LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Obama incorona Tusk principale interlocutore europeo degli USA

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on March 11, 2015

Il Presidente statunitense favorevole ad una posizione risoluta di Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti della Russia. L’incontro con il Presidente del Consiglio Europeo è un segnale di disapprovazione della linea morbida adottata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande.

Il bastone e la carota per cercare di fermare l’aggressione della Russia all’Ucraina e, possibilmente, all’Unione Europea. Nella giornata di lunedì, 9 Marzo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha ricevuto alla Casa Bianca il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk.

Durante l’ incontro, Obama, dopo avere dichiarato l’intenzione di implementare le trattative per la finalizzazione dell’accordo di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantico -TTIP- ha espresso la necessità che Stati Uniti ed Unione Europea collaborino per fare fronte all’aggressione militare russa, e per garantire la sovranità territoriale dell’Ucraina. 

Il Presidente statunitense ha poi invitato l’Occidente a mantenere le sanzioni economiche applicate alla Russia dopo l’occupazione delle regioni orientali dell’Ucraina e della Crimea, ed ha invitato Stati Uniti ed Unione Europea a monitorare il comportamento dell’esercito russo in territorio ucraino.

Da parte sua, Tusk, che ha scelto Washington come prima visita ufficiale all’estero da Presidente del Consiglio Europeo, ha lamentato non solo l’aggressione militare della Russia nei confronti dei Paesi confinanti con l’Unione Europea, ma ha anche sottolineato come Mosca si avvalga massicciamente della propaganda per disunire l’Occidente.

Inoltre, il Presidente del Consiglio Europeo ha accolto l’invito di Obama affinché Stati Uniti ed Unione Europea collaborino sia sulla pronta finalizzazione del TTIP che sulla questione ucraina, ed ha illustrato la necessità di una stretta partnership tra l’Amministrazione Presidenziale statunitense e l’Europa anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo islamico in Libia.

Oltre alla mera comunione di vedute tra Obama e Tusk, l’incontro tra il Presidente statunitense ed il Presidente del Consiglio Europeo rappresenta un chiaro segnale lanciato dall’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ai leader europei in merito alla necessità di una politica più coraggiosa nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Non a caso, Obama, durante l’incontro con Tusk, ha chiaramente contestato l’inefficacia della linea morbida adottata nei confronti della Russia da parte del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Presidente francese, Francois Hollande, che si sono sempre opposti alla possibilità di fornire armi all’esercito ucraino apertamente sostenuta dall’Amministrazione Presidenziale statunitense, dal Congresso USA, e da alcuni Paesi dell’Unione Europea come Gran Bretagna e Polonia.

Come riportato dall’autorevole Economist, Tusk, ex-Premier della Polonia che ben conosce l’atteggiamento della Russia in ambito internazionale, è visto da Obama come uno degli esponenti politici su cui l’Amministrazione Presidenziale statunitense può contare in Europa per mantenere alta l’attenzione dinnanzi alla crescente aggressività militare di Mosca.

Un altro leader europeo su cui Obama può contare per mantenere l’unità dell’Occidente dinnanzi all’aggressione militare della Russia è il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il cui Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha lamentato pubblicamente più di cento violazioni dello spazio aereo britannico da parte di velivoli militari russi durante il 2014.

Come pronta riposta alle continue provocazioni militari da parte di Putin, che oltre alla Gran Bretagna interessano anche altri Paesi NATO, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, Hammond ha rafforzato lo stato di allerta dei Servizi Segreti britannici.

Inoltre, come poi attuato anche dalla Polonia, la Gran Bretagna ha disposto l’invio di personale militare in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino ed aiutare le forze armate di Kyiv a controbilanciare la superiorità tecnica e militare della Russia.

Il dilemma Renzi

Oltre alla linea troppo morbida manifestata da Merkel e Hollande, influenzati dai legami economici, culturali ed energetici che la Russia ha abilmente saputo tessere con Berlino e Parigi sin durante l’epoca sovietica, a motivare il rafforzamento dell’intesa tra Obama e Tusk è anche la recente visita a Mosca del Premier italiano, Matteo Renzi.

Con il suo incontro bilaterale con il Presidente russo, e sopratutto con la proposta di un coinvolgimento della marina militare russa nel Mediterraneo per contrastare l’ISIL in Libia, Renzi ha de facto interrotto l’isolamento politico di Putin che i leader Occidentali hanno attuato come risposta alla violazione della sovranità territoriale ucraina da parte della Russia, una mossa che Obama non sembra avere gradito.

Tuttavia, tenendo conto dei buoni legami che uniscono Obama e Renzi oramai da diversi anni, non è da escludere che la visita del Premier italiano a Mosca possa essere stata una sorta di investitura che l’ex-Sindaco di Firenze ha ottenuto dal Presidente statunitense per mantenere una sorta di dialogo aperto con Putin onde evitare la diffusione del conflitto all’interno dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani / Analista di Tematiche Trans Atlantiche / Twitter @MatteoCazzulani

Putin vs. NATO: anche la Lituania nel mirino della Russia

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on September 10, 2014

La magistratura russa richiede assistenza alla Procuratura Generale di Vilna per processare i ‘disertori’ che dopo l’Indipendenza lituana non hanno prestato il servizio di leva obbligatorio nell’esercito dell’URSS. Il Dipartimento alla Difesa della Lituania invita i cittadini a non viaggiare in Paesi extra-NATO

Prima in Lettonia con le proteste della popolazione russofona -trucco già utilizzato per giustificare l’invasione militare in Georgia e Ucraina- poi in Estonia con il rapimento del funzionario dei Servizi Segreti estoni Eston Rohven, infine, anche in Lituania con la vicenda dei ‘disertori’ dell’Armata Rossa. Nella giornata di martedì, 9 Settembre, la Procuratura Generale lituana ha ricevuto la richiesta di aiuto da parte della magistratura russa per denunciare una persona accusata di avere disertato il servizio di leva nell’esercito sovietico nel 1990.

Come riportato dal portale Delfi, pronta è stata la riposta della Procuratura Generale lituana, che ha negato ogni forma di collaborazione coi russi, in quanto il fatto, avvenuto dopo la dichiarazione e il riconoscimento dell’Indipendenza della Lituania, non costituisce reato secondo il codice penale di Vilna.

Tuttavia, oltre che ad essere priva di ogni fondamento giuridico, la richiesta della magistratura russa rappresenta un potenziale precedente che potrebbe presto coinvolgere gli altri 1562 cittadini lituani che nel 1990 hanno rifiutato di servire nell’Armata Rossa.

Tra essi, secondo i dati del Ministero della Difesa lituano, 20 persone considerate ‘disertori’ dell’Armata Rossa sono state catturate e rinchiuse in carcere in Russia, mentre altre 1465 sono state costrette all’anonimato per qualche tempo.

Per questa ragione, il Dipartimento della Difesa Nazionale della Lituania ha invitato i cittadini lituani che hanno rinunciato al servizio di leva nell’URSS dopo l’ottenimento dell’Indipendenza a non recarsi in nessun modo e per nessuna ragione in Paesi che non appartengono alla NATO.

Il possibile arresto di questi cittadini lituani in Russia, o in Paesi alleati di Mosca, finirebbe per innescare un meccanismo di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si potrebbe facilmente avvalere non solo per richiedere l’estradizione degli altri ‘disertori’, ma anche per creare un vero e proprio casus belli con la Lituania.

Del resto, voci autorevoli in merito all’interferenza di Putin nelle questioni interne alla Lituania si sono sollevate già durante la recente crisi di Governo provocata dall’uscita dell’Azione Elettorale dei Polacchi in Lituania -AWPL- dalla coalizione che appoggia il Premier Algirdas Butkevicius -una maggioranza delle ‘larghe intese’ composta dal Partito Social Democratico Lituano, dal Partito del Lavoro e dai conservatori di Ordine e Giustizia.

La AWPL, che raccoglie i voti della minoranza polacca conservatrice, secondo il rating stilato da importanti centri studi internazionali, come l’OSW, appartiene infatti alla fascia dei Partiti sostenuti e finanziati logisticamente dal Cremlino per sostenere la politica imperialista di Putin e destabilizzare l’equilibrio interno a Paesi che si oppongono alla politica imperiale di Mosca.

La provocazione in Lituania va poi di pari passo con altri atteggiamenti simili assunti da Putin per provocare il casus belli con altri Paesi della regione del Baltico, come, lo scorso sabato 6 Settembre, il rapimento in Estonia di un agente dei Servizi Segreti estone, Eston Rahvan, subito deportato in Russia, processato e condannato alla detenzione per azioni di spionaggio.

In Lettonia, sui cui cieli da tempo l’aviazione militare russa sconfina, Putin è sospettato di avere indotto la protesta della minoranza russofona per presentare il Paese come repressivo nei confronti dei russi: una tattica che ha già portato la Russia ad invadere l’Ucraina in nome del diritto, presunto, di Mosca di tutelare la popolazione ucraina di lingua russa.

L’importanza di rafforzare la NATO prima che sia troppo tardi

A mettere in allarme sulle possibili provocazioni di Putin nel Baltico è stato il noto commentatore dell’Economist Edward Lucas che, durante un’audizione presso la Camera dei Comuni britannica, ha evidenziato come il vero scopo di Putin sia attuare la guerra all’Unione Europea e alla NATO, iniziando proprio dal provocare il ‘ventre molle’ dell’Occidente, ossia i Paesi Baltici.

Simile posizione è stata presa dal Presidente della Lituania, Dalija Grybauskaite, che, durante il vertice sulle nomine del nuovo Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’UE, ha sottolineato come, con l’invasione all’Ucraina, Putin abbia lanciato la dichiarazione di guerra all’Europa.

“Con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha violato il memorandum di Budapest -ha dichiarato alla CNN la nota commentatrice Anne Applebaum, facendo riferimento all’accordo con cui l’Ucraina ha rinunciato al nucleare in cambio del riconoscimento dell’inviolabilità del suo territorio da parte di Russia, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna- ma nessuno ha pagato per questo, né l’Occidente ha voluto difendere Kyiv”.

“Mi chiedo se ora siamo pronti a difendere almeno Estonia, Lettonia e Lituania, e, se sì, quanto presto” ha continuato la Applebaum, sottolineando che senza un rafforzamento della NATO i Paesi dell’Europa Centro-Orientale si sentono sempre più insicuri dinnanzi alla politica di espansione militare della Russia di Putin.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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GAS: I PROGRESSISTI EUROPEI SONO DIVISI SULLO SHALE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 2, 2013

La Romania avvia lo sfruttamento di shale per garantire sicurezza energetica ed equità sociale. La Germania dice no al gas non convenzionale, e mette a serio repentaglio i piani UE per la diversificazione delle forniture

La presenza dello Shale in Europa e il parere espresso dai Governi UE. FONTE THE ECONOMIST

La presenza dello Shale in Europa e il parere espresso dai Governi UE. FONTE THE ECONOMIST

Lungimirante e attenta alla sicurezza energetica dell’Unione Europea in Romania,  intransigente – e anti-europea – in Germania. Così appare il campo dei progressisti europei in seguito alle recenti decisioni prese dai vertici del partito Social-Democratico romeno e dalla SPD tedesca sullo shale: gas non convenzionale estratto in rocce porose, ubicate in bassa profondità, mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adoperate con regolarità solo in Nordamerica.

Come riportato dall’agenzia AFP, venerdì, Primo di Febbraio, il Consiglio Regionale della Regione di Vaslui, nella Romania Orientale, ha concesso il via libera al colosso statunitense Chevron per la ricerca e lo sfruttamento dello shale.

La decisione dell’ente locale è stata motivata dalla posizione in favore dello shale espressa dal Primo Ministro romeno Victor Ponta, che, dopo un’iniziale scetticismo, ha definito l’oro blu non convenzionale come una forma di energia importante, nei confronti della quale Bucarest deve rapportarsi in maniera seria e strategica.

Leader di un’ampia collazione di governo rosso-gialla, composta dal Partito Social-Democratico e da quello Liberale, Ponta ha anche applicato alla lettera la legge UE, che prevede la liberalizzazione del mercato del gas in tutti i Paesi dell’Unione.

Insieme con la liberalizzazione, il Primo Ministro romeno ha anche approvato un meccanismo di tassazione per il surplus di profitto realizzato dalle compagnie energetiche nella vendita del gas estratto in Romania, con la finalità di erogare contributi che permettano alle persone meno abbienti di pagare le bollette per elettricità e gas.

Come riportato da Natural Gas Europe, la Romania possiede ingenti quantità di gas shale che, se sfruttato, garantirebbe a Bucarest l’indipendenza energetica per dieci anni, ed aiuterebbe l’Unione Europea a diminuire la dipendenza dalle forniture di oro di blu di Russia ed Algeria.

Differente è la posizione dei socialdemocratici tedeschi che, sempre venerdì, Primo di Febbraio, al Bundesrat hanno imposto una moratoria sul progetto di sfruttamento del gas shale approntato dal cancelliere cristiano-democratico, Angela Merkel.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, la coalizione di SPD e verdi, che domina la Camera Alta del Parlamento tedesco, ha impegnato la Merkel a verificare gli effettivi impatti ambientali, e ad avviare una consultazione pubblica con le popolazioni locali interessate dal piano di sfruttamento del gas shale.

La coalizione rosso-verde, che lamenta la scarsa sicurezza e l’alto pericolo di inquinamento e dissesto idrogeologico derivato delle tecniche di fracking, ha de facto opposto le linee guida della Commissione Europea.

Pochi giorni prima del voto del Bundesrat, il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger, ha chiesto alla Camera Alta tedesca un voto a favore della diminuzione della dipendenza energetica del Vecchio Continente dall’estero.

Come riporta l’Economist, in Europa, oltre che dalla Romania, lo sfruttamento dello shale è stato approvato da Polonia, Gran Bretagna, Ucraina, Ungheria, Estonia, Svezia, Grecia e Spagna, ed anche da Slovacchia, Lituania, Slovenia, Danimarca e Portogallo, dove il Governo è retto da coalizioni di centrosinistra.

A porre una moratoria allo sfruttamento dello shale è stata invece in Francia l’Amministrazione del Presidente socialista Francois Hollande che, malgrado fratture interne al suo stesso Partito, ha seguito l’esempio di Bulgaria, Olanda, Lussemburgo: gli unici Paesi in Europa contrari all’oro blu non convenzionale.

Obama con lo shale fa crescere gli Stati uniti d’America

Chi invece grazie allo shale sta incrementando il proprio peso nella politica energetica internazionale sono gli Stati Uniti d’America, grazie alla decisione dell’Amministrazione del Presidente democratico, Barack Obama, di avviare lo sfruttamento di gas non convenzionale.

Ricchi di gas shale, sopratutto in Texas, Pennsylvania, Georgia e North Dakota, gli USA hanno incrementato esponenzialmente le esportazioni di oro blu non convenzionale liquefatto in Asia, e si sono affermati come i principali partner energetici di Corea del Sud, India, Singapore ed Indonesia.

Concorde con la minoranza repubblicana, e sostenuta dal ritardo con cui l’Unione Europea sta sfruttando le proprie riserve di shale, l’Amministrazione Obama ha anche ipotizzato l’avvio dell’esportazione di oro blu non convenzionale liquefatto anche in Europa per garantire all’UE di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e, nel contempo, garantire la sicurezza nazionale dei Paesi membri.

Inoltre, Washington intende insediare, anche in Europa, il monopolio energetico di Russia e Algeria: Paesi che si avvalgono del gas per realizzare scopi di natura geopolitica.

La Russia di Putin in particolare contrasta i piani di sfruttamento dello shale in Europa, e si oppone a qualsiasi altra iniziativa volta alla diversificazione degli approvvigionamenti da parte di Bruxelles per mantenere il controllo sul mercato UE, ed impedire la creazione di un’Unione Europea forte, unita e davvero indipendente.

Matteo Cazzulani

THE ECONOMIST CERTIFICA IL REGRESSO DELL’UCRAINA DI JANUKOVYCH

Posted in Editoriale, Ukraina by matteocazzulani on December 31, 2010

L’autorevole settimanale britannico determina Kyiv come la 67esima democrazia nel Mondo. Russia tra le semi-autocrazie con il Venezuela. Bene la Repubblica Ceca, davanti agli USA

Il simbolo dell'Economist Intelligence Unit

“Le conquiste della Rivoluzione Arancione sono in pericolo”. A confermare quanto riportato dalla Voce Arancione, il rating sulle democrazie del Mondo Democracy Index-2010, commissionato dall’autorevole Economist.

Secondo lo studio, l’Ucraina è scesa al 67 posto — dal 53esimo nel 2008 — tra Moldova e Montenegro, ed è il primo tra i Paesi europei per regresso della democrazia, settimo nel Mondo, dietro a Madagascar, Isole Figi, Iran, Etiopia, Egitto e Gambia.

Il peggioramento più significativo, negli ambiti della cultura politica, della partecipazione ai processi civici, del sistema di voto e pluralismo partitico, e dell’efficienza governativa. Per quanto riguarda quest’ultima voce, a fare compagnia all’Ucraina sono Ghana, Repubblica Domenicana, Filippine, e Perù.

La migliore tra i peggiori

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Più efficienti di Kyiv, Honduras, Bangladesh, Cambogia, Zambia e Malawi: Paesi che rientrano tra Regimi Ibridi, in cui le elezioni non sono libere, e le libertà civili sono garantite parzialmente. Tra essi, anche Russia – 107esima, Armenia — 109esima, Kyrgystan — 106esima, Venezuela — 96esima, e Turchia — 89esima.

Secondo le conclusioni degli autori, l’Ucraina di Janukovych può vantare di essere il migliore Stato tra i peggiori.

Sul tetto del rating, la Norvegia, seguita da Islanda e Danimarca. Il primo dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la Repubblica Ceca, 16esima, davanti agli Stati Uniti d’America — al 17esimo posto.

Tra le Democrazie deboli, Slovenia, Estonia, Lettonia, Slovacchia, Lituania, Ungheria, Polonia e Bulgaria, nel medesimo gruppo con l’Italia – 29esima e la Francia — al 31esimo posto. Bielorussia, Uzbekistan e Kazakhstan restano Stati autoritari.

Matteo Cazzulani

LIBERTA DI STAMPA: GIORNALISTA UZBEKO ANCORA CONDANNATO

Posted in Uzbekistan by matteocazzulani on November 13, 2010

Abdumalik Bobaev, corrispondente da Tashkent per Voice of America, condannato ad una multa per reportage scomodi alle Autorità

Il corrispondente da Tashkent per Voice of America, Abdumalik Bobaev. FOTO VOA

In Uzbekistan fare il giornalista costa caro. Nella giornata di sabato, 13 novembre, la Corte d’appello di Tashkent ha respinto il ricorso del giornalista Abdumalik Bobaev, condannandolo al pagamento di una multa di 10 mila dollari. Motivo dell’ammenda, i pezzi fortemente critici con le Autorità locali, ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.

Nello specifico, si tratta di un’inchiesta sullo sfruttamento di bambini nei campi di cotone, e di un reportage sul prosciugamento del lago d’Aral. Per questa ragione, il reporter ha passato in carcere tre giorni, e rischiato di trascorrervi altri otto anni, se non fosse stato assolto in primo grado, cavandosela con un’ammenda.

“Ho ribadito alla Corte – ha dichiarato a Radio Liberty – di non aver fatto nulla di male. Come giornalista, scrivo pezzi critici, ma mai infarciti degli insulti e delle delazioni di cui sono stato accusato”.

A supportare Bobaev, l’assistente del Segretario di Stato americano per l’Asia centro-meridionale, Robert Blake, che ha inoltrato una nota di protesta sullo lo stato della libertà di stampa in Uzbekistan. Ad attivarsi in difesa del reporter, anche il Comitato USA per la Difesa dei Giornalisti, con un appello per il pronto rilascio del collega, diretto al presidente uzbeko, Islam Karimov.

“Pubblicare materiale politico senza l’avvallo delle Autorità è pericoloso” ha spiegato il Presidente del Gruppo per la Tutela dei Diritti Umani in Uzbekistan, Surat Ikramov, anch’egli multato in passato per aver indagato sulla morte sospetta di un cantante locale.

I precedenti in un Paese non libero

Il presidente uzbeko, Islam Karimov

Non così liscia è andata al corrispondente russo Vladimir Berezovskij, ancora in carcere, ed al collega di Bobaev di Voice of America, Alisher Saipov, ucciso nel vicino Kyrgystan, dopo che i media uzbeki hanno scatenato su di lui una feroce campagna mediatica.

Oltre ai casi già illustrati, altri sei reporter sono stati colpiti negli ultimi due anni. E l’Uzbekistan continua a negare visti di ingresso ai giornalisti stranieri. Secondo una ricerca dell’Economist, Tashkent è il dodicesimo Stato al Mondo per repressione della stampa libera.

Matteo Cazzulani