necessaria la realizzazione di rigassificatori per importare, anche in Italia, shale liquefatto che gli USA sono disposti a vendere.

Matteo Cazzulani

CONTINUA L’EFFETTO PUTIN: OBAMA AVVIA IL CAMBIAMENTO DELLA GEOPOLITICA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 25, 2014

L’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America aumenta le esportazioni di oro blu per contrastare il predominio della Russia nel settore dell’energia mondiale dopo l’annessione militare della Crimea. La Polonia supporta la realizzazione di un’Unione Energetica che comprende anche l’Ucraina.

Un aiuto da Oltreoceano che sa tanto di nuovo Piano Marshall. Nella giornata di lunedì, 24 Marzo, l’Amministrazione del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha dato il via libera all’esportazione di 22,65 milioni di metri cubi di gas liquefatto dall’Oregon come primo passo per la messa a disposizione dei giacimenti USA di shale -oro blu estratto da rocce argillose poste a basa profondità- per decrementare la supremazia della Russia di Putin nel campo dell’energia.

La decisione, che è una delle sanzioni adottate contro l’annessione armata della Crimea -un fatto che ha violato accordi internazionali che garantivano l’inviolabilità dell’Ucraina in cambio della denuclearizzazione dell’esercito ucraino- segue le dichiarazioni rilasciate dal Segretario USA all’Energia, Ernest Moniz, che, come riportato dall’autorevole Bloomberg, ha evidenziato come l’Amministrazione Obama stia considerando l’aumento della vendita di LNG dalla Louisiana, da cui la compagnia Cheniere già esporta gas liquefatto in Gran Bretagna dal 2012.

Il Segretario Moniz ha recepito la necessità per gli USA di avvalersi degli enormi giacimenti di shale sul suo territorio per dare un aiuto concreto all’Europa a diminuire la dipendenza dalle importazioni di gas dalla Russia di Putin -che spesso si avvale delle risorse energetiche come mezzo di coercizione geopolitica a danno di Paesi terzi, anche appartenenti all’Unione Europea- e, per questo, ha evidenziato come l’Amministrazione Presidenziale di Obama stia implementando anche la realizzazione di nuovi rigassificatori entro il 2018 per incrementare l’esportazione di LNG.

Oltre agli USA, attività sul piano energetico è stata adottata anche dalla Polonia, il cui premier, Donald Tusk, ha dichiarato la necessità di implementare la realizzazione di un’Unione Energetica che comprenda non solo i Paesi dell’Unione Europea, ma anche l’Ucraina.

Come dichiarato da Tusk, il progetto serve per assicurare rifornimenti di gas russo dalla Germania all’Ucraina attraverso l’utilizzo inverso dei gasdotti di Polonia, Ungheria e Slovacchia, che, come dichiarato dal Premier Robert Fico, ha già dato il suo via libera per rifornire di oro blu il territorio ucraino.

Tusk ha anche dichiarato che l’Unione Energetica è un progetto necessario anche per veicolare gas importato da fonti diversificate tra tutti gli Stati membri UE per diminuire la quantità di carburante, e sopratutto la dipendenza, che alcuni Paesi dell’Unione, tra cui la Polonia e il resto dei Paesi dell’Europa Centrale, soffrono dalla Russia di Putin.

ENI avvia contatti con la Libia

Chi, forse, si è accorto della necessità di diversificare le forniture di gas dalla Russia sembra essere anche l’ENI, che, rappresentata dall’Amministratore Delegato Paolo Scaroni, sempre lunedì, 24 Marzo, ha avviato contatti con il Premier della Libia, Abdullah Al Thanay, come riportato dall’autorevole Reuters.

Il venir meno delle importazioni di gas dalla Libia dopo il mutamento politico a Tripoli del 2011 ha fatto si che la quota di gas russo importata dall’Italia salisse fino a quasi il 40%: una situazione che ha portato il nostro Paese ad essere fortemente dipendente dalle forniture di Mosca.

Ad aggravare la situazione di dipendenza dell’Italia dalla Russia è anche il progetto Southstream: gasdotto, frutto di un accordo tra Putin e Berlusconi, che veicolerebbe 63 Miliardi di metri cubi di gas dal territorio russo a quello italiano attraverso i Balcani e che, così, ci renderebbe ancor più dipendenti dalle risorse di oro blu del Cremlino.

Proprio per arginare questa situazione di emergenza, l’Italia ha approvato in Parlamento la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- infrastruttura, sostenuta dalla Commissione Europea, concepita per veicolare in Salento dalla Grecia attraverso l’Albania un minimo di 10 Miliardi di metri cubi di gas proveniente dall’Azerbaijan.

La TAP, che rende l’Italia l’hub nell’UE del gas azero, e così incrementa la posizione del nostro Paese in ambito europeo, è stata fortemente sostenuta dal Partito Democratico, che assieme a Nuovo Centro Destra, Forza Italia, Scelta Civica e Socialisti ha votato a favore del progetto, ed ha posto in minoranza l’opposizione di Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia e Sinistra-Ecologia-Libertà.

Matteo Cazzulani

LA COMMISSIONE EUROPEA RITIENE ILLEGALE IL SOUTHSTREAM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 5, 2013

Il Direttore dei Mercati Energetici UE, Klaus Dieter Borchardt, evidenzia come gli accordi bilaterali firmati tra la Russia ed alcuni Paesi UE per la realizzazione del Gasdotto Ortodosso non siano conformi al Terzo Pacchetto Energetico UE. L’infrastruttura russa, pianificata da Putin e Berlusconi, mette a serio repentaglio la sicurezza energetica europea.

Bulgaria, Serbia, Ungheria, Grecia, Slovenia Croazia ed Austria non rispettano la legge UE in tema di energia: l’Italia è avvertita. Nella giornata di mercoledì, 4 Dicembre, il Direttore dei Mercati Energetici della Commissione Europea, Klaus-Dieter Borchardt, ha dichiarato illegali i patti bilaterali tra la Russia ed alcuni Paesi dell’Unione Europea e della Comunità Energetica Europea per la realizzazione del Southstream.

Come riportato durante un’udienza pubblica presso il Parlamento Europeo, Borchardt ha dichiarato che la Russia ha infranto il Terzo Pacchetto Energetico UE: Legge che vieta il possesso dei gasdotti da parte dell’ente che già controlla il gas che da esso viene trasportato.

Nello specifico, l’esponente della Commissione Europea ha anche rilevato come il Southstream -posseduto dal monopolista russo statale del gas Gazprom, che realizza il gasdotto per incrementare le esportazioni in Europa del suo blu- non sia un progetto aperto alla compartecipazione di altre compagnie: de facto esso resta un’infrastruttura nelle mani di Mosca in pieno territorio UE.

Le ragioni per cui la Commissione Europea si è opposta al Southstream sono anche di carattere geopolitico, poiché l’infrastruttura -ribattezzata Gasdotto Ortodosso- è stato concepito appositamente dal Presidente russo Putin per incrementare la quantità di gas che la Russia esporta nei Paesi UE, con lo scopo di mantenere l’Europa fortemente dipendente dalle forniture di Mosca.

Il Southstream, pianificato nel 2009 con un accordo tra Gazprom e il colosso italiano ENI, fortemente voluto da Putin e Berlusconi, è progettato per veicolare 63 Miliardi di metri cubi di gas dalla Russia meridionale fino in Bulgaria, per poi continuare in Serbia, Ungheria, Slovenia, Italia ed Austria.

Se realizzato, il Southstream contrasta con il piano di diversificazione delle forniture di gas che la Commissione Europea ha approntato per garantire ai cittadini UE una bolletta del gas meno cara e, sopratutto, forniture sicure senza dipendere prevalentemente da una sola fonte, quella russa, come invece fatto finora.

Per complementare le importazioni di gas russo, la Commissione Europea ha varato la realizzazione di un alto numero di rigassificatori per importare LNG da Qatar, Norvegia, Egitto e shale liquefatto dagli Stati Uniti d’America, e la costruzione di alcuni gasdotti per veicolare oro blu naturale da Azerbaijan ed Israele.

I russi vanno avanti

La condanna della Commissione Europea è un vero e proprio monito per la Bulgaria, che, durante una cerimonia fastosa, ha avviato la realizzazione del Southstream sul suo territorio.

Il medesimo atteggiamento, la Commissione lo ha tenuto nei confronti della Serbia, che pur non appartenendo ancora all’UE, è Stato membro della Comunità Energetica Europea: una sorta di CEE del gas che comprende Paesi extra UE come Moldova ed Ucraina.

La posizione dell’UE ha messo in una situazione di difficoltà anche i Paesi che, in questi mesi, hanno firmato con la Russia accordi bilaterali per la realizzazione del Southstream, come Ungheria, Croazia, Slovenia ed Austria.

Quella sul Southstream non è la prima presa di posizione della Commissione Europea per difendersi dalla politica espansionistica di Putin per mezzo del gas. Nel Settembre 2012, Bruxelles ha aperto un’inchiesta su Gazprom per comportamento atniconcorrenziale nei mercati energetici di alcuni Paesi UE fortemente dipendenti dal gas della Russia, come Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Romania e Bulgaria.

Presente al discorso di Borchardt presso il Parlamento Europeo, il Vice Capo di Gazprom, Aleksander Medvedev, ha dichiarato l’intenzione di procedere con la realizzazione del Southstream, mentre il Vice Ministro dell’Energia russo, Anatoly Yankovsky, ha dichiarato che il gasdotto russo deve essere escluso dalla legislazione UE perché non interamente posto in territorio europeo.

L’Italia approva la TAP

Differente la posizione dell’Italia, che, sebbene sia stata tra i principali sponsor del Southstream durante l’era Berlusconi, non ha ancora formato alcun accordo bilaterale con la Russia per la realizzazione del Gasdotto Ortodosso in territorio italiano.

Al contrario, nella giornata di giovedì, 5 Dicembre, la Camera dei Deputati ha approvato il trattato internazionale per la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP: conduttura concepita per veicolare in Italia 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Azerbaijan attraverso Grecia ed Albania.

La TAP, con cui Enel ed Hera hanno già fissato accordi, è una delle infrastrutture concepite dalla Commissione Europea per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas e garantire ai Paesi coinvolti la sicurezza energetica nazionale: un piano UE a cui il Premier Letta e il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, hanno fortemente voluto tenere fede.

Matteo Cazzulani

LA LIBIA INTERROMPE ANCORA LE FORNITURE DI GAS ALL’ITALIA. IL PD DI RENZI DEVE SOSTENERE IL PROGRESSO INFRASTRUTTURALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 19, 2013

Interrotte le forniture di oro blu libico per l’instabilità politica nel Paese nordafricano, mente la Russia minaccia un nuovo stop del flusso di carburante. Il nostro Paese è ancora sull’orlo di una crisi energetica

L’instabilità energetica e la necessità di una proposta politica che non metta solo a posto i conti del Paese, ma che guardi alla sicurezza nazionale: il PD di Renzi ha una grande occasione. Nella giornata di Domenica, 17 Novembre, le forniture di gas all’Italia provenienti dalla Libia sono state interrotte a seguito di proteste presso il porto di Melillah.

Come riportato da una nota del colosso energetico libico NOC, l’attacco dei ribelli avrebbe danneggiato un supercompurer di categoria Petaflop che regola la concessione di permessi per lo sfruttamento di idrocarburi nel Paese.

Per l’Italia, l’interruzione delle formiture di gas dalla Libia -l’ennesima in poco tempo, dopo quella, avvenuta per le stesse motivazioni, del 30 Settembre- rappresenta un duro colpo alla sicurezza nazionale, poiché incrementa l’importazione di carburante da Russia ed Algeria.

Dalla Libia, secondo i dati della Camera di Commercio di Milano, l’Italia importa il 10% del fabbisogno energetico nazionale attraverso il gasdotto Greenstream: realizzato tra Melillah e Gela per veicolare 8 Miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Sempre secondo la Camera di Commercio di Milano, Russia ed Algeria ricoprono il 35% circa delle importazioni di gas dell’Italia e, in caso di interruzione delle forniture al nostro Paese, restano le uniche fonti di approvvigionamento da cui il Nostro Paese dipende fortemente, peraltro acquistando il carburante a prezzi molto alti.

Questa situazione -confermata dai dati del monopolista statale russo del gas Gazprom, che ha rilevato l’incremento della quantità di oro blu esportata in Italia negli ultimi anni, anche in seguito all’interruzione delle forniture dalla Libia- espone l’Italia ad alti costi per l’energia, e mette a repentaglio la sicurezza nazionale.

Lo scenario della Libia potrebbe però presto ripetersi anche da parte della Russia, che, di recente, per costringere l’Ucraina alla firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea -documento che integra l’economia ucraina nel mercato unico dell’UE- ha minacciato, come in passato, di interrompere le forniture di gas dirette in Europa.

Per smettere di pagare bollette troppo salate, e dipendere da soli due fonti di approvvigionamento che, molto spesso, si avvalgono dell’energia come strumento di pressione geopolitica -come il caso della Russia nei confronti dell’Ucraina- l’Italia dunque non ha che una sola soluzione: diversificare le forniture di gas.

Buono il lavoro del Premier Letta

In questo, bene ha fatto il Premier Letta a sostenere la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- progettato per veicolare in Italia 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dell’Azerbaijan dal confine tra Grecia e Turchia attraverso l’Albania, ma occorre fare di più.

Come ritenuto dal Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, e dall’Ammimistratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, l’Italia deve cogliere l’opportunità dello shale dagli Stati Uniti per importare nel nostro Paese gas a basso costo.

Con l’avvio dello sfruttamento dello shale -gas estratto da rocce argillose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di sfruttamento orizzontale e verticale- gli USA hanno incrementato espomenzialmente la produzione interna di energia, ed hanno avviato l’esportazione di oro blu a basso prezzo, sopratutto a India e Gran Bretagna.

L’Italia, che non possiede giacimenti di shale sul proprio territorio, non può dunque lasciarsi perdere l’occasione di diversificare le forniture di gas con l’importazione di oro blu non convenzionale a basso costo dagli USA.

Per farlo, come hanno sottolineato sia Zanonato che Scaroni, occorre però la realizzazione di rigassificatori: un progetto abbandonato in passato e tutt’oggi osteggiato da frange pseudo-ambientaliste afferenti all’estrema sinistra e a da esponenti politici di forze di sinistra più moderate, come il Governatore della Puglia, Nichi Vendola.

La necessità di infrastrutture per abbattere il costo dell’energia

È in questo panorama politico che il PD, sopratutto con la nuova segreteria Renzi, può trovare la propria ricetta di politica energetica, e, finalmente, iniziare a parlare in Italia di un tema, come il gas, finora trascurato dal dibattito politico.

Da un lato, il PD deve osteggiare con fermezza la politica energetica personalistica che, negli ultimi anni, ha portato l’Italia ad incrementare vertiginosamente la dipendenza dalla Russia grazie si rapporti di amicizia personale tra l’ex-Premier italiano Berlusconi e il Presidente russo Putin.

Dall’altro, il PD di Renzi deve farsi sostenitore del rilancio infrastrutturale del Paese, e sostenere la costruzione dei rigassificatori necessari per diversificare le fonti di approvvigionamento di gas per garantire la sicurezza nazionale dell’Italia e diminuire il costo dell’energia per industrie e privati.

Il centrosinistra a guida PD -una forza partitica a vocazione maggioritaria che ambisce senza paura al sostegno dei delusi di centrodestra- deve portare l’Italia a divenire un Paese più maturo, che non conduce le trattative energetiche in maniera personalistica, e che non teme le proteste di chi, spesso in maniera ingiustificata, è contro ogni forma di progresso ideologico ed infrastrutturale.

Matteo Cazzulani

LA TYMOSHENKO ACCETTA CURE MEDICHE IN GERMANIA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 5, 2013

Gli inviati speciali del Parlamento Europeo, Pat Cox ed Aleksander Kwasniewski, hanno chiesto al Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, il trasferimento urgente della Leader dell’Opposizione Democratica ucraina per ragioni umanitarie. Forse vicino lo sblocco dell’impasse sull’Accordo di Associazione UE-Ucraina

Non sarà del tutto libera, ma almeno potrà curarsi in strutture mediche dignitose, secondo gli standard occidentali. Nella giornata di venerdì, 4 Ottobre, la Leader dell’Opposizione ucraina, Yulia Tymoshenko, ha accettato il trasferimento dalla colonia penale di Kharkiv in Germania per ricevere cure mediche urgenti.

Come riportato dall’Avvocato della Leader del dissenso ucraino, Serhiy Vlasenko, la richiesta di trasferimento per ragioni umanitarie e sanitarie è stata inoltrata al Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, dagli inviati speciali del Parlamento Europeo, l’ex-Premier irlandese Pat Cox e l’ex-Presidente polacco Aleksander Kwasniewski.

Come dichiarato con una lettera presentata da Vlasenko ai media, la Tymoshenko, ex-Premier dei Governi filo-occidentali e democratici costituiti dal 2004, dopo la pacifica Rivoluzione Arancione, ha accettato le cure in Germania solo per agevolare la firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina.

La firma di questo documento, che integra Kyiv nel mercato unico europeo, è stata congelata dalla Commissione Europea per via del mancato rispetto dei Diritti Umani da parte delle Autorità ucraine.

La Tymoshenko è stata condannata a 7 Anni di reclusione dopo un processo politico per la firma di accordi sconvenienti per il gas con la Russia nel 2011, e da allora è detenuta in condizioni disumane in una colonia penale periferica.

Come ritenuto dalla Comunità Internazionale, la Tymoshenko è una delle dieci vittime di prosecuzione selettiva da parte dell’Amministrazione del Presidente Yanukovych.

Con una risoluzione ad hoc, la Corte Europea per i Diritti Umani lo scorso Aprile ha ritenuto la Tymoshenko prigioniera politica, ed ha richiesto a Yanukovych l’immediata sua scarcerazione.

Le contromosse del Presidente ucraino

Da parte sua, il Capo di Stato non ha dato alcun segnale in merito all’accettazione della proposta UE, ma ha sollevato dalla carica di Viceprocuratore Generale il principale accusatore della Tymoshenko, Renat Kuzmin.

Il nuovo Vicecapo del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale è stato colui che ha sollevato nei confronti della Tymoshenko l’accusa di omicidio del Deputato Shcherban.

Da questo fatto, che è avvenuto nel 1996, in realtà a giovare è stato il Presidente Yanukovych, che, ora, ha tutto l’interesse a far ricadere sulla già condannata Leader dell’Opposizione la responsabilità per una pagina oscura del suo passato.

Oltre che col dimissionamento di Kuzmin, Yanukovych ha anche lanciato segnali all’Unione Europea e all’Occidente tramite l’implementazione dello sfruttamento dello shale, grazie al quale l’Ucraina, che secondo le stime EIA possiede una capienza di 128 Trilioni di Piedi Cubi di gas non convenzionale, mira a rafforzare la propria indipendenza energetica.

Lo scorso Gennaio, la compagnia olandese Shell ha firmato un contratto di 10 Miliardi di Dollari per la ricerca dello shale in Ucraina, mentre, sempre venerdì, 4 Ottobre, il colosso statunitense Chevron ha ottenuto l’imprimatur per lo sfruttamento di gas non convenzionale in Galizia, nella parte occidentale del Paese.

Coinvolta nello shale ucraino è anche il colosso italiano ENI, che ha raggiunto un accordo per l’avvio dello sfruttamento di gas non convenzionale in Volinia.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE EUROPEA MULTERÀ GAZPROM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 4, 2013

La Commissione Europea vicina a multare il monopolista statale russo del gas per condotta anticoncorrenziale nel libero mercato UE. I contratti con Europa Centro-Orientale ed Occidentale nel mirino dell’Ente anti-trust europeo

In Unione Europea non si scherza: il libero mercato è un principio da rispettare. Nella giornata di giovedì, 3 Ottobre, la Commissione Europea ha dichiarato l’avvio della preparazione di una multa nei confronti del monopolista russo del gas Gazprom, accusato di condotta anticoncorrenziale nel mercato UE.

Come riportato dalla Reuters, la Commissione Europea ha terminato un’inchiesta durata un anno, con cui è stato certificato che Gazprom ha importo prezzi ingiusti, collegando il tariffario per il gas a quello mondiale del greggio, ai Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

L’inchiesta ha però riguardato l’attività di Gazprom non solo nei Paesi che dipendono per più del 75% dal gas della Russia -come Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Bulgaria- ma anche presso i grandi colossi energetici dell’Europa Occidentale.

Come rilevato dalla Commissione Europea, il monopolista russo del gas ha imposto alla compagnia austriaca OMV e al colosso italiano ENI il divieto di riesportare in altri mercati il gas russo importato da Gazprom.

Da parte russa, nessuna reazione alla notizia della possibile multa, ma c’è chi in Europa è pronto a scommettere che, alla fine, Gazprom, che rifornisce un quarto del gas utilizzato in Europa, sarà pronto a fare concessioni pur di mantenere la posizione di monopolio in buona parte dell’UE.

La politica dei gasdotti di Mosca in UE

Da risolvere è però il nodo del gasdotto Southstream, che Gazprom ha progettato dalle coste meridionali russe fino in Austria attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia ed Italia per incrementare sensibilmente la quantità di gas esportata in UE.

Lecito ricordare che la Russia si avvale dell’arma energetica per realizzare scopi di natura geopolitica, come la disgregazione dell’UE, in una logica di divide et impera del Vecchio Continente che, secondo i piani del Presidente russo, Vladimir Putin, deve portare Mosca a ricoprire un ruolo predominante nella geopolitica globale.

La Commissione Europea ha dichiarato contrarietà alla realizzazione di un gasdotto che mette a serio repentaglio la diversificazione delle forniture di gas UE.

Tuttavia, sono forti gli interessi, sopratutto di colossi energetici europei occidentali come l’ENI, la compagnia tedesca Wintershall e la francese EDF, nel realizzare l’infrastruttura.

Matteo Cazzulani