LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Primarie USA: Clinton verso la nomination, Trump impatta con Kasich in Ohio

Posted in USA by matteocazzulani on March 16, 2016

L’ex-Segretario di Stato stravince contro il senatore socialista Bennie Sanders tra i democratici. Il miliardario populista di New York elimina il moderato Rubio, ma potrebbe non avere la maggioranza aritmetica dei delegati per assicurarsi la nomination



Per l’Europa si mette bene sul fronte democratico, non troppo su quello repubblicano. Questo è il risultato delle primarie di martedì, 15 Marzo, giornata nella quale i candidati alla successione al Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, si sono fronteggiati in cinque importanti Stati, portando a risultati che presentano un quadro abbastanza definito.

Principale stato per numero di delegati assegnati è la Florida. Qui tra i democratici ha vinto l’ex-Segretario di Stato, la moderata Hillary Clinton con il 64% dei consensi, staccando il Senatore socialista del Vermont Bennie Sanders con il 33%. Nel campo repubblicano, il miliardario populista Donald Trump ha surclassato, con il 45%, il Senatore moderato Marco Rubio, fermo al 27% e pronto a sospendere la sua corsa alla nomination dopo la sconfitta.

Risultato simile è stato registrato in Illinois, dove, tra i democratici, Hillary Clinton ha superato Sanders con il 26% contro il 25%: una differenza minima dovuta all’appoggio che il controverso sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, ha dato all’ex-Segretario di Stato. Tra i repubblicani, Trump ha ottenuto il 20% ottenendo, come in Florida, tutti i delegati della contesa.

In Ohio, Hillary Clinton ha sconfitto Sanders con il 56% contro il 42%, mentre tra i repubblicani ha vinto il Governatore di questo stato, John Kasich, capace di staccare Trump con un 47% e di prendere tutti i delegati in palio nella contesa.

Hillary Clinton e Donald Trump hanno vinto anche in North Carolina rispettivamente con il 54% e con il 40%, staccando Sanders con il 40% e il senatore conservatore del Texas Ted Cruz con il 36%. 

Aperta, com un testa a testa, resta la corsa in Missouri, dove Sanders e Trump hanno un lieve vantaggio su Clinton e Cruz.


Benino la vittoria di Clinton, non bene la sconfitta di Rubio

Sul piano democratico, i risultati danno a Hillary Clinton la certezza politica, anche se non aritmetica, della nomination del suo Partito. La vittoria di Hillary Clinton, che si presenta come continuatrice della politica di Obama con alcuni accorgimenti, come un maggiore impegno sul piano internazionale in sostegno della democrazia e della libertà, è una notizia tutto sommato positiva per l’Europa.

Hillary Clinton propone infatti il mantenimento di un’alta percentuale di esportazione di energia dagli Stati Uniti verso i mercati Esteri: una misura della quale l’Europa trarrebbe beneficio per diversificare le forniture di gas e rafforzare la sicurezza nazionale dei suoi Stati membri così facendo.

Sul piano repubblicano, Donald Trump ha un enorme vantaggio su Cruz in termine di delegati assicurati, anche se, con la vittoria di Kasich in Ohio, il magnate populista di New York potrebbe non ottenere la maggioranza dei voti necessaria per assicurarsi la nomination aritmetica alla fine delle primarie.

Trump, che propone una retorica fortemente anti-immigrazione ed isolazionista, proponendo di lasciare l’Europa sola a se stessa e di instaurare una collaborazione con la Russia di Putin per sconfiggere l’ISIL e contrastare la Cina, rappresenta il prototipo di candidato che danneggerebbe l’Unione Europea sullo scenario internazionale.

Sul piano repubblicano, il candidato che più ha rappresentato una visione matura degli USA, proponendo supporto politico e militare all’Europa Centro Orientale, rafforzamento della NATO e dell’impegno degli Stati Uniti contro regimi autoritari illiberali, è Marco Rubio.

Con la sconfitta nel suo stato di origine, la Florida, Rubio ha tuttavia abbandonato la corsa alla Casa Bianca, lasciando che gli europei ripongano le loro speranze in Clinton, Cruz e Kasich.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Primarie USA. In Iowa vincono Cruz e Clinton: flop Trump, bene Rubio

Posted in USA by matteocazzulani on February 2, 2016

Tra i repubblicani, il Senatore conservatore del Texas supera a sorpresa il milionario anti-establishment di New York. Buono il risultato del Senatore della Florida, che arriva a pochi punti percentuali da Trump. Pareggio, che favorisce l’ex-Segretario di Stato, tra i democratici

Edit

Uno stato agricolo di circa 3 Milioni di cittadini non è forse una cartina di tornasole delle politica degli Stati Uniti, ma, come storicamente dimostrato, può dettare importanti trend politici destinati a cambiare il Paese. Nella giornata di lunedì, Primo Febbraio, il Senatore del Texas Ted Cruz ha vinto le primarie repubblicane in Iowa, superando, con il 27%, il miliardario di New York Donald Trump, secondo con il 24%, e il Senatore della Florida Marco Rubio, terzo con il 23%.

Il risultato, maturato dopo una intensa campagna elettorale, che ha visto Cruz contrastare il mediatico Trump con incessanti visite in tutte le contee dello stato, lascia apertissima una competizione che, in molti, davano già archiviata con Trump come vincitore assoluto.

Invece, oltre a Cruz, vincitore dall’Iowa esce anche il Senatore Marco Rubio, che ha sempre dichiarato di considerare il terzo posto nella consultazione come il suo obiettivo per poi continuare la propria corsa alla nomination del Partito Repubblicano.

La vittoria di Cruz in Iowa rafforza la corsa alla nomination repubblicana dell’esponente conservatore, che ha saputo coniugare tematiche care alle frange conservatrici del Partito Repubblicano, come un forte controllo dell’immigrazione, con idee condivise dai libertari del Tea Party.

In politica estera, Cruz sostiene la necessità di rafforzare la difesa degli alleati USA per contrastare le principali minacce alla sicurezza nazionale statunitense, ISIS, Russia e Cina, ed ha criticato l’interventismo degli scorsi anni in Medio Oriente e Nord Africa che, a suo dire, avrebbe portato ad una maggiore instabilità in regioni calde del pianeta.

Trump, che non si aspettava un risultato così basso, ha riscosso il supporto di quell’elettorato deluso dall’establishment del Partito Repubblicano promettendo l’azzeramento del debito pubblico ed una operazione di “pulizia” della Casa Bianca con molti accenti populistici.

In politica estera, Trump ha individuato nella distruzione dell’ISIL il suo principale scopo in materia di diplomazia, tanto da proporre la messa al bando dei mussulmani nel Paese e lodare a più riprese il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Rubio, che ha trionfato nelle zone urbane dello Stato, è sostenuto dall’elettorato moderato del Partito Repubblicano che condivide una riforma del settore dell’immigrazione che non chiude le frontiere a priori e, nel contempo, prevede una minore presenza dello Stato Federale nella vita dei cittadini rispetto a quanto finora attuato dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Per quanto riguarda gli affari Esteri, Rubio si ispira all’internazionalismo liberale: dottrina che prevede il ruolo attivo degli Stati Uniti nella promozione di Democrazia e Libertà nel mondo come mezzo di garanzia della sicurezza nazionale USA.

Meno partecipata, ma maggiormente sul filo di lana, è stata la competizione nelle primarie del Partito Democratico, dove l’ex-Segretario di Stato Hillary Clinton ha superato di pochissimo il senatore del Vermont, Ben Sanders: ambo i candidati sono, infatti, appaiati al 49%.

La Clinton, che ha dichiarato di intendere continuare la battaglia per estendere diritti per tutti intrapresa dal Presidente Obama, a partire dalla riforma sanitaria, è sostenuta dall’establishment del Partito Democratico e dagli elettori democratici moderati.

Sanders, che siede in Senato come Indipendente, si dichiara invece socialista, ed ha il supporto dell’elettorato più estremo dei democratici e di coloro che non si riconoscono nell’establishment del Partito Democratico.

L’importanza del Caucus di Iowa

Le primarie in Iowa lasciano, dunque, tutti i giochi aperti, ma inviano un chiaro indirizzo politico relativo alla incertezza sul piano repubblicano e alla ledearship quasi sicura della Clinton tra i democratici.

Infatti, le primarie in Iowa, che si svolgono secondo la modalità dei Caucus -assemblee di cittadini che votano dopo un dibattito pubblico nel corso del quale, spesso, il posizionamento di molti partecipanti cambia rispetto alle intenzioni- tendono a premiare i candidati più radicali e meno legati all’establishment.

Così, ad esempio, è stato per i repubblicani nel 2012 con la vittoria di Rick Santorum su Mitt Romney -poi risultato vincitore delle primarie del Partito Repubblicano- e, sopratutto, per i democratici nel 2008 con la vittoria di Barack Obama, che proprio grazie al trionfo nel Caucus di Iowa ha lanciato la sua vittoriosa corsa alla presidenza.

Tenuto conto del dato storico, sul piano del Partito Repubblicano il basso rating di Trump, e il buon risultato di Rubio, lasciano aperta la possibilità per il Senatore della Florida, assieme a Cruz, di insidiare la leadership del miliardario di New York, data per certa dai principali sondaggi.

Tra i democratici, la vittoria della Clinton, seppur di misura, rafforza il margine di vantaggio dell’ex-Segretario di Stato su Sanders, che puntava su una vittoria nel Caucus di Iowa per ripetere quanto Obama, proprio con la Clinton, ha fatto.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

@MatteoCazzulani

Putin provoca la NATO in Estonia e Lituania

Posted in NATO, Russia by matteocazzulani on August 3, 2015

Squadroni di velivoli dell’esercito della Federazione Russa violano i cieli di Estonia e Lituania a radar spenti. Gli episodi seguono le recenti minacce balistiche di Mosca a Polonia e Romania e l’occupazione militare di una porzione del territorio della Georgia fondamentale per la sicurezza energetica dell’Unione Europea



Varsavia – Dopo la mini-invasione in Georgia, provocazioni militari di ampia scala nei cieli dei Paesi Baltici. Questa è la strategia della tensione della Russia, la cui aviazione militare, nell’ultima settimana, ha violato lo spazio aereo di Estonia e Lituania con almeno venti velivoli dell’esercito di Mosca.

Come riportato da una nota dell’aviazione militare britannica RAF, e ripreso dall’autorevole portale di informazione Defence24, dieci velivoli militari russi -quattro MiG-31, quattro SU-34 e due AN-26- hanno sorvolato il territorio estone a radar spenti nella giornata di venerdì, 31 Luglio.

Pronta è stata la reazione della RAF che, per scortare i velivoli russi al di fuori dei cieli dell’Estonia, ha inviato dei Typhoon 6 attualmente di stanza presso la base militare estone di Amari nell’ambito delle operazioni NATO di difesa e pattugliamento dei cieli dei Paesi Baltici.

Prima dell’episodio estone, nella giornata di mercoledì, 29 Luglio, dodici velivoli dell’aviazione militare russa, sempre a radar spenti, hanno violato lo spazio aereo della Lituania prima di essere intercettati, e scortati, da F-16 norvegesi.

Le recenti violazioni dello spazio aereo di Estonia e Lituania sono gli ultimi atti di una lunga serie che, dall’annessione militare della Crimea da parte della Russia nel Marzo del 2014, ha visto aerei e navi dell’esercito russo sconfinare, a più riprese, non solo nei cieli e nelle acque territoriali dei Paesi Baltici, ma anche quelli di altri membri della NATO, come Finlandia, Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Danimarca, Polonia e Romania.

Peraltro, per via della partecipazione al sistema di difesa anti-missilistico della NATO, proprio Polonia e Romania sono finite ufficialmente nel mirino della Russia che, come dichiarato dal Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, Yevgeniy Lukianov, ha dislocato batterie di missili Iskander in Crimea puntati direttamente su Varsavia e Bucarest.

Il posizionamento degli Iskander in Crimea segue la medesima manovra che la Russia avrebbe compiuto nell’enclave di Kaliningrad dove, secondo fonti militari, l’esercito russo avrebbe dislocato batterie di Iskander puntati sulle geograficamente vicine Varsavia e Berlino.

Accanto agli sconfinamenti in zona NATO e il posizionamento di elementi balistici puntati su Paesi dell’Unione Europea -atteggiamenti che, in chiave militare, rappresentano una palese provocazione- la Russia ha anche riavviato una consistente attività militare nello spazio ex-sovietico con l’occupazione, in Georgia, di una porzione della regione georgiana dell’Ossezia Meridionale in cui transita l’oleodotto Baku-Supsa.

Quest’infrastruttura è una delle principali arterie da cui l’olio dell’Azerbaijan viene esportato in Turchia, e successivamente in Unione Europea, senza transitare per il territorio russo: una ragione che ha portato Polonia, Lituania, Azerbaijan, Georgia a ritenere l’oleodotto Baku-Supsa il primo tratto di progetto infrastrutturale concepito per trasportare oro nero in Europa Centrale e, così, decrementare la dipendenza della regione dalle forniture della Russia.

Infine, oltre ad avere intensificato la presenza di reparti armati dell’esercito russo nelle regioni ucraine orientali del Donbas e di Luhansk, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avviato un pressing diplomatico presso le Cancellerie occidentali per imporre all’Ucraina la concessione di un’ampia autonomia alle regioni occupate militarmente da Mosca.

Obama contestato per essere troppo morbido con Mosca

Come riportato da TVN24, Putin, oltre al tradizionale tacito sostegno del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Capo di Stato francese, Francois Hollande, si sarebbe avvalso del supporto occasionale del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, per spingere il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, a far votare in Parlamento modifiche costituzionali che riconoscono una formale autonomia al Donbas e alla Oblast di Luhansk.

Come dichiarato dal Rappresentante del Dipartimento di Stato USA per l’Europa, Victoria Nuland, la decisione di convincere Poroshenko ad approvare un provvedimento che, de facto, pone fine all’integrità territoriale dell’Ucraina -un punto che i Leader occidentali hanno sempre dichiarato di sostenere- non è una carta di scambio di cui Obama si sarebbe avvalso per ottenere il sostegno di Putin nell’ambito delle trattative sul nucleare con l’Iran.

Ciò nonostante, negli Stati Uniti sono sempre più le critiche provenienti da ambiti politici e militari in merito alla politica dell’Amministrazione Obama in Europa, ritenuta troppo poco incisiva per potere arrestare l’attivismo militare della Russia e, così, garantire la sicurezza dei Paesi NATO dell’Europa Centro-Orientale.

Oltre ai principali candidati alle primarie del Partito Repubblicano -come Jeb Bush, Ted Cruz, Marco Rubio, Scott Walker e Lindsey Graham- e importanti membri repubblicani del congresso -come il Presidente della Commissione Servizi Armati, John McCain- anche esponenti del Partito Democratico, a cui appartiene Obama, hanno chiesto al Presidente un maggiore impegno nei confronti di Putin.

In diverse occasioni, la principale candidata alle primarie Partito Democratico, Hillary Clinton, ha espresso turbamento dinnanzi all’atteggiamento aggressivo di Putin in Europa Centrale e Orientale.

Inoltre, sia il Segretario alla Difesa, Ash Carter, che il neo-nominato Presidente del Collegio delle Forze Armate USA, Joseph Dunford -la cui nomina è stata proposta dai democratici e sostenuta dai repubblicani- hanno descritto la Russia come la principale minaccia militare da cui gli Stati Uniti devono difendersi per garantire la propria sicurezza nazionale e quella degli alleati in Europa.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama e Boehner evitano lo Shut Down

Posted in USA by matteocazzulani on December 14, 2014

Il Congresso passa il nuovo bilancio che evita un’impopolare chiusura forzata degli uffici pubblici. Centristi democratici e moderati repubblicani favorevoli al provvedimento, mentre i liberali del Partito Democratico e i conservatori del Partito Repubblicano si sono schierati contro la misura

Philadelphia – Un accordo bipartisan per evitare una chiusura degli uffici statali avvertita come impopolare. Nella nottata di sabato, 13 Dicembre, il Senato degli Stati Uniti d’America ha approvato il bilancio federale per il nuovo anno.

Come riportato dalla Reuters, la misura, precedentemente approvata alla Camera dei Rappresentanti, permette di evitare lo Shut Down, ossia lo stop all’erogazione dei fondi per il funzionamento dei Dipartimenti e degli uffici pubblici.

Il provvedimento, che conferma fino a Settembre gli stanziamenti economici per tutti i Dipartimenti fatto salvo quello della Sicurezza Nazionale, che ha ottenuto una copertura solo fino a Febbraio, è stato supportato al Senato da una maggioranza composta da centristi democratici e moderati repubblicani.

Nello specifico, il budget, opposto da alcuni democratici liberali e dai repubblicani conservatori, prevede una misura di 1,1 trilioni di Dollari, frutto di una mediazione accettata dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, elaborata dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner.

Da un lato, Obama ha ottenuto fondi per la lotta contro ebola, finanziamenti per rafforzare la lotta contro lo stato islamico ISIL e denaro per sostenere lo sviluppo in America Centrale.

Dall’altro, i repubblicani hanno ottenuto il finanziamento parziale del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, dei cui fondi il Presidente intende avvalersi per legalizzare 4,7 milioni di immigrati irregolari.

Oltre a mettere a repentaglio la realizzazione di una delle proposte politiche di Obama, i repubblicani hanno anche ottenuto fondi per incrementare le strutture difensive della NATO in Europa Centro-Orientale dall’aggressione militare della Russia e per supportare la gestione della crisi in Siria.

La corsa alla Casa Bianca importante negli schieramenti

Nonostante la misura sia passata con una maggioranza bipartisan, la votazione sul budget ha comportato fratture notevoli all’interno sia dello schieramento democratico che di quello repubblicano, motivati dal rimescolamento degli equilibri interni ai due schieramenti in vista delle primarie presidenziali.

Lo scontro interno allo schieramento democratico si è verificato durante la votazione del provvedimento alla Camera dei Rappresentanti, dove la Capogruppo del Partito Democratico, Nancy Pelosi, ha compattato l’ala liberale del suo schieramento nell’opporre la misura perché ritenuta lesiva del ceto medio.

Cos riportato dall’autorevole Politico, con la sua strenua opposizione ad un provvedimento supportato dal Presidente Obama, la Pelosi, venendo sostenuta al Senato da Elizabeth Warren, ha effettuato una decisa scelta di campo.

Nelle prossime primarie presidenziali democratiche, la liberale Warren intende infatti contrastare la centrista Hillary Clinton.

Nel campo repubblicano, la divisione interna si è fatta più visibile al Senato, dove il senatore vicino al Tea Party Ted Cruz ha compattato l’ala conservatrice nel contrastare un documento ritenuto insufficiente per frenare l’azione e di Obama sull’immigrazione.

A favore del documento si è però schierato il Capogruppo del Partito Repubblicano al Senato, Mitch McConnel, che sembra essere orientato a supportare la corsa alle primarie presidenziali dei republicans di Jeb Bush al posto di quella di Ted Cruz.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
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Politica USA: Romney davanti alla Clinton nella corsa alla Presidenza

Posted in USA by matteocazzulani on November 27, 2014

L’esponente conservatore sconfitto alle Elezioni Presidenziali del 2012 dato davanti alla candidata democratica da un recente sondaggio. Certa la vittoria del moderato repubblicano e della centrista democratica nelle rispettive Elezioni Primarie

Philadelphia – Per i democratici americani il tacchino di Thanksgiving potrebbe essere indigesto. Nella giornata di mercoledì, 25 Novembre -la vigilia del Giorno del Ringraziamento- le quotazioni per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti dell’esponente del Partito Repubblicano Mitt Romney hanno superato quelle della probabile candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.

Come riportato dall’autorevole Reuters, secondo un sondaggio della Quinnipiac University, realizzato con un margine di errore del 4%, Mitt Romney, candidato repubblicano sconfitto nelle ultime Elezioni Presidenziali statunitensi del 2012 dall’attuale Presidente, il democratico Barack Obama, otterrebbe il 45% dei consensi qualora la consultazione elettorale si dovesse svolgere il giorno di Thanksgiving.

Staccata, anche se di poco, sarebbe, con il 44%, Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato, sconfitta da Obama nelle Primarie democratiche del 2008, data per probabile candidata dello schieramento liberale nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Il sondaggio della Quinnipiac University rappresenta una buona notizia per i repubblicani che, dopo la storica vittoria nelle Elezioni di Mid-Term dello scorso Novembre, intravedono la possibilità di eleggere un proprio rappresentante alla Casa Bianca con un candidato già collaudato.

Del resto, l’assenza di un candidato di rilievo alla presidenza è stato il problema dei repubblicani, mentre i democratici sono sembrati in difficoltà nel trovare un contendente interno capace di contendere la nomination democratica alla Clinton.

A confermare l’opportunità di una ri-candidatura da parte di Romney, esponente dello schieramento moderato del Partito Repubblicano, è sempre il sondaggio della Quinnipiac, che quota l’ex-Governatore del Massachusetts avanti con il 19% rispetto all’ex-Governatore della Florida Jeb Bush, esponente conservatore fermo all’11%, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie, staccato con l’8%.

Sempre nel campo conservatore, ad essere interessanti sono anche le candidature dei senatori Rand Paul e Ted Cruz, e quelle del Governatore del Wisconsin Scott Walker e dell’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, date tutte attorno al 5%.

Per quanto riguarda le primarie democratiche, la rilevazione della Quinnipiac dà la Clinton, espressione dell’ala centrista del Partito Democratico, saldamente in testa con il 57%, seguita dall’esponente dell’ala sinistra dei democratici, la senatrice Elizabeth Warren, con il 13%, mentre l’attuale Vice Presidente, Joe Biden, è fermo con il 9%.

La rilevazione sembra confermare un trend elettorale fortemente critico nei confronti del Presidente Obama, accusato dagli stessi elettori democratici di non avere saputo realizzare con forza le riforme della sanità, dell’immigrazione, e di non avere sostenuto il ceto medio ed il finanziamento delle infrastrutture come, invece, promesso durante la campagna elettorale.

Dall’altra parte, i repubblicani accusano Obama di attuare una politica troppo sbilanciata a sinistra, e di non avere dato una leadership chiara e forte agli Stati Uniti in ambito estero e di difesa.

Obama e il Congresso avviano la guerra sull’immigrazione

Il confronto tra Obama e i repubblicani, che dopo la vittoria nelle Elezioni di Mid-Term controllano il Congresso, è già stato avviato sul tema dell’immigrazione, il cavallo di battaglia scelto dal Presidente per rilanciare l’attività della sua Amministrazione.

Obama, per compattare il consenso della parte sinistra del Partito Democratico, ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri esecutivi per approvare una riforma dell’immigrazione volta a regolarizzare circa 5 milioni di immigrati irregolari che sarebbe costoso e disumano rimpatriare.

Inoltre, il Capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, ha compattato il fronte l’ala sinistra dei democratici per guidare un’opposizione dura e risoluta ai repubblicani.

In risposta, come riportato dall’autorevole Politico, i repubblicani hanno deciso di bloccare i fondi destinati all’Amministrazione Presidenziale per l’esecuzione delle misure inerenti all’immigrazione.

Nello specifico, i conservatori hanno optato per finanziare il budget complessivo del nuovo anno con un emendamento che impone un finanziamento temporaneo per le misure destinate all’attuazione della riforma dell’immigrazione.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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