LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

INDIPENDENZA ENERGETICA UE: ANCORA MOLTO DA FARE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 2, 2012

Il Commissario Europeo all’Energia, Gunther Oettinger, giudica poco efficiente il progresso della Comunità Energetica Europea nell’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico UE. Problemi anche nelle politiche di quegli Stati che hanno regolamentato la propria legislazione alle direttive comunitarie

Il Commissario UE all'Energia, Gunther Oettinger

Ancora poche certezze su un progetto di fondamentale importanza per l’Europa. questo il giudizio espresso da Commissario Europeo all’Energia, Gunther Oettingerche, nella giornata di mercoledì, Primo di Febbraio, ha illustrato come l’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico sia avvenuta, al completo, solo in alcuni Paesi della Comunità Energetica Europea – una sorta di UE dell’energia a cui appartengono anche Ucraina e Moldova.

Il Terzo Pacchetto Energetico UE è una legge di Bruxelles che ha lo scopo di garantire la sicurezza energetica europea con il varo un sistema infrastrutturale unico a livello continentale: per questo, impone ai Paesi membri la messa in comune delle reti nazionali dei gasdotti, invita alla loro liberalizzazione, e ne vieta il possesso e la gestione, anche parziale, da parte di enti registrati al di fuori dell’Unione Europea.

“Vedo reali difficoltà da parte di diversi Paesi nell’attenersi alle regole del Terzo Pacchetto – ha dichiarato il Commissario – la sua mancata realizzazione non permette la creazione di un comune mercato interno europeo dell’energia. Per questa ragione – ha continuato – è opportuno che tutti gli Stati della Comunità Energetica Europea adattino le proprie leggi a breve”.

Secondo Oettinger, chi non ha ancora adeguato la propria legislazione al Terzo Pacchetto Energetico sono Cipro, Bulgaria, Olanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia e Spagna. Altri Paesi, come Belgio, Gran Bretagna, Svezia, Slovenia, Finlandia, Austria e Lituania, hanno adempiuto al compito solo parzialmente. L’Estonia, infine, ha dato segnali positivi che potranno portarla in poco tempo al pieno rispetto delle direttive UE.

Negli Stati extra-UE che hanno aderito alla Comunità Energetica Europea la situazione è altrettanto critica: la Moldova è alle prese con una crisi politica che impedisce ogni decisione coraggiosa, sopratutto a livello energetico. L’Ucraina – politicamente isolata dopo l’arresto della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko – presto sarà costretta alla cessione dei propri gasdotti alla Russia in cambio di uno sconto sul gas che l’amministrazione del Presidente, Viktor Janukovych, da tempo richiede invano.

Buoni e Cattivi anche tra i più diligenti

Problemi rimangono anche in quei Paesi che hanno applicato la legislazione UE sul proprio mercato energetico. Dopo avere liberalizzato la rete dei propri gasdotti, la Germania ha ammesso la compartecipazione del monopolista russo, Gazprom: de facto, infrangendo la clausola che vieta ad enti registrati al di fuori dell’Unione Europea di partecipare alla gestione delle condutture sul suolo UE.

Medesimo scenario potrebbe ripetersi in Italia, dove lo scorporo tra ENI e Snam Rete Gas – attuato nel 2006 dalle “lenzuolate” dell’ex-Ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ed implementato dal governo Berlusconi – non rende chiaro se nella gestione del sistema infrastrutturale italiano saranno – o sono già – coinvolti i russi di Gazprom con una forte compartecipazione.

Diverso il caso di Francia e Polonia. Secondo fonti ben informate, a Parigi la compartecipazione di Gazprom potrebbe avvenire non tanto nel campo del gas – in cui, tuttavia, l’Eliseo si è costantemente battuto in sede UE per difendere gli interessi del monopolista russo, anche a discapito della politica comune energetica approntata dalla Commissione Barroso – ma in quello del nucleare.

A Varsavia, invece, l’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico è avvenuta da tempo in maniera forzata: nell’autunno 2010, l’Unione Europea è intervenuta con decisione per vietare la firma di accordi svantaggiosi con cui Gazprom stava per imporre alla Polonia – dipendente all’89% dal gas della Russia – la cessione dei propri gasdotti.

Nel corso del Presidenza di turno polacca dell’UE – avvenuta nel secondo semestre 2011 – Varsavia ha difeso l’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico e la diversificazione delle forniture in tutto il Vecchio Continente: oltre al Corridoio Meridionale – fascio di gasdotti sottomarini progettati per accedere ai giacimenti del Bacino del Caspio: per il cui sfruttamento la Commissione Barroso ha già stretto accordi con Azebajdzhan e Turkmenistan – la Polonia ha incentivato la costruzione di terminali portuali per la ricezione di gas liquido importato da Irak, Qatar, e Norvegia.

Matteo Cazzulani

LA CRISI FRANCO-TURCA : UN RISCHIO PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA EUROPEA

Posted in Azerbajdzhan, Francia, Guerra del gas by matteocazzulani on January 26, 2012

Il Senato francese riconosce il diniego del genocidio degli armeni come reato, scatenando le reazioni di Turchia ed Azerbajdzhan. Oltre alla rottura tra Parigi ed Ankara, a rischio è anche il riesplodere della contesa tra armeni ed azeri per il Nagorno-Karabakh, su cui la Russia mantiene il controllo per impedire la politica di autonomia energetica dell’UE da Mosca

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Una miccia accesa nel Senato di Parigi infiamma Medio Oriente, centro Asia, ed interessi energetici dell’Europa. Nella giornata di lunedì, 23 Gennaio, la Camera Alta francese ha votato una proposta di legge che sanziona la negazione pubblica del genocidio degli armeni in Francia con un anno di prigione ed una multa di 45 Mila euro.

A favore del documento si è schierata una consistente maggioranza trasversale, composta dall’opposizione socialista e dalla maggioranza dell’UMP fedele al Presidente Nicolas Sarkozy: primo sostenitore di un’iniziativa parlamentare concepita per aiutare il Capo di Stato attuale alla riconferma all’Eliseo. Contrari, invece, alcuni settori della maggioranza, tra cui il Ministro degli Esteri, Alain Juppé: preoccupato per le serie ripercussioni che la proposta di legge potrebbe scatenare nei rapporti bilaterali con la Turchia.

Secondo il documento, e il giudizio di diversi storici, tra il 1915 ed il 1917, sul suolo turco, le autorità dell’Impero Ottomano hanno ucciso un milione e mezzo di armeni in un’operazione di pulizia etnica. Ankara, al contrario, ha ridotto il numero delle vittime a 500, escluso la ragione politica di tali omicidi, e ritenuto ogni condanna estera dell’avvenimento come un inopportuno inserimento nelle questioni interne alla Turchia.

Difatti, le proteste da parte turca non si sono fatte attendere. Il Ministro della Giustizia di Ankara, Sadullah Ergin, ha ritenuto l’iniziativa “vergognosa, ingiusta e segno di aperta ostilità nei confronti dello Stato turco”. In aggiunta, l’Ambasciatore turco a Parigi ha dichiarato la possibilità di arrivare ad una totale rottura, ed al declassamento dei rapporti diplomatici tra Ankara e Parigi.

Nessun passo indietro da parte della Francia: per entrare in vigore, il discusso progetto di legge attende solo una firma di Sarkozy oramai certa. A suo favore, non gioca solo l’ambizione politica del Presidente transalpino, ma anche una logica di politica estera ben precisa: la Turchia è attore sempre più importante sullo scacchiere medio-orientale – come dimostrato dal ruolo esercitato nelle crisi iraniana e siriana, e nel conflitto israelo-palestinese – su cui Parigi non intende cedere lo scettro di protagonista.

Tuttavia, ripercussioni dovute all’iniziativa francese si sono verificate anche in zone fondamentali per la sicurezza energetica europea. Il Senato transalpino ha ottenuto il plauso pubblico del Presidente armeno, Serzh Sarkisjan, che, in una lettera aperta, ha lodato il collega Sarkozy per la tradizionale attenzione prestata alla questione dei Diritti Umani nel Mondo. Una frase che ha fatto andare su tutte le furie il vicino Azerbajdzhan, il cui Ministero degli Esteri ha invitato Parigi a profondere pari sforzi politici nel denunciare anche l’occupazione armena di terre azere, e nel riconoscere i diritti dei profughi di Baku dal Nagorno-Karabakh.

La Francia litiga, l’Europa perde

Questa regione di 4500 chilometri quadrati è uno dei teatri più caldi dello spazio ex-sovietico. Inserita territorialmente negli anni venti nella Repubblica Sovietica dell’Azerbajdzhan – per premettere a Mosca di esportare il comunismo in Turchia – prima e dopo la caduta dell’URSS è stata contesa, in due guerre, nel 1987 e nel 1994, tra azeri ed armeni. Questi ultimi sono risultati vincitori, ed oggi il Nagorno-Karabakh è una repubblica indipendente non riconosciuta: inserita nel territorio dell’Armenia, ed ubicata in una regione delicata per questioni politiche ed energetiche.

Da un lato, la Russia non ha mai voluto rinunciare all’egemonia sull’ex-URSS, e si è schierata a più riprese in sostegno dell’Armenia, in cui Mosca mantiene una base militare recentemente rinnovata fino al 2044. Di contro, l’Azerbajdzhan ha trovato sponde nella Turchia e nella Georgia: Stati che sempre hanno sostenuto le ragioni di Baku sul Nagorno-Karabakh. Sullo sfondo della mera questione territoriale sta, però, la corsa all’approvvigionamento energetico dell’Unione Europea.

Azerbajdzhan, Georgia, e Turchia rientrano nel piano varato dalla Commissione Barroso per la costruzione di una rete di gasdotti per trasportare gas dai giacimenti di Baku – con cui Bruxelles ha già stretto accordi – direttamente nel Vecchio Continente: lo scopo è quello di evitare il transito per il territorio della Russia, da cui l’UE dipende quasi totalmente. Da parte sua, Mosca, utilizza la propria presenza in Armenia per ostacolare i progetti di indipendenza energetica europei e, nel contempo, mantenere in scacco azeri, georgiani e turchi con la costante minaccia della riapertura delle ostilità militari.

Come rilevato da analisti in materia energetica, la stabilità nella regione, finora mantenuta a fatica, è una delle condizioni fondamentali per la realizzazione in tempi brevi del progetto di gasdotti e condutture dal centro Asia all’Unione Europea. La riapertura di un qualsiasi conflitto, o anche solamente il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Turchia ed Azerbajdzhan con l’Occidente, può mantenere il Vecchio Continente energicamente dipendente dalla Russia.

Le conseguenze di tale scenario sulla sicurezza nazionale dei singoli Paesi UE sarebbero gravose e compromettenti. Per questa ragione, una crisi diplomatica tra Francia e Turchia, nel periodo attuale, è pericolosa per la realizzazione del progetto di indipendenza energetica dell’Unione Europea, e, per questo, da evitare in tutti i modi.

Non è un caso se anche presso la stampa francese sono emerse perplessità sulla tempistica – e non sulla ratio – con cui si è scelto di condannare una delle pagine più nere della storia europea, al pari delle purghe staliniane, della Shoah e dello Holodomor: genocidio del popolo ucraino, peraltro, mai riconosciuto dalle Autorità transalpine.

Matteo Cazzulani

L’UE DOPO LA CRISI: PIU’ LUNGIMIRANZA E MENO EGOISMO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 8, 2011

Oltre al salvataggio di Grecia ed Italia, la necessità per l’Unione Europea di misure propedeutiche alla ripresa economica. Nell’esperienza del passato, e nei buoni esempi di GranBretagna ed Europa Centrale, una possibile soluzione

L'Unione Europea

Sia bancarotta o salvataggio disperato, l’Europa non deve limitarsi a pensare al domani, ma pianificare una precisa strategia per tornare a crescere, e reggere la competizione mondiale senza perdere pezzi e prestigio a livello economico e politico. Di sicuro, il compito non è facile, ma è necessario: lo richiedono non solo i principale azionisti ed alleati dell’UE – in primis gli Stati Uniti, preoccupati di perdere un alleato in un periodo di estrema difficoltà anche per Washington – ma sopratutto le giovani generazioni che, cresciute con il sogno di una Laura e di un impiego dignitoso, vedono dinnanzi a se l’emigrazione come unica soluzione per evitare un futuro in Patria di certa povertà e precariato.

Una riposta ha provato a darla Thomas Schmid, Direttore del giornale Die Welt, che, nonostante l’orientamento conservatore della testata, ha auspicato una ripartenza da zero, con un’Europa governata da nuove facce e nuovi governi impegnati nella ristrutturazione di un Continente dissestato: a tale compito, scrive Schmid, saranno certamente chiamati i socialisti di Francois Hollande in Francia, un nuovo governo di centro-sinistra in Italia, un esecutivo rinnovato anche in Spagna, oltre alla Germania ancora in mano ad una maggioranza cristiano-democratica in calo di consensi.

Se dal punto di vista politico la previsione non fa una piega – tutti i sondaggi danno per certi mutamenti politici nei Paesi sopra indicati, seppur con minore convinzione per Roma e Berlino – il timore è che in UE possano cambiare solo gli attori, ma non la trama di una tragedia destinata sempre al medesimo, mesto finale. Da mutare è una mentalità con cui l’Unione Europea è stata finora governata: un processo ben più profondo di un semplice avvicendamento politico, dal momento in cui ad essere messa in discussione è l’intera concezione economica e politica della nostra civiltà, da ammodernare ed armonizzare alle tendenze della contemporaneità.

In primis, occorre maggiore lungimiranza in ogni decisione, poiché quello che si fa oggi ha conseguenze per il domani. La Grecia ne è un esempio: l’ingresso dell’euro, e l’effetto Al Qaeda, dal 2001 ha portato Atene ad un boom economico legato sopratutto al turismo, che, una volta sopraggiunta la crisi del 2009, si è trasformato in un boomerang che ha travolto un’economia mai ammodernata da Autorità drogate dal benessere temporaneo. Così, il socialdemocratico Georgios Papandreu – tanto osannato dalla stampa benpensante progressista, anche italiana – anziché rispettare la promessa di fare della Grecia la Danimarca del Sud, ha reso Atene il Mali dell’Europa: se nel momento del benessere avesse pensato di più al futuro, avrebbe rinunciato ad un poco di ricchezza da investire per modernizzare un’economia che, come allora ritenuto dai principali analisti – sopratutto anglosassoni – oggi non avrebbe collassato.

Il secondo errore da non compiere è la chiusura del gabinetto decisionale UE ad un gruppo ristretto che, oltre a ricordare geograficamente il Sacro Romano Impero, rischia di riportare il Vecchio Continente allo stato di benessere dell’era di Carlo Magno. L’idea di formare un’Europa delle molte velocità, con un asse franco-tedesco unico attore decisionale, è la risposta più errata che Bruxelles possa dare ad un mondo sempre più globalizzato, dove i principali attori oggi sono Cina, India, Brasile, ed anche una Russia dalle rinate ambizioni imperiali, che vede proprio l’UE come primo concorrente da eliminare per tornare a ricoprire il ruolo di superpotenza perso dopo il crollo dell’URSS.

Per questo, l’Unione Europea non deve escludere, ma, sopratutto ora, includere al più presto i Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Bielorussia, e Moldova – per disinnescare la minaccia di Mosca. Di pari passo, va respinta ogni tentazione di dividere l’UE tra eletti – gli Stati della zona euro – ed i plebei – quelli che non hanno adottato la moneta unica – anche perché sono questi ultimi gli unici, in un periodo di crisi, ad avere mantenuto una certa stabilità economica, persino incrementando il proprio PIL, come il caso della Polonia – più 2,9% nel 2009.

Gli esempi positivi per la vera ripresa

La Polonia, appunto. Un terzo passo per l’Europa di domani deve essere proprio questo: l’imitazione e la valorizzazione dei modelli positivi che, finora, hanno consentito all’UE di galleggiare. Si pensi alla straordinaria evoluzione di un’Europa Centrale che, uscita dal comunismo, ha riconvertito in tempi record la propria economia ai principi del libero mercato: a motivare le varie terapie shock non è stata solo una palese esigenza, ma una volontà popolare di chiudere con un passato nefasto di morte, distruzione, e barbarie sovietico-naziste, ed inseguire una modernità, riprendendosi dal Mondo quanto sottrattole dai peggiori totalitarismi della storia.

Questa capacità di resistere ai mutamenti geopolitici, e pianificare una stabilità per il futuro, anche a costo di sacrifici, è premiata tutt’oggi: si pensi alle conferme elettorali in Lettonia ed Estonia di esecutivi che si sono presentati alle urne con la promessa di continuare una politica di austerità, fatta di lacrime e sangue, anziché pacche sulle spalle e concessioni ad imprenditori e sindacati. Uno scenario inimmaginabile nel tanto superiore occidente europeo, convinto com’è della propria superiorità, che ha sempre guardato con sospetto quegli idraulici polacchi e zingari romeni altresì esempio di lungimiranza e maturità.

Infine, un giusto accenno alla Gran Bretagna, Paese da sempre tacciato di anti-europeismo, ma, alla fine dei conti, molto più attaccato alle sorti del Vecchio Continente dell’Eliseo. Londra sarà sì contraria al rafforzamento delle strutture politiche comuni – sopratutto difensive – ma in quanto a liberalizzazioni, indipendenza energetica, gestione razionale del budget UE, ed allargamento ad Est – per prevenire un crollo dell’Europa per mano della Russia tanto verosimile domani quanto la crisi dell’Euro oggi – non si è mai tirata indietro, ed è sempre stata in prima fila per l’interesse comunitario: spesso, scontrandosi con la chiusura dell’asse franco-tedesco che, oltre ai meschini sorrisetti nei confronti dell’Italia, ha avuto persino il coraggio in occasioni pubbliche di invitare il Premier britannico, David Cameron, al silenzio.

In conclusione, bene ha fatto Schmid a porre la questione, ma difficilmente la tabula rasa politica muterà la mentalità della classe dirigente europea. A subentrare a Sarkozy, Merkel, e Berlusconi saranno persone che difficilmente ascolteranno ragioni scomode e alloro distanti, sia geograficamente che culturalmente. Il vero vento nuovo – o rottamazione come dice qualcuno a Firenze – deve interessare le menti più che il colore di un ceto governante ancora attaccato ai dogmi ideologici del passato – peraltro perdenti, come dimostrato dalla storia. Non occorrono cambi di poltrone, ma misure immediate, con uno sguardo più ampio sulla realtà, e lungimirante in vista un futuro sempre più nero per gli europei del domani.

Matteo Cazzulani

ARRESTO DI JULIJA TYMOSHENKO: ARANCIONI E BLU SI CONTENDONO LA PIAZZA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 7, 2011

Supporter della Leader dell’Opposizione Democratica caricati dalla polizia e contrastati dai militanti del Presidente, Viktor Janukovych. Tensioni nella notte nella tendopoli installata presso il Tribunale. Si amplia il Comitato di Difesa dalla Dittatura, ed il numero delle diplomazie critiche con l’arresto politico dell’ex-Primo Ministro

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko

Dopo le manette il manganello. Nella giornata di Sabato, 7 Agosto, la polizia ha caricato i manifestanti di Bat’kivshchyna, riuniti in una protesta pacifica e silenziosa presso il carcere di massima sicurezza Luk’janivs’kyj, dove è detenuta in isolamento la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko.

Qualche contuso, e tanto spavento, ma non abbastanza per piegare la dimostrazione che, nella notte, ha visto gli attivisti accamparsi in una tendopoli sul centralissimo Khreshchatyk: è li che è ubicato il Tribunale Pechers’kyj dove, venerdì, 5 Agosto, l’ex-Primo Ministro è stata arrestata per condotta inappropriata nei confronti della Corte, dopo che quasi tutti i testimoni convocati dall’accusa l’hanno scagionata dall’imputazione di gestione fraudolenta del bilancio statale per 1,5 Miliardi di Hryvnje, ed abuso d’ufficio nel corso degli accordi per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin.

Ad ostacolare gli attivisti, il divieto della Corte Amministrativa di dimostrare in strada – una limitazione della libertà di manifestazione ignorata dai circa 200 attivisti – i militanti “blu” del Partija Rehioniv – la forza politica del Presidente, Viktor Janukovych, ritenuto dalla Tymoshenko il vero responsabile del processo organizzato contro di lei – posizionatisi accanto ai supporter dell’anima della rivoluzione arancione.

Si svegliano anche ucraini, Obama, e Sarko

Intanto, in linea con quanto richiesto dalla Leader dell’Opposizione Democratica in un videomessaggio pre-registrato, pubblicato dopo il suo arresto, Bat’kivshchyna ha promosso l’unione delle forze politiche patriottiche e democratiche nel Comitato di Difesa dalla Dittatura, che, dopo un solo giorno dalla sua creazione, con lo slogan “Non temere, Difendi l’Ucraina!”, ha registrato nuove adesioni: al Narodnyj Rukh, Front Zmin, Hromad’jans’ka Pozycija, Nasha Ukrajina, e Pora si sono aggiunti Svoboda, UDAR, Reformy i Porjadok, il Partito Repubblicano Cristiano, ed il Congresso dei Patrioti Ucraini.

Sul piano estero, continuano le condanne di un arresto commentato come decisione politica destinata a rendere più difficile la situazione internazionale di un’Ucraina già rimproverata a più riprese. Incalzato dal senatore repubblicano John McCain, sempre attento alle sorti della democrazia sulle Rive del Dnipro, gli USA hanno invitato Janukovych ad attenersi ai principi occidentali, e liberare al più presto Julija Tymoshenko. Simile nota, circa la preoccupazione dell’Eliseo per l’involuzione della democrazia a Kyiv, è stata emanata dall’Ambasciatore francese, che, a colloquio con il vice-leader di Bat’kivshchyna, Hryhoryj Nemyr’ja, ha espresso solidarietà alla Leader dell’Opposizione Democratica. Contesta anche il Partito Popolare Europeo, a cui Bat’kivshchyna appartiene, che, per voce del Capogruppo al Consiglio d’Europa, Luca Volonte’, ha accusato le Autorità ucraine di voler estromettere dalla competizione politica la principale avversaria, e di renderle impossibile anche la partecipazione ai vertici della forza politica moderata del Vecchio Continente, malgrado gli inviti pervenuti dalle alte cariche dell’UE di essa membri, come il Presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek.

Proprio l’ex-attivista di Solidarnosc, assieme ai ministeri degli esteri di Polonia, Germania, e Svezia, è stato tra i primi a criticare l’arresto politico già a poche ore dalla sua realizzazione. A definire la detenzione un errore politico, che infanga la reputazione di Janukovych anche nello spazio ex-sovietico, è stata, a sorpresa, anche la Russia. L’ONG Freedom House, invece, ha classificato l’Ucraina come Paese sempre meno democratico.

Matteo Cazzulani

UCRAINA, L’ULTIMA DI JANUKOVYCH: RITORNO AL MAGGIORITARIO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 8, 2010

Il Presidente ucraino propone un ritorno al sistema maggioritario per assicurare l’egemonia del Partija Rehioniv. Proposta con Sarkozy un’alleanza tra Kyiv, Parigi e Mosca

Il Presidente ucraino, Viktor Janukovych

Dopo il presidenzialismo, il maggioritario. L’ennesimo stravolgimento della politica ucraina è stato avanzato dal Presidente in persona, Viktor Janukovych, secondo cui il sistema elettorale ideale nel Paese sarebbe un proporzionale al 50%, con l’altra metà dei seggi assegnati alla forza politica che raccoglie più voti.

Un calcolo scaltro, se si considera che la sua forza politica, il Partija Rehioniv, è stata la più votata nelle ultime due parlamentari, staccando di pochi voti la principale lista dell’Opposizione, il Blocco Tymoshenko.

“Nel Paese troppo spesso avvengono elezioni. Gli ucraini sono stanchi di tornare alle urne. C’è bisogno di stabilità politica”. Così si è giustificato Janukovych.

L’appoggio di Sarkozy. Tra amnesia e sete di gas

Il Presidente francese, Nicolas Sarkozy

Il Presidente ha avanzato tale proposta a Parigi, nell’ambito del summit bilaterale con il suo collega francese, Nicolas Sarkozy.

“Siamo molti vicini – ha sottolineato il Capo di Stato ucraino – anche dal momento in cui dallo scorso Primo di ottobre i nostri due Paesi hanno la stessa forma di governo [Repubblica Presidenziale, n.d.a.]”.

“Siamo amici – ha risposto l’inquilino dell’Eliseo – e, in quanto tali, siamo pronti a sostenere ogni vostra decisione, anche in ambito interno”.

L’amnesia del Capo di Stato francese – che si è dimenticato di ricordare a Janukovych che l’Europa ha condannato il regresso democratico in corso in Ucraina, soprattutto dinnanzi alle crescenti pressioni su giornalisti, media ed opposizioni – non è stato l’unico argomento del meeting.

Sarkozy e Janukovych hanno discusso di tematiche energetiche, rafforzato la collaborazione per la compravendita di gas, ed esaminato la possibile eliminazione delle barriere doganali tra Kyiv e Parigi.

Infine, il Presidente francese ha proposto a Janukovych la creazione di un’unica area di libero mercato tra i loro paesi e la Federazione Russa. Indispensabile, secondo i due Capi di Stato, sia dal punto di vista energetico che da quello geopolitico.

Matteo Cazzulani