LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

BULGARIA: CADE IL GOVERNO MODERATO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 21, 2013

L’incremento della bolletta per l’energia, e le proteste di piazza alla base della decisione del Premier bulgaro, Boyko Borysov. Ancora aperta la competizione elettorale in un Paese cruciale per gli equilibri energetici in Europa

Un crollo di consenso vertiginoso che mette a repentaglio la politica energetica europea. Nella giornata di mercoledì, 20 Febbraio, il Primo Ministro bulgaro, Boyko Borysov, ha annunciato le dimissioni del Governo, che Sara sostituito da un esecutivo di transizione -in cui Borysov ha dichiarato che non parteciperà- fino alle prossime elezioni anticipate.

A motivare il gesto del Premier sono state le proteste di piazza, che in pochi giorni hanno assunto un tratto drammatico e violento, con un morto ed un ferito, e decine di contusi per via delle cariche della polizia.

A scatenare la protesta, oltre ad uno scandalo di corruzione intorno alla Commissione Statale per la regolazione delle imposte, è stato l’aumento della bolletta per l’energia imposta alla popolazione: una misura che il Governo moderato ha ritenuto necessaria per affrontare la crisi economica.

Per cercare di calmare la protesta, il Premier Borysov ha incolpato del rincaro la compagnia ceca CEZ -incaricata della distribuzione dell’energia nelle case- rischiando una crisi diplomatica con la Repubblica Ceca.

Sul piano politico, il Partito moderato di Borysov, il GERB, è in calo di consensi, ma resta per poco in testa rispetto al Partito Socialista Bulgaro, che propone un taglio delle tasse accompagnato da misure in sostegno della finanza pubblica.

In campo energetico, si chiude l’esperienza di un Governo che è riuscito a mantenere la Bulgaria sia tra i Paesi che sostengono la politica energetica dell’Unione Europea -volta a diminuire la dipendenza dalle forniture della Russia- sia tra i più stretti partner del Cremlino.

Nel 2010, il Premier Borysov ha rinunciato alla costruzione dell’oleodotto Burgas-Alexandrupolis, progettato in partnership con alcune compagnie russe per veicolare greggio dalla Russia alla Grecia, ed ha avviato la realizzazione di gasdotti per collegare la Bulgaria -dipendente dagli approvvigionamenti di Mosca per il 100% del suo fabbisogno nazionale- ai sistemi infrastrutturali energetici di Turchia, Serbia e Romania, come previsto dalla legge UE.

Inoltre, Borysov ha sostenuto la realizzazione del Nabucco: gasdotto progettato dalla Commissione Europea per importare direttamente in Austria 30 miliardi di metri cubi di gas estratto in Azerbaijan dalla Turchia attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria.

Nel 2012, il Premier bulgaro ha tuttavia cambiato fronte, ed ha dato l’imprimatur alla costruzione del Southstream: conduttura progettata dalla Russia di Putin per veicolare 63 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno in Austria tramite il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Slovenia e Italia, e, così, aumentare la dipendenza dell’UE dagli approvvigionamenti di oro blu di Mosca.

Le dimissioni che ostacolano l’UE

Le dimissioni del Premier, e la nomina di un Governo vacante incaricato solo dell’ordinaria amministrazione, potrebbe comportare un rallentamento alla realizzazione del Nabucco, che ha nella Bulgaria uno dei Paesi di transito più importante.

Viceversa, Sofia ha già firmato con la Russia il via libera definitivo per la realizzazione del Southstream, ed ha de facto concesso a Putin un considerevole vantaggio sulle politiche energetiche della Commissione Europea.

Matteo Cazzulani

PIU NUCLEARE, MENO GAS: LA FORMULA CECA PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA DAL CREMLINO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 4, 2011

La Repubblica Ceca rafforza l’atomo, ed indice un’appalto per la costruzione del reattore più costoso della sua storia su cui favorita è una compagnia USA. La Serbia richiede l’ingresso nel consorzio AGRI per diminuire la totale dipendenza dal gas russo. La Polonia, per evitare condizioni onerose, acquista oro blu di Russia dalla Germania dopo che esso è transitato per il suo territorio

Il presidente serbo, Boris Tadic

Praga con l’atomo, Belgrado con la politica delle mille opzioni, e Varsavia con le acrobazie contrattuali, in attesa che l’UE si svegli ed approvi la politica energetica comune. Queste sono le soluzioni adottate tra differenti Paesi dell’Unione Europea per ridurre in tempi brevi la dipendenza dal gas russo.

Nella giornata di mercoledì, 2 Novembre, il governo ceco ha comunicato l’intenzione di rafforzare il settore dell’energia nucleare con la costruzione di un imponente reattore a Temelin, visto come imprescindibile infrastruttura per limitare il consumo di oro blu, che la Repubblica Ceca acquista a stragrande maggioranza dalla Russia.

Una scelta contraria a quella della Germania – con cui una delle realtà più forti in Europa ha abbandonato l’atomo, ed ora si trova in toto dipendente dal ricatto politico ed energetico di una Russia dalle rinate velleità imperiali – su cui Praga procede a passo sicuro: la compagnia nazionale CEZ ha comunicato non solo la data di fine dei lavori ed il costo – il più caro nella storia della Repubblica Ceca – rispettivamente il 2013 ed 8 Miliardi di Euro, ma anche le società partecipanti all’asta di assegnazione dell’appalto.

Favorita è l’americano-nipponica Westinghouse, specializzata nella costruzione di reattori di grande dimensione in Asia, la cui scelta avrebbe non solo un valore tecnico, ma sopratutto politico, dal momento in cui ad essere scartata sarebbe il consorzio MIR, ceco di registrazione ma compartecipato dai russi. Terzo concorrente è la francese Areva, che può contare sull’esperienza nell’ambito del mercato UE – la società transalpina è attiva per lo più nel Vecchio Continente, ed ha maggiore dimestichezza con la legislazione di Bruxelles – ed una scelta che, qualora ricadesse su di esso, dimostrerebbe il riorientamento della posizione internazionale di Praga su posizioni più europeiste e meno atlantiste.

Chi sta pensando all’indipendenza politica dalla Russia è anche la Serbia: tradizionale alleato di ferro di Mosca nei Balcani che, prossima all’integrazione nell’Unione Europea, sembra essersi resa conto della scarsa convenienza nell’acquistare oro blu russo unicamente dal tragitto terrestre Ucraina-Ungheria. Sempre il 2 Novembre, il Primo Ministro Serbo, Borys Tadic, ha dichiarato l’intenzione di aderire al consorzio AGRI – formato da Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria per rifornire il Vecchio Continente di energia senza dipendere dai diktat del Cremlino – malgrado i contratti leghino Belgrado in toto a Mosca.

Una politica della multilateralità accolta con favore dal Presidente romeno, Traian Basescu, che ha illustrato come la partecipazione di un Paese nel cuore dei Balcani favorisca la realizzazione di un complesso progetto che vede il trasporto di gas via terra dal Mar Caspio in Georgia, poi, mediante la costruzione di rigassificatori, dritti in Romania, dove all’oro blu centro asiatico sarà aggiunto gas metano estratto in Ungheria.

Gas da Est comprato ad Ovest

Se quella serba è una dichiarazione di intenti, che ancora deve essere realizzata, c’è chi sta sfruttando tutte le clausole contrattuali per sfuggire al ricatto energetico dei russi, anche a costo di sfidare le leggi della fisica e della logica geografica. A prezzo più conveniente, la compagnia energetica polacca PGNiG ha comunicato d’ora in poi l’acquisto dalla Germania del gas di Mosca precedentemente transitato per la Polonia: una possibilità prevista dai contratti che gli enti polacchi e tedeschi hanno firmato con il monopolista russo, Gazprom, il quale per motivi politici obbliga l’ostile Varsavia a pagare il gas a prezzi notevolmente più alti rispetto a quelli imposti alla più lontana geograficamente ed accondiscendente Berlino.

Paradossi della politica energetica del Cremlino, a cui la Polonia ha risposto con un altro paradosso, in attesa della costruzione del rigassificatore di Swinoujscie – con cui Varsavia rifornirà anche il resto dell’Europa di oro blu da Norvegia, Qatar ed Irak – e del ricorso all’Arbitrato di Stoccolma per la revisione al ribasso del contratto con Gazprom. Senza tralasciare il generoso ed arduo ruolo con cui la Presidenza di turno polacca, assieme alla Commissione Barroso, si sta battendo per il varo di una comune politica energetica dell’Unione Europea, a cui palesemente si oppongono non solo le singole compagnie energetiche dell’Europa Occidentale – comprate da Gazprom con costi di favore e contratti a lungo termine – ma anche l’asse franco-tedesco: tradizionalmente filo-russo, e, in preda a pubbliche dimostrazioni di meschinità nei confronti di chi lotta contro la bancarotta – si pensi ai sorrisi di Merkel e Sarkozy in merito all’Italia – incapace di comprendere le reali priorità di un Unione Europea che non finisce nella zona euro, ma comprende anche le ben più salde economie di Europa Centrale e Gran Bretagna.

Matteo Cazzulani

GUERRA ENERGETICA: LA NUOVA EUROPA SCEGLIE IL NUCLEARE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 1, 2011

Gli Stati dell’Europa Centrale, ancora vittime della zavorra sovietica del carbone, verso la riconversione delle proprie industrie termiche all’atomo

L’unica alternativa al carbone. Questa la causa che ha spinto i Paesi dell’Europa Centrale ad incentivare la realizzazione di centrali atomiche. Un incremento considerevole, impennatosi vertiginosamente negli ultimi mesi.

Come dichiarato dalle agenzie energetiche degli Stati interessati, il carbone è destinato a costare sempre più caro, anche a seguito delle politiche ambientali internazionali. Così, la soluzione per liberarsi della pesante eredità sovietica, e, nel contempo, garantire stabilità della produzione di calore, è trovata nel nucleare.

Soddisfatte le principali compagnie della Vecchia Europa. Le quali non hanno esitato ad approfittare dell’opportunità di investimenti. Solo la scorsa settimana, la francese Suez-Gaz de France, la tedesca RWE, e la spagnola Iberdola hanno pianificato la costruzione di una centrale atomica in Romania.

La corsa alla centrale

Proprio Bucarest, a fronte di un incremento della domanda di calore stimata al 2%, ha preventivato la riconversione delle industrie elettriche, di proprietà statale, con l’aiuto di altri soggetti esteri. Tra essi, l’italiana Enel.

Attiva anche la Repubblica Ceca, dove la compagnia statale CEZ — la maggiore dell’Europa Centrale — ha indetto un bando per l’ampliamento di siti già esistenti.

La Croazia, invece, deve scegliere solo se sviluppare il proprio nucleare in partnership con Ungheria, o Slovenia. Nessun dubbio, invece, sulla scelta dell’atomo come fonte di calore.

In Lituania, il Presidente in persona ha dichiarato la necessità di lavorare sull’atomo.

Corre, seppur col freno a mano, anche la Polonia, disturbata solo dalla scarsità di personale qualificato, in grado di lavorare nelle nuove centrali.

Lecito ricordare che proprio la riduzione del carbone è stato uno dei principali motivi di scontro in sede europea tra i Paesi Occidentali — favoreoli alla totale eliminazione — e quelli centro-orientali, a cui non è stato dato né tempo, né fondi per riconvertire le proprie industrie termiche.

Una pesante eredità del periodo sovietico. Che, ancor oggi, pesa sulle economie di Paesi tanto attivi quanto incompresi.

Matteo Cazzulani