LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Ucraina: vincitori e vinti del Vertice di Milano

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 17, 2014

Seppur privo di risultati, il vertice di Milano ha rappresentato un successo sia per il Premier italiano Matteo Renzi, che per il Presidente ucraino Petro Poroshenko, mentre il Capo di Stato russo, Vladimir Putin, si è rivelato essere sempre più isolato dalla Comunità Internazionale. La riedizione del ‘formato Normandia’ ha portato anche alla vittoria strategica del Cancelliere tedesco Angela Merkel e del Presidente francese Francois Hollande, che mantengono la regia della politica estera europea.

Philadelphia – Tante sono state le speranze riposte, forse in maniera troppo naive, sul vertice multilaterale di Milano, organizzato per risolvere il conflitto armato tra Ucraina e Russia a lato del vertice ASEM. Tuttavia, come prevedibile, pochi sono stati i passi in avanti compiuti per la risoluzione di un conflitto da cui dipende la sicurezza nazionale ed energetica dell’Europa.

Nella giornata di venerdì, 17 Ottobre, i Presidenti di Ucraina e Russia, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, si sono incontrati a Milano, con la regia del Premier italiano Matteo Renzi, assieme al Cancelliere tedesco Angela Merkel, al Presidente francese Francois Hollande, al Primo Ministro britannico David Cameron, ai Presidenti di Commissione Europea e Consiglio Europeo, José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy e al futuro Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Difesa dell’Unione Europea, Federica Mogherini.

Come dichiarato da Renzi alla fine del Vertice, pochi sono stati i risultati ottenuti nelle trattative, complice un’atmosfera difficile e improntata sulla reciproca diffidenza tra Poroshenko e Putin, che tuttavia, come dichiarato dal Premier italiano, hanno per la prima volta discusso in maniera franca e diretta.

Nello specifico, come ha illustrato Renzi, l’oggetto del Vertice è stata la regolazione del controllo del confine ucraino-russo e lo stato della realizzazione degli Accordi di Pace di Minsk, che prevedono il ritiro congiunto degli eserciti di Ucraina e Russia dal Donbass, regione che assieme alla Oblast di Luhansk riceverà da parte del Governo di Kyiv, una maggiore autonomia.

Parere negativo in merito ai risultati del vertice è stato espresso anche dal Presidente Poroshenko, che, come riportato dall’autorevole Reuters, si è detto tutt’altro che ottimista in merito a possibili soluzioni della crisi.

Positivo, invece, è stato il parere di Putin, che ha parlato di “incontro buono e positivo”, ed ha apprezzato la continuazione delle trattative con Poroshenko secondo il ‘formato Normandia’ che, oltre al Presidente ucraino, prevede la partecipazione solo di Germania e Francia.

A sua volta, la Merkel, come riportato dalla Deutsche Welle, ha sottolineato come di obiettivi importanti non ne siano stati affatto raggiunti, mentre il Primo Ministro britannico Cameron ha ricordato a Putin che, in caso di mancato rispetto degli accordi internazionali, l’UE applicherà nuove sanzioni alla Russia.

Dal Vertice di Milano, ad uscire come primo grande vincitore è senza dubbio Renzi, che ha dimostrato la capacità del Governo italiano di mantenere una posizione di mediazione tra Ucraina e Russia senza effettuare concessioni sui valori dell’Occidente -Democrazia, Diritti Umani, Pace e Libertà- né prendere una posizione ambigua che, in passato, ha portato il nostro Paese ad assumere atteggiamenti nemmeno troppo velatamente filorussi.

Altri vincitori si possono definire la Merkel e Hollande, che si sono avvalsi del modestissimo successo del Vertice di Milano per ripristinare il ‘formato Normandia’, così da lasciare la regia della politica estera europea nelle mani delle sole Germania e Francia.

Positiva è stata anche la performance di Poroshenko, che pur non avendo ottenuto risultati in direzione della pace, ha tuttavia dimostrato per l’ennesima volta di essere pronto al dialogo, anche a costo di dolorose concessioni per il suo Paese, pur di arrestare la guerra, che, è opportuno ricordare, l’Ucraina non ha voluto.

Lo sconfitto del vertice è senza dubbio Putin, che ha dimostrato di essere isolato da una Comunità Internazionale decisa a fare rispettare gli Accordi Internazionali e, sopratutto, l’integrità territoriale ucraina.

L’Europa sempre più debole a livello internazionale

Grande sconfitta è però anche l’Unione Europea, che non ha saputo cogliere l’occasione milanese per superare il complesso ‘carolingio’ di cui è sempre stata affetta.

Con la presenza al vertice di Milano delle sole Germania, Francia e Gran Bretagna -oltre all’Italia, che però ha ricoperto il ruolo di ‘padrone di casa’- l’UE ha dimenticato ancora una volta di coinvolgere nelle trattative di pace la Polonia.

Varsavia, per via della sua storia, molto simile a quella ucraina, avrebbe portato al tavolo un Paese in grado di leggere la questione ucraina con maggiore competenza rispetto alle più lontane -sia geograficamente che culturalmente- Germania e Francia.

Inoltre, la presenza della Polonia avrebbe dimostrato a Putin che l’UE non è disposta a tollerare un’escalation del conflitto ucraino anche in Europa Centro-Orientale, che, come dimostrato dai ripetuti sconfinamenti dell’areonautica militare russa in Estonia, Lettonia, Lituania, Svezia, Finlandia, Olanda e Gran Bretagna, è ad oggi un’ipotesi tutt’altro che peregrina.

Con l’esclusione di Varsavia dal formato milanese, l’Europa ha dimostrato di essere ancora troppo debole, arcaica, fortemente divisa al suo interno e per nulla al passo coi tempi.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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La Comunità Atlantica e la NATO sotto attacco da Putin: lo dice anche il Financial Times

Posted in NATO by matteocazzulani on September 29, 2014

L’autorevole testata internazionale rileva circa 200 sconfinamenti dell’aviazione russa nello spazio aereo di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Canada, un gesto da considerarsi come un vero e proprio affronto. Come riportato dalla Deutsche Welle, la Germania non sarebbe in grado di mantenere le promesse fatte all’Alleanza Atlantica per la difesa dell’Europa Centro-Orientale

Il Financial Times lancia l’allarme, Deutsche Welle e Spiegel rincarano la dose. Nella giornata di giovedì, 25 Settembre, la nota testata internazionale in lingua inglese ha sottolineato come siano oramai circa 300 i casi di violazione dello spazio aereo dell’Unione Europea e della NATO da parte della Russia.

Nello specifico, il Financial Times ha rilevato come la sola Lettonia sia stata coinvolta in 150 tra manovre e sconfinamenti di reparti dell’aviazione miliare russa nei cieli lettoni, mentre la Lituania ha subito 68 violazioni del proprio spazio aereo.

Interessate dalle manovre oltre confine dell’aviazione militare russa sono state anche Estonia, Finlandia e Svezia che, sempre secondo la testata internazionale di lingua inglese, hanno registrato un totale di 11 sconfinamenti di velivoli militari russi, al punto da spingere l’ex-Ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, a lanciare l’allarme lo scorso 17 Settembre.

Oltre ad essere un gesto militare interpretabile come una vera e propria provocazione, gli sconfinamenti dell’aviazione militare della Russia riportati dal Financial Times hanno anche una connotazione politica.

Lo scorso 19 Settembre, in piena campagna elettorale per il referendum sull’Indipendenza della Scozia -che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha fortemente sostenuto- due Tu-95 dell’aviazione militare della Russia sono stati intercettati dalla Royal Air Force nei pressi dello spazio aereo della Gran Bretagna.

Sempre il 17 e il 18 Settembre, alla vigilia della visita in USA e Canada del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, una flotta composta da tre MiG-31 e due Tu-95 russi hanno volato a stretta vicinanza dapprima nei cieli dell’Alaska, e, successivamente, vicino allo spazio aereo canadese.

Le manovre dell’aviazione militare russa riportate dal Financial Times sembrano confermare i timori espressi a più riprese in sede NATO dai Paesi dell’Europa Centro-Orientale, in merito alla volontà di Putin di spostare il conflitto armato dall’Ucraina ai Paesi del Baltico.

L’attacco a Estonia, Lettonia e Lituania -Paesi membri dell’UE e della NATO- sarebbe una dichiarazione di guerra diretta all’Europa e alla Comunità Atlantica: un progetto che, come dichiarato in diverse occasioni da esperti del calibro del giornalista britannico Edward Lucas, Putin potrebbe perseguire per ricostruire una Russia imperiale.

Per reagire alla possibile aggressione militare russa, la NATO, nel corso del recente vertice di Newport, in Galles, ha varato la Forza di Reazione Veloce: un’unità armata composta di forze aeree di vari Paesi dell’Alleanza Atlantica, con base in Polonia, impegnata a reagire nell’immediato ad una possibile invasione da parte di Putin.

La Forza di Reazione Veloce è stata varata per rassicurare i Paesi dell’Europa Centro-Orientale, che ad oggi si sentono non adeguatamente tutelati dalla NATO, ma, come riportato dalla Deutsche Welle, potrebbero non esserci le risorse finanziarie per sostenere economicamente il progetto.

Come riportato dalla testata internazionale tedesca, la Germania, che ha promesso l’invio in Polonia di 60 Eurofighter nell’ambito della Forza di Reazione Veloce, possiede in realtà solamente 42 aerei di questo tipo pronti al volare e ad essere ingaggiati in azioni militari immediate.

Secondo questa rilevazione, la Deutsche Welle ha dimostrato come il Governo tedesco potrebbe avere formulato alla NATO promesse che, nella realtà, la Germania non è in grado di mantenere.

La NATO divisa sulla difesa dell’Europa Centro-Orientale

Oltre alla Germania, non è escluso che anche altri Paesi abbiano promesso sostegno militare ai Paesi dell’Europa Centro-Orientale senza, tuttavia, potere de facto onorare tale impegno.

Tuttavia, lo scontro in merito alla Forza di Reazione Veloce sembra essere molto acceso anche all’interno della stessa NATO.

Come riportato dallo Spiegel, durante il recente Consiglio Militare di Vilna, il Generale Martin Dempsey -la più alta carica militare USA- e il Comandante Generale della NATO in Europa, Philip Breedlove, avrebbero fortemente discusso sull’argomento.

Secondo quanto riportato dalla testata tedesca, Dempsey avrebbe questionato la capacità della Forza di Reazione Veloce di reagire alle minacce in sole 48 ore.

A sua volta, Breedlove avrebbe invitato il Generale statunitense ad esprimere le sue perplessità al Segretario di Stato USA, John Kerry, e al Segretario alla Difesa, Chuck Hagel, che, dopo avere esaminato il progetto, hanno dato il loro assenso.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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“Caccia all’ucrainofono” e pressione militare: le bugie di Putin sull’Ucraina vengono a galla

Posted in Ukraina by matteocazzulani on April 20, 2014

Gli squadroni militari separatisti del Donbas dichiarano fuorilegge l’uso della lingua ucraina e l’attività dei principali Partiti democratici del Paese. L’Addetto Stampa del Presidente russo conferma la massiccia presenza di reparti dell’esercito russo a pochi chilometri da Donetsk

L’intolleranza e la forza militare sono le armi di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si sta avvalendo per incrementare la tensione politica in Europa Centro-Orientale. Nella giornata di sabato, 19 Aprile, il Capo degli squadroni separatisti della regione del Donbas -ubicata nell’Est dell’Ucraina- Vyacheslav Ponomarev, ha dichiarato aperta la caccia all’ucrainofono, e, dopo avere consolidato il controllo dei Palazzi Governativi occupati già da più di una settimana, ha messo al bando l’attività delle sedi locali dei Partiti di ispirazione democratica UDAR e Batkivshchyna.

Sia la messa al bando dei due Partiti principali impegnati nella campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali -UDAR supporta la corsa del magnate arancione Petro Poroshenko, dato per favorito, mentre Batkivshchyna è la forza partitica dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko- che l’istigazione alla violenza nei confronti di chi padroneggia pubblicamente la lingua ucraina sono atti preoccupanti che violano gli accordi presi di recente a Ginevra tra Stati Uniti d’America, Unione Europea e Russia per assicurare la de-escalation della situazione in Ucraina.

Inoltre, il manipolo di separatisti che ha occupato le sedi dell’Amministrazione Locale, e che ha preteso l’indizione di un referendum per sancire l’annessione del Donbas alla Federazione Russa, è, secondo fonti ben accreditate, composto da agenti militari russi infiltrati in territorio ucraino per destabilizzare la regione facendo leva sulla questione linguistica, similmente a quanto già fatto da Mosca in Crimea.

A testimoniare l’assenza di sostegno politico ai separatisti da parte della popolazione del Donbas -e dunque l’appartenenza all’esercito russo se non di tutti gli appartenenti agli squadroni separatisti almeno di una loro larga parte- è una rilevazione pubblicata, sempre sabato, 19 Aprile, dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv.

Secondo lo studio, circa il 70% degli abitanti delle regioni russofone -ma non russofile- dell’Ucraina si oppone all’annessione dell’Est ucraino alla Federazione Russa, né ritiene che i cittadini ucraini di lingua russa siano mai stati discriminati dal Governo di Kyiv.

A dare manforte ai separatisti nel Donbas è anche la massiccia presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina, proprio a pochi chilometri da Donetsk, che, come riportato dall’autorevole Deutsche Welle, è stato confermato dall’Addetto Stampa del Presidente Putin, Dmitry Peskov.

Nello specifico, Peskov ha sottolineato come reparti dell’esercito russo siano stati appositamente dislocati a sostegno delle divisioni già presenti ai confini con l’Ucraina in seguito alle azioni militari dei separatisti nel Donbas.

Le dichiarazioni del rappresentante del Presidente Putin confermano quanto già da tempo rivelato dalla NATO che, sulla base di foto satellitari, ha evidenziato la presenza di 40 Mila oggetti militari russi ai confini dell’Ucraina, pronti ad un’immediata azione militare nel territorio ucraino.

Inoltre, le ammissioni di Peskov seguono quelle fatte dallo stesso Putin giovedì, 17 Aprile, quando il Presidente russo ha dichiarato che l’annessione armata alla Russia della Crimea è stata preceduta dall’occupazione della penisola ucraina da parte di reparti dell’esercito del Cremlino.

Non solo l’Ucraina: a rischio è sopratutto l’Europa

L’assenza di sostegno popolare ai separatisti del Donbas, i dati della rilevazione dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, e la presenza dell’esercito russo ai confini orientali dell’Ucraina sono sempre stati negati dalla propaganda russa che, potendo contare su un vasto sostegno nel Mondo, sopratutto da parte dei Paesi BRICS e da alcuni ambiti di estrema destra ed estrema sinistra in Europa Occidentale, ha propagandato menzogne per presentare gli ucraini come fascisti antisemiti che reprimono i propri concittadini russofoni.

A dare una lettura obiettiva, e preoccupante, dello scopo della propaganda russa è stato il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, che, in un articolo sul Washington Post, ha sottolineato come la Russia sia intenzionata ad impedire in Ucraina l’attuazione delle riforme che il Governo provvisorio ha faticosamente avviato per adattare le strutture politiche ed economiche di Kyiv a quelle delle democrazie dell’Unione Europea.

Ancor più calzante è il parere espresso dal Direttore dell’autorevole Istituto Polacco di Affari Internazionali -PISM- Marcin Zaborowski, che ha sottolineato come a dovere temere le azioni militari di stampo imperialista attuate dalla Russia in Ucraina debbano anche essere Estonia, Lettonia e Lituania: Paesi UE dove vive una consistente minoranza russofona.

A confermare i timori del Direttore del PISM è la registrazione alla Duma russa di un Progetto di Legge che sancisce l’illegalità del dissolvimento dell’URSS: un fatto che, sul piano giuridico, autorizzerebbe Mosca a rivendicare il controllo Paesi baltici e, così, provocare lo smembramento del territorio dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani
Analista di politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

L’EUROPA VICINA A UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on May 17, 2012

La Polonia si allea con il Canada per lo sfruttamento dei giacimenti di gas shale sul suo territorio, mentre Italia e Grecia si candidano come principali Paesi di transito del gas di provenienza israelo-cipriota. Si moltiplicano i progetti in gara per lo sfruttamento del bacino di oro blu azero

Il Premier polacco, Donald Tusk

I polacchi che contendono la leadership nelle esportazioni di gas a turchi, israeliani, e ciprioti, con italiani e greci principali attori di transito, e i russi fuori dal mercato del Vecchio Continente. Lo scenario tracciato appartiene alla fantapolitica, ma nulla esclude che alcuni importanti sviluppi che si sono verificati negli ultimi giorni possano consentirne una parziale, se non totale, realizzazione.

La notizia più importante è il varo di un’alleanza tra la Polonia e il Canada, firmata di persona dai Premier dei due Paesi, Donald Tusk e Stephen Harper, martedì, 15 Maggio, per la ricerca e l’estrazione sul territorio polacco di gas shale: categoria di oro blu che, a differenza di quello naturale, è situato in maggiore profondità, e che per il suo sfruttamento richiede attrezzature specifiche oggi possedute solo nel Nord America.

Secondo diversi studi, il sottosuolo della Polonia sarebbe talmente ricco di giacimenti shale da consentire non solo l’autosufficienza energetica di tutta l’Europa, ma anche l’affermazione di Varsavia come uno dei principali esportatori di oro blu nel Mondo. E’ per questa ragione che, durante la recente visita ad Ottawa, Tusk ha affermato come l’Europa si trovi alla vigilia di una possibile rivoluzione energetica.

Accanto al serbatoio polacco di shale, sempre più pressanti sono le indiscrezioni riguardanti la presenza di un importante giacimento di gas naturale nel fondale del Mediterraneo orientale: tra le acque territoriali di Israele e Cipro.

Secondo le rilevazioni delle compagnie statunitensi Noble Energy e israeliana Delek, riportate dall’autorevole Reuters, il bacino israelo-cipriota, ribattezzato Leviathan, contiene 480 miliardi di metri cubi di gas. Per il suo trasporto in Europa, fin da subito si è proposto l’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia – ITGI.

Questo gasdotto, compartecipato a maggioranza dalla compagnia greca DEPA e dall’italiana Edison, collega la Penisola Anatolica alla Puglia, passando per il Peloponneso: se la capacità del Leviathan fosse confermata, il peso di Italia e Grecia – due Paesi oggi sull’orlo di una crisi finanziaria – nella politica energetica dell’Unione Europea sarebbe destinato ad aumentare in maniera vertiginosa.

In aggiunta ai “futuribili” giacimenti polacchi e israeliani, continua la corsa allo sfruttamento dei bacini di gas naturale dell’Azerbajdzhan, con cui la Commissione Europea ha già firmato accordi per l’acquisto di oro blu, senza, tuttavia, definire l’itinerario infrastrutturale attraverso il quale trasportare il carburante nel Vecchio Continente.

Nella giornata di lunedì, 14 Maggio, la compagnia tedesca RWE ha messo in dubbio la sua partecipazione alla costruzione del Nabucco: gasdotto concepito dall’UE per trasportare gas di provenienza azera dalla Turchia fino all’Austria.

Se le intenzioni dei tedeschi saranno confermate, come probabile secondo l’autorevole Deutsche Welle, la RWE sarebbe il secondo partner a lasciare il progetto dopo la ungherese MOL che, come riportato ancora dalla Reuters, ha iniziato trattative per il suo ingresso nel Gasdotto Europeo Sud-Orientale – SEEP: un progetto parallelo al Nabucco, sostenuto dal colosso britannico British Petroleum.

Finora, l’Azerbajdzhan non ha espresso alcuna preferenza tra il Nabucco e la SEEP, ma, insieme con la Turchia, ha dato il via alla costruzione del Gasdotto Transanatolico: unaterza alternativa al trasporto di gas azero in Europa, grazie alla partnership con la TAP.

Questa seconda infrastruttura, altrimenti nota come Gasdotto Transadriatico, collegherà la Bulgaria all’Italia meridionale attraverso l’Albania, e, di recente, su di essa ha espresso particolare inerisse l’ente italiano ENEL.

La Russia continua a mantenere il monopolio delle forniture energetiche

Il motivo principale che sta muovendo la geopolitica del gas del Vecchio Continente è necessità per l’UE di diminuire il quanto più possibile la propria dipendenza dalla Russia, alla quale, ad oggi, non vi sono valide alternative.

Dal canto suo, Mosca ha approntato una politica basata non solo sul controllo totale dei rifornimenti di oro blu diretti all’Europa, ma anche sulla gestione, parziale o totale, dei gasdotti europei, che finora ha avuto successo grazie alla connivenza di una serie di Paesi UE tradizionalmente alleati del Cremlino, come Francia, Germania, Slovacchia, Austria e Slovenia.

Inoltre, sempre per disinnescare ogni piano di indipendenza energetica approntato dall’Unione Europea, la Russia ha avviato la costruzione del Southstream: un gasdotto progettato per rifornire di oro blu russo direttamente il Vecchio Continente, bypassando Paesi ritenuti ostili dal Cremlino come Romania, Polonia, Moldova, e Ucraina.

Noto anche come Gasdotto Ortodosso, il Southstream è compartecipato dal monopolista russo, Gazprom, dal colosso italiano ENI, dalle compagnie tedesca e francese Wintershall ed EDF, e da quelle nazionali di Serbia, Macedonia, Slovenia, e Montenegro.

Matteo Cazzulani

JULIJA TYMOSHENKO: L’UNIONE EUROPEA SENZA UNA POSIZIONE COMUNE

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on May 15, 2012

Dal vertice dei Ministri degli Esteri UE nessuna intesa su azioni uniche da apportare nei confronti di Kyiv dinnanzi alla detenzione della Leader dell’Opposizione Democratica e di altri dissidenti politici, mentre gli Stati Uniti invitano al rispetto della democrazia e dei diritti umani. Oltre al PPE, a favore dell’eroina arancione si mobilitano anche ALDE e APSDE

Il ministro degli esteri polacco, Radoslaw Sikorski

L’America è rock, mentre l’Europa è ancora troppo lenta e divisa. Nella giornata di lunedì, 14 Maggio, gli Stati Uniti d’America hanno emanato una nota ufficiale per invitare le Autorità ucraine a liberare la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e rispettare le regole della democrazia e del rispetto dei diritti umani.

Il comunicato, inviato a nome del Governo, ma condiviso da tutte le forze politiche statunitensi, ha seguito di poco la visita alla Tymoshenko dell’Ambasciatore USA, John Tefft, e del Segretario di Stato per i Diritti Umani, Thomas Melia, che grazie a una mobilitazione internazionale hanno ottenuto il permesso di incontrare la Leader dell’Opposizione Democratica presso la cella della colonia penale in cui è detenuta per scontare una condanna di sette anni di reclusione.

John Tefft, che è stato privato di apparati fotografici e del telefonino per evitare la pubblicazione di foto della detenuta, ha rassicurato sul buono stato di salute e l’alto morale della Leader dell’Opposizione Democratica, nonostante lo sciopero delle fame da lei attuato, per circa due settimane, per protestare contro le percosse subite dalle Autorità carcerarie il 20 Aprile.

Se gli Stati Uniti sono compatti nel richiedere la liberazione della Tymoshenko e il rispetto dei diritti umani in Ucraina, l’Unione Europea ancora non è stata in grado di raggiungere una posizione univoca nei confronti del Presidente ucraino, Viktor Janukovych: considerato dall’Opposizione Democratica il vero responsabile dell’ondata di arresti politici che, oltre alla sua energica guida, ha colpito una decina di esponenti del campo arancione.

Sempre lunedì, 14 Maggio, a Bruxelles si è riunito il Consiglio dei Ministri degli Esteri UE, al termine del quale non si è giunti ad alcuna decisione in merito alle azioni da intraprendere nei confronti di Kyiv, come il boicottaggio dei campionati europei di calcio, che l’Ucraina organizzerà con la Polonia.

Secondo l’Alto Rappresentante della Politica Estera UE, Cathrine Ashton, i Capi della Diplomazia dei Paesi dell’Unione Europea mantengono uno stretto contatto per concordare eventuali azioni comuni nel corso di Euro 2012.

Differente è il quadro che appare dalle dichiarazioni dei singoli Ministri degli Esteri, da cui risulta che a prevalere nel vertice sia stata la linea “soft” proposta dalla Polonia, che ritiene pericoloso isolare l’Ucraina in quanto il suo allontanamento di dall’Occidente favorisce lo scivolamento di Kyiv nella sfera di influenza geopolitica della Russia.

Come dichiarato dal Capo della Diplomazia polacca, Radoslaw Sikorski – con cui nei giorni precedenti è intercorso un dialogo telefonico a riguardo della Tymoshenko con il Ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi -l’Ucraina ha ancora tempo per scegliere se seguire gli standard europei o il modello autoritario della Bielorussia di Lukashenka,e il vero banco di prova per verificare la maturità di Kyiv sono le Elezioni Parlamentari, e non il campionato di calcio.

Concorde con Sikorski si è detto il suo collega svedese, Karl Bildt, che ha escluso il boicottaggio del campionato di calcio, e ha illustrato come l’Ucraina abbia ancora tempo per dimostrare la propria maturità in senso democratico, sopratutto per quanto riguarda il caso di Julija Tymoshenko.

Chi invece ha sostenuto la linea dura sono stati i Capi della Diplomazia di Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, che hanno comunicato l’assenza di propri esponenti alle partite della manifestazione calcistica che si svolgeranno in Ucraina, come proposto dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e sostenuto dal Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, dal Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, e dal Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz.

Hannes Swoboda ribadisce: “Basta con la collaborazione tra i socialdemocratici europei e Janukovych”

Oltre alla maggioranza dei Capi di Stato e di Governo e dei Ministri degli Esteri, tutti appartenenti al Partito Popolare Europeo, a mobilitarsi sono state anche le altre forze politiche dell’UE. Come riportato dall’autorevole UNIAN, il Capogruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici Europei, Guy Verhofstad, ha espresso la volontà di incontrare la Tymoshenko nella sua cella con una delegazione composta dalla forza politica da lui guidata.

Risoluto è stato anche l’intervento del Capogruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici Europei, Hannes Swoboda, che in un’intervista alla Deutsche Welle ha ribadito di volere interrompere la collaborazione tra il centrosinistra europeo e il Partija Rehioniv – il partito del potere ucraino – dinnanzi all’involuzione democratica impressa a Kyiv da parte del Presidente Janukovych.

Il Parlamentare Europeo austriaco – che il 14 Gennaio ha avanzato simile proposta dalle pagine del portale Lombardi Nel Mondo – ha illustrato come il trattamento disumano riservato alla Tymoshenko e agli altri detenuti politici del campo arancione siano fatti inaccettabili per continuare una collaborazione con un soggetto partitico UE, che proprio sulla difesa della democrazia e sulla tutela dei diritti umani fonda la sua ratio vitae.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: GERMANIA E RUSSIA DIVIDONO L’EUROPA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 16, 2012

Imprimatur dell’anti-trust tedesca all’aumento della presenza del monopolista russo, Gazprom, nella società tedesca VNG. L’ennesimo passo di Mosca nel mercato interno di Berlino rende sempre più impossibile una politica comune. Iniziativa tedesca contro il nucleare in Polonia

Il presidente russo, Dmitrij Medvedev

No all’atomo dei polacchi, sì ai russi nel cuore del Vecchio Continente. Questa è la posizione in materia energetica della Germania: Paese riconosciuto universalmente come la guida dell’Unione Europea e, dal 17 Gennaio, Patria persino del Presidente del Parlamento Europeo.

Come riportato dall’autorevole Deutsche Welle, sabato, 14 Gennaio, l’Autorità Federale anti-trust di Bonn ha dato il via libera all’aumento delle quote di compartecipazione del monopolista del gas russo, Gazprom, nella società tedesca VNG.

Di per se, il passaggio da 5,3 al 10,5% delle azioni di Mosca nell’ente di Lipsia non è cospicuo, ma a preoccupare è la costanza con cui il monopolista di Mosca, lentamente ma in maniera decisa, sta rafforzando la propria presenza nel mercato tedesco: de facto, rendendo a sé dipendente lo Stato più importante dell’Unione Europea.

Negli ultimi mesi, accordi di ferro hanno legato Gazprom alle altre società energetiche tedesche Wintershall, RWE ed E.On: in cambio della riduzione del tariffario per l’importazione di gas, il monopolista russo ha ottenuto il prolungamento della durata del contratto, con diverse opzioni che permettono la presa in gestione del sistema infrastrutturale energetico della Germania.

Proprio in materia di Gasdotti, Mosca e Berlino sono legate dal NordStream: infrastruttura, sul fondale del Mar Baltico, realizzata dai russi per bypassare Paesi dell’Unione Europea politicamente invisi al Cremlino, come Stati Baltici e Polonia.

Questo progetto – nel contempo di natura energetica e politica – attua un divide et impera nell’Unione Europea: isola i Paesi centrali, penalizzati ed accerchiati, e premia gli Stati occidentali, riforniti direttamente di oro blu del Cremlino. Non a caso, il NordStream è compartecipato da Gazprom, E.On, dalla compagnia francese Suez-Gaz de France, e dall’olandese Gasunie.

Contro la politica energetica dell’Unione

Agli stati bypassati dal patto russo-tedesco non è rimasto che ricercare fonti alternative, e sostenere con forza le iniziative della Commissione Europea: impegnata per il varo di una comune politica energetica dell’UE.

Il piano della Commissione Barroso è basato su diversificazione delle forniture di gas, costruzione di nuovi gasdotti per accedere ai giacimenti di oro blu del centro-asia – Bruxelles ha già firmato accordi con Turkmenistan ed Azerbajdzhan – installazione di rigassificatori per diminuire la dipendenza dalla Russia, e liberalizzazione del mercato energetico continentale per scongiurare l’ingresso di Mosca nella gestione dei gasdotti europei.

Contro questo progetto si è schierata proprio la Germania. Su esplicito invito del Presidente russo, Dmitrij Medvedev, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto alla Commissione Europea la revisione del Terzo Pacchetto Energetico: legge UE che stabilisce l’unificazione e la liberalizzazione dei gasdotti dei Paesi dell’Unione e ne vieta il controllo da parte di enti extra-europei.

Questo provvedimento – assieme al varo della Comunità Energetica Europea: allargata anche a Stati oggi extra-UE come Moldova ed Ucraina – è stato preso proprio per arginare l’espansione di Gazprom nel Vecchio Continente, e stimolare un’iniziativa comune dell’Europa in materia di approvvigionamento energetico.

Inoltre, un’iniziativa di tutti i gruppi politici del Parlamento tedesco ha raccolto 50 Mila firme a sostegno del ricorso alla Corte Europea contro la costruzione di centrali nucleari in Polonia.

Varsavia è stata costretta a ricorrere all’atomo proprio in conseguenza dell’accerchiamento energetico subito col Nordstream: aggravato dalle onerose condizioni contrattuali imposte da Gazprom per l’acquisto di oro blu di Mosca – da cui i polacchi dipendono per l’89% – e dai parametri del Protocollo di Kyoto.

Al pari di tutte le altre economie degli Stati un tempo satelliti della Russia sovietica, la Polonia non può ritornare al carbone per non superare il piano di riduzione delle emissioni inquinanti, a cui l’Unione Europea ha deciso di aderire.

Questo giustifica la scelta dei polacchi – condivisa dalla Repubblica Ceca – di ricorrere alla costruzione di reattori e rigassificatori, per importare gas liquido da Qatar, Norvegia, ed Irak.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE EUROPEA NON CEDE ALLA RUSSIA: TERMINATE LE TRATTATIVE PER LA ZONA DI LIBERO SCAMBIO UE-UCRAINA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 22, 2011

Il Commissario Europeo al Commercio, Karel De Gucht, ed il Vice Premier ucraino, Andrij Kljujev, hanno chiuso le trattative per la sigla di un’Accordo di Associazione tra Bruxelles e Kyiv che, secondo esperti ed europarlamentari, è necessario tenere in vita per non consegnare il Paese alla Russia, e porre così a rischio la sicurezza ed il rafforzamento dell’Unione su scala mondiale e regionale. Le contromosse di Mosca e la difficile strada del documento presso i Parlamenti Europeo e nazionali

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

“La palla passa al Presidente ucraino, Viktor Janukovych: vero responsabile delle sorti del suo Paese”. Così il Commissario Europeo al Commercio, il belga Karel De Gucht, ha commentato il notevole progresso dei negoziati per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un progetto che, pur senza una vera e propria integrazione politica, mira al pieno coinvolgimento di Kyiv nelle strutture economiche, commerciali e sociali di Bruxelles. Nello specifico, le parti hanno concluso le trattative per il varo di una Zona di Libero Scambio UE-Ucraina: la parte più importante, fatta di dettagli tecnici – come il nome dei prodotti – ed altre questioni strettamente specifiche, necessarie da discutere per uniformare le strutture di Kyiv agli standard europei.

Come rilevato da diversi esperti, la continuazione delle trattative è un segnale importante lanciato dall’Unione Europea ad un’Ucraina sempre più lontana, sopratutto in seguito all’avvicinamento alla Russia di Putin – con la firma del trattato di costituzione della Zona di Libero Scambio CSI: un progetto politico del Primo Ministro russo per riprendere il controllo dell’area ex-URSS, firmato, oltre che dall’Ucraina, anche da Bielorussia, Moldova, Tadzhikistan, Armenia, e Kazakhstan – ed alla condanna a sette anni di carcere per la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko: sentenza incresciosa, maturata in seguito ad un processo farsa dalle chiare connotazioni politiche, che esclude Kyiv dal rispetto degli standard democratici richiesti ad ogni Paese candidato alla collaborazione con l’UE.

Proprio la questione Tymoshenko è una patata bollente che, ora, Janukovych deve risolvere per dimostrare di volere un avvicinamento all’Occidente iniziato, nel 2008, proprio dal governo della carismatica guida del campo arancione appena fatta arrestare. Se, come si vocifera a Kyiv, l’articolo 365 sarà decriminalizzato per via parlamentare, e l’ex-Primo Ministro liberata, l’Accordo di Associazione avrebbe serie possibilità di essere ratificato dapprima dal Parlamento Europeo e, successivamente, da quello dei singoli Paesi membri. Altrimenti, l’assenza di progressi in campo democratico da parte delle Autorità ucraine segnerebbe la chiusura della via europea, e l’inevitabile avvicinamento alla Russia che, dopo il colpo della Zona di Libero Scambio CSI, si prepara ad inglobare l’Ucraina anche dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – a cui, martedì, 18 Ottobre, ha aderito anche il Kyrgystan.

La discussione al Parlamento Europeo

Uno scenario che va evitato a tutti i costi, poiché la consegna di Kyiv a Mosca significherebbe una sconfitta per l’UE, per cui l’indipendenza e l’europeicità dei Paesi dell’Europa Orientale – oltre all’Ucraina, Moldova, Georgia e, possibilmente, Bielorussia – è condizione necessaria per la sicurezza ed il progresso di Bruxelles.

“Rompere le trattative sarebbe stato come vincere una staffetta senza il testimone – ha commentato, sempre restando sullo sportivo, il Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Pawel Zalewski – un vantaggio considerevole sui concorrenti mandato in fumo”.

Concordi con Zalewski – appartenente al Partito Popolare Europeo – anche altri Parlamentari di differente schieramento, come il conservatore Pawel Kowal, secondo cui la chiusura delle trattative per il varo della Zona di Libero Scambio UE-Ucraina è stato l’unico segnale possibile da inviare alle autorità di Kyiv per mantenere la porta aperta, pur senza tralasciare il problema del deficit di democrazia sulle Rive del Dnipro.

“Occorre chiudere l’accordo al più presto – ha dichiarato il Capo-Delegazione dei Rapporti UE-Ucraina – poiché una presidenza a Bruxelles così favorevole alle aspirazioni occidentali di Kyiv come quella polacca difficilmente si ripresenterà. E un’occasione da non sprecare – ha continuato il polacco, intervistato dalla Deutsche Welle – se davvero si vuole il benessere ed il progresso per il popolo ucraino”

Ad applaudire alla chiusura delle trattative è anche il suo connazionale dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei, Marek Siwec, che ha illustrato quale possa essere la vera conseguenza della rottura delle relazioni con l’Ucraina, altresì fortemente voluto dall’asse franco-tedesco.

“La Russia sta giocando un ruolo attivo – ha dichiarato alla versione ucraina della BBC – e tenta di continuo l’Ucraina con la carta dell’Unione Doganale. Per il Cremlino, il fallimento delle trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina sarebbe un’occasione da non perdere per strappare una volta per tutte Kyiv nella propria sfera di dominio economico, commerciale, e politico”.

Matteo Cazzulani

WIKILEAKS: FRANCIA AVVOCATO A BRUXELLES DEI PADRONI DEL GAS

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on March 9, 2011

Parigi avrebbe costretto l’Unione Europea a non-condannare Mosca per l’aggressione alla Georgia, minacciando l’avvio di politiche positive per l’Europa Centro-Orientale

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy

Ancora indiscrezioni dal sito più temuto dalle diplomazie mondiali. Secondo le ultime rilevazioni Wikileaks, la Francia avrebbe imposto all’UE l’immediato miglioramento delle relazioni con la Russia, all’indomani dell’aggressione militare alla Georgia, nell’Agosto 2008.

Nello specifico, Parigi avebbe minacciato il blocco dell’attivazione della Politica di Partenariato Orientale, qualora Bruxelles non avesse unanimemente condannato Tbilisi. Una presa di posizione, assunta dall’allora Presidente di turno UE, Nicolas Sarkozy, con l’occupazione dello stato caucasico da parte dei soldati di Mosca ancora in atto.

Come rilevato dall’autorevole Deutsche Welle, solo in seguito alla risoluzione del conflitto, ed agli accordi di pace stretti nella capitale transalpina — sotto l’egida di una Francia chiaramente conciliante con la Russia — l’UE ha potuto varare il progetto di partnership orientale con Ucraina, Bielorussia, Moldova, Azerbajdzhan, Armenia, e Georgia.

Guidato da Svezia e Polonia, il programma è orientato al progressivo coinvolgimento, ed aiuto, di Paesi — europei per cultura e storia — ancora politicamente esclusi dal Vecchio Continente, in quanto appartenenti al Mondo ex-Sovietico. Un areale geopolitico, che Mosca ritiene proprio appannaggio.

Divide et impera in Ucraina ed Unione Europea

Ma non è tutto. Sempre indiscrezioni Wikileaks, riportate da Radio Liberty, hanno illustrato come la Guerra del Gas russo-ucraina del Gennaio 2009 non sia stata altro che un’operazione geopolitica di Mosca per discreditare il campo arancione di Kyiv. Frammentarlo, e rafforzare i propri gasdotti.

Come comunicato dall’Ambasciatore USA della Federazione Russa, William Taylor, il monopolista russo dell’oro blu, Gazprom, non avebbe tagliato le forniture in misura drastica, ma tanto consistente da dettare le regole delle trattative.

E preferire, come interlocutore del Paese vicino, l’allora Primo Ministro, Julija Tymoshenko, anzichè l’ex-Capo di Stato, Viktor Jushchenko. Alleati, ma in preda ad una delicata crisi di governo.

Un’arma a doppio taglio, con la quale Mosca avrebbe non solo spezzato il campo dei patrioti ucraini, ma anche mostrato all’Europa l’utilità del Southstream e del Nordstream.

Gasdotti sottomarini, elaborati, in cooperazione con le singole compagnie energetiche dei Paesi UE, per aggirare Paesi invisi al Cremlino, come Moldova, Ucraina, Romania, Paesi Baltici, e Polonia.

Matteo Cazzulani

HUMAN RIGHTS WATCH TIRA LE ORECCHIE AD OBAMA

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on January 25, 2011

L’autorevole organizzazione critica l’ostinata ricerca del dialogo come strumento per diffondere Diritti Umani e Democrazia. Oltre agli USA, condannati UE ed ONU

Il presidente USA, Barack Obama

Il volemose bene, senza se e ma, non porta da nessuna parte. Come riportato dalla Deutsche Welle, anche l’autorevole organizzazione Human Rights Watch ha criticato la politica estera della concordia obamiano-komorowskiana.

Nel suo report 2011 — scaricabile dal sito ufficiale — l’ente osservatore della tutela dei Diritti Umani nel Mondo ha condannato l’atteggiamento di Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite. Un rosso diretto, a squalifica della continua ricerca del dialogo e della mediazione, anche con i peggiori dittatori del pianeta.

Un nuovo corso delle relazioni internazionali. Che, promosso dall’Amministrazione democratica di Barack Obama — in nome di una discontinuità con la seppur maggiormente coraggiosa condotta di quella repubblicana — ha contagiato altre potenze dell’Occidente, che basano la propria essenza sulla tutela della Democrazia.

Human Rights fa nomi precisi: oltre all’inquilino del cambiamento — in peggio, aggiungiamo — la Coordinatrice della politica Estera UE, Cathrine Ashton, ed il Segretario Generle dell’ONU, Ban Kii-Moon. Tutti invitati ad un attegiamento maggiormente responsabile. Che, nei prossimi mesi, possa riportare lo status del rispetto delle libertà a livelli degni del presente.

“Il Presidente Obama — si legge nel documento — non ha confermato con fatti i suoi appelli al rispetto dei Diritti Umani. Spesso, smentendo condanne al crescente autoritarismo, espresse dalle Ambasciate di Washington in Paesi non-liberi, come Egitto, Bahrein, ed Indonesia. Il dialogo — continua — è importante per invitare alla cooperazione. Ma, dinnanzi alla mancata volontà di collaborare — conclude — è un’arma sterile”.

Dollari per Lukashenka

Pronta la risposta dell’Amministrazione democratica, che ha dimostrato di non aver compreso appieno l’allarme di Human Rights Watch. Il Dipartimento di Stato per gli Affari Esteri ha erogato un cospicuo finanziamento per agevolare l’integrazione euroatlantica.

In particolare, 44,6 milioni di Dollari per Pace e la Stabilità, 28,8% per lo sviluppo di Democrazia e Diritti Umani, 600 mila dollari per l’istruzione, 24 milioni per la sanità, 25 milioni per lo Sviluppo Economico, ed 1,3 milioni per Programmi Culturali.

Tra i beneficiari, Paesi ritenuti, da varie graduatorie internazionali, non liberi. Su cui, peraltro, le stesse ambasciate USA hanno espresso criticità, dinnanzi ad un regresso della democrazia. Tra essi, Bielorussia, Ucraina, e Russia.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: L’UCRAINA TRA EUROPA ED EURASIA

Posted in Guerra del gas, Ukraina by matteocazzulani on December 16, 2010

Kyiv approva l’integrazione nella Comunità Energetica UE, ma programma la partnership in quella euroasiatica

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Una politica energetica incerta. Nella giornata di mercoledì, 15 dicembre, la Rada ha approvato il protocollo per l’ingresso dell’Ucraina nella Comunità Energetica. A favore, una cospicua maggioranza: 371 Deputati Nazionali, sui 428 registrati.

Scopo dell’ente, la creazione di un unico mercato energetico tra i Paesi membri, il varo di una comune politica energetica, l’assicurazione delle forniture, e l’agevolazione della circolazione delle merci. Oltre ai Paesi dell’Unione Europea, della Comunità Energetica fanno parte Albania, Bosnia-Ercegovina, Macedonia, Croazia, Montenegro, e Serbia.

Una composizione che semprerebbe riorientare la politica eneretica di Kyiv verso Occidente. Tuttavia, a confutare tale ipotesi è, in primis, il Capo dell’Alleanza Nuova Energia dell’Ucraina, Valerij Borovyk. Come dichiarato alla Deutsche Welle, la ratifica del Parlamento obliga Kyiv ad aprire il proprio sistema infrastrutturale energetico. E, sopratutto, ad eliminare intermediari nel mercato del gas.

Pendenze a cui, come evienziato da Borovyk, la politica del Presidente ucraino, Viktor Janukovych, non sembra intenzionata ad adempiere. Sopratutto, in seguito al ripristino della compagnia RosUkrEnergo come intermediario tra il colosso nazionale, Naftohaz, ed il monopolista russo, Gazprom. Nonché, al sensibile riavvicinamento alla Russia.

Kyiv verso Mosca

A conferma dell’esperto, l’intenzione dell’Ucraina di aderire all’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka, ed alla Comunità Economica Euroasiatica. Progetti alernativi, ed incompatibili, con Bruxelles. Tale direzione della politica energetica di Kyiv è stata ribadita in un’intervista dal vice ministro dell’economia, Valerij Muntijan.

Per i Paesi aderenti, la Comunità Economica Euroasiatica riserva libera circolazione delle merci, uniche regole, e politica enonomica. E, in una seconda fase, abbattimento totale delle frontiere, anche per i cittadini. Fondata nel 2000, ad essa appartengono Russia, Kyrgystan, Kazakhstan, Tadzhykystan e Bielorussia. Stati osservatori, oltre all’Ucraina, Armenia e Moldova.

Matteo Cazzulani