LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

L’ITALIA SEMPRE PIÙ INTERESSATA ALLO SHALE USA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 7, 2013

L’Amministratore Delegato di Edison, Bruno Lescoeur, si è detto intenzionato ad importare gas non convenzionale dagli Stati Uniti d’America. Altre compagnie energetiche, e la politica, iniziano ad apprezzare lo shale statunitense

Un riposizionamento della politica energetica italiana sta per avvenire grazie ad alcune aperture sia da parte della politica che da parte delle compagnie energetiche. Nella giornata di martedì, 6 Agosto, l’Amministratore Delegato della compagnia energetica Edison, Bruno Lescoeur, ha dichiarato interesse per l’importazione dello shale gas in Italia.

Come riportato in un’intervista al Corriere della Sera, Lescoeur ha illustrato come Edison possieda già azioni per lo sfruttamento dello shale negli Stati Uniti d’America, e stia valutando la possibilità di veicolare gas non convenzionale nella regione mediterranea.

La posizione di Lescoeur ricalca quella dell’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, che, nel Maggio 2012, ha supportato la necessita di aprire la mercato dello shale statunitense per assicurare all’Italia forniture di gas sicure ed economiche.

Supporto al disegno di importazione dello shale è stato espresso anche dal Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, che ha sostenuto la necessita per l’Italia di realizzare al più presto i rigassificatori necessari per importare gas non convenzionale dagli USA.

Voci in sostegno dell’importazione dello shale statunitense in Italia sono state sono state sollevate anche da parte di alcuni Europarlamentari Italiani, come Oreste Rossi -che ha supportato la necessità di ricercare giacimenti di shale in Italia- e Patrizia Toia -che ha evidenziato l’importanza dello shale USA come fonte per la diversificazione degli approvvigionamenti di gas per l’Italia.

Ad oggi, l’Italia è dipendente dal gas naturale inviato via gasdotti da Russia ed Algeria, e solo in piccola parte dal Nord Europa.

Se non prolungato in Europa Nord Occidentale, la realizzazione del Gasdotto Trans Adriatico -TAP- potrà consentire all’Italia anche oro blu dall’Azerbaijan.

I lati positivi del gas non convenzionale

Lo shale è un gas estratto da rocce argillose poste a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi adoperate solo in Nordamerica e, in Europa, solo in Gran Bretagna.

Con l’avvio dello sfruttamento dello shale, gli USA hanno incrementato notevolmente la produzione interna di gas, ed hanno avviato l’esportazione di gas in Gran Bretagna ed India.

Gli USA hanno anche firmato pre-contratti per rifornire di oro blu non convenzionale Corea del Sud, Singapore e Taiwan, ed hanno ottenuto l’interesse ad importare shale da parte di Spagna, Polonia, Lituania ed Italia.

Come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, lo shale è utile anche per combattere il Global Warming e le emissioni inquinanti che stanno provocando mutamenti climatici in tutto il Mondo.

Matteo Cazzulani

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LA GRECIA PROMETTE ALL’UE L’INDIPENDENZA ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 29, 2012

Nel discorso di apertura della Conferenza Gas e Petrolio di Atene, il Capo della compagnia nazionale greca DEPA, Harry Sachinis, ha comunicato l’avvio dei lavori di sfruttamento dei giacimento di oro blu ubicati nel Mediterraneo Orientale in collaborazione con Cipro. I vantaggi per l’Italia dall’operazione che, se realizzata, potrebbe contare su una fornitura costante differente da quella russa

Il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger

Due congressi, tre soluzioni per l’indipendenza energetica europea dalla Russia. Nella giornata di lunedì, 28 Maggio, il Capo della compagnia greca DEPA, Harry Sachinis, ha comunicato l’avvio dello sfruttamento dei bacini situati nel Mediterraneo sud-orientale in collaborazione con Cipro.

Come evidenziato nel discorso di apertura della Conferenza Gas e Petrolio di Atene, la compagnia greca ha già avviato il percorso di preparazione per l’estrazione di oro blu dai giacimenti Leviathan e Tamar: due importanti serbatoi situati nelle acque territoriali israeliane, libanesi e cipriote.

Se da un lato i partner di Atene non sono ancora stati definiti ufficialmente – oltre a Cipro è comunque quasi certo che a sostenere la Grecia sarà anche Israele – dall’altro sono già noti i principali beneficiari del progetto di estrazione del gas mediterraneo: oltre alla Commissione Europea – che potrà contare su Atene per realizzare il progetto di diversificazione delle forniture di gas dalla Russia – l’oro blu sarà inviato sopratutto in Italia, Balcani e, più in generale, Europa Meridionale.

Certa è anche l’infrastruttura deputata al trasporto del gas del Mediterraneo orientale in Europa: Sachinis ha comunicato di considerare l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI – come il gasdotto più adatto per adempiere alla funzione preventivata da Atene.

Qualora tale scelta fosse confermata, l’Italia otterrebbe notevoli vantaggi: l’ITGI è compartecipato dalla compagnia Edison, e il punto di arrivo del gasdotto -ancora in fase di realizzazione – è fissato in Puglia.

“Dobbiamo anticipare i lavori per trasportare in Europa gas dall’Azerbajdzhan – ha dichiarato il Capo della DEPA – e impedire a Baku di divenire il primo esportatore sul mercato dell’Europa Mediterranea alternativo a Mosca. Questo deve servire di stimolo per il governo greco, quello cipriota, e quello israeliano”.

Le dichiarazioni di Sachinis collimano con quanto contemporaneamente dichiarato dal Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, presso la Conferenza Annuale del Gasdotti di Cracovia.

L’esponente europeo ha evidenziato come il gas sia destinato ad esercitare un ruolo sempre più importante nell’economia dell’Europa, e, per questo, sia necessario per l’UE realizzare infrastrutture che consentano di allentare la dipendenza dal gas della Russia.

Tra i progetti, oltre a nuovi gasdotti che consentano il trasporto di oro blu centro-asiatico in Europa, come il Gasdotto Europeo Sud-Est e il Nabucco, Oettinger ha illustrato l’efficacia dei rigassificatori, la cui produzione negli ultimi tempi è stata notevolmente implementata, sopratutto nella regione del Baltico.

La Lituania estromette Gazprom dai gasdotti nazionali

Particolare esperienza in materia è stata dimostrata dalla Lituania: Paese UE costretto a combattere contro una dipendenza dalla Russia pari a circa il 90% del fabbisogno nazionale.

Per diminuire il legame con l’unico fornitore russo, Vilna non solo ha avviato la costruzione di un importante rigassificatore a Klajpeda – che servirà anche Estonia, Lettonia e parte della Polonia – ma è anche riuscita ad escludere i russi dal proprio mercato energetico nazionale.

Secondo quanto dichiarato dall’autorevole Associated Press, la Lituania ha ripreso il controllo sulla Lietuvos Dujos – la compagnia a cui appartengono i gasdotti del Paese – per mezzo dell’espulsione da essa del monopolista russo, Gazprom, finora padrone del 37% dell’ente energetico nazionale.

La manovra è stata possibile grazie all’applicazione del Terzo Pacchetto Energetico: una legge dell’Unione Europea che vieta agli enti esportatori di gas – come lo è Gazprom per Vilna – il controllo totale o parziale dei gasdotti UE.

Lo scopo con cui la Commissione Europea ha appuntato il Terzo Pacchetto è la tutela della concorrenza e la lotta ai monopoli. Per questa ragione, il Governo lituano ha dichiarato di voler re-privatizzare la Lietuvos Dujos cedendone quote a enti registrati in Lituania o in altri luoghi dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

L’EUROPA VICINA A UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 17, 2012

La Polonia si allea con il Canada per lo sfruttamento dei giacimenti di gas shale sul suo territorio, mentre Italia e Grecia si candidano come principali Paesi di transito del gas di provenienza israelo-cipriota. Si moltiplicano i progetti in gara per lo sfruttamento del bacino di oro blu azero

Il Premier polacco, Donald Tusk

I polacchi che contendono la leadership nelle esportazioni di gas a turchi, israeliani, e ciprioti, con italiani e greci principali attori di transito, e i russi fuori dal mercato del Vecchio Continente. Lo scenario tracciato appartiene alla fantapolitica, ma nulla esclude che alcuni importanti sviluppi che si sono verificati negli ultimi giorni possano consentirne una parziale, se non totale, realizzazione.

La notizia più importante è il varo di un’alleanza tra la Polonia e il Canada, firmata di persona dai Premier dei due Paesi, Donald Tusk e Stephen Harper, martedì, 15 Maggio, per la ricerca e l’estrazione sul territorio polacco di gas shale: categoria di oro blu che, a differenza di quello naturale, è situato in maggiore profondità, e che per il suo sfruttamento richiede attrezzature specifiche oggi possedute solo nel Nord America.

Secondo diversi studi, il sottosuolo della Polonia sarebbe talmente ricco di giacimenti shale da consentire non solo l’autosufficienza energetica di tutta l’Europa, ma anche l’affermazione di Varsavia come uno dei principali esportatori di oro blu nel Mondo. E’ per questa ragione che, durante la recente visita ad Ottawa, Tusk ha affermato come l’Europa si trovi alla vigilia di una possibile rivoluzione energetica.

Accanto al serbatoio polacco di shale, sempre più pressanti sono le indiscrezioni riguardanti la presenza di un importante giacimento di gas naturale nel fondale del Mediterraneo orientale: tra le acque territoriali di Israele e Cipro.

Secondo le rilevazioni delle compagnie statunitensi Noble Energy e israeliana Delek, riportate dall’autorevole Reuters, il bacino israelo-cipriota, ribattezzato Leviathan, contiene 480 miliardi di metri cubi di gas. Per il suo trasporto in Europa, fin da subito si è proposto l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI.

Questo gasdotto, compartecipato a maggioranza dalla compagnia greca DEPA e dall’italiana Edison, collega la Penisola Anatolica alla Puglia, passando per il Peloponneso: se la capacità del Leviathan fosse confermata, il peso di Italia e Grecia – due Paesi oggi sull’orlo di una crisi finanziaria – nella politica energetica dell’Unione Europea sarebbe destinato ad aumentare in maniera vertiginosa.

In aggiunta ai “futuribili” giacimenti polacchi e israeliani, continua la corsa allo sfruttamento dei bacini di gas naturale dell’Azerbajdzhan, con cui la Commissione Europea ha già firmato accordi per l’acquisto di oro blu, senza, tuttavia, definire l’itinerario infrastrutturale attraverso il quale trasportare il carburante nel Vecchio Continente.

Nella giornata di lunedì, 14 Maggio, la compagnia tedesca RWE ha messo in dubbio la sua partecipazione alla costruzione del Nabucco: gasdotto concepito dall’UE per trasportare gas di provenienza azera dalla Turchia fino all’Austria.

Se le intenzioni dei tedeschi saranno confermate, come probabile secondo l’autorevole Deutsche Welle, la RWE sarebbe il secondo partner a lasciare il progetto dopo la ungherese MOL che, come riportato ancora dalla Reuters, ha iniziato trattative per il suo ingresso nel Gasdotto Europeo Sud-Orientale – SEEP: un progetto parallelo al Nabucco, sostenuto dal colosso britannico British Petroleum.

Finora, l’Azerbajdzhan non ha espresso alcuna preferenza tra il Nabucco e la SEEP, ma, insieme con la Turchia, ha dato il via alla costruzione del Gasdotto Transanatolico: unaterza alternativa al trasporto di gas azero in Europa, grazie alla partnership con la TAP.

Questa seconda infrastruttura, altrimenti nota come Gasdotto Transadriatico, collegherà la Bulgaria all’Italia meridionale attraverso l’Albania, e, di recente, su di essa ha espresso particolare inerisse l’ente italiano ENEL.

La Russia continua a mantenere il monopolio delle forniture energetiche

Il motivo principale che sta muovendo la geopolitica del gas del Vecchio Continente è necessità per l’UE di diminuire il quanto più possibile la propria dipendenza dalla Russia, alla quale, ad oggi, non vi sono valide alternative.

Dal canto suo, Mosca ha approntato una politica basata non solo sul controllo totale dei rifornimenti di oro blu diretti all’Europa, ma anche sulla gestione, parziale o totale, dei gasdotti europei, che finora ha avuto successo grazie alla connivenza di una serie di Paesi UE tradizionalmente alleati del Cremlino, come Francia, Germania, Slovacchia, Austria e Slovenia.

Inoltre, sempre per disinnescare ogni piano di indipendenza energetica approntato dall’Unione Europea, la Russia ha avviato la costruzione del Southstream: un gasdotto progettato per rifornire di oro blu russo direttamente il Vecchio Continente, bypassando Paesi ritenuti ostili dal Cremlino come Romania, Polonia, Moldova, e Ucraina.

Noto anche come Gasdotto Ortodosso, il Southstream è compartecipato dal monopolista russo, Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca e francese Wintershall ed EDF, e da quelle nazionali di Serbia, Macedonia, Slovenia, e Montenegro.

Matteo Cazzulani

L’ITALIA IN SECONDO PIANO ANCHE NEL SOUTHSTREAM

Posted in Uncategorized by matteocazzulani on April 22, 2012

Secondo quanto dichiarato dall’Amministratore Delegato di ENI, Paolo Scaroni, il monopolista russo Gazprom, senza fornire spiegazioni, ha deciso di dare precedenza alla costruzione del tronco del gasdotto diretto ai Balcani, e di lasciare ad una seconda fase quella del ramo che porterà il gas russo direttamente nel nostro mezzogiorno

I percorsi di Nabucco e Southstream

“Gli Italiani danno una mano ai russi nella loro marcia in Europa Centrale”. Così l’autorevole Gazeta Wyborcza ha commentato la conferenza stampa dell’Amministratore Delegato dell’ENI, Paolo Scaroni, che, nella giornata di venerdì, 20 Aprile, ha comunicato alla stampa l’avvio della costruzione del Southstream.

Questo gasdotto è destinato a trasportare gas attraverso il fondale del Mar Nero dalla Russia alla Bulgaria, da dove un tronco sarà diretto a nord verso Macedonia, Serbia e Slovenia – con arrivo previsto in Pianura Padana – e un altro ramo trasporterà l’oro blu attraverso la Grecia in Italia meridionale. Il 50% delle azioni della conduttura appartengono al monopolista russo Gazprom, il 20% al colosso italiano ENI, e il 15% rispettivamente alla compagnia francese EDF e alla tedesca BASF.

Come più volte dichiarato dalle autorità russe, questa infrastruttura ha lo scopo di bypassare Paesi politicamente osteggiati dal Cremlino – come Polonia, Romania, Ucraina, Ungheria e Moldova – e, come ha riportato sempre l’autorevole Wyborcza, è destinata a rafforzare il monopolio della Russia nelle forniture di gas ai Paesi dell’Unione Europea, con inevitabili ripercussioni sia sull’indipendenza nazionale dei Paesi dell’UE, sia sulla loro sicurezza nazionale.

Nonostante la cospicua fetta di azioni possedute nel gasdotto, l’Italia non sarà avvantaggiata dalla costruzione del Southstream, per lo meno nell’immediato. Come dichiarato da Scaroni, Mosca ha deciso di procedere alla realizzazione della tratta settentrionale fino all’Austria, e solo in un secondo momento all’installazione del ramo meridionale destinato ad attraversare l’Adriatico per rifornire il nostro Paese.

“Non posso spiegare il perché di questa decisione – ha dichiarato Scaroni, come riportato da Wyborcza e dall’agenzia russa RIA Novosti – ma con Gazprom siamo giunti all’accordo che il tratto meridionale sarà costruito subito dopo il termine di quello settentrionale”.

Contro la politica energetica dell’Occidente

Una possibile spiegazione del perché Gazprom abbia privilegiato il tratto settentrionale potrebbe essere dettata da una precisa scelta politica mirata a esercitare una pressione su Italia e Grecia affinché questi due Paesi desistano dal sostenere progetti concorrenti al Southstream.

Nell’ambito del progetto varato dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza del Vecchio Continente dal gas russo attraverso la costruzione di un fascio di condutture per trasportare in Europa oro blu centro-asiatico senza transitare per la Russia, un ruolo importante potrebbe essere giocato dal Gasdotto Transadriatico – TAP – che è compartecipato dalla compagnia italiana Edison, e che prevede il trasporto del carburante azero dalla Turchia fino alla Puglia attraverso l’Albania.

La Grecia, invece, nonostante la tradizionale alleanza con la Russia, ha guardato con favore all’iniziativa ciprioto-israeliana mirante allo sfruttamento dei giacimenti di gas del Mediterraneo Orientale Leviathan, Tamar e Aphrodite, in cui, come riportato dall’autorevole Bloomberg, si troverebbero 30 milioni di miliardi di metri cubi di gas: tanto quanto il fabbisogno terrestre per un anno.

A rendere questo progetto di estrema attualità è l’incombente presidenza di turno dell’UE di Cipro, che Israele ha individuato come partner per il trasporto del proprio gas nel Vecchio Continente, con il coinvolgimento della Grecia. Sempre secondo la Bloomberg, qualora i dati in merito alla ricchezza dei giacimenti dell’est del Mare Nostrum fossero confermati, gli equilibri energetici nel Vecchio Continente potrebbero mutare, in quanto Israele si affermerebbe come uno dei principali esportatori di gas naturale in grado di concorrere sia al Centro-Asia che alla Russia.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: L’ITALIA FUORI DAL PIANO DI INDIPENDENZA ENERGETICA UE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 22, 2012

Il consorzio Shakh Deniz esclude il gasdotto sostenuto dal governo italiano dall’itinerario di cui l’Azerbajdzhan si avvarrà per l’invio dell’oro blu centro-asiatico in Europa. L’isolamento energetico di Roma rende il Belpaese sempre più dipendente dalla Russia monopolista, e mette a serio repentaglio il nostro interesse nazionale

Il tragitto della TAP e del Nabucco

Se mai il gas dal centro Asia sarà trasportato in Italia, a gestire il traffico saranno svizzeri, norvegesi e tedeschi. Questa è la decisione presa dal consorzio incaricato della gestione del giacimento Shakh Deniz: una delle riserve di gas naturale più ricca al Mondo, per questo individuata dall’Unione Europea come serbatoio da cui attingere oro blu per diminuire la dipendenza dalla Russia.

Come riportato dall’autorevole Trend, il gasdotto TAP – Trans Adriatic Pipeline, compartecipato dalle compagnie elvetica EGL, dalla norvegese STATOIL, e dalla tedesca E.On – è stato designato come unica via su cui il consorzio azero intende puntare per il trasporto del proprio gas in Europa meridionale.

Questa scelta rappresenta una sconfitta per l’Italia e per la Grecia, i cui governi hanno attivamente sostenuto l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI: candidato alternativo alla TAP, compartecipato dalle compagnie turca BOTAS, greca DESFA, ed italiana Edison.

Maggiori dettagli sul perché di tale scelta non sono stati resi noti, ma alcuni esperti hanno evidenziato come il consorzio azero abbia ritenuto più sicuro un gasdotto prevalentemente terrestre, con capacità di trasporto superiore rispetto ad una conduttura interamente sottomarina: a discapito delle pressioni politiche di Roma e Atene.

Infatti, la TAP è progettata per il trasporto del gas dalla Grecia a Brindisi passando per l’Albania, mentre l’ITGI collega il Mare Egeo allo Ionio fino ad Otranto.

Tuttavia, la presenza italiana nella corsa all’approvvigionamento diretto al Centro-Asia potrebbe subire ulteriori limitazioni, in quanto la decisione definitiva del consorzio Shakh Deniz riguarderà la scelta tra un “tragitto meridionale” – rappresentato dalla TAP – ed uno “settentrionale” servito dal gasdotto Nabucco: infrastruttura compartecipata dalle compagnie bulgara Bulgargaz, romena Transgaz, ungherese MOL ed austriaca OMV.

Se, come probabile, gli azeri punteranno sul secondo progetto, l’oro blu importato dal Bacino del Caspio sarà convogliato dalla Turchia al terminale di Baumgarten, in Austria, attraverso la Bulgaria, la Romania e l’Ungheria: il nostro Paese perderebbe così una preziosa opportunità per diversificare le proprie forniture di gas, per le quali oggi l’Italia è fortemente legata alla Russia.

L’importanza per l’Europa dell’Azerbajdzhan e delle sue risorse naturali è nata dalla politica energetica della Commissione Barroso, che, per scalfire il monopolio di Mosca nella compravendita di gas nel Vecchio Continente, ha stretto accordi con Baku per l’importazione di oro blu centroasiatico.

Per il trasporto di questo carburante in Europa dal Gasdotto Transanatolico – TANAP: infrastruttura deputata al trasporto del gas dal Mar Caspio allo stretto del Bosforo, compartecipata dalle compagnie azera SOCAR, turca BOTAS, olandese Shell e britannica British Petroleum, e sostenuta dai governi di Baku e Ankara – è scoppiata una vera e propria gara tra diverse condutture: espressioni di differenti interessi, tra i quali il consorzio Shakh Deniz è stato costretto ad una scelta lunga ed accurata.

L’Europa litiga, la Russia vince

L’assenza di una proposta unica europea, e il proliferare dei gasdotti, rischia però di rallentare irreversibilmente l’inizio dell’invio di gas centro-asiatico in Europa, e favorire la politica energetica della Russia, la quale, intenzionata com’è a mantenere la propria egemonia sull’Unione Europea, sta percorrendo con successo due diverse strade.

Per affossare il patto tra Bruxelles e Baku, il monopolista statale russo, Gazprom, ha progettato la costruzione del Southstream: gasdotto sottomarino ideato per trasportare il proprio gas dalla Russia meridionale in Europa attraverso il fondale del Mar Nero e, successivamente, due tronchi che, dalla Grecia, serviranno verso sud la Puglia, e verso nord i Balcani e la Pianura Padana.

Compartecipato da Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca, francese e greca Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Macedonia, Serbia, Slovenia e Montenegro, il Southstream ricopre un tragitto speculare a quello progettato dalla Commissione Barroso per importare il gas dall’Azerbajdzhan.

Inoltre, consapevole di non essere in grado di soddisfare la richiesta di gas – sempre più alta da parte degli acquirenti Occidentali – la Russia ha puntato sull’acquisizione totale o parziale dei gasdotti dei Paesi dell’Unione Europea, e in tale direzione ha già raggiunto accordi con Germania, Francia, Austria, Slovenia e Slovacchia.

La quasi certa prossima cessione a Mosca del sistema infrastrutturale energetico dell’Ucraina – a cui Kyiv sarà presto costretta in cambio di uno sconto sulle tariffe per il gas – permetterà al Cremlino il controllo diretto dei gasdotti tramite i quali l’Italia importa l’oro blu necessario per sostenere la propria economia.

Per questa ragione, la diminuzione dell’importanza del BelPaese nella politica della Commissione Barroso, e, più in generale, il fallimento della strategia di Bruxelles e Baku, da cui dipende la realizzazione degli obiettivi della Russia, costituisce un serio colpo all’indipendenza energetica italiana, e, in misura ben maggiore rispetto alla crisi dell’Euro, mette a serio repentaglio la nostra sicurezza nazionale.

Matteo Cazzulani

CAMBIANO GLI EQUILIBRI NELLA GUERRA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 6, 2012

Il sostegno della Turchia al Gasdotto Transanatolico, e il supporto delle compagnie Shell e British Petroleum al Gasdotto Europeo del Sud Est, costringono il Nabucco, progettato dall’Unione Europea, ad un sensibile ridimensionamento. Le differenti infrastrutture chiamate in causa nella corsa UE all’eldorado energetico azero, e i tentativi della Russia di impedire tale disegno per mantenere la propria egemonia sul Vecchio Continente

Il percorso del Gasdotto Europeo Sud-Est (SEEP)

Turchia, Italia e Ucraina, con Unione Europea e Russia dietro le quinte: questi sono gli attori principali destinati a influenzare la realizzazione di un’infrastruttura per consentire a Bruxelles lo sfruttamento dei giacimenti di gas della regione del Mar Caspio. Un’operazione da tempo supportata dalla Commissione Barroso, la quale, dopo avere raggiunto accordi con Azerbajdzhan e Turkmenistan per l’acquisto di oro blu dal giacimento Shakh-Deniz, ha preventivato la realizzazione di un fascio di gasdotti in cui rientrano interessi nazionali, geopolitici ed energetici di diversa natura e provenienza che, ad oggi, hanno impedito a Bruxelles l’elaborazione un progetto unico.

Chiave di svolta è stata, il 27 Dicembre 2011, la decisione da parte della Turchia di sostenere il Gasdotto Transanatolico (TANAP). L’infrastruttura, progettata lungo tutta la penisola anatolica per trasportare gas dall’Azerbajdzhan al Bosforo, è sostenuta non solo da un accordo politico tra Ankara e Baku, ma anche da un consorzio compartecipato delle compagnie nazionali di Turchia e Azerbajdzhan, BOTAS e SOCAR, dell’olandese Shell, e della britannica British Petroleum.

Secondo i piani di questo consorzio, il gasdotto Transanatolico dovrebbe rappresentare il primo tratto del Gasdotto Europeo Sud-Est (SEEP): una lunga infrastruttura che consentirà il trasporto dell’oro blu di provenienza azera ai Paesi centrali e occidentali del Vecchio Continente tramite lo sfruttamento di una delle due infrastrutture già esistenti.

La prima è l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia (ITGI), posseduto dal consorzio Poseidon, in cui rientrano la BOTAS, la compagnia greca DESFA, e l’italiana Edison. Questo gasdotto collega la penisola anatolica ad Otranto, passando per la Grecia e i Mari Egeo e Ionio. Come ammesso dal suo Presidente, Elio Ruggeri, l’infrastruttura vanta modeste dimensioni, ma può contare sull’appoggio politico dell’Azerbajdzhan: confermato, lo scorso 2 Febbraio, dall’incontro tra i vertici della SOCAR e il vice-Ministro allo sviluppo economico italiano, Claudio de Vincenti.

Insidia al’ITGI è la Trans-Adriatic Pipeline (TAP) che è compartecipata dalla compagnia elvetica EGL, dalla norvegese Statoil, e dalla tedesca E.On. Questo gasdotto collega la Grecia a Brindisi passando per l’Albania e, come dichiarato dal suo Direttore delle Relazioni Internazionali, Michael Hoffman, può garantire il trasporto di una quantità di gas superiore a quella attuale in caso di accordo con il consorzio Transanatolico.

L’ultima parola spetta all’Azebajdzhan, che, al momento della firma dei pre-contratti con la Commissione Europea, ha promesso di decidere in tempi brevi su quale itinerario energetico puntare per onorare i propri obblighi di Paese fornitore. Tuttavia, a complicare questa scelta è la presenza di altri due progetti alternativi al Gasdotto Europeo del Sud-Est.

Il primo è il Nabucco: gasdotto progettato lungo i Balcani per raggiungere i giacimenti azeri senza transitare per il territorio della Russia: dalle cui forniture l’UE già dipende quasi in toto. Riconosciuto progetto di primaria importanza per Bruxelles, il gasdotto dalla verdiana denominazione è sostenuto politicamente da Commissione Europea, Paesi dell’Europa Centrale – Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia – e consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania e Ungheria – ed economicamente dalle compagnie energetiche bulgara Bulgargaz, romena Transgaz, ungherese MOL e austriaca OMW.

Dato inizialmente per favorito, il Nabucco ha perso prestigio in seguito alla fuoriuscita della BOTAS e della SOCAR – che hanno sostenuto il Gasdotto Transanatolico – e ai ripensamenti della compagnia tedesca RWE, il cui Presidente, Stefan Judisch – preso atto che la decisione dei governi turco e azero ha complicato la situazione – ha proposto un ridimensionamento del progetto ad una sorta di Nabucco Occidentale: da considerare come il prolungamento in territorio europeo del Gasdotto Transanatolico alternativo a ITGI e TAP.

La Russia cerca di bloccare l’indipendenza energetica dell’Unione Europea

Finora, il Nabucco non ha ancora adottato contromosse. Come dichiarato dal suo Presidente, Kristian Dolezan, il consorzio continua a ritenere la Turchia un partner privilegiato, malgrado il sostegno concesso da Ankara al Gasdotto Trasnanatolico e, ancor prima, all’accordo con la Russia per il transito nelle acque territoriali turche del Southstream.

Questa infrastruttura è l’ultimo attore della guerra dei gasdotti nell’Europa Centro-Orientale e Meridionale. Noto come Gasdotto Ortodosso, il Southstream rappresenta il tentativo da parte del Cremlino di impedire all’Unione Europea la corsa all’eldorado azero. L’accesso diretto di Bruxelles ai giacimenti del Mar Caspio comporterebbe non solo un brusco ridimensionamento della dipendenza energetica dell’UE da Mosca, ma metterebbe anche in crisi i piani di egemonia della Russia sul Vecchio Continente, che, come dimostrato dai recenti eventi, il Cremlino intende realizzare con l’arma del gas e dei gasdotti.

Cruciale per la realizzazione del Southstream è la situazione in Ucraina, poiché è da tempo che Mosca ambisce al controllo del sistema infrastrutturale energetico ucraino: passo fondamentale per collegare i gasdotti russi a quelli di Francia, Germania, Slovenia, Slovacchia e Italia, ossia i Paesi con cui il monopolista russo, Gazprom, ha già firmato accordi e pre-accordi per la gestione totale o parziale delle condutture nazionali.

Oggi, l’indipendenza dei gasdotti dell’Ucraina è garantita dai contratti firmati tra Kyiv e Mosca nel Gennaio 2009 dall’allora Primo Ministro, Julija Tymoshenko – attualmente, in seguito a un’opera di repressione politica, detenuta in isolamento proprio per avere firmato quegli accordi – ma presto il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, sarà costretto a cedere alle richieste del Cremlino: isolato com’è sia sul piano internazionale – per via della sua condotta autoritaria – sia su quello energetico.

Difatti, il Southstream è concepito anche per bypassare – e minacciare – l’Ucraina, rifornendo gli acquirenti del Mediterraneo occidentale per mezzo di un percorso alternativo a quello dipendente dai gasdotti ucraini: dal fondale del Mar Nero, il Gasdotto Ortodosso raggiungerà la Grecia, da dove una diramazione sarà orientata verso l’Italia meridionale, e, un’altra, verso Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia, e Pianura Padana.

Il Southstream è un progetto costoso, che la Russia stessa preferirebbe non realizzare per non impiegare troppe risorse finanziare. Tuttavia, in questo progetto Mosca è supportata da una cordata molto influente sul piano economico: oltre a Gazprom, quote di partecipazione del Southstream sono possedute dal colosso energetico italiano ENI, dalle compagnie tedesca, francese e greca Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Macedonia, Serbia, Slovenia e Montenegro.

Sul piano politico, il Gasdotto Ortodosso è sostenuto attivamente non solo dalla Russia, ma anche dai governi di Francia e Germania, i quali, in diverse occasioni, hanno sostenuto apertamente gli interessi energetici di Mosca in sede europea: a prescindere dal palese contrasto con l’interesse generale di Bruxelles nel diversificare le fonti dal quasi unico fornitore russo e, de facto, dalla messa a serio repentaglio della sicurezza energetica dell’Unione Europea tutta.

Matteo Cazzulani

LA GRECIA AFFOSSA L’EUROPA ANCHE SUL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 7, 2011

Atene invita l’Azerbajdzhan a scegliere l’ITGI come conduttura principale per l’invio di oro blu centro asiatico all’UE, offrendo in cambio la privatizzazione del colosso statale DEPA. A rischio la realizzazione del Nabucco, su cui la Commissione Europea sta puntando tutto per la diminuzione delle forniture energetiche dalla Russia. Il Turkmenistan in soccorso a Bruxelles

Il percosrso di Nabucco e Southstream

Dopo l’economia e la moneta unica, anche i progetti continentali di indipendenza energetica. Nella giornata di giovedì, 3 Novembre, il Ministro dell’Energia greco, Georgios Papakonstantinou, ha offerto all’Azerbajdzhan il pieno sfruttamento a condizioni di favore dell’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia: un gasdotto sottomarino – compartecipato da compagnie nazionali turca, greca, e dall’italiana Edison- ideato per il trasporto di gas centro asiatico senza transitare per il territorio russo e, così, diminuire la forte dipendenza energetica del Vecchio Continente dall’oro blu del Cremlino.

Secondo quanto riportato dall’autorevole ANA/MRA, Atene avrebbe addirittura invitato la compagnia azera DNKAR a prendere parte alla realizzazione dell’ultimo tratto dell’ITGI – da Komotini ad Otranto – ed a rilevarne quote di partecipazione in cambio della proposta di prendere parte come socio di maggioranza alla privatizzazione della DEPA: il colosso energetico statale che, in Paese in bancarotta, è l’unico ente pubblico con un bilancio in positivo.

“La DEPA è un’azienda sana e robusta – ha dichiarato Papakonstantinou – e la collaborazione con gli azeri potrebbe estendersi fruttuosamente anche ad altri progetti. Vogliamo fare della Grecia la porta dell’Europa per il gas centro asiatico – ha continuato – includendo i Paesi partner nella compartecipazione delle infrastrutture energetiche deputate alle forniture per il Vecchio Continente”.

L’offerta greca ha sollevato molti commenti tra gli esperti, per la maggiore perplessi non tanto dalla presa di posizione di un Paese che ha ben altri problemi da risolvere, ma, sopratutto, per il carattere lesivo degli interessi generali dell’Unione Europea che tale proposta ricopre. Difatti, l’ITGI è uno dei gasdotti candidati a divenire asse principale di un Corridoio Meridionale con cui la Commissione Europea, favorita dalla presidenza di turno polacca, sta cercando al più presto di rendere l’UE il meno dipendente possibile dal gas russo.

Finora, l’infrastruttura preferita – su cui Bruxelles sta investendo molto in termini economici e politici – è stata il Nabucco, che, sostenuta dal consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – e supportata dalle compagnie OMV – Austria – SOCAR – Azerbajdzhan – BOTAS – Turchia – MOL – Ungheria – Bulgargaz – Bulgaria – Transgaz – Romania – ed RWE – Germania – è ad oggi il progetto più credibile per convincere Baku a concedere il via libera allo sfruttamento del giacimento azero Shakh Deniz – per cui la Commissione Barroso ha già stretto accordi.

Tuttavia, la proposta greca porta le autorità azere ad una valutazione supplementare dei due gasdotti, provocando da un lato una competizione suicida tra due progetti UE con il medesimo scopo, e, dall’altro, una frenata sulla tabella di marcia della costituzione del Corridoio Meridionale, che favorisce solamente il Southstream: gasdotto progettato dal monopolista russo Gazprom – e compartecipato dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesche Wintershall ed E.ON, dalla francese EDF, da quelle nazionali Serba e Macedone e, guarda caso, proprio dalla greca DEPA – con lo scopo di mantenere dipendente da Mosca il Vecchio Continente, rifornendolo di oro blu dalla Russia con una conduttura sul fondale del Mar Nero che aggira Paesi invisi al Cremlino, come Polonia, Ucraina, Romania, Moldova, e Stati Baltici.

Il Turkmenistan sceglie l’Europa

Chi di sicuro aiuterà la Commissione Barroso a diminuire la dipendenza energetica europea è governo turkmeno che, come riportato dall’autorevole Reuters, ha promesso all’UE gas ad alte quantità e, sopratutto, un impegno concreto nel realizzare la tranche conclusiva del gasdotto Transcaspico.

Collegandola all’Azerbajdzhan, l’infrastruttura permetterà al Turkmenistan il collegamento ad un corridoio, per mezzo del quale collocare il proprio carburante sul mercato del Vecchio Continente. Una priorità della Politica Estera di uno dei Leader mondiali dell’esportazione di carburante che, di recente, ha portato il Turkmenistan ad un aspro scontro proprio con la Russia: preoccupata di perdere la competizione per il monopolio sulle forniture a Bruxelles non nel Mediterraneo, ma nel Mar Caspio.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: LA LITUANIA DA IL BENSERVITO A GAZPROM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 31, 2011

Vilna fissa per il 31 Ottobre 2014 l’esclusione del monopolista russo dal proprio sistema infrastrutturale energetico, forte di una legislazione UE che vieta ad enti non-europei il possesso dei gasdotti del Vecchio Continente. Azerbajdzhan e Turchia trovano l’accordo per le forniture di oro blu all’Europa, ma la Grecia alza la competizione interna al Corridoio Meridionale

Il ministro dell'energia lituano, Arvidas Sekmokas

Una vera e propria cacciata da casa propria in nome dell’Europa e della difesa degli interessi continentali. Nella giornata di venerdì, 28 Ottobre, il governo lituano ha fissato per il 31 Ottobre 2014 il termine entro cui il monopolista russo, Gazprom, deve abbandonare ogni azione della compagnia statale Lietuvos Dujos.

La decisione è stata presa in seguito a trattative tra le Autorità lituane ed esponenti della compagnia tedesca, E.On Ruhrgas – alla quale appartiene il 38,9% della Lietuvos Dujos – a cui non ha partecipato alcun rappresentante di Gazprom, proprietaria del 37,1% dell’ente nazionale lituano che, oltre alla compravendita di gas per la Lituania, è responsabile della gestione delle infrastrutture energetiche del Paese. Un boccone appetitoso per il monopolista russo che, coadiuvato dall’alleato tedesco, ha de facto controllato la Lietuvos Dujos fino ad oggi, ponendone alla presidenza il suo Vice-Capo, Valerij Golubjev: più volte accusato dal governo lituano di condotta antinazionale in quanto responsabile di un’oneroso tariffario ancor oggi applicato da Mosca a Vilna.

A cambiare le carte in tavola il varo, nel 2009, da parte della Commissione Europea, del Terzo Pacchetto Energetico: una legge che stabilisce la liberalizzazione del mercato del gas, vieta la gestione in regime di monopolio dei gasdotti del Vecchio Continente – sopratutto ad enti non-UE – ed impone la messa in comunicazione delle condutture di gas e nafta dei 27 Paesi dell’Unione con l’intento di creare un unico sistema infrastrutturale. Manna dal cielo per la Lituania che, legittimata dalla legislazione di Bruxelles, ha potuto iniziare una manovra per ristabilire la propria indipendenza energetica, allentando la presenza dei russi nel proprio mercato.

Da un lato, Vilna ha programmato la costruzione di una serie di rigassificatori, in sintonia con gli altri Paesi Baltici e con la Polonia – impegnati in simile iniziative, con il medesimo scopo di diminuire la dipendenza da Mosca – dall’altro, ha programmato il riassorbimento forzato della Lietuvos Dujos, il suo scorporo in due compagnie – incaricate rispettivamente della gestione dei gasdotti e della compravendita di gas – e l’immediata vendita delle loro quote all’azionariato lituano ed europeo. Artefice di tale politica è stato il Ministro dell’Energia, Arvidas Sekmokas, deciso nell’applicare fino in fondo la legge UE, anche a costo di mozioni di sfiducia – proposte dall’opposizione socialdemocratica, vicina ai russi, ma respinte dalla maggioranza conservator-liberale a cui appartiene – e ricorsi all’Arbitrato Internazionale.

Atene Cavallo di Troia di Mosca

Una svolta per l’indipendenza energetica dell’Unione Europea è arrivata anche dal fronte meridionale. Mercoledì, 26 Ottobre, Azerbajdzhan e Turchia hanno firmato un accordo per il transito nella penisola anatolica di 10 Miliardi di metri cubi annui di gas dal giacimento azero di Shakh Deniz verso il Vecchio Continente, pronto a riceverlo per mezzo del Corridoio Meridionale: una rete di gasdotti sul fondale del Mediterraneo, progettata per evitare l’importazione di oro blu attraverso il territorio della Russia e, con esso, il ricatto energetico di Mosca.

La principale conduttura di tale sistema di gasdotti dovrebbe essere il Nabucco, concepito dalla Commissione Europea, sostenuto politicamente dal consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – ed economicamente dalle compagnie nazionali di Austria, Romania, Turchia, Azerbajdzhan, e Bulgaria. Tuttavia, di recente si è rafforzata la candidatura dell’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia: gasdotto compartecipato dalla compagnia italiana Edison, dalla statale turca Botas, e dalla greca DESFA, la quale – maggiore sponsor del progetto – ha offerto al consorzio per la gestione di Shakh Deniz l’ampliamento della portata dell’ITGI a 24 Miliardi di metri cubi annui dagli attuali 10.

La manovra greca è stata accolta con sospetto da parte di diversi esperti, in quanto non solo proveniente da un Paese in piena crisi economica, ma, sopratutto, stretto alleato di Gazprom nella costruzione del Southstream: gasdotto sottomarino, sul fondale del Mar Nero, progettato dal monopolista russo – in collaborazione con l’italiana ENI, le tedesche Wintershall ed RWE, la francese EDF, la greca DESFA, e le compagnie nazionali macedone, serba, e slovena – per contrastare la politica di indipendenza energetica della Commissione Europea, ed aggirare Paesi UE politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Stati Baltici, e Romania – a cui si aggiungono Moldova ed Ucraina. La candidatura dell’ITGI in alternativa al Nabucco non solo innalzerebbe la posta da offrire a Baku per l’ottenimento delle forniture, ma garantirebbe tempo a Mosca per realizzare il Gasdotto Ortodosso – com’è chiamato il Southstream – prima che l’UE riesca a garantirsi l’Indipendenza da Mosca com la conduttura di verdiana denominazione.

Matteo Cazzulani