LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Netanyahu incrementa il gap con Obama sull’Iran

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on March 4, 2015

Il Premier israeliano critica il Presidente statunitense per la politica troppo morbida nei confronti del regime di Teheran durante un discorso al Congresso degli Stati Uniti. I repubblicani sostengono Netanyahu, mentre i democratici difendono l’iniziativa di Obama.

Non è bastato abbassare i toni all’inizio di un discorso di 40 minuti circa, interrotto da più di 20 standing ovation, per evitare al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di rendere ancora più profonda la divergenza politica con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Netanyahu, durante un discorso pronunciato presso il Congresso USA a Camere riunite, nella giornata di martedì, 3 Marzo, ha messo in guardia circa l’inefficacia di un accordo che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno negoziando con l’Iran per limitare la proliferazione nucleare del regime di Teheran.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Netanyahu, senza svelare i dettagli dell’accordo che il Presidente Obama sta negoziando con l’Iran, ha ritenuto che i negoziati non garantiscono la rinuncia da parte di Teheran ai progetti di arricchimento dell’uranio.

In particolare, Netanyahu ha contestato la proposta di Obama di varare un accordo che vieta la proliferazione nucleare dell’Iran per dieci anni, un lasso di tempo che, secondo il Premier israeliano, non serve ad eliminare una volta per tutte la minaccia che Teheran rappresenta per la sicurezza nazionale di Israele.

Pronta è stata la risposta di Obama, che ha sempre sostenuto l’approccio morbido nei confronti dell’Iran come mezzo di successo per persuadere Teheran ad arrestare la proliferazione nucleare.

In una nota immediatamente successiva al discorso di Netanyahu, il Presidente statunitense ha dichiarato di non riscontrare alcuna proposta alternativa da parte del Premier israeliano.

Obama, un democratico, ha inoltre contestato la decisione della maggioranza repubblicana del Congresso di invitare Netanyahu a tenere un discorso alla vigilia della conclusione dei negoziati con l’Iran, ed ha sottolineato come la politica estera sia una stretta competenza dell’Amministrazione Presidenziale.

Reazione positiva al discorso di Netanyahu è stata espressa dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che similmente a molti suoi colleghi repubblicani ha ritenuto le parole del Premier israeliano chiare ed aderenti alla realtà nel descrivere la minaccia che l’Iran rappresenta per la sicurezza globale.

Opposto, invece, è stato il commento della Capogruppo dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che, come riportato da Politico, ha ritenuto le critiche di Netanyahu ai negoziati intavolati da Obama un insulto alla capacità degli Stati Uniti di contrastare la proliferazione nucleare su scala globale.

Nelle scorse settimane, la questione iraniana ha coinvolto anche il Senato, dove una maggioranza bipartisan si è detta favorevole all’inasprimento delle sanzioni già imposte dagli USA all’Iran.

Ciò nonostante, sia Obama che il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, un conservatore come Netanyahu, hanno invitato i senatori statunitensi a non innalzare la tensione per permettere agli USA e all’Occidente la finalizzazione dei negoziati con il regime di Teheran.

Alle Elezioni Parlamentari israeliane probabile un ribaltone

La querelle originatasi negli Stati Uniti per via del discorso di Netanyahu al Congresso è legata al rapporto controverso tra il Premier israeliano ed Obama, tra cui non vi è mai stato un buon feeling.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali statunitensi del 2012, Netanyahu, nemmeno troppo velatamente, ha sostenuto la corsa dell’avversario di Obama, il candidato repubblicano Mitt Romney.

Obama, da parte sua, non ha mai fatto mistero di preferire per Israele una leadership diversa rispetto a quella di Netanyahu per via delle posizioni troppo conservatrici espresse dal Premier israeliano sopratutto in materia di politica estera.

Oltre a dividere lo spettro politico statunitense, con i repubblicani apertamente a sostegno del discorso del Premier israeliano e i democratici scettici sulla posizione del leader di Israele apertamente in contrasto con il Presidente Obama, Netanyahu ha anche giocato una carta pesante in vista delle imminenti Elezioni Parlamentari israeliane.

Secondo i più recenti sondaggi, il Likud, il partito conservatore di Netanyahu, è superato di una manciata di punti dall’Unione Sionista, la coalizione di centro-sinistra composta dal Partito Laburista e dalla forza politica di centrosinistra Hatnuah.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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I DUE VOLTI DEMOCRATICI DELLA POLITICA ESTERA AMERICANA

Posted in USA by matteocazzulani on April 3, 2012

Il Vice-presidente Joe Biden attacca Romney per la mentalità da Guerra Fredda, ed evidenzia il ruolo importante ricoperto dalla Russia per gli Stati Uniti. Il noto politologo Zbigniew Brzezinski critica il candidato alle primarie repubblicane, ma mette in guardia sulla sterilità della politica estera di Obama

Il presidente USA, Barack Obama

I primi colpi della campagna elettorale per le Presidenziali americane si giocano tutti in politica estera. Nella giornata di Domenica, Primo di Aprile, il Vice-Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha attaccato il favorito alla nomination repubblicana, Mitt Romney, per le accuse da lui mosse all’inquilino democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, in merito alla posizione remissiva che Washington intenderebbe assumere nei confronti della Russia dopo le consultazioni elettorali.

In seguito alla promessa che Obama ha rivolto al suo collega russo, Dmitrij Medvedev, di rivedere il progetto di costruzione del sistema di difesa antimissilistico in Europa, l’ex-Governatore del Massachussets ha contestato l’inquilino della Casa Bianca, ha dichiarato che la Russia è il pericolo principale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e ha promesso che, in caso di sua vittoria alle elezioni presidenziali, la politica estera di Washington non concederà mediazioni a Mosca.

“Obama ha detto la verità: Romney ha una mentalità da Guerra Fredda, e si comporta come se fossimo ancora in un’era oramai passata – ha dichiarato Biden durante il programma Face the Nation sulla CBS – la Russia ha concesso il transito delle nostre truppe in Afghanistan, ed è pronta a esportare più nafta in Europa qualora dovessimo inasprire le sanzioni verso l’Iran”.

Brzezinski corregge il tiro

A correggere la presa di posizione di Biden, che, per certi versi, ha ricalcato le critiche espresse a Romney da Medvedev, che ha accusato il possibile candidato repubblicano di appartenente ancora alla Guerra Fredda in quanto a modalità di concezione geopolitica, è stato il suo collega di partito democratico, Zbigniew Brzezinski.

Il rinomato stratega di politica internazionale, Consigliere alla Difesa dell’ex-Presidente Jimmy Carter, e attuale membro del Centro di Studi Stategici, ha più volte evidenziato come le tendenze imperiali della Russia, che non si sono mai allentate, costituiscano un problema per la sicurezza nazionale dell’Europa e, quindi, anche degli USA.

Ciò nonostante, anche Brzezinski, che è stato uno dei primi a sostenere Obama fin dalla sua candidatura alle primarie democratiche, ha criticato l’atteggiamento fatto proprio da Romney, in quanto figlio di una strategia politica tipica della precedente amministrazione repubblicana di George W Bush che, secondo il politico di origine polacca, avrebbe condotto gli Stati Uniti all’isolamento internazionale, sopratutto dopo la guerra in Irak.

“Obama ha una grande forza comunicativa che non corrisponde a una pari capacità strategica – ha dichiarato Brzezinski alla tv Bloomberg in merito alle decisioni del Capo di Stato democratico – è stato messo all’angolo nella questione nucleare iraniana, nella quale le truppe statunitensi rischiano di subire attacchi da parte di Teheran, al pari del nostro alleato israeliano, che dobbiamo aiutare”.

Nonostante la delusione per la politica estera del Presidente democratico, Brzezinski ha espresso con favore l’ipotesi di un avvicendamento alla guida del Dipartimento di Stato USA tra Hillary Clinton – che ha dichiarato di non voler continuare a dirigere la diplomazia di Washington, con l’attuale Presidente della Commissione Esteri del Senato, John Kerry.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: JULIJA TYMOSHENKO DOCUMENTA LA REPRESSIONE POLITICA SU TWITTER

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 17, 2011

La Leader dell’Opposizione Democratica si avvale del servizio di microblog per aggiornare il Mondo sullo stato dei suoi continui interrogatori

La pagina Twitter della Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko

Il cinguettio del dissenso anche in Ucraina, dopo Moldova, Iran, ed Egitto. Nella giornata di martedì, 15 Febbraio, la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, ha aperto un suo account Twitter.

Il servizio di miniblog, già usato con successo durante le rivoluzioni colorate moldava — aprile 2008 — ed iraniana — primavera 2009 — è adoperato dall’anima della Rivoluzione Arancione per aggiornare in diretta i followers — così si chiama chi legge i messaggi di un utente — sui dettagli degli interrogatori. A cui, quasi giornalmente, è costretta.

A confermare l’effettiva gestione personale di Julija Tymoshenko, il suo consigliere di fiducia, Vitalij Chepinoha. Il quale, come riportato dalle maggiori agenzie ucraine, ha affermato che la Lady di Ferro ucraina si avvale del suo Ipad, per informare il Mondo di quanto le accade dinnanzi ai giudici.

Il primo tweet — cinguettio, dato che il logo del servizio è un uccellino — nel pomeriggio di martedì, 15 Febbraio. “Oggi obbligo di firma. Un tabù per la televisione. Che provino anche ad oscurare questi 140 caratteri [il massimo consentito dal servizio per i messaggi, n.d.a.] Il più efficace strumento contro la dittatura”.

Significativo, anche il secondo. “Sono all’interrogatorio. La mia colpa — il pagamento delle pensioni. Oggi presenteremo la nostra proposta di riforma presidenziale [alla Commissione parlamentare, da parte dei Deputati del BJuT-Bat’kivshchyna, il suo gruppo alla Rada, n.d.a.]”.

Speranza disillusa, come recita il terzo post. “Davanti ai giudici sono già da cinque ore. Non ho potuto recarmi alla Commissione, aperta a tutti. Così lavora l’autoritarismo”.

Le condanne di UE ed USA

Lecito ricordare che Julija Tymoshenko, ex-Primo Ministro, è accusata di uso improprio dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali. Ed acquisto irregolare di ambulanze e vaccini.

Rea, per così dire, di aver pagato le pensioni, e provveduto alla sanità del suo popolo, peraltro in un periodo di crisi, la Leader dell’Opposizione Democratica è stata confinata in Patria. Impossibilitata persino di recarsi a Bruxelles, per il summit del Partito Popolare Europeo. A cui è stata invitata dal Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek.

Con il leader polacco, anche Consiglio d’Europa e Stati Uniti hanno condannato la repressione attuata nei confronti dell’anima della Rivoluzione Arancione, e di una decina di suoi ex-Ministri, addirittura incarcerati da un anno.

Coincidenza temporale agghiacciante, la salita al potere dell’attuale Presidente, Viktor Janukovych, che nega ogni motivazione politica dei procedimenti.

Tra le personalità dell’Opposizione Democratica colpite, l’ex-Ministro dell’Economia, Bohdan Danylyshyn, riconosciuto perseguitato in Ucraina dalla Repubblica Ceca, che gli ha concesso Asilo Politico.

Invece, più dura la situazione dell’ex-titolare degli Interni, Jurij Lucenko. Detenuto in isolamento per due mesi ancora — la decisione, mercoledì 16 Febbraio, presa dalla procura Generale senza gli avvocati difensori — come il peggiore dei carnefici.

Verificare la veridicità di quanto riportato è possibile per tutti. Tra le diverse modalità, l’abbonamento alla pagina Twitter di Julija Tymoshenko, raggiungibile all’indirizzo twitter.com/YuliaTymoshenko

Matteo Cazzulani

START: OBAMA CEDE ALLA RUSSIA

Posted in USA by matteocazzulani on December 23, 2010

Il Senato americano approva lo START. Il Presidente USA canta vittoria per la riduzione degli armamenti nucleari. L’opposizione turbata dalla disparità di condizioni tra Washington e Mosca. La Duma prende tempo

Il presidente USA, Barack Obama

Ora è sempre più chiaro: anche la politica estera di Obama la decide il Cremlino. Nella giornata di mercoledì, 23 dicembre, il Senato ha approvato lo START, il trattato per la riduzione degli armamenti nucleari, stipulato con la Russia.

Un regalo di Natale, con cui il Presidente democratico ha assicurato al suo popolo Festività nella più profonda insicurezza. Sì perché il documento, pur prevedendo la riduzione degli armamenti nucleari di un terzo, ed ispezioni congiunte dei siti militari dei due Paesi, non obbliga le parti a realizzarlo in contemporanea. Una clausola non di poco conto, che il Capo di Stato del cambiamento ha tralasciato.

A ricordaglielo, i 26 Senatori dell’opposizione repubblicana contrari, che hanno definito il documento ingenuo, pericoloso ed utopico. In particolare, il GOP ha illustrato il comportamento della Russia nella crisi coreana, in quella iraniana, e l’attegiamento tenuto con Georgia, Ucraina ed altri Paesi el Mondo ex-sovietico, su cui Mosca continua ad esercitare pressioni per estendere la propria influnenza. Spesso, come con Tbilisi, anche con l’uso delle armi. Un biglietto da visita non all’altezza di un partner con cui è desideroso collaborare.

Alcuna reazione da parte di Obama, che ha definito lo START una priorità, rasicurato che dei russi ci si può fidare, ed auspicato un Mondo in pace ed armonia. Dichiarazioni che, assieme alla concessione nel preambulo di un emendamento, in cui si ricorda che il trattato nuoce alla sicurezza dell’Europa Centrale — richiesto dal coerente Senatore dell’Arizona, John McCain — ha convinto parte dell’opposizione a convergere coi democratici, ed approvare la risoluzione.

Mosca temporeggia

Tuttavia, non è finita qui. Per entrare in vigore, lo START deve essere ratificato dai Parlamenti dei due Paesi. Subito, la Camera dei Rappresentanti americana ha espresso parere favorevole. Meno agevole al Senato. Dove, dopo la sconfitta di mid-term, ai democratici è mancata la certezza dei due terzi dei consensi, necessari per la ratifica definitiva.

Da parte sua, la Russia nulla ha fatto, ed ha comunicato di aspettare la decisione USA, prima di procedere a sua volta. Intento subito riconsiderato. Alla notizia dell’approvazione, il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha espresso soddisfazione. Ma, nel contempo, ha sottolineato che i lavori alla Duma richiedono molto tempo, poiché lo START è un protocollo complesso da analizzare.

Forse, la farraginosa macchina parlamentare di uno Stato non ancora democratico potrà concedere il tempo ad Obama per riflettere su una politica estera di corto respiro, caratterizzata da un volemose bene, senza se e senza ma che ha portato la più importante democrazia alla estenunante ricerca del dialogo con i peggiori dittatori del pianeta.

E, fatto assai più grave, a rinunciare alla difesa della Democrazia e dei Diritti Umani nel Mondo. Ucraina, Bielorussia e Georgia ne sono prove.

Di sicuro, in attesa di Mosca, Washington può ancora passare delle vacanze sicure.

Matteo Cazzulani