LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Orban ci ripensa su Ucraina, Russia ed Europa

Posted in Ungheria by matteocazzulani on November 16, 2015

Il Premier ungherese dichiara che l’inviolabilità dei confini ucraini è condizione fondamentale per la sicurezza di Budapest. Parole di elogio anche nei confronti dell’Unione Europea dopo le recenti frizioni.



Varsavia – I confini dell’Ucraina devono rimanere inviolati e l’Unione Europea deve essere rafforzata per creare un’entità statale in grado di valorizzare e sviluppare i suoi Paesi membri. Questa è la nuova posizione del Premier ungherese, Viktor Orban, che nella giornata di martedì, 10 Novembre, sulle colonne del portale Portfolio.hu ha dichiarato il sostegno dell’Ungheria all’indipendenza e all’integrità territoriale ucraina.

Nello specifico, Orban ha evidenziato che la destabilizzazione dell’Ucraina non rientra nell’interesse nazionale ungherese, così come la presenza di un confine condiviso con la Russia, che il Premier dell’Ungheria ha definito essere “indesiderato” da Budapest.

La presa di posizione di Orban, che pur avendo dichiarato la sua volontà di mantenere un rapporto di stretta collaborazione con la Russia ha sottolineato che l’Ungheria si batterà per l’integrità territoriale ucraina, rappresenta un vero e proprio cambio di campo, dal momento in cui il Premier ungherese è stato tra i leader europei che non hanno mai condannato né l’annessione armata della Crimea a parte di Mosca, né l’occupazione militare russa del Donbas.

Inoltre, nel corso di diversi eventi pubblici, Orban si è presentato come paladino dei diritti della minoranza magiara in Ucraina che, secondo il suo punto di vista, sarebbero calpestati dal nuovo Governo di Kyiv: un’argomentazione che lede con la realtà dei fatti, ma che risulta pienamente in linea con la retorica anti-ucraina del Presidente della Russia, Vladimir Putin.

La svolta “pro-Ucraina” di Orban -che molto probabilmente resterà una mera dichiarazione senza alcuna attuazione pratica- non è che l’ultimo valzer geopolitico del Premier ungherese, che è già passato dal fronte Occidentale a quello russo nel corso degli ultimi anni.

Nel 2011, Orban ha fortemente sostenuto la realizzazione del Southstream, gasdotto concepito dalla Russia per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo in piena violazione delle leggi europee in materia di libera concorrenza. Pochi anni prima, Orban era uno dei più accesi sostenitori del Nabucco, infrastruttura concepita dalla Commissione Europea per diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea veicolando gas direttamente dall’Azerbaijan.

Nel 2014, di pari passo con il Southstream, Orban ha consentito a Putin investimenti per 10 miliardi di Euro finalizzati all’ampliamento della centrale nucleare di Paks, l’unica dell’Ungheria, una decisione che ha de facto incrementato il controllo della Russia sul settore energetico ungherese. 

Nel 1999, Orban, alla sua prima esperienza da Premier, ha condotto convintamente l’Ungheria nella NATO per salvaguardare l’appartenenza dell’Ungheria nella comunità occidentale, memore del periodo in cui Budapest è stata ripetutamente soggiogata dalla Russia sovietica.

Nel suo cambio di posizione geopolitica, Orban ha fatto anche riferimento all’Unione Europea, ribadendo che la convinta adesione all’UE dell’Ungheria ha consentito a Budapest di essere oggi un’altra Ucraina. 

Le parole di lode di Orban nei confronti dell’UE vanno però in disaccordo con quanto il Premier ungherese ha dichiarato sull’Unione Europea nel Febbraio 2015, dipingendo in negativo il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per via delle sue posizioni di forte critica nei confronti della Russia.

L’Ungheria lentamente torna a casa

Proprio la figura di Tusk, Premier della Polonia per otto anni, è centrale nel comprendere il perché della svolta filorussa di Orban, che in occasione di diversi vertici europei si è presentato come il leader di uno schieramento “russofilo” interno all’UE composto da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

Infatti, con la decisione dei Governi Tusk di porre la collaborazione con la Germania come priorità della politica estera polacca, la Polonia ha de facto privato l’Europa Centro Orientale del suo leader naturale, lasciando che Orban e i leader politici di Repubblica Ceca e Slovacchia si lasciassero tentare dalle sirene di Putin, abile a offrire vantaggi energetici ed economici in cambio della fedeltà politica alla linea di Mosca.

A cambiare la situazione è stata l’elezione a Presidente di Andrzej Duda, che ha riportato Varsavia ad essere il Paese leader dell’Europa Centro Orientale, avviando un lento ma deciso riavvicinamento di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia ad un impegno all’interno di una coalizione regionale con Polonia e Paesi Baltici per difendere gli interessi della regione all’interno dell’Unione Europea e della NATO. 

Come dimostrato dal recente Minivertice NATO di Bucarest, Polonia, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Lituania, Lettonia ed Estonia hanno infatti dichiarato la volontà di rafforzare le strutture difensive dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro Orientale per tutelare la sicurezza della regione dall’aggressione militare russa.

Matteo Cazzulani 

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Poroshenko giura: l’Ucraina ha un nuovo Presidente -Sintesi del discorso

Posted in Ukraina by matteocazzulani on June 8, 2014

Il nuovo Presidente ucraino promette Pace, sicurezza, unità con la firma di un nuovo Memorandum internazionale a garanzia dell’integrità territoriale ucraina, il rafforzamento dell’esercito, e una moderata autonomia al Donbas e alle altre Regioni orientali invase dalla Russia. Promesso anche un impegno su Lavoro, lotta alla corruzione e integrazione europea

Pace, sicurezza e unita, ma anche Lavoro, sviluppo ed Europa sono le parole chiave con cui il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, nella giornata di sabato, 7 Giugno, durante il discorso di insediamento, ha restituito fiducia ad un Paese costretto al collasso economico e alla difesa da un’aggressione militare ai suoi confini da parte della Russia di Putin.

Per ottenere la Pace, il nuovo Presidente ucraino ha promesso innanzitutto la garanzia dell’integrità territoriale ucraina mediante la firma di un nuovo Memorandum di Budapest, che rimpiazzi il documento con cui, nel 1994, la Russia, in cambio della rinuncia al possesso di armi nucleari da parte di Kyiv, si era impegnata a non invadere mai l’Ucraina.

“Per garantire la Pace è anche necessario riattivare il dialogo con la Russia -ha dichiarato Poroshenko- un dialogo aperto e franco, nel quale sia fin da subito chiaro che la Crimea è ucraina e rimarrà sempre ucraina. Per la Russia, e per qualsiasi altra nazione, deve essere chiaro che chi di spada ferisce di spada perisce” ha poi continuato Poroshenko.

Oltre alla Crimea, importanza è stata concessa ai cittadini del Donbas e delle altre regioni orientali ucraine, a cui Poroshenko, parlando in russo, ha garantito investimenti nella regione, più posto di lavoro grazie ad investimenti europei, maggiore autonomia politica con l’indizione di elezioni locali anticipate ed incentivo dell’utilizzo della lingua russa.

Per garantire la sicurezza, Poroshenko intende rafforzare l’esercito ucraino, di cui, per Legge, è il Comandante Supremo. Nello specifico, il Presidente ucraino ha promesso una re-industrializzazione dell’industria bellica mediante detrazioni fiscali e, sopratutto, la lotta alla corruzione interna ai corpi militari.

Per garantire l’unità della nazione, Poroshenko si è detto favorevole al rafforzamento di forme di autonomia locali, pur senza arrivare ad una federalizzazione dell’Ucraina: un progetto fomentato da Putin per indebolire ulteriormente la già fragile Kyiv.

“La garanzia di un posto di Lavoro è il primo compito che ha lo stato per garantire sicurezza e unita della nazione -ha dichiarato Poroshenko passando al tema del lavoro- Avrò alta considerazione del ruolo delle imprese per creare occupazione. Nel contempo -ha continuato il Presidente ucraino- adotterò tutti i mezzi necessari per contrastare la corruzione”.

Importanza è stata poi concessa alla questione dell’Europa, per la quale il nuovo Presidente ucraino ha promesso in tempi brevi la firma della parte economica dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento, che prevede la creazione di una Zona di Libero scambio con l’Unione Europea, che allinea l’economia ucraina agli standard economici dell’Europa.

Inoltre, Poroshenko ha dichiarato la volontà di realizzare a breve anche l’abbattimento del regime dei visti con l’UE: una manovra necessaria affinché gli ucraini abbiano la possibilità di viaggiare e di conoscere lo stile di vita europeo, così da contribuire allo sviluppo del proprio Paese.

L’Occidente esprime sostegno

Soddisfazione è stata espressa dagli invitati all’inaugurazione del Presidente Poroshenko.

Il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha sottolineato come con l’elezione di Poroshenko si possa arrivare a breve alla Pace.

“L’America è con Poroshenko -ha dichiarato Biden- ora, sta a Putin rispettare il Presidente ucraino e riconoscerne la legittima elezione”.

Differente, sull’argomento, è stata la reazione del Presidente della Polonia, Bronislaw Komorowski, che si è detto turbato per le continue preoccupazioni in merito al mancato riconoscimento da parte di Putin del nuovo presidente ucraino.

“Tutti si domandano se Putin riconoscerà Poroshenko -ha dichiarato Komorowski- ma nessuno ha mai chiesto al Presidente russo di riconoscere l’elezione di Obama in America”.

Komorowski ha poi apprezzato l’impostazione europea del discorso di Poroshenko, ed ha rinnovato l’appoggio della Polonia all’avvicinamento dell’Ucraina all’Europa.

Apprezzamenti sono stati espressi anche dall’Inviato Speciale in Ucraina del Parlamento Europeo, l’ex-Presidente polacco, Aleksander Kwasniewski.

L’inviato speciale del Parlamento Europeo ha sottolineato come un nuovo Memorandum di Budapest sia necessario per garantire la stabilità territoriale di un Paese, l’Ucraina, fondamentale per la garanzia della sicurezza nazionale dell’Europa tutta.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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La Polonia aiuta l’Ucraina a diversificare le forniture di gas dalla Russia, mentre Slovacchia ed Ungheria nicchiano

Posted in Guerra del gas, Ukraina by matteocazzulani on April 17, 2014

La compagnia energetica tedesca RWE inizia le esportazioni di carburante russo attraverso i gasdotti polacchi, mentre Kyiv è ancora in trattativa per avvalersi delle infrastrutture slovacche ed ungheresi. La Romania interessata a dare priorità alla Moldova.

A fluire in Ucraina sarà sempre gas russo, ma questa volta importato da ovest a prezzi meno cari sia sul piano economico che politico. Nella giornata di mercoledì, 16 Aprile, la compagnia tedesca RWE ha avviato l’esportazione di gas russo in Ucraina attraverso l’uso inverso dei gasdotti della Polonia in seguito ad un accordo stretto tra la compagnia polacca Gaz-System e quella ucraina Ukrtranshaz.

L’accordo tra le due compagnie che si occupano della gestione dei gasdotti nazionali nei rispettivi Paesi prevede nello specifico l’importazione in Ucraina all’anno di 1,5 Miliardi di metri cubi di gas che la RWE acquista dalla Russia tramite il Nordstream.

Questo gasdotto è stato realizzato da Mosca nel 2012 per incrementare la dipendenza dell’Europa dal gas russo veicolando 55 miliardi di metri cubi all’anno di oro blu dal territorio russo a quello tedesco, e per dividere al suo interno l’Unione Europea bypassando i Paesi dell’Europa Centro-Orientale -Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania: tutti membri UE.

Oltre alla Polonia, a rifornire di gas l’Ucraina potrebbe essere anche la Slovacchia, su cui però permangono punti aperti nelle trattative legati all’utilizzo inverso dei gasdotti slovacchi.

Da un lato, la parte ucraina vorrebbe avvalersi di quattro infrastrutture energetiche che transitano per la località di Nove Kapusany, capaci di veicolare a Kyiv 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, mentre, dall’altro, la parte slovacca ha proposto l’utilizzo del gasdotto utilizzato per la centrale elettrica di Vojany, che, tuttavia, ha una capacità massima di solo 7 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno.

Il tentennamento della Slovacchia è legato al timore della compagnia Eustream -il più importante gestore del transito del gas russo in Europa- di infrangere clausole contrattuali con il monopolista russo del gas Gazprom: la longa manus del Cremlino in campo energetico che, proprio tramite la Slovacchia, esporta ancora la maggior parte del suo carburante destinato agli acquirenti dell’Europa Occidentale.

Altro Paese UE coinvolto nel progetto di diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è l’Ungheria, che, tuttavia, ha promesso a Kyiv il transito in senso inverso del gas russo in territorio ucraino di solo 3 Miliardi di metri cubi di oro blu all’anno.

Così come in Slovacchia, l’impasse in Ungheria è dettata dalla pressione politica della Russia, che intrattiene rapporti molto stretti sul piano politico con il Premier ungherese Viktor Orban e che, proprio grazie ad un accordo tra il neo-riconfermato Capo del Governo magiaro e il Presidente russo, Vladimir Putin, finanzia con un credito molto oneroso la realizzazione di una centrale nucleare a Paks.

Altro Paese dell’Europa Centrale che potrebbe dare un forte contributo alla diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è la Romania, che tuttavia preferisce avvalersi delle esportazioni del gas da lei prodotto per decrementare la dipendenza dalle importazioni di oro blu russo della Moldova: Paese a cui è maggiormente legata per ragioni storiche, culturali ed economiche.

L’Europa unita può ricomparire un ruolo fondamentale

La diversificazione delle forniture di gas per l’Ucraina è fondamentale per garantire a Kyiv di diminuire la dipendenza dal gas russo, di cui Mosca si avvale come mezzo di coercizione geopolitica per imporre la propria influenza su Stati terzi indipendenti e sovrani, anche membri UE, come Ucraina e Paesi Baltici.

Tuttavia, l’importazione di gas russo da ovest potrebbe non bastare per l’Ucraina, in quanto la somma delle quantità di carburante promesse da Polonia, Slovacchia ed Ungheria sono ben lontane dai 30 Miliardi di metri cubi all’anno di cui Kyiv necessita per soddisfare il proprio fabbisogno.

Per questo, è necessario da un lato che a prendere le redini della situazione sia l’Europa, con l’integrazione immediata dell’Ucraina nel costituendo mercato unico UE dell’Energia, che va realizzato a breve per mettere in comunicazione i gasdotti di tutto il continente e garantire così ai Paesi membri forniture diversificate in grado di non lasciare a secco nessuno Stato dell’UE.

Dall’altro, è necessaria per l’Ucraina la realizzazione di un rigassificatore per importare gas liquefatto da Qatar, Egitto, Norvegia e Stati Uniti d’America, che già si sono detti interessati ad avviare esportazioni di LNG a prezzi bassi per aiutare l’Europa a decrementare la dipendenza energetica e politica dalla Russia di Putin.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: LA NATO SI PREPARA A PROTEGGERE L’EUROPA DA PUTIN

Posted in Ukraina by matteocazzulani on March 15, 2014

Dopo l’occupazione della Crimea da parte di 60 Mila uomini dell’esercito russo, e le esercitazioni militari di Mosca a Kaliningrad, l’Alleanza Atlantica disloca 15 aerei militari dalla base militare di Aviano a quella di Lask, in Polonia, ed invia sette velivoli in Lituania. Anche la flotta militare statunitense nel Mar Nero allertata in caso di escalation della situazione in Ucraina

Se la Russia non rispetta la diplomazia e rafforza la sua presenza militare in Ucraina, allora tutta l’Europa è in serio pericolo. Questa è la ragione che, nella giornata di venerdì, 14 Marzo, ha portato la NATO ad incrementare la difesa dei confini orientali dell’Unione Europea.

Come riportato da diversi media polacchi, l’Alleanza Atlantica ha provveduto a trasferire sei F-16 Falcon dalla base militare italiana di Aviano a quella polacca di Lask, nei pressi di Lodz, dove già stazionano 10 agenti dell’aviazione degli Stati Uniti d’America, mentre altri 6 aerei militari con 150 uomini, più un altro stormo di tre C-130 con un centinaio di soldati, sono attesi in Polonia a partire dalla prossima settimana.

I velivoli coinvolti nell’operazione, che hanno a lungo stazionato in Corea del Sud, ed hanno preso parte alle operazioni di pace in Irak, nei Balcani ed in Afganistan, saranno presto accompagnati anche da sei F-15C Eagle e da un aereo di categoria KC-135, che la NATO ha dato mandato di trasferire in Lituania sempre nei prossimi giorni.

Secondo la versione ufficiale, i mezzi fanno parte di esercitazioni di routine da tempo pianificate, come il pattugliamento del Mar Baltico, ma non è da sottovalutare la coincidenza con le recenti richieste inviate alla NATO da parte di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Romania per rafforzare le strutture difensive nazionali, come previsto dall’Articolo 4 dell’Alleanza Atlantica -che prevede l’obbligo per la NATO di rafforzare la difesa militare dei Paesi membri in caso di presunta minaccia.

A motivare la domanda di intervento all’Alleanza Atlantica dei cinque Paesi UE è stata l’occupazione della Crimea -Repubblica dello Stato ucraino che gode un’ampia autonomia politica e linguistica- da parte di un contingente di 60 Mila uomini dell’esercito russo.

A questo fatto -una vera e propria dimostrazione di forza del Presidente russo Putin nei confronti dell’Occidente che ha portato Mosca a violare accordi internazionali che garantiscono l’integrità territoriale dell’Ucraina- sono seguite esercitazioni di sbarchi effettuate dalle forze armate della Federazione Russa nell’enclave di Kaliningrad, tra la Lituania e la Polonia.

Le esercitazioni dei russi a Kaliningrad e il rafforzamento della presenza militare di Mosca in Crimea hanno portato non solo i Paesi dell’Europa centrale a lanciare l’allarme, ma hanno anche mosso gli Stati Uniti d’America a dislocare oggetti militari navali al largo delle coste ucraine per garantire, in caso di aggressione armata della Russia all’Ucraina, un’adeguata difesa militare ai Paesi UE che confinano con Kyiv.

Come riportato da fonti attendibili, nella giornata di sabato, 15 Marzo, l’incrociatore George Bush, che ospita un contingente di 6 Mila soldati, 90 aerei militari e un elicottero, ha ricevuto l’ordine di permanere nell’est del Mar Nero, dove si trova per esercitazioni da tempo programmate.

In aggiunta, anche altre navi USA sono state interessate di recente da spostamenti urgenti: i cacciatorpedinieri Truxtun e Philippine Sea sono stati dislocati rispettivamente nel porto di Costanza, in Romania, e in quello di Aksas, in Turchia, mentre il cacciatorpediniere Roosevelt è arrivato a Spalato, in Croazia, ed è pronto per salpare per il Mar Nero.

Donetsk e Kharkiv nel mirino di Mosca dopo la Crimea

A dare forza al dispiegamento di forze NATO per ragioni difensive sono le parole pronunciate dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, che, venerdì, 14 Marzo, ha dichiarato che l’annessione forzata della Crimea da parte della Federazione Russa, su cui il Parlamento della Repubblica Autonoma ucraina si è espresso sotto il controllo dell’esercito di Mosca, è una violazione degli accordi internazionali.

Nello specifico, Rasmussen ha evidenziato come la NATO riterrà illegittimo il risultato del referendum che i Parlamentari della Crimea, sempre su incentivo armato dell’esercito russo, hanno organizzato per dare una mascherata legittimazione popolare alla secessione da Kyiv della penisola ucraina.

Oltre alla Crimea, a preoccupare la NATO sono state anche le mire espansionistiche che Putin ha dimostrato di serbare nei confronti di altre regioni dell’Ucraina, come quelle di Donetsk e di Kharkiv, dove, tra giovedì 13 e venerdì 14 Marzo, huligan russi arrivati dalla Russia hanno provocato scontri, con tanto di morti e feriti, durante le pacifiche manifestazioni organizzate nelle due città più importanti dell’est dell’Ucraina contro l’occupazione russa della Crimea.

Lecito ricordare che, oltre alla NATO, anche Commissione Europea, Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, Consiglio d’Europa, Congresso USA ed ONU hanno condannato le azioni militari della Russia in Crimea come una violazione degli accordi internazionali firmati a garanzia dell’inviolabilità della sovranità territoriale di Stati autonomi ed indipendenti come l’Ucraina.

Nello specifico, la Comunità Internazionale ha contestato a Putin l’infrazione dell’Accordo di Budapest del 1994, con cui l’Ucraina, in cambio della cessione del suo intero arsenale bellico nucleare, ha ottenuto il rispetto della sua sovranità territoriale da parte di Russia, USA e Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani

UNGHERIA: PER ORBAN UNA VITTORIA ANNUNCIATA

Posted in Ungheria by matteocazzulani on February 16, 2014

Il Partito conservatore-moderato Fidesz del Premier ungherese potrebbe confermarsi forza di maggioranza assoluta nel Parlamento magiaro anche senza bisogno di una Colazione di Governo con il Partito Cristiano Democratico Popolare. La sinistra divisa ed indebolita dal buon risultato del partito nazionalista Jobbit

Per il Premier ungherese, Viktor Orban, è cronaca di una vittoria annunciata che non lascia spazio a speranze per un’Opposizione debole e divisa. Nella giornata di sabato, 15 Febbraio, è iniziata ufficialmente la Campagna Elettorale per le Elezioni Parlamentari ungheresi, nelle quali, secondo tutti i sondaggi, il Partito conservatore-moderato Fidesz del Premier Orban dovrebbe mantenere saldamente il Governo del Paese, e rischierebbe persino di non avere bisogno di una colazione con il Partito Cristiano Democratico Popolare -KDNP- per avere la maggioranza assoluta in Parlamento.

Nello specifico, le stime sulle intenzioni di voto danno Fidesz avanti di ben 20 punti percentuali sul principale partito di opposizione, il Partito Socialista Ungherese -MSzP- e sul movimento elettorale di centro-sinistra Insieme 2014, mentre il Partito nazionalista Jobbit otterrebbe, sempre secondo i sondaggi, ben 12 seggi: un risultato che frammenterebbe la minoranza e renderebbe ancora più forte la coalizione conservatrice-moderata oggi al Governo.

A motivare la vittoria annunciata di Orban, che ha fatto approvare a colpi di maggioranza riforme della Corte Costituzionale, della stessa Costituzione e della Banca Centrale ungherese in una maniera descritta dall’opposizione come autoritaria, è la campagna elettorale che Fidesz ha deciso di incentrare su proposte di carattere economico a conferma dei buoni risultati ottenuti finora dalla coalizione di governo.

In particolare, Orban, che secondo altre stime è tra i primi politici più apprezzati del Paese insieme al Presidente della Repubblica, Janos Ader, e al Parlamentare Antal Rogan -entrambi di Fidesz- promette di diminuire la disoccupazione, di aumentare il PIL del Paese, e di abbassare il costo dell’energia, sopratutto del gas.

A rendere possibile questa proposta è la politica energetica unilaterale che Orban ha avviato con il Presidente della Russia, Vladimir Putin, con cui ha concordato la realizzazione in Ungheria del Southstream: gasdotto, concepito da Mosca per aumentare la dipendenza dell’Europa dalle forniture di gas russo, contestato dalla Commissione Europea, che ha aperto sul monopolista statale russo del gas Gazprom un’inchiesta per atteggiamento anti concorrenziale nei mercati energetici dell’Unione Europea.

Orban e Putin hanno anche concordato la realizzazione della centrale nucleare di Paks grazie all’erogazione di un ingente credito da parte della Russia: una decisione che lega Budapest a Mosca, e pone a serio repentaglio l’indipendenza dell’economia ungherese dalle ingerenze russe.

Dal canto suo, il MSzP contesta la politica energetica di Orban come incoerente e pericolosa, e critica Fidesz per essersi avvalsa della maggioranza assoluta in Parlamento per approvare provvedimenti di riforma istituzionale del Paese senza tenere conto del parere dell’Opposizione, come, invece, dovrebbe avvenire secondo le pratiche della democrazia.

In UE probabile anche una vittoria degli euroscettici

Secondo le stime, il medesimo risultato delle Elezioni Parlamentari ungheresi dovrebbe ripetersi anche nelle Elezioni Europee, dove le frequenti polemiche del Premier Orban alla Commissione Europea, ed i forti accenti euroscettici dei nazionalisti di Jobbit, rischiano di portare in Ungheria all’elezione di un alto numero di Parlamentari anti-europei.

Tale scenario rischia di frenare il necessario processo di rafforzamento politico delle istituzioni UE, come la concessione al Parlamento Europeo di poteri appieno legislativi.

Matteo Cazzulani

OLANDA E UNGHERIA DANNO UNA MANO A PUTIN PER DISGREGARE L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 21, 2014

Il Premier olandese Mark Rutte decrementa la quantità di gas sfruttato dal giacimento Groningen, da cui importano anche Gran Bretagna, Francia, Belgio ed Italia. Il Capo del governo ungherese, Viktor Orban, accelera la realizzazione del Southstream e accetta prestiti russi per una centrale nucleare

Non solo in Ucraina, la Russia di Putin sta insediando l’Europa anche in due importanti Paesi dell’Europa Occidentale e Centrale con l’arma più forte che Mosca possiede, e di cui spesso si avvale per scopi politici, l’energia. Nella giornata di lunedì, 21 Gennaio, l’Olanda ha ridotto lo sfruttamento di gas naturale dal giacimento Groningen, da cui sono stati finora sfruttati 53,8 Miliardi di metri cubi di oro blu all’anno necessari non solo per il fabbisogno olandese, ma anche per l’esportazione in Gran Bretagna, Italia, Germania e Francia.

La decisione, che come riportato da Gazeta Wyborcza è stata presa dal Premier olandese Mark Rutte per obiezioni di carattere sismologico, rappresenta un duro colpo per la sicurezza energetica dell’Olanda, che ora, così come i Paesi verso cui il carburante del Groningen era esportato, sarà costretta ad importare più gas dall’estero, sopratutto dopo che il Governo ha deciso di porre una moratoria sullo sfruttamento dei giacimenti di gas shale.

A ottenere vantaggio potrebbe essere con tutta probabilità il monopolista statale russo del gas, Gazprom, che rifornirà del proprio gas il territorio olandese attraverso il gasdotto NEL: infrastruttura progettata per veicolare nel Benelux 25 miliardi di metri cubi di gas russo trasportato precedentemente in Germania direttamente dalla Russia attraverso il Nordstream.

Questa seconda infrastruttura, realizzata sul fondale del Mar Baltico, è stata realizzata per volere diretto del Presidente russo, Vladimir Putin, per veicolare direttamente 55 Miliardi di metri cubi di gas all’anno dalla Russia alla Germania, e così bypassare Polonia, Lituania ed altri Paesi dell’Unione Europea che Mosca ritiene nemici.

Oltre che in Olanda, la Russia incrementa la sua posizione anche in Ungheria sulla base di accordi che, nella giornata di sabato, 18 Gennaio, sono stati firmati di persona dal Putin e dal Premier ungherese Viktor Orban per avviare la realizzazione della centrale nucleare di Paks.

Secondo l’accordo, che, come dichiarato dal entro studi di politiche dell’Europa Orientale di Varsavia OSW, non è stato reso pubblico, né comunicato alla stampa, il reattore atomico sarà realizzato grazie ad un prestito russo di circa 12 Miliardi di Euro che il Governo ungherese si impegna a garantire: una misura che certifica l’avvio di un rapporto di subordinazione economica tra Budapest e Mosca

Inoltre, il patto tra Putin e Orban prevede anche la realizzazione del tratto ungherese del Southstream: gasdotto progettato da Mosca per incrementare la quantità di gas russo inviata in Europa di 63 Miliardi di metri cubi attraverso una conduttura che transita sul fondale del Mar Nero, in Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia, Italia ed Austria.

Il gasdotto è stato ritenuto contrario all’interesse energetico dell’UE dalla Commissione Europea, che ha sottolineato come il Southstream non rispetti le Leggi dell’Unione che impediscono ad un ente monopolista come Gazprom di controllare sia la compravendita del gas che il suo trasporto.

Così l’UE può reagire alla politica energetica di Putin

La decisione di Rutte e il patto con Putin di Orban agevolano la frammentazione politica interna dell’Unione Europea: un progetto che la Russia ha in cantiere per indebolire l’UE con la tecnica del divide ed impera, ed escluderla dalla competizione in un mercato di un mondo sempre più globalizzato.

Sarebbe infatti opportuno per i Paesi europei astenersi da accordi energetici che aumentano la dipendenza dalla Russia -che già rifornisce un’importante fetta del fabbisogno energetico europeo- e, al contrario, rafforzare la realizzazione di una comune politica del gas UE che punta alla creazione di un mercato unico del gas ed alla diversificazione delle forniture.

Oltre alla Russia, da cui non si può prescindere, ma non si deve neanche dipendere troppo, è possibile importare gas naturale da Azerbaijan ed Israele attraverso la già approvata realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- e la progettazione di un’infrastruttura per veicolare l’oro blu israeliano in Grecia.

Si può anche importare più LNG da Qatar, Norvegia ed Egitto, lo shale liquefatto dagli Stati Uniti d’America -che grazie alla cospicua disponibilità stanno abbattendo i prezzi dell’oro blu- attraverso la realizzazione di un numero consistente di rigassificatori che la Commissione Europea ha già programmato di finanziare.

Infine, si può poi avviare lo sfruttamento dei giacimenti di shale in Europa, sopratutto in Polonia, Gran Bretagna, Romania, Francia, Bulgaria e Germania, su cui, però, occorre vincere l’opposizione di Gazprom,di alcuni Paesi filorussi come Francia e Bulgaria, e di sedicenti associazioni ambientaliste antishale che, secondo indiscrezioni ben informate, trarrebbero i proventi della loro critica da Mosca.

Matteo Cazzulani

REPUBBLICA CECA: VARATO IL GOVERNO DELLE LARGHE INTESE

Posted in Repubblica Ceca by matteocazzulani on December 17, 2013

Il Partito SocialDemocratico Ceco si accorda con i populisti-moderati di ANO e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco per la formazione di un Governo guidato dal Segretario SocialDemocratico, Bohuslav Sobotka. Riforma delle pensioni e lotta alla corruzione i due punti fondamentali dell’Accordo.

Non solo in Germania, anche in Repubblica Ceca al Governo ci sarà una Grande Coalizione che, più che a quella tedesca tra i crisitanodemocratici della CDU e i socialdemocratici della SPD, ricorda di più le Larghe Intese in Italia. Nella giornata di Domenica, 15 Dicembre, il Segretario del Partito SocialDemocratico Ceco, Bohuslav Sobotka, ha comunicato di avere raggiunto l’accordo per il varo di una Coalizione di Governo con il Partito populista-moderato ANO e con la Unione dei Cristianodemocratici-Partito Popolare Ceco.

Secondo l’accordo, presentato da Sobotka dopo circa due mesi di trattative, i SocialDemocratici hanno rinunciato al rafforzamento del welfare e all’incremento delle tasse per via dell’opposizione dei moderati-populisti di ANO, il cui Capo, Andrej Babis, rappresenta gli imprenditori del Paese.

In cambio, Sobotka ha ottenuto l’imprimatur per eliminare la riforma delle pensioni approntata dal precedente Governo del conservatore Petr Necas, che ha cercato di introdurre un sistema previdenziale basato quasi esclusivamente sul settore privato.

Un accordo tra il Partito SocialDemocratico Ceco, ANO e l’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare Ceco è stato raggiunto anche sulla lotta alla corruzione, da cui, secondo le previsioni del Governo, dovrebbero arrivare risorse da reinvestire in tre promesse elettorali chiave delle Forze della Maggioranza: rafforzamento dello stato sociale, realizzazione di nuove infrastrutture, e aiuti alle famiglie con figli.

Nonostante l’accordo trovato, restano ancora dei punti irrisolti, in primis l’ingresso della Repubblica Ceca nell’Euro: i socialdemocratici e i cristianodemocratici sono a favore, ma ANO si oppone.

In forse resta anche la realizzazione della centrale nucleare a Temelin, che, secondo l’accordo di Coalizione, sarà costruita solo se ritenuta realmente redditizia.

Resta anche aperta la questione della restituzione dei beni alla Chiesa Cattolica avviata dall’ex-Premier Necas, che Sobotka vorrebbe fermare senza però aver potuto avere la meglio dell’opposizione del Segretario dell’Unione Cristiano Democratica-Partito Popolare, Pavel
Belobradek.

Il Presidente contro la nuova Coalizione

A rendere precaria la Coalizione delle Larghe Intese è anche il ruolo del Presidente ceco, Milos Zeman, ex-Premier socialdemocratico che, dopo avere sostenuto la necessita di formare un Governo di minoranza del Partito SocialDemocratico Ceco con l’appoggio esterno del solo Partito Comunista di Boemia e Moravia, ha cercato di prolungare il mandato del Premier, Jiry Rusok: un tecnico che non ha mai ottenuto la fiducia dal Parlamento.

Zeman ha dichiarato di accettare l’accordo di Coalizione, ma ha illustrato come sarà lui stesso in persona a porre un veto alla nomina di alcuni Ministri del Governo che Sobotka è chiamato a presentare in Parlamento.

Le Larghe Intese si sono rivelate necessarie dopo che, nelle ultime Elezioni Parlamentari, il Partito SocialDemocratico Ceco ha ottenuto solo il 20% dei voti, seguito da ANO con il 18% e, a sorpresa, dai comunisti con il 15%.

Al quarto posto si sono posti i liberal-conservatori di TOP09, con l’11%, mentre i conservatori del Partito Democratico Civico dell’ex-Premier Necas sono crollati al 7%, così come i post-fascisti del movimento Usvit.

Ad entrare in Parlamento sono stati anche i cristianodemocratici con il 6%, mentre il Partito dei Diritti Civili del Presidente Zeman, di centro-sinistra, non ha superato lo sbarramento necessario per ottenere seggi alla Camera Bassa.

Matteo Cazzulani

LA POLONIA PUNTA SU SHALE E CARBONE PER LA SICUREZZA ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on September 12, 2013

Il Premier polacco dichiara la necessità di investire sulle risorse di energia già presenti in territorio nazionale. Preventivate tecniche moderne per limitare l’impatto ambientale

Non bisogna ricercare il nuovo, l’importante è sfruttare quello che si ha già, con raziocinio. Nella giornata di martedì, 10 Settembre, il Premier polacco, Donald Tusk, ha dichiarato che la Polonia punta su gas shale e carbone per rafforzare la sicurezza energetica.

Intervenuto in un evento pubblico a Katowice, la Patria del carbone polacco, il Premier Tusk ha evidenziato la necessità di sfruttare al massimo le riserve di gas non convenzionale, che, secondo le stime EIA, collocano la Polonia al primo posto nel ranking delle nazioni europee per quantità di shale posseduto, con 148 Trilioni di Piedi cubi.

Nel contempo, il Premier polacco ha sottolineato l’utilità di avvalersi del carbone secondo tecniche moderne che limitano al minimo l’impatto ambientale.

“Una politica energetica razionale richiede lo sfruttamento adeguato delle risorse naturali che già si possiedono -ha dichiarato Tusk- la Polonia baserà la sua politica energetica anche sul carbone, secondo tecniche moderne che limitano il rilascio di CO2”.

La questione del carbone è un punto dirimente nei rapporti tra la Polonia e la Commissione Europea, che ha richiesto al Governo polacco di limitare l’uso del materiale nero per decrementare le emissioni inquinanti.

La Polonia, che produce gran parte della sua energia dal carbone, ha illustrato come la rinuncia al materiale nero comporti l’incremento della dipendenza dalle forniture di gas dalla Russia: un Paese che si avvale dell’oro blu per assoggettare geopoliticamente l’Europa Centro-Orientale.

Differente il discorso per quanto riguarda il gas shale, che, come testimoniato dai primi test della compagnia irlandese San Leon, è presente in Polonia in ampie quantità.

Molte delle compagnie esperte nello sfruttamento dello shale, come il colosso statunitense ExxonMobil, dopo un primo interesse hanno abbandonato la ricerca di gas non convenzionale in Polonia, probabilmente perché spinte dalla Russia a tale passo.

Con lo sfruttamento del gas shale, per cui il Governo polacco ha stanziato 12,3 Miliardi di Euro, la Polonia ha infatti la possibilità di diminuire sensibilmente la dipendenza dalla Russia e, nel contempo, garantire agli altri Paesi dell’Unione Europea cospicue forniture di oro blu.

Anche LNG, mercato unico UE e nucleare

Oltre allo shale e al carbone, la Polonia ha deciso di investire sull’importazione di gas liquefatto da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America, con la costruzione di un rigassificatore a Swinoujscie, in Pomerania.

Inoltre, la Polonia ha aderito al progetto della Commissione Europea per l’unificazione dei gasdotti nazionali con quelli degli altri Paesi UE, così da rafforzare il mercato unico del gas dell’Unione.

Infine, la Polonia ha riposto attenzione anche sul nucleare, con l’erogazione di 12 Miliardi di Euro per la realizzazione delle sue prime due centrali nucleari.

Matteo Cazzulani

SHALE: IL SUDAFRICA AVANTI SUBITO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 24, 2013

Il Ministro del Commercio e dell’Industria sudafricano, Rob Davies, rende noto l’avvio immediato dello sfruttamento di gas non convenzionale per migliorare l’economia e creare nuovi posti di lavoro. Il decremento del greggio come scopo del Governo della prima economia dell’Africa

Aumentare il prestigio politico in Africa grazie allo shale. Nella giornata di venerdì, 23 Agosto, il Ministro del Commercio e dell’Industria del Sudafrica, Rob Davies, ha dichiarato l’intenzione di avviare, fin da subito, lo sfruttamento di gas shale nel territorio nazionale.

Come riportato dall’agenzia AFP, il Ministro Davies ha supportato la necessita di sfruttare lo shale per implementare la sicurezza Energetica di un Paese fortemente legato al greggio che, assieme al gas non convenzionale, sta anche perseguendo il nucleare.

Il Ministro dell’Industria sudafricano ha anche sottolineato l’utilità dello sfruttamento dello shale per rilanciare l’economia del Sudafrica -la prima economia per importanza del Continente africano- e per creare nuovi posti di lavoro, per arginare una disoccupazione che interessa un quarto della popolazione.

In reazione alle polemiche delle associazioni ambientaliste che protestano per le tecniche di fracking utilizzate per sfruttare lo shale, il Ministro Davies ha promesso attenzione alle problematiche dei territori, e a quelle sociali.

“Abbiamo bisogno di accellerare sullo shale -ha dichiarato il Ministro Davies- dobbiamo farlo prima della fine del mandato dell’Amministrazione oggi in carica”.

Concorde con le parole del Ministro Davies è stato anche il Vicepresidente sudafricano, Kgalema Motlanthe, che ha sostenuto in Parlamento la necessita di avviare al più presto lo sfruttamento dello shale per incidere positivamente sull’andamento dell’economia.

Secondo le stime EIA, il Sudafrica possiede una riserva di shale di 390 Trilioni di Piedi Cubi, ed è all’ottavo posto nel ranking mondiale prima della Russia, dopo Stati Uniti d’America, Cina, Argentina, Algeria, Canada, e Messico.

Dagli USA sostegno al programma energetico sudafricano

Oltre alo shale, il Sudafrica ha avviato lo sfruttamento sul territorio nazionale di gas naturale nell’Ovest del Paese, presso il giacimento di Ibhubesi, come riportato dal giornale di informazione finanziaria Mining Weekly.

Il progetto, che secondo le stime garantisce la produzione di 28,3 Miliardi di Piedi Cubi di gas annui, è supportato economicamente dalla compagnia australiana Sunbird Energy.

Lo sfruttamento del giacimento Ibhuesi ha anche ottenuto l’appoggio politico degli USA, che, per voce dell’Incaricato agli Affari statunitensi in Sudafrica, Catherine Hill-Herndon, hanno garantito un prestito per l’estrazione di gas.

La Hill-Herdon ha sottolineato come il progetto Ibhuesi rientri nella strategia del Presidente USA, Barack Obama, per combattere il Surriscaldamento Globale.

Matteo Cazzulani

LA FRANCIA DICE ANCORA NO ALLO SHALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on July 13, 2013

Il Primo Ministro francese, Jean Marc Ayrault, respinge la richiesta di sospensione della moratoria sullo sfruttamento di gas non convenzionale in territorio transalpino. Le divisioni interne allo schieramento socialista al governo

Lo shale non s’ha da sfruttare in Francia. Nella giornata di venerdì, 12 Luglio, il Primo Ministro francese, Jean Marc Ayrault, ha rigettato una richiesta di sospensione della moratoria che il Governo ha posto sullo sfruttamento di gas non convenzionale in Francia.

Come riportato da Natural Gas Europe, la richiesta è stata presentata dal Ministro per la Riforma dell’Industria, Arnaud Montebourg, appoggiato da alcuni esponenti della maggioranza socialista.

Il Ministro Montebourg ha evidenziato come lo sfruttamento di shale in Francia permetta la diminuzione della dipendenza dalle importazioni di greggio, ed incentivi la ripresa del tessuto industriale francese.

Contrario il parere del Primo Ministro, che, tuttavia, ha argomentato la necessità di ridurre sia il consumo di energia in Francia che la produzione di nucleare dal 75% al 50%.

La discussione sullo shale interna alla maggioranza di Governo francese si è inasprita con il dimissionamento del Ministro dell’Ecologia e dello Sviluppo Sostenibile, Delphine Batho.

Il Ministro Batho, dimissionata dal Presidente francese, Francois Hollande, per avere sollevato forti critiche al bilancio, è un’acerrima rivale dello sfruttamento dello shale in Francia.

Del medesimo schieramento anti-shale sono membri anche il Ministro dell’Agricoltura, Stephane Le Foll, ed il successore della Batho alla guida del Dicastero dell’Ecologia e dello Sviluppo Sostenibile, Philippe Martin.

Eppure lo shale aiuterebbe anche i francesi

La Francia, assieme a Bulgaria, Repubblica Ceca e Olanda, è uno dei pochi Paesi che hanno posto una moratoria sullo sfruttamento dello shale.

Secondo le rilevazioni EIA, la Francia possiede 137 Trilioni di Piedi Cubi di riserve di shale nel suo territorio, il secondo giacimento per grandezza dopo la Polonia.

In Europa, lo sfruttamento dello shale è stato avviato da Polonia, Gran Bretagna, Romania, Spagna e Danimarca.

Con lo sfruttamento dello shale, gli Stati Uniti d’America hanno avviato l’esportazione di gas in India e Gran Bretagna.

Come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, lo shale è necessario non solo per limitare le emissioni inquinanti, ma anche per rafforzare la democrazia nel Mondo.

Lo shale consente infatti il decremento dell’uso di greggio e carbone, e la riduzione della dipendenza di Paesi post-coloniali ed ex-satelliti dell’Unione Sovietica da super potenze mondiali che si avvalgono di gas e gasdotti per imporre disegni geopolitici di stampo neo-imperialista.

Matteo Cazzulani