LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

CAMBIANO GLI EQUILIBRI NELLA GUERRA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 6, 2012

Il sostegno della Turchia al Gasdotto Transanatolico, e il supporto delle compagnie Shell e British Petroleum al Gasdotto Europeo del Sud Est, costringono il Nabucco, progettato dall’Unione Europea, ad un sensibile ridimensionamento. Le differenti infrastrutture chiamate in causa nella corsa UE all’eldorado energetico azero, e i tentativi della Russia di impedire tale disegno per mantenere la propria egemonia sul Vecchio Continente

Il percorso del Gasdotto Europeo Sud-Est (SEEP)

Turchia, Italia e Ucraina, con Unione Europea e Russia dietro le quinte: questi sono gli attori principali destinati a influenzare la realizzazione di un’infrastruttura per consentire a Bruxelles lo sfruttamento dei giacimenti di gas della regione del Mar Caspio. Un’operazione da tempo supportata dalla Commissione Barroso, la quale, dopo avere raggiunto accordi con Azerbajdzhan e Turkmenistan per l’acquisto di oro blu dal giacimento Shakh-Deniz, ha preventivato la realizzazione di un fascio di gasdotti in cui rientrano interessi nazionali, geopolitici ed energetici di diversa natura e provenienza che, ad oggi, hanno impedito a Bruxelles l’elaborazione un progetto unico.

Chiave di svolta è stata, il 27 Dicembre 2011, la decisione da parte della Turchia di sostenere il Gasdotto Transanatolico (TANAP). L’infrastruttura, progettata lungo tutta la penisola anatolica per trasportare gas dall’Azerbajdzhan al Bosforo, è sostenuta non solo da un accordo politico tra Ankara e Baku, ma anche da un consorzio compartecipato delle compagnie nazionali di Turchia e Azerbajdzhan, BOTAS e SOCAR, dell’olandese Shell, e della britannica British Petroleum.

Secondo i piani di questo consorzio, il gasdotto Transanatolico dovrebbe rappresentare il primo tratto del Gasdotto Europeo Sud-Est (SEEP): una lunga infrastruttura che consentirà il trasporto dell’oro blu di provenienza azera ai Paesi centrali e occidentali del Vecchio Continente tramite lo sfruttamento di una delle due infrastrutture già esistenti.

La prima è l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia (ITGI), posseduto dal consorzio Poseidon, in cui rientrano la BOTAS, la compagnia greca DESFA, e l’italiana Edison. Questo gasdotto collega la penisola anatolica ad Otranto, passando per la Grecia e i Mari Egeo e Ionio. Come ammesso dal suo Presidente, Elio Ruggeri, l’infrastruttura vanta modeste dimensioni, ma può contare sull’appoggio politico dell’Azerbajdzhan: confermato, lo scorso 2 Febbraio, dall’incontro tra i vertici della SOCAR e il vice-Ministro allo sviluppo economico italiano, Claudio de Vincenti.

Insidia al’ITGI è la Trans-Adriatic Pipeline (TAP) che è compartecipata dalla compagnia elvetica EGL, dalla norvegese Statoil, e dalla tedesca E.On. Questo gasdotto collega la Grecia a Brindisi passando per l’Albania e, come dichiarato dal suo Direttore delle Relazioni Internazionali, Michael Hoffman, può garantire il trasporto di una quantità di gas superiore a quella attuale in caso di accordo con il consorzio Transanatolico.

L’ultima parola spetta all’Azebajdzhan, che, al momento della firma dei pre-contratti con la Commissione Europea, ha promesso di decidere in tempi brevi su quale itinerario energetico puntare per onorare i propri obblighi di Paese fornitore. Tuttavia, a complicare questa scelta è la presenza di altri due progetti alternativi al Gasdotto Europeo del Sud-Est.

Il primo è il Nabucco: gasdotto progettato lungo i Balcani per raggiungere i giacimenti azeri senza transitare per il territorio della Russia: dalle cui forniture l’UE già dipende quasi in toto. Riconosciuto progetto di primaria importanza per Bruxelles, il gasdotto dalla verdiana denominazione è sostenuto politicamente da Commissione Europea, Paesi dell’Europa Centrale – Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia – e consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania e Ungheria – ed economicamente dalle compagnie energetiche bulgara Bulgargaz, romena Transgaz, ungherese MOL e austriaca OMW.

Dato inizialmente per favorito, il Nabucco ha perso prestigio in seguito alla fuoriuscita della BOTAS e della SOCAR – che hanno sostenuto il Gasdotto Transanatolico – e ai ripensamenti della compagnia tedesca RWE, il cui Presidente, Stefan Judisch – preso atto che la decisione dei governi turco e azero ha complicato la situazione – ha proposto un ridimensionamento del progetto ad una sorta di Nabucco Occidentale: da considerare come il prolungamento in territorio europeo del Gasdotto Transanatolico alternativo a ITGI e TAP.

La Russia cerca di bloccare l’indipendenza energetica dell’Unione Europea

Finora, il Nabucco non ha ancora adottato contromosse. Come dichiarato dal suo Presidente, Kristian Dolezan, il consorzio continua a ritenere la Turchia un partner privilegiato, malgrado il sostegno concesso da Ankara al Gasdotto Trasnanatolico e, ancor prima, all’accordo con la Russia per il transito nelle acque territoriali turche del Southstream.

Questa infrastruttura è l’ultimo attore della guerra dei gasdotti nell’Europa Centro-Orientale e Meridionale. Noto come Gasdotto Ortodosso, il Southstream rappresenta il tentativo da parte del Cremlino di impedire all’Unione Europea la corsa all’eldorado azero. L’accesso diretto di Bruxelles ai giacimenti del Mar Caspio comporterebbe non solo un brusco ridimensionamento della dipendenza energetica dell’UE da Mosca, ma metterebbe anche in crisi i piani di egemonia della Russia sul Vecchio Continente, che, come dimostrato dai recenti eventi, il Cremlino intende realizzare con l’arma del gas e dei gasdotti.

Cruciale per la realizzazione del Southstream è la situazione in Ucraina, poiché è da tempo che Mosca ambisce al controllo del sistema infrastrutturale energetico ucraino: passo fondamentale per collegare i gasdotti russi a quelli di Francia, Germania, Slovenia, Slovacchia e Italia, ossia i Paesi con cui il monopolista russo, Gazprom, ha già firmato accordi e pre-accordi per la gestione totale o parziale delle condutture nazionali.

Oggi, l’indipendenza dei gasdotti dell’Ucraina è garantita dai contratti firmati tra Kyiv e Mosca nel Gennaio 2009 dall’allora Primo Ministro, Julija Tymoshenko – attualmente, in seguito a un’opera di repressione politica, detenuta in isolamento proprio per avere firmato quegli accordi – ma presto il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, sarà costretto a cedere alle richieste del Cremlino: isolato com’è sia sul piano internazionale – per via della sua condotta autoritaria – sia su quello energetico.

Difatti, il Southstream è concepito anche per bypassare – e minacciare – l’Ucraina, rifornendo gli acquirenti del Mediterraneo occidentale per mezzo di un percorso alternativo a quello dipendente dai gasdotti ucraini: dal fondale del Mar Nero, il Gasdotto Ortodosso raggiungerà la Grecia, da dove una diramazione sarà orientata verso l’Italia meridionale, e, un’altra, verso Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia, e Pianura Padana.

Il Southstream è un progetto costoso, che la Russia stessa preferirebbe non realizzare per non impiegare troppe risorse finanziare. Tuttavia, in questo progetto Mosca è supportata da una cordata molto influente sul piano economico: oltre a Gazprom, quote di partecipazione del Southstream sono possedute dal colosso energetico italiano ENI, dalle compagnie tedesca, francese e greca Wintershall, EDF e DEPA, e da quelle nazionali di Macedonia, Serbia, Slovenia e Montenegro.

Sul piano politico, il Gasdotto Ortodosso è sostenuto attivamente non solo dalla Russia, ma anche dai governi di Francia e Germania, i quali, in diverse occasioni, hanno sostenuto apertamente gli interessi energetici di Mosca in sede europea: a prescindere dal palese contrasto con l’interesse generale di Bruxelles nel diversificare le fonti dal quasi unico fornitore russo e, de facto, dalla messa a serio repentaglio della sicurezza energetica dell’Unione Europea tutta.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: AZERBAJDZHAN DUBITA SUL NABUCCO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 31, 2011

La compagnia centroasiatica Socar dubita sul rifornimento di oro blu per il gasdotto supportato dall’Unione Europea. Turkmenistan pronto a subentrare

I percorsi di Southstream e Nabucco

Il gasdotto verdiano alla partenza frenata. Nella giornata di lunedì, 30 Maggio, l’Azerbajdzhan ha dichiarato di considerare la possibilità di esportare il proprio gas per diverse infrastrutture, e non solo in esclusiva per il Nabucco, come stabilito finora. A riportare tale decisione, il Capo della compagnia statale Socar, Rovnah Abdullajev.

Per il Nabucco, un intoppo non di poco conto, dal momento che, senza Baku, viene a mancare il principale serbatoio di oro blu per il Vecchio Continente.

Idea Ashgabat

Tuttavia, pronte le contromosse. Come illustrato dal Ministro dell’Energia turco, Taner Yidlyz, a sostituire il gas azero potrebbe essere il Turkmenistan, con cui le trattative sono già strette. Ottimismo anche da parte del Rappresentante del consorzio Nabucco, Cristian Dolesan, che ha evidenziato come la firma del contratto di avvio dell’infrastruttura è stata fissata per il prossimo 6 Giugno. A presenziare, le compagnie impegnate nella realizzazione del gasdotto: l’ungherese MOL, la romena Transgaz, l’austriaca OMV, la tedesca RWE, la bulgara Bulgargaz, e la turca BOTAS.

Lecito ricordare che, sul piano politico, il Nabucco è supportato da Unione Europea e consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria. Il suo scopo, trasportare gas centroasiatico attraverso il mediterraneo, ediminuire la dipendenza dell’Europa dalla Russia sul piano energetico.

In risposta, Mosca ha progettato un simile gasdotto, il Southstream. Compartecipato dal monopolista russo, Gazprom, dai colossi italiano ENI, da quelli tedeschi Wintershall e RWE, e francese Suez-Gaz de France, e dalle compagnie statali di Serbia, Macedonia, Slovenia, e Grecia, è concepito per bypassare Moldova, Ucraina, e Romania, Paesi ritenuti inaffidabili dal Cremlino.

Matteo Cazzulani

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 19, 2011

Mosca dichiara la rinuncia al Gasdotto Meridionale, e si concentra sull’acquisizione del mercato energetico di Kyiv

 

Il tragitto di Nabucco e Southstream

Un bluff per alcuni. Una sconfitta dei russi, per altri. Per altri ancora, una pedina da sacrificare, per l’ennesimo scacco matto nello scacchiere energetico euroasiatico. Fa discutere, e non poco, la dichiarazione del Vice-Premier russo, Igor Sechin, in merito alla possibile rinuncia di Mosca al Southstream.

 

La decisione è stata presa al termine delle trattative con il Presidente turco, Tayipp Erdogan, conclusesi con il diniego, da parte di Ankara, al transito dell’infrastruttura per le acque territoriali anatoliche.

Esulta Christian Dolesan, Rappresentante del concorrente Nabucco, che ha ribadito la natura non antirussa del suo progetto. Il quale, ora, ha via libera nel Mediterraneo.

Noto anche come Gasdotto ortodosso, il Southstream è stato progettato dal monopolista russo, Gazprom, e dal colosso italiano ENI — e finanziato dalla tedesca RWE, dalla francese Suez-Gaz de France, e dalle compagnie statali serba, macedone, greca, bulgara, ed austriaca — per rifornire il Vecchio Continente di oro blu. Aggirando Paesi invisi a Mosca, come Romania, Moldova, ed Ucraina.

Il Nabucco è una risposta dell’Unione Europea, supportata dal consorzio AGRI — Azerbajdzhan, Georgia, Ungheria, e Romania — per veicolare oro blu centro asiatico, senza transitare per la Federazione Russa.

A contrastare la contentezza di Dolesan, l’autorevole East European Gas Analysis, secondo cui il tutto sarebbe nato da un bluff della Turchia, per ottenere maggiori vantaggi dall’accordo di Mosca.

Ad esso, il Cremlino avrebbe risposto con un ulteriore mossa tattica, paventando la rinuncia al Southstream, compensato dal rilevamento dei gasdotti ucraini.

Ed è proprio l’Ucraina a cantare vittoria. Secondo il Vice-Primo Ministro, Andrij Kljujev, è grazie alla pressione diplomatica di Kyiv che Mosca ha abbandonato l’infrastruttura sotomarina, rendendosi conto della maggiore convenienza, per esportare gas in Europa, della via terrestre,

Secondo il politico ucraino, Mosca sarebbe consapevole dell’inefficiacia dei gasdotti su fondali marini, come dimostrato dal farraginoso funzionamento del Bluestream — tra Russia e Turchia.

Inoltre, Kljujev ha ribadito la volontà dell’Ucraina di presentarsi come partner affidabile dei russi, anche per le questioni energetiche, invitando l’afflusso di investimenti da Mosca per la modernizzazione del sistema infrastrutturale energetico.

L’Ucraina nel mirino della Russia

Secondo altri esperti, proprio l’Ucraina sarebbe la pedina che la Russia potrebbe mangiare, dopo aver sacrificato il Gasdotto Meridionale.

Il restauro delle condutture di Kyiv passa attraverso la fusione tra Gazprom ed il colosso statale ucraino, Naftohaz, in un unico suprmonopolista. Il quale, posseduto solo al 6% da Kyiv, opererebbe nel mercato ucraino senza concorrenti.

A conferma di tale scelta, la decisione del colosso della Nafta Lukojl di trasferire la Sede madre per l’Europa Centro-Orientale dalla Bielorussia all’Ucraina.

Matteo Cazzulani