LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Primarie USA: Clinton verso la nomination, Trump impatta con Kasich in Ohio

Posted in USA by matteocazzulani on March 16, 2016

L’ex-Segretario di Stato stravince contro il senatore socialista Bennie Sanders tra i democratici. Il miliardario populista di New York elimina il moderato Rubio, ma potrebbe non avere la maggioranza aritmetica dei delegati per assicurarsi la nomination



Per l’Europa si mette bene sul fronte democratico, non troppo su quello repubblicano. Questo è il risultato delle primarie di martedì, 15 Marzo, giornata nella quale i candidati alla successione al Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, si sono fronteggiati in cinque importanti Stati, portando a risultati che presentano un quadro abbastanza definito.

Principale stato per numero di delegati assegnati è la Florida. Qui tra i democratici ha vinto l’ex-Segretario di Stato, la moderata Hillary Clinton con il 64% dei consensi, staccando il Senatore socialista del Vermont Bennie Sanders con il 33%. Nel campo repubblicano, il miliardario populista Donald Trump ha surclassato, con il 45%, il Senatore moderato Marco Rubio, fermo al 27% e pronto a sospendere la sua corsa alla nomination dopo la sconfitta.

Risultato simile è stato registrato in Illinois, dove, tra i democratici, Hillary Clinton ha superato Sanders con il 26% contro il 25%: una differenza minima dovuta all’appoggio che il controverso sindaco di Chicago, Rahm Emanuel, ha dato all’ex-Segretario di Stato. Tra i repubblicani, Trump ha ottenuto il 20% ottenendo, come in Florida, tutti i delegati della contesa.

In Ohio, Hillary Clinton ha sconfitto Sanders con il 56% contro il 42%, mentre tra i repubblicani ha vinto il Governatore di questo stato, John Kasich, capace di staccare Trump con un 47% e di prendere tutti i delegati in palio nella contesa.

Hillary Clinton e Donald Trump hanno vinto anche in North Carolina rispettivamente con il 54% e con il 40%, staccando Sanders con il 40% e il senatore conservatore del Texas Ted Cruz con il 36%. 

Aperta, com un testa a testa, resta la corsa in Missouri, dove Sanders e Trump hanno un lieve vantaggio su Clinton e Cruz.


Benino la vittoria di Clinton, non bene la sconfitta di Rubio

Sul piano democratico, i risultati danno a Hillary Clinton la certezza politica, anche se non aritmetica, della nomination del suo Partito. La vittoria di Hillary Clinton, che si presenta come continuatrice della politica di Obama con alcuni accorgimenti, come un maggiore impegno sul piano internazionale in sostegno della democrazia e della libertà, è una notizia tutto sommato positiva per l’Europa.

Hillary Clinton propone infatti il mantenimento di un’alta percentuale di esportazione di energia dagli Stati Uniti verso i mercati Esteri: una misura della quale l’Europa trarrebbe beneficio per diversificare le forniture di gas e rafforzare la sicurezza nazionale dei suoi Stati membri così facendo.

Sul piano repubblicano, Donald Trump ha un enorme vantaggio su Cruz in termine di delegati assicurati, anche se, con la vittoria di Kasich in Ohio, il magnate populista di New York potrebbe non ottenere la maggioranza dei voti necessaria per assicurarsi la nomination aritmetica alla fine delle primarie.

Trump, che propone una retorica fortemente anti-immigrazione ed isolazionista, proponendo di lasciare l’Europa sola a se stessa e di instaurare una collaborazione con la Russia di Putin per sconfiggere l’ISIL e contrastare la Cina, rappresenta il prototipo di candidato che danneggerebbe l’Unione Europea sullo scenario internazionale.

Sul piano repubblicano, il candidato che più ha rappresentato una visione matura degli USA, proponendo supporto politico e militare all’Europa Centro Orientale, rafforzamento della NATO e dell’impegno degli Stati Uniti contro regimi autoritari illiberali, è Marco Rubio.

Con la sconfitta nel suo stato di origine, la Florida, Rubio ha tuttavia abbandonato la corsa alla Casa Bianca, lasciando che gli europei ripongano le loro speranze in Clinton, Cruz e Kasich.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Primarie USA. In Iowa vincono Cruz e Clinton: flop Trump, bene Rubio

Posted in USA by matteocazzulani on February 2, 2016

Tra i repubblicani, il Senatore conservatore del Texas supera a sorpresa il milionario anti-establishment di New York. Buono il risultato del Senatore della Florida, che arriva a pochi punti percentuali da Trump. Pareggio, che favorisce l’ex-Segretario di Stato, tra i democratici

Edit

Uno stato agricolo di circa 3 Milioni di cittadini non è forse una cartina di tornasole delle politica degli Stati Uniti, ma, come storicamente dimostrato, può dettare importanti trend politici destinati a cambiare il Paese. Nella giornata di lunedì, Primo Febbraio, il Senatore del Texas Ted Cruz ha vinto le primarie repubblicane in Iowa, superando, con il 27%, il miliardario di New York Donald Trump, secondo con il 24%, e il Senatore della Florida Marco Rubio, terzo con il 23%.

Il risultato, maturato dopo una intensa campagna elettorale, che ha visto Cruz contrastare il mediatico Trump con incessanti visite in tutte le contee dello stato, lascia apertissima una competizione che, in molti, davano già archiviata con Trump come vincitore assoluto.

Invece, oltre a Cruz, vincitore dall’Iowa esce anche il Senatore Marco Rubio, che ha sempre dichiarato di considerare il terzo posto nella consultazione come il suo obiettivo per poi continuare la propria corsa alla nomination del Partito Repubblicano.

La vittoria di Cruz in Iowa rafforza la corsa alla nomination repubblicana dell’esponente conservatore, che ha saputo coniugare tematiche care alle frange conservatrici del Partito Repubblicano, come un forte controllo dell’immigrazione, con idee condivise dai libertari del Tea Party.

In politica estera, Cruz sostiene la necessità di rafforzare la difesa degli alleati USA per contrastare le principali minacce alla sicurezza nazionale statunitense, ISIS, Russia e Cina, ed ha criticato l’interventismo degli scorsi anni in Medio Oriente e Nord Africa che, a suo dire, avrebbe portato ad una maggiore instabilità in regioni calde del pianeta.

Trump, che non si aspettava un risultato così basso, ha riscosso il supporto di quell’elettorato deluso dall’establishment del Partito Repubblicano promettendo l’azzeramento del debito pubblico ed una operazione di “pulizia” della Casa Bianca con molti accenti populistici.

In politica estera, Trump ha individuato nella distruzione dell’ISIL il suo principale scopo in materia di diplomazia, tanto da proporre la messa al bando dei mussulmani nel Paese e lodare a più riprese il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Rubio, che ha trionfato nelle zone urbane dello Stato, è sostenuto dall’elettorato moderato del Partito Repubblicano che condivide una riforma del settore dell’immigrazione che non chiude le frontiere a priori e, nel contempo, prevede una minore presenza dello Stato Federale nella vita dei cittadini rispetto a quanto finora attuato dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Per quanto riguarda gli affari Esteri, Rubio si ispira all’internazionalismo liberale: dottrina che prevede il ruolo attivo degli Stati Uniti nella promozione di Democrazia e Libertà nel mondo come mezzo di garanzia della sicurezza nazionale USA.

Meno partecipata, ma maggiormente sul filo di lana, è stata la competizione nelle primarie del Partito Democratico, dove l’ex-Segretario di Stato Hillary Clinton ha superato di pochissimo il senatore del Vermont, Ben Sanders: ambo i candidati sono, infatti, appaiati al 49%.

La Clinton, che ha dichiarato di intendere continuare la battaglia per estendere diritti per tutti intrapresa dal Presidente Obama, a partire dalla riforma sanitaria, è sostenuta dall’establishment del Partito Democratico e dagli elettori democratici moderati.

Sanders, che siede in Senato come Indipendente, si dichiara invece socialista, ed ha il supporto dell’elettorato più estremo dei democratici e di coloro che non si riconoscono nell’establishment del Partito Democratico.

L’importanza del Caucus di Iowa

Le primarie in Iowa lasciano, dunque, tutti i giochi aperti, ma inviano un chiaro indirizzo politico relativo alla incertezza sul piano repubblicano e alla ledearship quasi sicura della Clinton tra i democratici.

Infatti, le primarie in Iowa, che si svolgono secondo la modalità dei Caucus -assemblee di cittadini che votano dopo un dibattito pubblico nel corso del quale, spesso, il posizionamento di molti partecipanti cambia rispetto alle intenzioni- tendono a premiare i candidati più radicali e meno legati all’establishment.

Così, ad esempio, è stato per i repubblicani nel 2012 con la vittoria di Rick Santorum su Mitt Romney -poi risultato vincitore delle primarie del Partito Repubblicano- e, sopratutto, per i democratici nel 2008 con la vittoria di Barack Obama, che proprio grazie al trionfo nel Caucus di Iowa ha lanciato la sua vittoriosa corsa alla presidenza.

Tenuto conto del dato storico, sul piano del Partito Repubblicano il basso rating di Trump, e il buon risultato di Rubio, lasciano aperta la possibilità per il Senatore della Florida, assieme a Cruz, di insidiare la leadership del miliardario di New York, data per certa dai principali sondaggi.

Tra i democratici, la vittoria della Clinton, seppur di misura, rafforza il margine di vantaggio dell’ex-Segretario di Stato su Sanders, che puntava su una vittoria nel Caucus di Iowa per ripetere quanto Obama, proprio con la Clinton, ha fatto.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

@MatteoCazzulani

Politica USA: Hillary Clinton e Jeb Bush già pronti con gli staff

Posted in USA by matteocazzulani on February 19, 2015

L’ex-Segretario di Stato supportata da uno staff di veterani delle sue precedenti campagne elettorali e di quelle del Presidente statunitense, Barack Obama. L’ex-Governatore della Florida assolda i consiglieri di politica estera degli ex-Presidenti George H W Bush, George Bush e Ronald Reagan

Philadelphia – Non hanno ancora ufficializzato la loro candidatura, ma l’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, stanno già giocando alle figurine per la formazione dei rispettivi staff elettorali in vista delle Elezioni Presidenziali statunitensi.

Hillary Clinton, ex-First Lady favorita nelle Elezioni Primarie per la selezione del candidato democratico alle presidenziali, avrebbe ingaggiato come manager della sua campagna elettorale Robby Mook, uno dei principali allenatori di candidati alle elezioni negli Stati Uniti.

Come riportato dall’autorevole Politico, Mook, che ancora non ha confermato la sua nomina, si troverà a coordinare una squadra di personalità provenienti sia dallo staff di Hillary Clinton che da quello del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

L’integrazione tra gli staff della Clinton e di Obama, epici avversari nelle primarie del Partito Democratico del 2008, è dimostrata dalle nomine di John Podesta, Jennifer Palmieri e Jim Margolis rispettivamente a Coordinatore della campagna elettorale di Hillary Clinton, Capo della comunicazione e consulente principale.

Altre personalità dello staff di Obama che potrebbero entrare nella squadra della Clinton sono il confidente del Presidente, Joel Benenson, e il manager della sua campagna elettorale del 2012, Jim Messina.

Inoltre, gli strateghi di comunicazione elettorale Jeremy Bird and Mitch Steward, impegnati sia nella campagna di Obama del 2012 che della pre-campagna delle primarie della Clinton “Ready for Hillary”, potrebbero essere affiancati dagli esperti di comunicazione digitale Teddy Goff e Andrew Bleeker.

Oltre ai veterani delle campagne elettorali di casa democratica, Mook potrebbe inserire la capo comunicazione de L’Oreal, Kristina Schake, e il Vice Direttore della campagna per le elezioni al Senato del Partito Democratico, Matt Carter.

Oltre alla Clinton, favorita dall’assenza di avversari di spessore nelle primarie democratiche, anche Bush ha costruito un proprio Dream Team focalizzato sopratutto sulla politica estera, un settore in cui il Partito Repubblicano è pronto a dare battaglia approfittando della debolezza finora dimostrata da Obama nel settore.

Come riportato dalla Reuters, Bush, che ha presentato le linee guida della sua politica estera durante una conferenza presso il Chicago Council of Global Affairs nella giornata di mercoledì, 18 Febbraio, ha inserito nel suo staff Richard Hass e Robert Zoellick, già collaboratori dei presidenti George H W Bush e George W Bush, rispettivamente il padre e il fratello di Jeb Bush, sulle questioni internazionali.

A prendere parte allo staff di Bush sono anche il moderato James Baker, il Segretario di Stato dell’Amministrazione di George H W Bush e, prima ancora, consigliere di Ronald Reagan, e il conservatore Paul Wolfowitz, che ha consigliato l’intervento militare in Iraq nel 2003 all’allora Vice Presidente, Dick Cheney.

Una presenza importante nello staff di Bush, infine, è quella di Condoleeza Rice, già Segretario di Stato e, prima ancora, consigliere di George W Bush in materia di difesa e sicurezza.

Partita aperta negli swing state

La competizione tra Clinton e Bush è già abbastanza accesa, come dimostrato da un sondaggio della Quinnipiac University, che ha rilevato come, in tre Stati Chiave come Iowa, Virginia e Colorado, la partita sia tutt’altro che chiusa.

In Iowa, la Clinton vincerebbe su Bush con il 44% contro il 36%, così come in Virginia, dove la democratica è data in testa con il 45% contro il 35% del candidato repubblicano. Tuttavia, in Virginia Clinton e Bush sono incollati al 42% rispettivamente.

Un’altro sondaggio, realizzato da NBC/Maristpoll, ha sancito la vittoria di misura della Clinton su Bush in New Hampshire con il 48% contro il 42%.

Tuttavia, in South Carolina ha stimato il candidato repubblicano in vantaggio con il 48% sull’esponente democratica, ferma al 45%.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

Politica USA: Obama aumenta la spesa per la difesa

Posted in USA by matteocazzulani on February 3, 2015

Il Presidente statunitense incrementa a 534 Miliardi di Dollari le uscite per garantire la sicurezza. Posizionamento dell’esercito degli Stati Uniti in Asia/Pacifico, guerra all’ISIL e rafforzamento della presenza NATO in Europa le priorità della politica di Difesa

Philadelphia – Tante minacce, molti Dollari per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati. Nella giornata di lunedì, 2 Febbraio, il Presidente statunitense, Barack Obama, ha reso noto l’intenzione di incrementare il bilancio federale per la difesa fino a 534 miliardi di Dollari, una cifra che eccede il tetto massimo di 499 Miliardi pre-fissato per il nuovo anno fiscale.

Come riportato dalla Reuters, l’Amministrazione Obama ha argomentato la sua decisione con la necessità di garantire il buon funzionamento dell’esercito degli Stati Uniti in un periodo di minacce globali e mutamenti geopolitici.

Gran parte del bilancio per la difesa, infatti, sarà stanziata per il riposizionamento dell’esercito degli Stati Uniti d’America nell’Asia/Pacifico, una regione centrale negli equilibri economici e geopolitici globali, in cui gli Stati Uniti si stanno impegnando per contrastare l’ascesa della Cina.

Ad esempio, una consistente quota di danaro sarà destinata all’acquisto di sottomarini di categoria P-8, apparecchi di nuova generazione capaci di contrastare obiettivi ubicati a molti chilometri di distanza.

Altri 5,3 Miliardi di Dollari saranno erogati per le operazioni militari contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -ISIL- di cui 1,3 Miliardi saranno erogati per appoggiare l’opposizione siriana.

Per rassicurare gli alleati NATO dell’Europa Centro-Orientale, Obama ha poi deciso di stanziare 789 Milioni di Dollari per garantire la presenza militare di reparti militari dell’Alleanza Atlantica in Paesi dell’Unione Europea la cui sicurezza nazionale è messa a serio repentaglio dall’aggressività militare della Russia.

La proposta di bilancio di Obama, un democratico liberale che ha sempre anteposto la diplomazia all’uso delle armi, caratterizza un aumento della spesa pubblica che potrebbe incontrare il sostegno della maggioranza repubblicana al Congresso.

Tradizionalmente, i repubblicani si sono sempre dichiarati contrari ad ogni aumento di bilancio proposto dall’Amministrazione Obama, in particolare per quanto riguarda educazione e sanità, ma non hanno assunto una posizione pregiudizialmente contraria ad un incremento dei fondi destinati all’esercito.

Si ravvivano le primarie repubblicane dopo l’uscita di Romney

Una risposta alla proposta di bilancio di Obama potrebbe arrivare presto dai candidati alle Primarie repubblicane, una corsa che si è semplificata dopo la decisione dell’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, di non prendere parte alla consultazione.

Come riportato dall’autorevole Politico, Romney, con un messaggio telefonico durante una conferenza di suoi sostenitori, nella giornata di venerdì, 30 Gennaio, ha dichiarato la sua rinuncia nonostante le rilevazioni lo diano al medesimo livello di Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato che, con tutta probabilità, sarà il candidato dei democratici alle prossime Elezioni Presidenziali.

La rinuncia alla corsa alle Elezioni Presidenziali di Romney, che è già stato candidato del Partito Repubblicano nelle Elezioni Presidenziali del 2012, vinte da Obama, lascia campo libero all’ex-Governatore della Florida, il moderato Jeb Bush, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie.

Altri candidati che, dopo la rinuncia di Romney, potrebbero convincersi alla discesa in campo nelle primarie repubblicane sono l’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, il Senatore della Florida, Marco Rubio, e il Governatore del Kentucky, Scott Walker.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Obama e Cameron rilanciano la collaborazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna per la prosperità nel Mondo

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on January 17, 2015

Il Presidente statunitense e il Primo Ministro britannico concordi sull’impegno comune contro il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia e il programma di proliferazione nucleare iraniano. Il motore USA-Regno Unito riprende a funzionare dopo l’era Reagan-Thatcher e Clinton-Blair

Philadelphia – C’è un’Europa “vecchia”, ripiegata su un oramai anacronistico asse franco-tedesco, ansiosa di ristabilire buone relazioni con uno Stato che viola il Diritto Internazionale come la Russia. Invece, c’è anche un’altra Europa, più attenta ai valori dell’Occidente, che vede l’Atlantico non come una barriera, bensì come il centro di una cooperazione Trans Atlantica importata sulla difesa di democrazia, libertà e diritti umani.

Nella giornata di venerdì, 16 Gennaio, a Washington, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, hanno rilanciato la partnership globale tra i due Paesi motori della Comunità Trans Atlantica.

Come dichiarato da Obama durante la conferenza stampa di chiusura del vertice con Cameron, durato circa due giorni, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono impegnati a rafforzare l’intelligence e a difendere i propri confini per contrastare le numerose minacce che mettono a serio repentaglio la pace nel Mondo, come il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e la proliferazione nucleare iraniana.

Obama, dopo avere evidenziato come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna coopereranno con forza per contrastare l’ISIL e Al Qaeda, ha contestato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, ed ha dichiarato pieno appoggio al Governo ucraino per la difesa della propria integrità territoriale e per l’approvazione di importanti riforme di carattere economico e politico.

Obama ha anche sottolineato come la sicurezza digitale e l’implementazione dell’approvazione del trattato di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- siano altri punti prioritari della cooperazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna.

Infine, Obama, concordemente con Cameron, ha invitato il Congresso a non approvare una legge per l’incremento delle sanzioni all’Iran, poiché ogni seppur piccolo spiraglio per la diplomazia deve essere ancora perseguito per potere evitare la proliferazione nucleare di Teheran.

“Quando Stati Uniti e Gran Bretagna sono al fianco l’uno agli altri, il mondo è più sicuro e più giusto” ha dichiarato Obama, che ha anche apprezzato la decisione di Cameron di collaborare in materia di lotta contro Ebola e riduzione delle emissioni inquinanti.

Da parte sua, Cameron ha sottolineato come Stati Uniti e Gran Bretagna debbano impegnarsi nel mondo per sviluppare e garantire prosperità e sicurezza sia sul piano economico che su quello nazionale.

Cameron ha anche contestato la Russia per la politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ed ha rinnovato l’impegno congiunto di Gran Bretagna e Stati Uniti per il rafforzamento delle strutture difensive della NATO nei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro-Orientale che, oggi, vedono la loro sicurezza nazionale messa a serio repentaglio a causa della politica aggressiva di Mosca.

“Gran Bretagna e Stati Uniti condividono gli stessi valori di libertà, democrazia e prosperità, vedono il mondo nella stessa maniera e parlano persino la medesima lingua” ha dichiarato Cameron.

Il rilancio della partnership tra Stati Uniti d’America e Gran Bretagna segna un passaggio importante nella geopolitica degli ultimi decenni, durante i quali proprio il legame tra gli USA e il Regno Unito ha permesso la tutela e la diffusione dei valori dell’Occidente in Europa e nel Mondo.

Negli anni ’80, la solida intesa tra il Presidente USA di orientamento repubblicano Ronald Reagan e il Primo Ministro britannico conservatore Margaret Thatcher ha dato un decisivo contributo alla caduta del comunismo e alla diffusione di democrazia e libertà in Europa Centrale.

Negli anni ’90, la collaborazione tra il Presidente USA democratico Bill Clinton e il Primo Ministro britannico di appartenenza laburista Tony Blair ha portato all’eliminazione di una delle ultime dittature nel cuore dell’Europa, come quella di Slobodan Milosevic in Serbia.

Oggi, una nuova partnership tra il Presidente democratico Obama e il Primo Ministro conservatore Cameron ha tutte le carte in regola per rilanciare il ruolo dell’Occidente in un mondo in cui, dopo anni di vano disimpegno dalle questioni mondiali, la comunità Trans Atlantica vede se stessa e i suoi valori ancora più minacciati di quanto non fosse prima.

Un’Europa meno “carolingia” e più “atlantica”

Oltre ad Al Qaeda, all’ISIL e alla Russia, a rappresentare una minaccia per la sicurezza, la pace e la prosperità della comunità Trans Atlantica è anche lo strenuo antiamericanismo ed antisemitismo di una buona fetta dell’élite politica e dell’opinione pubblica europea.

Sopratutto in Paesi come Francia, Germania ed Italia, essa dimostra un’inspiegabile insofferenza nei confronti degli Stati Uniti e della cultura occidentale assumendo posizioni filorusse, terzomondiste ed apertamente filo-arabe, così come dimostra chi, oggi, invoca a gran voce il ristabilimento di buone relazioni con la Russia.

Una nuova Europa, meno “carolingia” e più “atlantica”, è oggi necessaria per mettere la Comunità Trans Atlantica al passo coi tempi di un mondo che non risponde più ai paradigmi della Guerra Fredda, e che vede una pluralità di soggetti nutrire odio e rancore verso l’Occidente.

Il rilancio della partnership tra Obama e Cameron, basata anche su una forte amicizia personale, è l’opportunità da cogliere per riattivare il motore anglo-statunitense, grazie al cui funzionamento l’Europa e l’Occidente hanno potuto davvero contare nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama e il Congresso ai ferri corti sul Keystone XL

Posted in USA by matteocazzulani on January 10, 2015

La Corte Suprema del Nebraska da il via libera alla realizzazione dell’oleodotto concepito per veicolare olio crudo sabbioso dal Canada al Texas, mentre la Camera dei Rappresentanti approva la costruzione del Keystone XL. A repentaglio i rapporti tra Stati Uniti e Canada

Philadelphia – Un oleodotto che divide sia gli Stati Uniti che il Nordamerica. Nella giornata di venerdì, 9 Gennaio, la Corte Suprema dello Stato del Nebraska ha dato il via libera alla realizzazione del Keystone XL, un oleodotto, progettato dal colosso energetico canadese Trans Canada, per veicolare 830 Mila barili di olio crudo sabbioso dallo stato dell’Alberta, in Canada, alle raffinerie del Texas, negli Stati Uniti.

La decisione della Corte Suprema del Nebraska è stata seguita dal voto favorevole della Camera dei Rappresentanti ad una mozione che prevede la realizzazione del Keystone XL. A favore del provvedimento hanno votato, compatta, la maggioranza repubblicana ed i centristi democratici.

A commento del voto, lo Speaker della Camera Bassa del Parlamento, il repubblicano John Boehner, ha invitato il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ad approvare la realizzazione del Keystone XL senza più alcun timore per un possibile pronunciamento negativo della Corte Suprema del Nebraska.

Pronta è stata la risposta di Obama, un democratico liberale che, tramite il suo portavoce Eric Schulz, ha fatto sapere di essere intenzionato a porre il veto sul provvedimento per la costruzione del Keystone XL.

I repubblicani ed i centristi democratici sostengono che la realizzazione dell’infrastruttura possa creare nuovi posti di lavoro, incrementare la sicurezza energetica degli Stati Uniti, e rafforzare i rapporti bilaterali con il Canada.

I democratici liberali, invece, sono contrari al Keystone XL perché ritengono l’infrastruttura controproducente per la lotta alle emissioni inquinanti, in cui gli Stati Uniti, proprio sotto l’Amministrazione Obama, si sono schierati in prima fila.

La questione del Keystone XL riguarda, inoltre, i rapporti con il Canada, Paese tradizionalmente alleato degli USA che, con l’avvio dello sfruttamento dell’olio e del gas shale, ha avviato una competizione con gli Stati Uniti per il primato delle esportazioni di energia non convenzionale a livello mondiale.

Con una nota, il Governo canadese ha accolto con favore la decisione della Corte Suprema del Nebraska in favore della realizzazione del Keystone XL, ed ha auspicato una pronta approvazione da parte sia del Congresso che dell’Amministrazione Presidenziale.

Da parte sua, Obama, durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato apertamente che l’infrastruttura in questione serve solo al Canada per trasportare olio crudo presso i terminali statunitensi, senza assicurare alcun vantaggio all’economia statunitense.

Al senato la decisione definitiva

Il duello tra il Congresso ed Obama attende ora il suo ultimo atto presso il Senato, dove la maggioranza repubblicana conta di ottenere i 67 voti favorevoli al provvedimento per approvare il Keystone XL aggirando il veto del Presidente degli Stati Uniti.

Come riportato dal senatore repubblicano John Hoeven, il senato è vicino ad avere la maggioranza necessaria ad aggirare il veto presidenziale.

Tuttavia, oltre che dal voto al senato, l’approvazione del Keystone XL dipende anche dal parere espresso sull’argomento dal Dipartimento di Stato statunitense.

Come dichiarato dall’attuale Segretario di Stato USA, John Kerry, durante il vertice sul clima in Perù, in un’epoca in cui si cerca di ridurre le emissioni inquinanti la realizzazione di un oleodotto è controproducente.

Differente è stato però il parere del precedente Segretario di Stato, nonché possibile candidata alle primarie presidenziali democratiche, Hillary Clinton, che, nel 2010, ha dato l’assenso preventivo al progetto per permettere agli USA di diversificare le proprie forniture.

Matteo Cazzulani
Analista politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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