LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Netanyahu incrementa il gap con Obama sull’Iran

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on March 4, 2015

Il Premier israeliano critica il Presidente statunitense per la politica troppo morbida nei confronti del regime di Teheran durante un discorso al Congresso degli Stati Uniti. I repubblicani sostengono Netanyahu, mentre i democratici difendono l’iniziativa di Obama.

Non è bastato abbassare i toni all’inizio di un discorso di 40 minuti circa, interrotto da più di 20 standing ovation, per evitare al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di rendere ancora più profonda la divergenza politica con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Netanyahu, durante un discorso pronunciato presso il Congresso USA a Camere riunite, nella giornata di martedì, 3 Marzo, ha messo in guardia circa l’inefficacia di un accordo che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno negoziando con l’Iran per limitare la proliferazione nucleare del regime di Teheran.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Netanyahu, senza svelare i dettagli dell’accordo che il Presidente Obama sta negoziando con l’Iran, ha ritenuto che i negoziati non garantiscono la rinuncia da parte di Teheran ai progetti di arricchimento dell’uranio.

In particolare, Netanyahu ha contestato la proposta di Obama di varare un accordo che vieta la proliferazione nucleare dell’Iran per dieci anni, un lasso di tempo che, secondo il Premier israeliano, non serve ad eliminare una volta per tutte la minaccia che Teheran rappresenta per la sicurezza nazionale di Israele.

Pronta è stata la risposta di Obama, che ha sempre sostenuto l’approccio morbido nei confronti dell’Iran come mezzo di successo per persuadere Teheran ad arrestare la proliferazione nucleare.

In una nota immediatamente successiva al discorso di Netanyahu, il Presidente statunitense ha dichiarato di non riscontrare alcuna proposta alternativa da parte del Premier israeliano.

Obama, un democratico, ha inoltre contestato la decisione della maggioranza repubblicana del Congresso di invitare Netanyahu a tenere un discorso alla vigilia della conclusione dei negoziati con l’Iran, ed ha sottolineato come la politica estera sia una stretta competenza dell’Amministrazione Presidenziale.

Reazione positiva al discorso di Netanyahu è stata espressa dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che similmente a molti suoi colleghi repubblicani ha ritenuto le parole del Premier israeliano chiare ed aderenti alla realtà nel descrivere la minaccia che l’Iran rappresenta per la sicurezza globale.

Opposto, invece, è stato il commento della Capogruppo dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che, come riportato da Politico, ha ritenuto le critiche di Netanyahu ai negoziati intavolati da Obama un insulto alla capacità degli Stati Uniti di contrastare la proliferazione nucleare su scala globale.

Nelle scorse settimane, la questione iraniana ha coinvolto anche il Senato, dove una maggioranza bipartisan si è detta favorevole all’inasprimento delle sanzioni già imposte dagli USA all’Iran.

Ciò nonostante, sia Obama che il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, un conservatore come Netanyahu, hanno invitato i senatori statunitensi a non innalzare la tensione per permettere agli USA e all’Occidente la finalizzazione dei negoziati con il regime di Teheran.

Alle Elezioni Parlamentari israeliane probabile un ribaltone

La querelle originatasi negli Stati Uniti per via del discorso di Netanyahu al Congresso è legata al rapporto controverso tra il Premier israeliano ed Obama, tra cui non vi è mai stato un buon feeling.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali statunitensi del 2012, Netanyahu, nemmeno troppo velatamente, ha sostenuto la corsa dell’avversario di Obama, il candidato repubblicano Mitt Romney.

Obama, da parte sua, non ha mai fatto mistero di preferire per Israele una leadership diversa rispetto a quella di Netanyahu per via delle posizioni troppo conservatrici espresse dal Premier israeliano sopratutto in materia di politica estera.

Oltre a dividere lo spettro politico statunitense, con i repubblicani apertamente a sostegno del discorso del Premier israeliano e i democratici scettici sulla posizione del leader di Israele apertamente in contrasto con il Presidente Obama, Netanyahu ha anche giocato una carta pesante in vista delle imminenti Elezioni Parlamentari israeliane.

Secondo i più recenti sondaggi, il Likud, il partito conservatore di Netanyahu, è superato di una manciata di punti dall’Unione Sionista, la coalizione di centro-sinistra composta dal Partito Laburista e dalla forza politica di centrosinistra Hatnuah.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

Politica USA: Obama aumenta la spesa per la difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 3, 2015

Il Presidente statunitense incrementa a 534 Miliardi di Dollari le uscite per garantire la sicurezza. Posizionamento dell’esercito degli Stati Uniti in Asia/Pacifico, guerra all’ISIL e rafforzamento della presenza NATO in Europa le priorità della politica di Difesa

Philadelphia – Tante minacce, molti Dollari per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati. Nella giornata di lunedì, 2 Febbraio, il Presidente statunitense, Barack Obama, ha reso noto l’intenzione di incrementare il bilancio federale per la difesa fino a 534 miliardi di Dollari, una cifra che eccede il tetto massimo di 499 Miliardi pre-fissato per il nuovo anno fiscale.

Come riportato dalla Reuters, l’Amministrazione Obama ha argomentato la sua decisione con la necessità di garantire il buon funzionamento dell’esercito degli Stati Uniti in un periodo di minacce globali e mutamenti geopolitici.

Gran parte del bilancio per la difesa, infatti, sarà stanziata per il riposizionamento dell’esercito degli Stati Uniti d’America nell’Asia/Pacifico, una regione centrale negli equilibri economici e geopolitici globali, in cui gli Stati Uniti si stanno impegnando per contrastare l’ascesa della Cina.

Ad esempio, una consistente quota di danaro sarà destinata all’acquisto di sottomarini di categoria P-8, apparecchi di nuova generazione capaci di contrastare obiettivi ubicati a molti chilometri di distanza.

Altri 5,3 Miliardi di Dollari saranno erogati per le operazioni militari contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- di cui 1,3 Miliardi saranno erogati per appoggiare l’opposizione siriana.

Per rassicurare gli alleati NATO dell’Europa Centro-Orientale, Obama ha poi deciso di stanziare 789 Milioni di Dollari per garantire la presenza militare di reparti militari dell’Alleanza Atlantica in Paesi dell’Unione Europea la cui sicurezza nazionale è messa a serio repentaglio dall’aggressività militare della Russia.

La proposta di bilancio di Obama, un democratico liberale che ha sempre anteposto la diplomazia all’uso delle armi, caratterizza un aumento della spesa pubblica che potrebbe incontrare il sostegno della maggioranza repubblicana al Congresso.

Tradizionalmente, i repubblicani si sono sempre dichiarati contrari ad ogni aumento di bilancio proposto dall’Amministrazione Obama, in particolare per quanto riguarda educazione e sanità, ma non hanno assunto una posizione pregiudizialmente contraria ad un incremento dei fondi destinati all’esercito.

Si ravvivano le primarie repubblicane dopo l’uscita di Romney

Una risposta alla proposta di bilancio di Obama potrebbe arrivare presto dai candidati alle Primarie repubblicane, una corsa che si è semplificata dopo la decisione dell’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, di non prendere parte alla consultazione.

Come riportato dall’autorevole Politico, Romney, con un messaggio telefonico durante una conferenza di suoi sostenitori, nella giornata di venerdì, 30 Gennaio, ha dichiarato la sua rinuncia nonostante le rilevazioni lo diano al medesimo livello di Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato che, con tutta probabilità, sarà il candidato dei democratici alle prossime Elezioni Presidenziali.

La rinuncia alla corsa alle Elezioni Presidenziali di Romney, che è già stato candidato del Partito Repubblicano nelle Elezioni Presidenziali del 2012, vinte da Obama, lascia campo libero all’ex-Governatore della Florida, il moderato Jeb Bush, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie.

Altri candidati che, dopo la rinuncia di Romney, potrebbero convincersi alla discesa in campo nelle primarie repubblicane sono l’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, il Senatore della Florida, Marco Rubio, e il Governatore del Kentucky, Scott Walker.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama toglie l’embargo a Cuba per passare alla storia ed aiutare la Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on December 19, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America pone fine ad un embargo di 50 anni nei confronti del regime comunista latinoamericano per dare un senso ad una politica estera finora sottotono. Il riorientamento della politica estera statunitense in America e nell’Asia-Pacifico, ed il confronto con i repubblicani al Congresso, tra le ragioni che hanno portato Obama ad aprire all’Avana

Philadelphia – Un tentativo di passare alla storia e di mettere in crisi un Congresso agguerrito e forte nei numeri. La scelta del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, di normalizzare i rapporti con Cuba, presa nella giornata di mercoledì, 17 Dicembre, è una manovra politica che guarda in diverse direzioni.

In primis, l’ordine di riaprire un tavolo per il ripristino di rapporti diplomatici con il regime comunista di Cuba, che il Presidente Obama ha dichiarato di intendere impartire quanto prima al Segretario di Stato, John Kerry, chiude una fase di 50 anni di embargo economico e di gelo politico avviata da John Fitzgerald Kennedy, il Presidente degli Stati Uniti ideologicamente più vicino a Obama, in piena Guerra Fredda.

La riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba è anche l’ennesima prova della maggiore attenzione che Obama intende porgere nei confronti dell’emisfero occidentale: un riorientamento della politica estera statunitense che ha già visto le sue prime conseguenze nel maggiore impegno degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico e nel quasi assente coinvolgimento in Europa.

Con questa decisione di portata storica, Obama intende inoltre dare un senso ad una politica estera che, finora, gli ha fornito l’epiteto di uno dei Presidenti meno coraggiosi in ambito internazionale della storia degli Stati Uniti, dopo la gestione marginale della guerra in Libia contro la dittatura di Muhammar Gheddafi, il mancato attacco al regime di Bashar Al Assad in Siria, e la troppo tiepida gestione della crisi ucraina e della nascita dello stato islamico ISIL.

Come riportato da Politico, oltre al fatto storico, la decisione di Obama di ripristinare i rapporti diplomatici con Cuba rappresenta un atto di forza del Presidente democratico nei confronti del Congresso che, per via della vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Mid-Term, sarà presto totalmente ostile all’Amministrazione Presidenziale.

Da parte loro, i repubblicani hanno promesso battaglia al Presidente sulla sua decisione di riaprire il dialogo con Cuba blocca di alcuni fondi destinati all’attività del Presidente in politica estera.

Tuttavia, Obama ha fatto sapere di intendere procedere con l’uso dei poteri esecutivi in suo possesso, così come promesso per la riforma della sanità e per la regolarizzazione di 4,7 milioni di immigrati irregolari: due cavalli di battaglia che il Presidente intende cavalcare negli ultimi due anni di legislatura.

Jeb Bush e Marco Rubio alla ricerca del voto dei dissidenti

Infine, come riportato dall’autorevole Reuters, la mossa di Obama di ripristinare i rapporti con Cuba ventila l’opportunità per i democratici di compattare il proprio elettorato, che secondo un recente sondaggio IPSOS è favorevole alla normalizzazione con il regime comunista della Avana, attorno al loro candidato nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Inoltre, l’elettorato latino, concentrato per lo più in Florida, uno degli swing-state principali, potrebbe accogliere con favore la decisione di Obama, così come i tanti appassionati di baseball, uno sport in cui i più grandi campioni sono principalmente cubani.

Non a caso, l’ex-Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, data per probabile candidata democratica nelle prossime Elezioni Presidenziali, ha subito caldamente accolto l’iniziativa di Obama di riaprire i rapporti con Cuba, dichiarando che 50 anni di embargo non sono serviti ad alcunché.

Dall’altro lato dello schieramento politico, l’apertura di Obama a Cuba ha portato i possibili candidati alle Primarie Repubblicane ad assumere posizioni di opposizione, vicine a quelle degli ambiti più conservatori.

L’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, e il giovane Senatore della Florida, Marco Rubio, si sono opposti all’apertura di Obama per cercare di compattare l’elettorato della comunità degli esuli cubani che, come riportato da diversi sondaggi, è tuttavia già schierato politicamente a favore dei repubblicani.

Rand Paul, senatore del Kentucky del Tea Party, ha invece accolto con favore le aperture di Obama a Cuba, sottolineando che il gesto del Presidente può aprire una nuova fase nella politica commerciale degli Stati Uniti nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Elezioni di Mid-Term: Obama affronta un referendum sulla sua Amministrazione

Posted in USA by matteocazzulani on November 4, 2014

I democratici cercano di non perdere il controllo del Congresso nelle Elezioni per il rinnovo parziale del Senato, in cui i repubblicani sono dati in vantaggio in diversi swing-states. Colorado, Iowa, Kansas, Arkansas, North Carolina, Georgia, South Dakota e Alaska

Philadelphia – Una maggioranza di 55 senatori da mantenere per continuare a Governare il Paese senza l’opposizione dell’intero Congresso. Tuttavia, per il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, non sarà affatto facile.

Le elezioni di Mid-Term statunitensi di martedì, 4 Novembre, possono segnare il passaggio del Senato dall’attuale maggioranza democratica, che sostiene la linea del Presidente Obama, al controllo dei repubblicani, che già possiedono la maggioranza presso la Camera dei Rappresentanti.

Pur interessando il rinnovo del mandato senatoriale di persone chiamate a rappresentare il proprio Stato presso il Senato federale, la competizione elettorale di Mid-Term sta assumendo un significato tutto nazionale, con i due schieramenti, quello democratico e quello repubblicano, impegnati in una campagna improntata unicamente sull’esame dell’operato dell’Amministrazione Obama.

Da un lato, i democratici stanno cercando di mobilitare il proprio elettorato per evitare che il controllo totale del Congresso da parte dei repubblicani possa ingessare l’attuazione di punti cari all’Amministrazione Presidenziale, come l’implementazione della riforma sanitaria, la legge sull’immigrazione, la riforma dell’educazione e l’incremento della spesa pubblica per incentivare crescita e sviluppo.

D’altro canto, i repubblicani accusano Obama di volere accrescere le competenze dello Stato, e di avere colpevolmente privilegiato tematiche di politica interna senza prestare l’opportuna attenzione a questioni di politica internazionale, in cui il Presidente, secondo la retorica conservatrice, avrebbe dimostrato debolezza.

Dal punto di vista numerico, per riprendere il controllo del Senato, che il Partito Repubblicano non possiede dal 2007, i conservatori devono vincere in almeno 6 Stati in cui i candidati del Partito Democratico sono dati per possibili sconfitti.

Come riportato in un sondaggio dell’autorevole NBC, la prima corsa determinante è quella in Colorado, uno stato di orientamento liberale in cui, però, il candidato liberale, l’uscente Mark Udall, è indietro di un punto percentuale -45% a 46%- rispetto al suo concorrente repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Cory Gardner.

A favorire Gardner, sempre secondo la rilevazione, è la percezione maggiormente positiva nei suoi confronti da parte dell’elettorato, che potrebbe portare a cambiare il colore politico del Colorado destituendo Udall.

Altra importante corsa è quella in Iowa, in cui il democratico Bruce Braley, membro della Camera dei Rappresentanti che cerca di passare al Senato, è indietro rispetto al candidato repubblicano, il senatore uscente Joni Ernst, per 46% a 49%.

Nelle ultime due Elezioni Presidenziali, l’Iowa ha votato convintamente a favore di Obama, ma in questa tornata potrebbe privare il Presidente di seggi importanti al Senato.

In Kansas, l’indipendente Greg Orman, dato per vicino ai democratici, ha ancora un vantaggio sul repubblicano Pat Roberts di 45% su 44%: un margine che l’esponente conservatore sta lentamente erodendo pur essendo partito da uno svantaggio di più di quattro punti percentuali.

La ragione della perdita di consenso di Orman è legata al tentativo del candidato indipendente di presentarsi all’elettorato come un moderato: un’argomentazione che sta convincendo sempre meno persone intenzionate a votare contro l’Amministrazione Obama.

Un piccolo barlume di speranza per i democratici resta anche in Arkansas, dove il candidato democratico, il Senatore uscente Mark Pryor, sta accorciando la distanza dal suo oppositore repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Tom Cotton.

Ad oggi, la forbice è arrivata a 43% contro 45% in favore dall’esponente conservatore, ma la distanza che penalizzava il candidato liberale era, solo un mese da, di circa il 5%.

Battaglia aperta anche in North Carolina, in cui la Senatrice democratica Kay Kagan sta resistendo all’attacco del candidato repubblicano Thom Tillis, mantenendo un sostanziale pareggio attorno al 43%.

La competizione in North Carolina rispecchia il quadro nazionale: se, da un lato, la Kagan fa campagna su tematiche locali, dall’altro Tillis ha impostato l’elezione sulla scia di un referendum sull’operato del Presidente Obama.

A deciso favore dei conservatori sembra essere la Georgia, dove il repubblicano David Perdue sta tuttavia subendo la rimonta della democratica Michelle Nunn, che, dalla scorsa estate, è riuscita ad accorciare la distanza al 3% dal 6%.

Situazione decisamente più tranquilla per i conservatori è quella del South Dakota, dove il repubblicano Mike Rounds è ampiamente avanti al democratico Rick Weiland per 43% a 29%, complice anche l’ampio consenso che i sondaggi attribuiscono all’indipendente Larry Pressler, pari a circa il 16%.

Infine, importante è anche la corsa in Alaska. Dove il repubblicano Dan Sullivan ha un vantaggio del 4% sul Senatore uscente, il democratico Mark Begich.

Primi preparativi anche per le Presidenziali del 2016

Oltre che per il prosieguo dell’Amministrazione Obama, le Elezioni di Mid-Term sono anche l’occasione per avviare i primi posizionamenti in vista delle prossime Elezioni Presidenziali da parte di entrambi gli schieramenti, chiamati a selezionare i propri candidati attraverso il meccanismo delle primarie.

Sul campo democratico, particolarmente attivi nella campagna elettorale sono stati l’ex-Segretario di Stato nella prima Amministrazione Obama, Hillary Clinton, la Senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e il Vice-Presidente Joe Biden.

Sul campo repubblicano si fa sempre più insistente la voce sull’ennesima candidatura di Mitt Romney -il candidato dei conservatori alla Presidenza sconfitto da Obama nel 2012- mentre una notevole attività è stata avuta anche dal membro della Camera dei Rappresentanti proveniente dal Wisconsin, Paul Ryan, dal Governatore del New Jersey, Chris Christie, e dall’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

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ELEZIONI AMMINISTRATIVE USA: VINCE OBAMA, PERDE IL TEA PARTY

Posted in USA by matteocazzulani on November 6, 2013

Il progressista Bill De Blasio vince a New York con un programma basato su equità e cambiamento delle politiche dure del Sindaco uscente Mike Bloomberg. In Virginia, vince McAuliffe, sostenuto dal Presidente USA e dalla probabile candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton, sul conservatore Ken Cuccinelli.

Un vento nuovo che tira dal fronte liberal-progressista, ha condizionato le elezioni amministrative statunitensi di martedì, 5 Novembre, in cui i democratici del Presidente, Barack Obama, hanno riportato importanti vittorie. Il più importante dei risultati, almeno per gli italiani, è l’elezione a Sindaco di New York di Bill De Blasio, democratico dell’ala liberal -la più spostata a sinistra- che, con il 73% dei consensi, ha surclassato il repubblicano Joe Lhota, fermo sl 23% e supportato dall’establishment conservatore dell’ex-Primo Cittadino della Grande Mela, Rudolph Giuliani.

De Blasio ha promesso il cambiamento delle politiche rigide, sopratutto in ambito poliziesco, attuate dal Sindaco uscente Michael Bloomberg -un conservatore poi passato tra gli indipendenti- ed ha supportato l’approvazione di misure di equità per limitare le disparità sociali tra i più agiati e i meno abbienti.

Il Nuovo Progressismo -come è stato definito dal Washington Post- di De Blasio va di pari passo con l’importante vittoria in Virginia del candidato democratico Terry McAuliffe sul repubblicano di orientamento social-conservatore Ken Cuccinelli.

La vittoria di McAuliffe in uno stato fortemente polarizzato politicamente, e che è stato duramente colpito dallo Shut Down -la chiusura forzata degli uffici pubblici per via della mancata approvazione del budget dopo un ostruzionismo dei repubblicani alla camera- è una vittoria del Presidente Obama e della possibile candidata democratica alle prossime Elezioni Presidenziali, Hillary Clinton, che hanno partecipato attivamente alla campagna del neo-eletto Governatore.

Il buon risultato dei democratici in Virginia è leggibile anche come un crollo del Tea Party: l’ala più oltranzista dei repubblicani che sostiene il taglio totale delle tasse che, secondo eminenti sondaggi, è stata ritenuta dagli elettori responsabile dello Shut Down.

Del resto, lo stesso Cuccinelli è stato sostenuto da esponenti dello stato maggiore del Tea Party, come il Senatore Ted Cruz -uno dei più acerrimi avversari della riforma sanitaria del Presidente Obama- e il Governatore della Lousiana, Bobby Jindal.

Christie trionfa in New Jersey

Importante per gli scenari federali è anche la vittoria in New Jersey del repubblicano Chris Christie, Governatore uscente che, con il 60,5% dei consensi, ha vinto sulla democratica Barbara Buono, ferma al 38% dei voti.

Ritenuto un repubblicano moderato, Christie è stato abile a catalizzare un consenso bipartisan di conservatori e progressisti, grazie sopratutto ai suoi buoni rapporto con il Presidente Obama, con cui ha cooperato nella gestione dell’emergenza ambientale dovuta all’uragano Sandy.

Secondo diversi esperti, la vicinanza di Christie ad Obama ha contribuito alla sconfitta del candidato repubblicano Mitt Romney nelle Elezioni Presidenziali del 2012, ed ha permesso a molti democratici di apprezzare le capacita politiche del Governatore del New Jersey.

Proprio le elezioni presidenziali sono l’obiettivo che, come dichiarato a più riprese, Christie si è posto, pronto alle primarie repubblicane per ottenere la possibilità di correre per la Casa Bianca contro la democratica Hillary Clinton.

Una vittoria per i democratici

Il risultato elettorale, seppur legato a dinamiche locali, dimostra che l’elettorato USA ha riposto fiducia nel campo democratico, sopratutto nel Presidente Obama.

Nel contempo, i cittadini statunitensi hanno espresso contrarietà nei confronti delle politiche conservatrici, che, per due settimane lo scorso Ottobre, hanno provocato una paralisi dello Stato.

Nell’Election Day, importanti votazioni hanno visto la legalizzazione della cannabis in Colorado e la legalizzazione dei matrimoni omosessuali in Illinois.

Matteo Cazzulani

PUTIN SI ARMA E CACCIA DALLA RUSSIA LE ORGANIZZAZIONI AMERICANE

Posted in Russia by matteocazzulani on September 20, 2012

La USAID – ente impegnato nella tutela dell’ambiente, nello sviluppo delle strutture democratiche e nel supporto della costituzione di una società civile – estromessa dalla Federazione Russa per volere del Ministero degli Esteri alla vigilia delle Elezioni Amministrative. Il Ministero della Difesa di Mosca avvia un programma per il rafforzamento dell’aviazione militare.

Il presidente russo, Vladimir Putin

Dopo la caduta del comunismo è stata attiva in Russia nell’ambito della difesa dell’ambiente, dello sviluppo socio-economico e del tentativo di rafforzamento delle strutture democratiche. Nell’anno 2012, l’organizzazione USAID è stata cacciata definitivamente dalla Russia di Putin.

Nella giornata di mercoledì, 19 Settembre, il Ministero degli Esteri russo ha dato il benservito all’organizzazione internazionale statunitense, particolarmente attiva negli ultimi tempi nel monitoraggio della preparazione delle Elezioni Regionali, in programma in Russia alla metà di Ottobre.

A dare la notizia è stata la rappresentante della Segreteria di Stato USA, Victoria Nuland, che, nonostante la cacciata della USAID, ha tuttavia confermato la cooperazione con le organizzazioni indipendenti russe impegnate nel rafforzamento della democrazia e dei diritti umani, tra cui l’associazione Memorial e l’ONG Golos.

Proprio la Golos ha espresso allarme per la chiusura della sede moscovita della USAID. Grazie a fondi dell’organizzazione statunitense, la ONG russa sta stilando una mappa dei brogli elettorali, con diversi corrispondenti dislocati nei seggi periferici per monitorare l’andamento delle votazioni amministrative, sopratutto nel Nord del Caucaso.

“Sono profondamente turbata dall’allontanamento della USAID – ha dichiarato a Radio Liberty la Direttrice di Golos, Liliya Shibanova – avevamo pianificato un accurato lavoro di monitoraggio della preparazione delle elezioni, ma l’assenza dell’organizzazione statunitense mette a rischio il nostro progetto”.

A confermare che la paternità della decisione è legata al Cremlino è stato il Ministero degli Esteri russo, che, con una nota, ha motivato l’espulsione della USAID con la volontà di allontanare dal Paese un ente straniero intenzionato ad interessarsi degli affari interni della Russia.

La cacciata della USAID rappresenta un duro colpo per l’immagine del Presidente USA, Barack Obama, che ha fatto del dialogo con il Presidente russo, Vladimir Putin, la bandiera della sua attività di politica estera.

Lo schiaffo ricevuto dal Cremlino, in piena corsa alla Casa Bianca, è un assist alle critiche mosse dallo schieramento repubblicano al Presidente democratico per avere assunto una posizione troppo morbida nei confronti dei regimi autocratici, come la Russia di Putin e l’Iran di Akhmadinedjad.

La cacciata dell’USAID è stata accompagnata dall’ennesimo step legato al rafforzamento delle strutture dell’esercito russo. Sempre mercoledì, 19 Settembre, il Ministro della Difesa russo, Dmitriy Rogozin, ha dichiarato l’avvio della costruzione di una flotta di aerei supersonici di ultima generazione, invisibili ai radar, concepiti per concorrere con il simile velivolo sperimentale statunitense Boeing X-51.

Se realizzato, il progetto di Rogozin innalzerebbe in maniera sensibile il potenziale militare dell’esercito russo, che Mosca sta nel contempo mostrando al Mondo con i missili Iskander e Tochka lanciati durante l’operazione Caucaso 2012: un’esercitazione organizzata dimostrativamente – e provocatoriamente – a pochi chilometri dal confine con la Georgia alla vigilia di delicate Elezioni Parlamentari.

Una vendetta gasata

Sullo sfondo dell’allontanamento della USAID, e del riarmo dell’esercito di Mosca, resta la questione energetica, di cui il Cremlino si avvale per realizzare precisi fini geopolitici a discapito dell’Occidente e, in particolare, dell’Unione Europea.

Dinnanzi alla condotta anticoncorrenziale del monopolista energetico russo, Gazprom – ente posseduto per più del 50% dal Cremlino, contestato da Bruxelles per avere legato la concessione di sconti sulle tariffe del gas alla fedeltà politica a Mosca dimostrata da alcuni Paesi dell’UE, sopratutto Germania e Francia – la Commissione Europea ha aperto un’inchiesta ufficiale, che potrebbe portare ad onerose sanzioni nei confronti della Russia.

In risposta, il Presidente Putin – che ha definito la Commissione Europea come schiava dei Paesi al di fuori della zona euro – ha obbligato ogni ente russo ad informare e concordare con il Cremlino le strategie da adottare nei confronti di Stati ed organizzazioni terze. De facto, egli ha assimilato la politica commerciale, economica ed energetica al diretto controllo politico della sua Amministrazione.

Matteo Cazzulani

Sottomarini militari russi navigano negli USA

Posted in USA by matteocazzulani on August 19, 2012

A dare la notizia, smentita dal Pentagono ma confermata da Mosca, e stato il giornale The Washington Free Beacon.

Missili russi s poca distanza dagli Stati Uniti d’America hanno messo a dura prova il sistema di sicurezza nazionale di Washington. Tra i mesi di Giugno e luglio un sottomarino della marina militare della Russia di classe 971 Akula ha incrociato nelle acque territoriali statunitensi presso il Golfo del Messico.

A dare la notizia della presenza di oggetti militari russi in territorio americano e stato il giornale The Washington Free Beacon, nella giornata di giovedì, 16 Agosto.

Pronta e stata la smentita dell’Addetto del Dipartimento della Difesa USA, Wendy Snyder, che ha negato la notizia ed ha rassicurato sulla sicurezza militare del territorio statunitense.

Diversa la versione delle fonti russe, che hanno ammesso la presenza di oggetti militari in diverse zone del pianeta al di fuori del territorio della Russia, tra cui, con tutta probabilità, anche il Golfo del Messico.

Inoltre, Mosca ha rifiutato di comunicare l’ubicazione attuale dei suoi sottomarini dislocati per differenti mari della terra.

I risvolti per la campagna elettorale USA

La faccenda dei sottomarini russi rappresenta un punto di svolta nella politica interna USA proprio durante la campagna elettorale per le Elezioni Presidenziali. Il candidato del Partito Repubblicano, Mitt Romney, sostiene la necessita di contrastare la Russia e il piano imperiale di Mosca in Europa Centro-Orientale.

L’Attuale Capo di Stato, il democratico Barack Obama, e fautore di un tentativo di dialogo e riavvicinamento con Mosca ed altri Stati governati da regimi autocratici e dittatoriali avversi all’Occidente, come Iran e Corea del Nord.

Matteo Cazzulani