LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Parigi. Obama e Hollande rinsaldano la storica alleanza tra USA e Francia

Posted in Francia, USA by matteocazzulani on November 18, 2015

Il Presidente degli Stati Uniti e il suo collega francese riavviano una cooperazione tra Washington e Parigi sempre presente nella storia, seppur con alti e bassi. Dalle età d’oro delle Amministrazioni Roosevelt e Truman e delle Presidenze Sarkozy e Mitterand alle epoche buie di Chiraq e De Gaulle.



Philadelphia – Una stretta collaborazione tra le due intelligence e un sostegno politico e militare sicuro e determinato sono le promesse che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto al Presidente della Francia, Francois Hollande, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi per mano dell’ISIL, lo Stato Islamico che, ora, Washington e Parigi si pongono l’obiettivo di attaccare con ancora più intensità che nel recente passato.

Infatti, Stati Uniti e Francia sono stati i Paesi che più di tutti si sono adoperati nel contenimento dell’ISIL a partire dal 19 Settembre 2014, quando Hollande ha dichiarato la partecipazione dell’esercito francese ai bombardamenti delle postazioni ISIL in Iraq e Siria, una posizione descritta da Obama come un passo che rinsalda la storica alleanza tra i due Paesi.

In effetti, l’alleanza militare tra USA e Francia è un elemento stabile nel corso della storia, sopratutto di quella recente quando l’ex-Presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha riportato Parigi nella NATO nel 2008 ed ha visto gli Stati Uniti al suo fianco come solido alleato nei bombardamenti in Libia, che hanno portato alla fine del regime di Muhammar Gheddafi nel 2011.

Tuttavia, prima dell’era Sarkozy i rapporti tra Stati Uniti e Francia non hanno visto una continuità a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, quando Washington, alleata di Parigi contro il nazismo, ha concesso dapprima un consistente sostegno militare durante l’Amministrazione di Frederick Delano Roosevelt, poi, sotto l’Amministrazione Truman, un lauto prestito in danaro nell’ambito del Piano Marshall, gesto a cui corrispose l’ingresso della Francia nella NATO.

Sotto l’Amministrazione Eisenhower, le relazioni tra USA e Francia peggiorarono a causa dell’opposizione statunitense alla guerra in Indocina e all’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto nell’ambito della crisi dello Stretto di Suez nel 1956, una data che segna l’avvio di due politiche separate in Medio Oriente da parte, rispettivamente, di Stati Uniti e Francia.

Durante l’Amministrazione Kennedy, le relazioni tra USA e Francia migliorarono solo in parte, dopo che il Presidente USA scelse Parigi come prima meta di una missione estera, rimanendo tuttavia contrario al piano di riarmo nucleare progettato dal Presidente francese, Charles De Gaulle.

Proprio De Gaulle è l’artefice del peggioramento delle relazioni tra USA e Francia, in quanto, dopo la critica alla guerra del Vietnam, il Presidente francese tolse Parigi dalla NATO, ed avviò una politica estera basata sulla creazione di un “terzo polo” della geopolitica mondiale alternativo a Stati Uniti ed Unione Sovietica, con particolare appeal in Africa e nel Mondo Arabo.

De Gaulle si avvalse anche della Comunità Economica Europea come strumento di bilanciamento della politica statunitense in Occidente e, seppur involontariamente, fomentò i sentimenti anti-americani sia in Francia che in altri Paesi della CEE. Di conseguenza, la condotta anti-americana di De Gaulle portò gli Stati Uniti a stabilire relazioni privilegiate con Gran Bretagna, Germania ed Italia, sopratutto durante l’Amministrazione Nixon.

Durante l’Amministrazione Reagan, gli Stati Uniti cercarono invano di desistere la Francia dall’incrementare le importazioni di gas dall’Unione Sovietica, e videro l’opposizione del Presidente francese Giscard d’Estaing all’operazione El Dorado Canyon in Libia nei confronti di Gheddafi. 

I rapporti tra USA e Francia tornano ad un buon livello con la Presidenza Mitterand, che, nel 1991, supporta l’Amministrazione USA di George H. W. Bush in occasione della Guerra del Golfo ponendo, per la prima volta nella storia, reparti dell’esercito francese sotto il comando di quello statunitense.

I rapporti tra USA e Francia subiscono tuttavia una battuta d’arresto con la Presidenza Chiraq, che, assieme a Germania e Russia, si oppone fermamente alla Seconda Guerra in Iraq nel 2003 voluta dall’Amministrazione USA di George W. Bush.

Insieme, non sempre, per la Libertà

Per analizzare adeguatamente le relazioni tra Stati Uniti e Francia è tuttavia opportuno ricordare gli inizi dell’alleanza statunitense-francese, avviata fin dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America nel 1776, quando il Marchese De Lafayette reclutò volontari per combattere accanto alle colonie americane contro la Gran Bretagna.

Il primo Presidente USA George Washington riconobbe il Governo sorto dalla Rivoluzione Francese pur mantenendo la neutralità degli USA, mentre i rapporti tra l’Amministrazione Adams e il Ministro degli Esteri Tailleyrand peggiorarono dopo la richiesta da parte di Parigi di una tangente per assicurare un accordo tra i due Governi.

Sotto l’Amministrazione Jefferson, gli Stati Uniti d’America ottennero da Napoleone la vendita della Louisiana, ma videro la Francia intervenire nell’ambito della Guerra di Secessione a fianco dei Confederati del sud sotto l’epoca di Napoleone III. 

Con la guerra Franco-Prussiana e il varo di una nuova Repubblica, i rapporti tra USA e Francia videro una delle epoche più floride, come testimoniato dalla costruzione della Statua della Libertà in segno di amicizia tra Washington e Parigi.

Sotto la Presidenza Roosevelt, gli USA si opposero alle ambizioni della Germania in Marocco, sostenendo la posizione francese anche durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la guerra, il Primo Ministro francese Clemenceau ebbe frizioni con il Presidente USA, Woodrow Wilson, in merito al ruolo della Germania postbellica.  Tuttavia, le relazioni tra USA e Francia subirono un ulteriore, seppur cauto miglioramento durante il periodo interbellico.

Verso la Finis Europae 

La disamina delle relazioni tra Stati Uniti e Francia è opportuna per chiarire la base della coalizione che, oggi, combatte l’ISIL. Un’alleanza tra due Paesi che, seppur con punti di vista differenti, hanno sostenuto fin dall’inizio i principi di Democrazia, Libertà, ed uguaglianza a fondamento della cultura occidentale.

È per questo che, come testimoniato dall’autorevole Wall Street Journal, l’allargamento dell’alleanza anti-ISIL alla Russia, Paese in cui notoriamente i diritti umani non sono rispettati, rappresenta un errore storico che mette a serio repentaglio l’essenza dell’essere europei e, più in generale, l’esistenza stessa dell’Unione Europea.

Il conto che il Presidente russo, Vladimir Putin, potrebbe presentare all’Occidente per il sostegno di Mosca contro l’ISIL potrebbe infatti essere molto salato, ossia il pieno controllo della Russia sull’Ucraina e il ripristino dell’egemonia del Cremlino sull’Europa Centro Orientale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico di rapporti Transatlantici e dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Advertisements

L’UCRAINA ADERISCE ALL’UNIONE DOGANALE DELLA RUSSIA – DZERKALO TYZHNYA

Posted in Guerra del gas, Russia, Ukraina by matteocazzulani on March 15, 2013

Indiscrezioni del principale giornale ucraino confermano che Kyiv ha accettato di aderire alla CEE Eurasiatica come membro associato per due anni, prima di adottare lo status di partner a pieno titolo. Bloccata l’integrazione ucraina nell’Unione Europea, la Russia realizza così una vittoria geopolitica di portata epocale.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un fidanzamento di due anni, poi il sì definitivo ad un matrimonio che consegna definitivamente l’Ucraina nella braccia della Russia. Nella giornata di giovedì, 14 Marzo, il ben informato Dzerkalo Tyzhnya, il principale giornale ucraino, ha riportato la notizia secondo la quale l’Ucraina si sarebbe accordata con la Russia per l’ingresso nell’Unione Doganale Eurasiatica.

L’indiscrezione, rilanciata come certa anche dal resto dei media ucraini e internazionali, si basa sull’incontro avvenuto lo scorso 4 Marzo tra il Presidente russo, Vladimir Putin, e il Capo di Stato ucraino, Viktor Yanukovych, a Domodyedovo, la tenuta preferita del Dittatore sovietico, Nikita Krushchev.

Come riportato dal Dzherkalo Tyzhnya, l’Ucraina ha accettato lo status di membro associato dell’Unione Doganale: progetto di integrazione sovrannazionale, a cui già appartengono Russia, Bielorussia e Kazakhstan, concepito da Mosca per ristabilire l’egemonia economica e politica del Cremlino nello spazio ex-sovietico.

L’accordo, finalizzato con una trattativa da parte dei Vicepremier russo e di quello ucraino, Igor Shuvalov e Yuri Boyko, permette alle Autorità dell’Ucraina di avere libero accesso alla documentazione dell’Unione Doganale, e di partecipare con propri esponenti, in qualità di osservatori, alle riunioni della CEE Eurasiatica.

Sempre secondo l’indiscrezione del Dzerkalo Tyzhnya, l’Ucraina manterrà lo status di membro associato dell’Unione Doganale per due anni, dopodiché, una volta presa dimestichezza con le procedure di funzionamento dell’organizzazione internazionale, sarà pronta ad aderire come membro a pieno titolo.

L’ingresso dell’Ucraina come membro associato rappresenta per la Russia una vittoria geopolitica di portata epocale.

Per ottenere il tanto aspirato status di superpotenza globale, che Mosca sta perseguendo per poter competere nella geopolitica mondiale alla pari con India, Cina e Stati Uniti d’America, il Cremlino sa bene di non potere fare a meno dell’Ucraina: Paese ricco di risorse naturali, agricole ed industriali, necessarie per sostenere le ambizioni imperiali dei russi.

Allo stesso tempo, l’ingresso dell’Ucraina come membro associato dell’Unione Doganale permette di risolvere la questione dell’adesione alla CEE Eurasiatica di Tadzhikistan e Kyrgyzstan: due Stati dell’ex-Unione Sovietica che ancora non hanno preso una decisione sulla modalità di partecipazione nell’Unione Doganale.

Dal punto di vista ucraino, l’adesione all’Unione Doganale permette a Kyiv di ottenere dalla Russia uno sconto immediato sulle forniture di gas, che Mosca ha promesso di concedere solo previo ingresso dell’Ucraina nella CEE Eurasiatica.

La conferma della sete di gas dell’Ucraina è avvenuta sempre giovedì, 14 marzo, quando il Capo di Stato ucraino, in visita ufficiale in Lettonia, ha ritenuto inaccettabili le tariffe per l’importazione di energia imposte a Kyiv dalla Russia.

Nello stesso tempo, l’avvicinamento progressivo dell’Ucraina all’Unione Doganale preclude per sempre il processo di integrazione di Kyiv nell’Unione Europea mediante la firma dell’Accordo di Associazione.

Questo documento, con cui Bruxelles avrebbe concesso lo status di partner privilegiato dell’UE, è stato congelato nel 2011 a causa del regresso democratico impresso in Ucraina dal Presidente Yanukovych, dimostrato con l’arresto politico di una decina di esponenti del campo democratico “arancione” -tra cui l’ex-Primo Ministro, Yulia Tymoshenko- la falsificazione delle Elezioni Amministrative del 2010 e di quelle Parlamentari del 2012, l’incremento della pressione su media e giornalisti, e l’accentramento nelle mani del Capo di Stato di poteri del Parlamento.

Dal canto suo, il Presidente Yanukovych, seppur solo a parole, ha sempre dichiarato di considerare l’integrazione dell’Unione Europea come una priorità per l’Ucraina, ma de facto ha cercato di mantenere una politica di equilibrio tra l’UE e la Russia che, per via dell’uso sistematico delle risorse energetiche per scopi politici da parte di Mosca, sta finendo per favorire unicamente il Cremlino.

Le conseguenze per l’Unione Europea

L’inglobamento dell’Ucraina nell’Unione Doganale della Russia ha conseguenze catastrofiche per l’Unione Europea, poiché esso permetterà presto alla Russia di esercitare una fortissima pressione in ambito energetico nei confronti dell’UE, che oggi già dipende dalle forniture di gas russo per il 40% del suo fabbisogno continentale.

L’Ucraina è infatti l’unico Paese indipendente che si interpone tra l’UE e la Russia nel percorso di transito del gas russo in Europa: uno scoglio che impedisce a Mosca il controllo totale delle vie di approvvigionamento energetico dell’Unione Europea, e che il Cremlino è per questo intenzionato a rimuovere a tutti i costi.

Senza Paesi intermediari nel tragitto del gas russo in Europa, la Russia si troverà a diretto contatto con un’Unione Europea ancora priva di un’unica politica estera ed energetica, su cui Mosca potrà facilmente imporre condizioni energetiche e politiche ad essa vantaggiose.

Matteo Cazzulani

JANUKOVYCH SCEGLIE LA RUSSIA: TRA UCRAINA ED EUROPA RELAZIONI INTERROTTE

Posted in Ukraina by matteocazzulani on March 21, 2012

In seguito al vertice della Comunità Economica Eurasiatica, Kyiv rinuncia all’applicazione di misure protezionistiche in caso di ritorsioni da parte di Mosca per la mancata partecipazione ai processi di integrazione sovranazionale voluti dal Cremlino per sancire la propria egemonia sull’ex-Unione Sovietica. Inoltre, il Presidente ucraino promette al suo collega, Vladimir Putin, il varo della Zona di Libero Scambio CSI in contemporanea nei Parlamenti dei due Paesi, e il riconoscimento del russo come lingua ufficiale dello Stato da lui rappresentato

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Dalla Comunità Economica all’Unione politica. E’ questo lo scopo ufficializzato a Mosca, martedì, 20 Marzo, nel corso del vertice della Comunità Economica Eurasiatica: una federazione economica, gestita e controllata dalla Russia, dei Paesi dell’ex-Unione Sovietica, a cui appartengono anche Tadzhikistan, Kyrgyzstan, Kazakhstan, Bielorussia, e, come Stati osservatori, Ucraina, Moldova, e Armenia.

Come sottolineato dal Presidente uscente della Russia, Dmitrij Medvedev, l’evoluzione dalla Comunità Economica all’Unione Eurasiatica è un processo politico oramai avviato: destinato ad unire i Paesi dell’area ex-URSS in una nuova entità statale dotata di indubbio peso sul piano internazionale. Inoltre, il Capo di Stato russo ha invitato le realtà coinvolte a partecipare a tutte le tappe del progetto di integrazione voluto da Mosca, pena la complicazione delle relazioni commerciali col Cremlino.

Diretto destinatario del monito di Mevedev è stata l’Ucraina, che finora ha mantenuto lo status di Paese osservatore, e ha avanzato la propria candidatura alla Comunità Economica Eurasiatica solo previo mantenimento di una cospicua autonomia. Dinnanzi ai primi passi della CEE di Mosca – inizialmente composta da Russia, Kazakhstan e Bielorussia – Kyiv ha proposto la propria compartecipazione solo secondo la formula 3+1, e ha confermato di non volere un pieno coinvolgimento anche dopo il successivo ingresso di Kyrgyzstan e Tadzikistan.

Tuttavia, la posizione risoluta dell’Ucraina si è notevolmente ammorbidita, come dimostrato dalla dichiarazione del Vice-Premier ucraino, Valerij Khoroshkovs’kyj, il quale, durante il vertice, ha dichiarato la volontà di rinunciare all’applicazione delle misure protezionistiche varate da Kyiv in caso di ritorsioni commerciali da parte di Mosca.

Durante un incontro bilaterale, il neo-rieletto Presidente russo, Vladimir Putin, ha convinto il Capo di Stato ucraino, Viktor Janukovych, a ratificare in contemporanea l’accordo per il varo della Zona di Libero Scambio CSI: un altro progetto di integrazione economica pianificato dal Cremlino, simile alla Comunità Eurasiatica, progettato per abbattere le frontiere tra i Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti – a cui appartiene quasi la totalità dei Paesi dell’ex-Unione Sovietica -, stabilire principi di sussidiarietà, e istituire un solo regolamento per un’area su cui Mosca vuole esercitare la propria egemonia.

L’avvicinamento dell’Ucraina ai progetti egemonici della Russia, confermato dall’intenzione di Janukovych di rendere il russo lingua ufficiale dello Stato ucraino, ha conseguenze di notevole importanza per gli equilibri geopolitici del Vecchio Continente: da un lato, consente a Mosca il consolidamento della sua egemonia sull’ex-URSS, e, dall’altro, certifica la fine di ogni possibile integrazione di Kyiv nell’Unione Europea.

Anche Repubblica Ceca e Polonia ammettono la chiusura delle relazioni con Kyiv

In un’intervista all’autorevole Den’, l’Ambasciatore in territorio ucraino della Repubblica Ceca, Ivan Pocuch, ha evidenziato come il persistere a Kyiv di arresti politici, pressioni sull’Opposizione arancione, e casi di mancato rispetto della libertà di stampa abbiano provocato il congelamento della firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina.

Questo storico accordo ha previsto una parziale integrazione ucraina nell’Unione Europea, e il varo di una Zona di Libero Scambio tra Kyiv a Bruxelles, ma le trattative per il suo avvio – iniziate nel 2008: con l’Ucraina ancora guidata dagli arancioni – si sono interrotte, nel dicembre 2011, in seguito agli arresti politici della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, e di altri avversari politici di Janukovych.

Anche il Parlamentare Europeo Marek Siwiec, noto per avere sempre supportato la firma dell’Accordo di Associazione nonostante la condotta autoritaria del Presidente Janukovych, ha ammesso che la detenzione della Tymoshenko, e il regresso della democrazia ucraina, è destinato a mantenere Kyiv lontano da Bruxelles per molto tempo.

Come riportato sul suo blog ufficiale, l’esponente socialdemocratico polacco ha individuato la conduzione di Elezioni Parlamentari regolari come unica condizione per riaprire il discorso in merito all’avvicinamento dell’Ucraina all’UE, ma, nel contempo, ha riconosciuto l’esistenza di forti pressioni politiche da parte di Mosca che potrebbero inglobare una volta per tutte Kyiv nell’Unione Eurasiatica.

Matteo Cazzulani

SAAKASHVILI IN AZERBAJDZHAN: “L’UNIONE EURASIATICA E’ COME L’URSS”

Posted in Georgia by matteocazzulani on March 9, 2012

Durante l’exposé presso il Parlamento azero, il Presidente georgiano invita i Paesi del Caucaso e quelli un tempo appartenenti all’Unione Sovietica a fare fronte comune per contrastare i piani egemonici della Russia monopolista: intenzionata a ripristinare un suo impero nell’area

Il presidente georgiano, Mikheil Saakashvili

“Per la Russia sarebbe meglio avere vicini forti anziché vassalli ostili”. Così è stato comunicato dal Presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, nel corso di un exposé presso il Parlamento azero: un’occasione, avvenuta martedì, 7 Marzo, per rinsaldare i rapporti tra Georgia e e Baku in una solida alleanza che, come illustrato da entrambe le parti, va oltre la partnership strategica.

Saakashvili ha espresso il proprio timore nei confronti della ricostituzione di una nuova URSS per mezzo dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione economico-politica – concepito a immagine e somiglianza di CEE e Unione Europea – voluto da Mosca per estendere la propria egemonia sui Paesi un tempo appartenenti all’Unione Sovietica.

Un disegno che certifica la reale natura della Russia, la quale, dopo l’esperienza sovietica e, prima ancora, quella zarista, sembra non avere rinunciato a una tentazione imperiale che caratterizza di continuo la sua storia.

Inoltre, la recente rielezione di Vladimir Putin alla Presidenza della Federazione Russa ha ridato slancio a quest’iniziativa, in quanto è proprio la guida del Cremlino l’ideatore, e il principale sponsor, di un progetto a cui già hanno aderito Kazakhstan, Bielorussia e Kyrgyzstan.

“A Mosca, una nuova-vecchia idea è stata avanzata da politici nostalgici – ha dichiarato Saakashvili, come riportato dall’autorevole Civil Georgia – Non cadiamo in errore: cambia di poco il nome, ma la sostanza è la medesima. La dottrina della sovranità limitata, e dell’influenza russa su quello che ritiene essere il suo spazio vitale, si rifà direttamente all’Unione delle Repubbliche Socialiste, e alla fraseologia imperialista dell’epoca zarista”.

Per arginare il dilagare della Russia imperiale, Saakashvili ha proposto l’unità di azione da parte di quei Paesi che Mosca ritiene appartenere alla propria sfera di influenza: Ucraina, Moldova e, per l’appunto, gli Stati del Caucaso.

Per questa ragione, il Presidente georgiano ha ritenuto forti rapporti con l’Azerbajdzhan un aspetto di prima importanza per la politica estera di Tbilisi che, come ha ribadito, mantiene come primo obiettivo l’integrazione nella NATO e nell’Unione Europea.

“La Guerra Fredda è finita, e chi ritiene l’espansione a est della NATO un pericolo si sbaglia – ha evidenziato Saakashvili – Noi non siamo anti-russi, ma sogniamo un futuro di pace e cooperazione con una Russia finalmente democratica, rispettosa dei diritti politici al suo interno e, sopratutto, del diritto di autodeterminazione delle nazioni ad essa vicine”.

Come riportato sempre da Civil Georgia, le buone intenzioni di Saakashvili sarebbero state dimostrate dalla recente decisione del Presidente georgiano di abolire il regime dei visti per i russi che intendono recarsi a Tbilisi per meno di 90 giorni.

Un atto che, tuttavia, non ha avuto una risposta complementare da parte di Mosca: nel corso di una conferenza stampa, Vladimir Putin ha sottolineato come i rapporti con la Georgia non saranno ripristinati fino a quando a Tbilisi non si registreranno determinato cambiamenti politici interni.

Le relazioni tra Georgia e Russia restano al punto buio raggiunto nell’Agosto 2008. Allora, l’esercito russo ha infranto l’integrità territoriale della Georgia e, dopo una guerra lampo di sette giorni, ha iniziato un’occupazione delle regioni georgiane di Abkhazija e Ossezia del Sud che, nonostante i proclami della Comunità Internazionale, dura ancora oggi.

Il Caucaso è importante per l’Europa e la sicurezza nazionale dei Paesi UE

Spesso trattare questioni legate all’area dell’ex-Unione Sovietica sembra essere un’opera di pura descrizione di quanto accade in Paesi esotici, ma non è così. Per l’Europa, il Caucaso ha un’importanza fondamentale, in quanto è proprio da Azerbajdzhan e Georgia che è previsto il transito di gas diretto in Occidente.

Questo piano da tempo è stato studiato dalla Commissione Europea per diminuire la dipendenza dell’UE dalle forniture energetiche della Russia. Tuttavia, oltre che dai russi stessi, è contrastato anche da alleati di ferro in seno al Vecchio Continente, come Germania e Francia.

Mosca, intenzionata a ripresentarsi al mondo come superpotenza planetaria, ha tutto l’interesse a mantenere il monopolio delle forniture di gas sull’Europa e, per questa ragione, ostacola ogni iniziativa autonoma di Bruxelles, con mezzi più o meno leciti.

Oltre alla già descritta guerra contro la Georgia, esempio della strategia della Russia sono la campagna acquisti che il monopolista russo, Gazprom, sta compiendo in Unione Europea per allungare cronologicamente la dipendenza delle principali compagnie UE al rubinetto del Cremlino, così come quella per rilevare la gestione totale o parziale dei gasdotti del Vecchio Continente: attuata con successo in Germania, Francia, Slovenia, Slovacchia e Austria.

Per un’Europa davvero indipendente, sia energicamente che politicamente, è interesse degli europei tutti non solo interessarsi di quello che avviene nel Caucaso, ma anche, e sopratutto, sostenere le ambizioni euro-atlantiche della Georgia, e integrare questo Paese quanto prima nell’UE e nella NATO.

Una decisione che consentirebbe nell’immediato la messa al sicuro della tratta per i rifornimenti energetici autonomi dal Cremlino e, nel contempo, impedirebbe il ricostituirsi della Russia in un Impero, e il declassamento del Vecchio Continente alla periferia dell’economia mondiale ad esso legato.

Per questa ragione, oltre a Tbilisi, l’Europa avrebbe tutto l’interesse a integrare seduta stante anche Ucraina, Moldova e Turchia: Paesi europei per cultura e tradizione – con meno evidenza per quanto riguarda Ankara – finora esclusi dalla Comunità politica del Vecchio Continente a causa del timore dimostrato dai vertici UE di irritare una Russia dall’imperialismo mai sopito.

Matteo Cazzulani

NASCE L’UNIONE EURASIATICA. L’EUROPA SEMPRE PIU IN PERICOLO

Posted in Russia by matteocazzulani on November 21, 2011

Russia, Bielorussia, e Kazakhstan danno il via alla Comunità Economica Eurasiatica: primo passo di un percorso che, improntato in toto a quello svolto dal Vecchio Continente, punta al varo dell’Unione politica tra i Paesi dell’ex-URSS. La minaccia per l’Europa di un progetto che potrebbe escluderla dalla leadership mondiale

Il presidente russo, Dmitrij Medvedev

Prima ti copio, poi ti distruggo. Questa la filosofia dell’Unione Eurasiatica, progetto di integrazione sovranazionale tra Russia, Bielorussia, e Kazakhstan presentato venerdì, 17 Novembre, dai presidenti dei tre Paesi, Dmitrij Medvedev, Aljaksandar Lukashenka, e Nursultan Nazarbaev.

Un percorso ambizioso, voluto, diretto e pilotato da Mosca, che agli orecchi degli europei suona come una storia già nota: i tre Capi di Stato hanno firmato un protocollo per la creazione di una Comunità Economica Eurasiatica, a cui spetterà il compito di redigere la Dichiarazione per l’Integrazione Euroasiatica, su cui fondare la vera e propria Unione entro il 2015.

Un piano che ricalca in tutto e per tutto quello dell’Unione Europea, a cui il progetto di integrazione vuole assomigliare non solo nella sigla – UE, Jevrazijskij Sojuz in russo: tale quale Jevropejskij Sojuz – ma anche nelle istituzioni. Dal Gennaio 2012, una Commissione Eurasiatica, composta dai Vicepremier dei Paesi membri, si occuperà della messa a punto delle competenze che gli Stati dovranno cedere all’Unione, e sarà affiancata dal Collegio Eurasiatico: organo esecutivo, competente in materia di bilancio e sussidi ad agricoltura ed industria.

Secondo il Protocollo, scopo della Comunità è quello di abbattere tariffe e barriere doganali tra Russia, Bielorussia, e Kazakhstan in vista dell’integrazione politica a cui hanno diritto d’accesso tutti i Paesi appartenenti, un tempo nemmeno troppo lontano, all’Unione Sovietica. Dunque, davvero difficile non vedere un’imitazione dei processi che, nel Secondo Dopoguerra, hanno portato alla creazione di un’Unione Europea, retta oggi da Consiglio e Commissione, a cui hanno diritto d’accesso tutti i Paesi europei.

“Siamo molto meglio dell’Unione Europea, in quanto russi, bielorussi e kazaki si conoscono già – ha dichiarato Medvedev – hanno simili economie, e comune appartenenza all’Unione Sovietica. L’Europa, al contrario, ha integrato economie diverse tra loro, facendo ricadere il prezzo dei nuovi ingressi su una moneta unica oggi in forte crisi – ha continuato – noi, invece, non compreremo a scatola chiusa – ha continuato – ed il nostro progetto sarà migliore di quello del Vecchio Continente, a cui però non nascondiamo di esserci ispirati”.

Tuttavia, nelle parole del Capo di Stato russo ci sono alcune inesattezze. In primis, quella eurasiatica non è una fotocopia della CEE, dal momento in cui nessun Paese della Comunità Economica Europea ha imposto agli altri il proprio Codice Doganale e mantenuto il totale controllo delle finanze comuni, come, invece, fatto finora dalla Russia. In secondo luogo, il progetto europeo ha rappresentato un superamento della storia, con l’ingresso nella Comunità Occidentale di Paesi travagliati da mezzo secolo di dominio comunista – e, ancor prima, secoli di dominio zarista – dalla cui pianificazione economica hanno saputo evolvere in tempi record, abbracciando il libero mercato, seppur non senza evidenti difficoltà.

Al contrario, L’Unione Eurasiatica è un tentativo di ripristinare un passato nefasto per l’Europa, con il dichiarato scopo di eliminare dalla scena internazionale un’UE – Unione Europea, si intende – giudicata il primo concorrente da annichilire per riottenere lo status di superpotenza mondiale, e permettere all’orso russo di competere con le tigri asiatiche ed i puma brasiliani in Mondo sempre più globalizzato, dove anche l’aquilotto USA è costipato, intontito dalla politica di corto respiro di Barack Obama – che sul piano estero ha portato la più grande democrazia del pianeta alla ricerca della trattativa con i peggiori dittatori della terra, con conseguente riarmo nucleare di Iran e Corea del Nord e, per l’appunto, ritorno sulla scena mondiale di una Russia imperiale.

Nel frattempo, i tentativi di ricostituzione dell’Unione Sovietica procedono a ritmi forzati. Appena eletto, il Presidente della Commissione Economica Eurasiatica, il russo Viktor Khristenko, ha dichiarato che il primo obiettivo del suo mandato è l’allargamento a Kyrgyzstan e Tadzikistan – con cui, forse non a caso, la Russia ha innalzato la tensione con l’imposizione di un embargo e l’espulsione di cittadini tadziki – con uno sguardo sempre fisso ad Ucraina e Moldova: Paesi dell’Europa Orientale, che l’Unione Europea fatica ad integrare con la concessione dello status di partner privilegiato oggi goduto da Islanda, Svizzera, e Norvegia. L’ingresso di Kyiv e Chisinau significherebbe il trionfo dell’Eurasia e, con essa, la morte dell’Europa che, con la sua parte orientale, perderebbe ogni speranza di tornare leader dell’economia mondiale e, forse, persino di esistere.

L’Europa apre alla Georgia

Peccato che a capirlo siano in pochi. Non il tandem dei sorrisi meschini Merkel-Sarkozy, che, anzi, continuano a supportare la politica energetica del divide et impera, con cui Mosca sta distruggendo l’Europa. Bensì la Polonia che, memore di cosa sia stata davvero l’URSS, ha varato un programma di governo di tagli ed austerità in cui, non a caso, le uniche voci a risentire di un incremento sono state difesa ed integrazione europea. Inoltre, Varsavia è attiva più di tutti per convincere Bruxelles alla firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina, malgrado l’evidente deficit di democrazia sulle rive del Dnipro dopo arresti e processi a carico di oppositori politici e giornalisti indipendenti.

Sulla medesima linea anche il Parlamento Europeo che, dopo avere invitato la Commissione alla ratifica dell’accordo con Kyiv, ha approvato una simile risoluzione anche per quanto riguarda la Georgia: Stato dalle legittime ambizioni occidentali da premiare per le riforme approntate in ambito economico. Nel documento, l’emiciclo di Strasburgo ha riconosciuto anche il pieno rispetto dell’integrità territoriale di Tbilisi, a cui appartengono le regioni di Abkhazija ed Ossezia del Sud, strappate dalla Russia dopo l’aggressione militare dell’Agosto 2008.

Forse, parole vane che, tuttavia, si spera possano davvero contrastare la determinazione con cui Mosca sta, nemmeno troppo lentamente, ricostituendo il suo impero.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA AD UN SOFFIO DAL WTO

Posted in Russia by matteocazzulani on November 5, 2011

Mosca e Tbilisi accettano la proposta svizzera di un monitoraggio internazionale delle merci nelle regioni strappate alla Georgia nell’agosto 2008 dall’aggressione militare russa. Dazi contro i prodotti europei ed americani e regolamentazione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka i nodi da scioglere per l’ingresso del Cremlino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. La Georgia compensata dalla rinuncia al veto con la promessa dell’ingresso nella NATO

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Tanti forse e punti in sospeso, ma l’ingresso della Russia nell’Organizzazione Mondiale del Commercio sembra ormai cosa fatta. Ne è convinto il Vice Ministro degli Esteri, Sergej Rjabkov, che, all’autorevole Radio Liberty, ha comunicato il via libera di Mosca al compromesso raggiunto con la Georgia, il cui veto – unico ostacolo all’ingresso della Federazione Russia nel WTO – sarà così presto evitato.

A risolvere una controversia di quasi quattro anni è stata la mediazione della Svizzera, che, chiamata dalla Comunità Internazionale, è riuscita a sbloccare l’impasse con la proposta di un monitoraggio internazionale ed indipendente del traffico commerciale in Ossezia del Sud ed Abkhazija: regioni georgiane rivendicate da Tbilisi, ma, dall’aggressione militare dell’Agosto 2008, occupate dell’esercito della Russia, che, assieme a pochi altri Stati nel Mondo – Bielorussia, Venezuela, Nicaragua, ed atolli di Nauru, Tuvalu, e Vanatu – ne ha riconosciuto l’Indipendenza.

Una soluzione che sembra avere messo d’accordo tutte le parti – anche USA ed Unione Europea, favorevoli alla conclusione delle trattative – ma restano ancora molti interrogativi e passaggi istituzionali che potrebbero rallentare l’ingresso di Mosca nel WTO. In primo luogo, l’abbattimento di ogni misura protezionistica che la Russia ancora impone sui prodotti europei ed americani: una questione da risolvere prima dell’ammissione del Cremlino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sui cui soprattuto gli USA sono ben attenti.

Proprio il Congresso americano è chiamato alla cancellazione dell’emendamento Jackson-Vanika che finora ha vietato all’Unione Sovietica, e poi alla Russia, clausole di alto privilegio nei rapporti commerciali: qualora a Mosca la questione delle limitazioni dei prodotti d’Oltreoceano non sarà regolata, maggioranza repubblicana e larghe frange dei democratici non appoggeranno l’iniziativa altresì fortemente voluta dal Presidente, Barack Obama, strenuo sostenitore dell’ingresso dei russi nel WTO.

Altro nodo da sciogliere è l’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una vera e propria CEE post-sovietica, ideata dal Primo Ministro russo – e prossimo Presidente, Vladimir Putin, per mezzo della quale la Russia ha iniziato a rafforzare la propria egemonia sull’ex-URSS, abbattendo le frontiere con Bielorussia e Kazakhstan, e programmando il varo di istituzioni comuni anche a livello politico, a cui dovrebbero aderire nel breve termine Kyrgyzstan – in cui il candidato filo russo ha di recente vinto le elezioni presidenziali – ed Ucraina – in cui il Capo di Stato, Viktor Janukovych, è stato autore di pesanti concessioni economico-energetiche a Mosca, pur mantenendo aperta la strada per la firma di un Accordo di Associazione con l’UE che, se firmato, sottrarrebbe un Paese, europeo per storia, cultura, e tradizione, all’influenza del Cremlino. Le regole WTO impediscono a qualsiasi Stato membro la partecipazione a simili organizzazioni con Paesi non-OMC, ma la Russia ha già dichiarato l’intenzione di riformare il regolamento interno dell’Unione Doganale, uniformandolo in toto agli standard internazionali.

Inoltre, le Autorità bielorusse hanno rinnovato la propria candidatura al sistema di commercio mondiale, e promesso il varo in tempo record di una serie di protocolli separati con i singoli Paesi WTO, per limare il più possibile ogni possibile incongruenza causata dalla partecipazione di Minsk all’Unione Doganale. Facile aspettarsi simili dichiarazioni di intenti anche da parte del Kazakhstan, interessato all’ingresso dei Russi nel sistema del commercio mondiale.

La Georgia nella NATO come contropartita alla rinuncia del veto

Progetti di non facile realizzazione, che potrebbero intralciare un cammino dato per certo. Poca chiarezza resta anche sulla contropartita che la Georgia avrebbe ricevuto per rinunciare ad un veto strenuamente utilizzato come unico mezzo per riottenere regioni strappatele con la forza dal Cremlino: difatti, il monitoraggio internazionale non è sufficiente per riottenere Abkhazija ed Ossezia del Sud, in cui i soldati russi continueranno a stazionare senza alcun divieto da parte della comunità internazionale.

Nella giornata di giovedì, 27 Ottobre, il Ministro georgiano per l’Integrazione Europea, Giorgi Baramidze, ha ottenuto la promessa di una road map per la futura certa integrazione di Tbilisi nella NATO, da concordare nei prossimi summit con il Segretario Generale, Anders Fogh-Rasmussen – atteso a breve a colloquio con il Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili – e varare al prossimo summit dell’Alleanza Atlantica di Chicago. Lecito ricordare che proprio sull’ingresso di Tbilisi nelle strutture occidentali ha fortemente pesato l’opposizione russa: un vero e proprio veto psicologico che, coadiuvato dal ricatto energetico-militare, ha spinto nel 2008 i Paesi dell’Ovest dell’Europa a congelare l’integrazione di Georgia ed Ucraina nella NATO e nell’Unione Europea.

Secondo diversi esperti, la riapertura del cammino verso Bruxelles – e la promessa di un approdo certo e garantito laddove la Georgia merita di stare – sarebbe la ricompensa che ha convinto Tbilisi a togliere il veto sull’ingresso russo nel WTO, e, de facto, rinunciare alla ripresa del controllo su regioni strappatele da una violazione dell’integrità territoriale su cui un’Occidente intimorito dal Cremlino non ha osato esprimersi con una forte condanna.

Matteo Cazzulani

L’EURASIA DI PUTIN MUOVE I PRIMI PASSI

Posted in Russia by matteocazzulani on October 30, 2011

La Russia corona con un successo il test nucleare del missile Bulava, ed ottiene vantaggiose concessioni in settori strategici dell’economia moldava in cambio di uno sconto sul gas. L’arringa di Lukashenka e le contromosse di una Polonia Leader dell’Europa

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

Testate nucleari, gas, ed un avvocato d’eccezione. E così chela Russia sta costituendo l’Unione Euroasiatica, un progetto fortemente voluto dal primo Ministro russo, Vladimir Putin – presto per la terza volta alla guida del paese dallo scranno più alto, quello presidenziale – per ristabilire il controllo di Mosca sull’area ex-URSS, e spezzare definitivamente la concorrenza di un’Unione Europea sempre più in preda alla crisi dell’Euro – ed ai sogghigni di chi è spesso incline a soddisfare gli appetiti geopolitici del Cremlino in cambio di gas a buon mercato.

Nella giornata di venerdì, 28 Ottobre, è andato a buon fine il terzo tentativo di collaudo del missile Bulava: una testata nucleare che, dopo due esperimenti falliti, ha confermato di essere funzionante e, quindi, pronta ad essere annoverata nell’arsenale dell’esercito di Mosca nel caso anche i prossimi due test – la cui data è, ovviamente, top secret – si rivelassero un successo. Come riferito dalle Autorità russe, e confermato dall’autorevole Gazeta.ru, il missile è stato lanciato dall’incrociatore militare Jurij Dolgorukij nel Mar Bianco, ed ha centrato, con la precisione calcolata, un obiettivo situato nel poligono militare di Kura, in Kamchatka.

Nella medesima giornata, il Vice-Premier moldavo con delega agli Affari Economici, Valeriu Lazar, ha riferito in Parlamento circa un nuovo contratto stipulato con Mosca per il rinnovo delle forniture di gas, per le quali Chisinau avrebbe ottenuto uno sconto in cambio di concessioni al Cremlino in settori strategici dell’economia del Paese. Maggiori dettagli su quali siano tali ambiti non sono stati forniti dal Vice-Capo di Governo che, dopo il discorso, non ha risposto alle domande chiarificatrici. Finora, di noto restano solo formula e scadenza dei contratti in vigore tra il monopolista russo, Gazprom, e la società energetica nazionale, Moldovagaz: prezzi di mercato fino al 2011, poi, in base agli accordi raggiunti, un taglio, probabilmente adoperato nel metodo di calcolo del fabbisogno moldavo.

Entusiasta di tali manovre è il Presidente bielorusso, Aljaksandar Lukashenka, che, in un articolo comparso sulla stampa russa, ripreso dall’autorevole Radio Liberty, si è detto strenuo sostenitore dei piani eurasiatici di Putin, escludendo pericoli per la perdita dell’Indipendenza della Bielorussia, altresì, rassicurando i propri connazionali sui vantaggi che essi porteranno a Minsk. Dopotutto, la Bielorussia è uno dei Paesi fondatori dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: progetto con cui Mosca intende imitare l’UE nel creare un sistema di economie integrate sotto il controllo del Cremlino, nella cui orbita è prevista l’entrata del Kyrgystan, e di Paesi europei come Ucraina ed Armenia.

Nel caso di Minsk, Lukasheka ha giudicato la CEE post-sovietica un progetto conveniente per aprire sbocchi sull’estero all’economia di un Paese sempre più isolato a livello internazionale, ma presto si è reso conto delle misure svantaggiose prese da Mosca nei suoi confronti, decise da un Comitato Centrale che ha privato le Autorità bielorusse della sovranità decisionale su molte questioni commerciali ed energetiche.

La reazione dell’Europa

Uno scenario preoccupante, che, tuttavia, in Europa ha registrato la reazione della Polonia che, presidente di turno dell’UE, si è attivata sul piano diplomatico per evitare lo scivolamento verso la Russia dei Paesi dell’Europa Orientale – Georgia, e, per l’appunto, Ucraina, Moldova e Bielorussia – la cui Indipendenza da Mosca è condizione necessaria per la sicurezza e la competitività in un Mondo sempre più globalizzato di un Vecchio Continente che, se unito e coeso – e non diviso in base alla divisa monetaria del singolo Stato – può evitare il rischio del riemergere di una nuova URSS, e tornare a correre per una leadership mondiale ed un benessere economico.

Sempre venerdì, 28 Ottobre, Varsavia – sulla soglia di un ricorso all’Arbitrato di Stoccolma contro Gazprom per la revisione di contratti per l’oro blu troppo onerosi – ha rafforzato la cooperazione energetica con l’Ucraina, sopratutto in merito al prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody fino a Danzica: un progetto chiave per la realizzazione di un Corridoio Eurasiatico che – a differenza di quanto suggerisca il nome – è stato concepito per l’importazione via terra e mare di nafta e gas da Centro Asia, Georgia, e Turchia, evitando il transito per il territorio russo – e, con esso, il ricatto energetico del Cremlino.

Inoltre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, a colloquio con il Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, Rajisa Bohatyrova, ha rilanciato la costituzione di una brigata militare composta da reparti degli eserciti di Polonia, Ucraina, e Lituania, da impiegare in operazioni di peacekeeping sotto l’egida NATO. Un’idea simile a quella che, sempre su spinta polacca, ha visto il Gruppo di Vysehrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, e Slovacchia – varare un progetto militare comune, sempre per missioni di pace dell’Alleanza Atlantica, aperto alla partecipazione di Paesi Baltici e Georgia.

Infine, resta la risoluzione del Parlamento Europeo sulla continuazione dei negoziati con l’Ucraina per la firma di un Accordo di Associazione messo in crisi dalla condanna alla Leader dell’Opposizione Democratica ucraina, Julija Tymoshenko, e dalle repressioni ai danni di giornalisti ed altri esponenti di spicco del campo arancione. Nella seduta plenaria di giovedì, 27 Ottobre, l’emiciclo di Strasburgo ha ribadito il rispetto di Democrazia e Diritti Umani come condizione imprescindibile per la sigla di un documento che mira alla maggiore integrazione di Kyiv con Bruxelles, ma, nel contempo, ha invitato il Presidente, Viktor Janukovych, alla ripresa dei negoziati, interrotti dopo la sentenza Tymoshenko, e la svolta filorussa del Capo di Stato ucraino.

Così come Lukashenka, anche Janukovych è stato attratto dalle sirene del gas a buon mercato di Mosca, e dalla Zona di Libero Scambio CSI: altro progetto, simile all’Unione Doganale, con cui il Cremlino sta dando linfa alle proprie ambizioni geopolitiche, privando Stati sovrani della propria autonomia.

Matteo Cazzulani

AL VIA LA ZONA DI LIBERO SCAMBIO CSI: COSI LA RUSSIA RITORNA PADRONA DELL’EX-URSS

Posted in Russia by matteocazzulani on October 20, 2011

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin, annuncia la firma dell’accordo che riporta Mosca sovrana sull’ex-Unione Unione Sovietica, e mette in guardia l’Occidente dalle accuse di rigurgiti imperiali. L’Ucraina rompe con Bruxelles e si avvicina al Cremlino con ulteriori concessioni commerciali ed energetiche. Verso una nuova Guerra del Gas tra Gazprom e Polonia

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Un lavoro in sordina, che, alla fine dei conti, ha riportato la Russia perno politico dell’Area ex-Sovietica, con buona pace dei tentativi UE di evitare lo scivolamento verso Mosca dell’Europa Orientale: intricate partnership che hanno causato più liti interne che conquiste esterne. Nella giornata di martedì, 18 Ottobre, il primo Ministro russo, Vladimir Putin, ha annunciato il varo di una zona di libero scambio tra i Paesi della Comunità di Stati Indipendenti: un documento siglato dai Capi di Stato e di Governo dei Paesi interessati – Russia, Moldova, Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan, ed Armenia – presenti al summit di Pietroburgo.

Come sottolineato dal futuro Presidente russo, la CEE nel territorio dell’ex-URSS è un processo iniziato nel 2009 che, tuttavia, si è dimostrato lento, programmato, discusso a causa delle continue mediazioni a cui Mosca è stata portata per convincere i partner CSI alla firma di un patto destinato a ridisegnare le regole del mercato negli Stati coinvolti, senza intaccare quelle dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, a cui molti di essi – a differenza della Russia – appartengono.

Tuttavia, la Zona di Libero Scambio CSI rappresenta molto di più: è il primo passo di una rinata tendenza imperiale da parte di Mosca, interessata alla ripresa del controllo su una parte di Europa che, a spese dell’Unione Europea, ritiene propria sfera d’influenza. Ma guai a chiamare le cose con il proprio nome.

“Ho saputo delle critiche di imperialismo alla mia politica sollevatesi in Occidente – ha dichiarato Putin – ma le condizioni che la Zona di Libero Scambio CSI offre sono molto più vantaggiose di quelle di un’Unione Europea che ora è meglio pensi ad affrontare la crisi, arginare l’inflazione, e limitare la crescita del debito interno. Anche in Nord America avvengono simili processi – ha continuato – ma nessuno accusa americani, canadesi, o messicani di imperialismo”.

Parole che si commentano da se, ma che costituiscono chiaramente un duro colpo ai tentativi UE di coinvolgere i Paesi dell’Europa Orientale nel proprio mercato per mezzo di Accordi di Associazione e politiche di vicinato, ostacolati da un lato dal cronico scetticismo dei partner Occidentali – Francia e Germania in primis – e, dall’altro, dalla condotta degli stessi Paesi interessati, come dimostrato dal ripiego autoritario della Bielorussia di Lukashenka e dell’Ucraina di Janukovych.

Kyiv va verso Mosca

Proprio il comportamento del Capo di Stato di Kyiv ha rivelato quali siano i reali giochi di forza nell’area: nella tarda mattinata, il suo ufficio stampa ha diramato una nota in cui, senza particolari rimpianti, ha preso atto della cancellazione dei colloqui a Bruxelles con il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, e l’Alto Rappresentante della Politica Estera UE, Catherine Ashton, a causa di una condanna a sette anni di carcere alla Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, che, escludendo l’Ucraina dalla firma dell’Accordo di Associazione con l’UE, ha svuotato il meeting di significato, lasciando libero il Presidente ucraino di recarsi in Brasile e Venezuela.

Poche ore più tardi, al Forum Economico russo-ucraino di Donec’k, Janukovych ha promesso al suo collega russo, Dmitrij Medvedev, l’aumento degli scambi commerciali – da calcolare in Rubli – l’abbattimento del controllo alle frontiere, un invito in tribuna d’onore per la finale del campionato europeo di calcio del 2012, e, sopratutto, un nuovo accordo per l’importazione di gas: su di esso, dettagli non sono ancora stati divulgati, ma, secondo diversi esperti, aumenterebbe la dipendenza di Kyiv da Mosca più di quanto sia già finora.

A confermare la pericolosità per l’Europa della politica estera russa di Putin è il fatto che essa non si limita alla ripresa del controllo sull’area ex-URSS, ma mira al condizionamento degli equilibri politici nei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Ne è un esempio la Polonia, contro cui il Cremlino starebbe per imbandire nuovamente l’arma del gas per punire lo Stato che, più di tutti, si è impegnato per l’indipendenza energetica di Bruxelles e per l’integrazione UE dei Paesi dell’Europa Orientale – la cui Indipendenza da Mosca è condicio sine qua non per la sicurezza e la prosperità dell’Unione tutta.

Come riportato dall’autorevole PAP, il monopolista russo, Gazprom, ha negato lo sconto sulla bolletta richiesto dalla compagnia nazionale polacca PGNiG: costretta a pagare il gas a prezzi superiori a quelli delle più lontane Germania ed Italia per via di un contratto oneroso che, visto il fallimento delle trattative – avvenute lo scorso venerdì, 14 Ottobre, a Varsavia, all’oscuro della stampa -sarà oggetto di un ricorso all’Arbitrato di Stoccolma.

Secondo diversi esperti, la decisione del Cremlino – che in passato ha concesso sconti in cambio di contratti a lungo termine, con lo scopo di mantenere un legame duraturo nel tempo con le singole compagnie energetiche di un’UE altresì determinata nel diminuire la dipendenza dall’oro blu di Mosca – sarebbe dimostrazione della nuova linea dura adottata dalla Russia in seguito all’estensione del Terzo Pacchetto Energetico UE a Balcani, Ucraina e Moldova: un documento che liberalizza il mercato interno del gas, esclude da esso le compagnie non UE, ed evita la gestione dei gasdotti dei Paesi firmatari in regime di monopolio.

Matteo Cazzulani

UNIONE DOGANALE POSTSOVIETICA: L’UCRAINA ANCORA FUORI, E IN BIELORUSSIA ESPLODE IL CAROVITA

Posted in Bielorussia, Ukraina by matteocazzulani on August 12, 2011

Mosca rigetta nuovamente la richiesta di ingresso di Kyiv nella CEE euroasiatica, e prepara contro di lei misure anti-dumping onerose. a Minsk incremento dei prodotti dolciari.

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Per Janukovych e Lukashenka, la CEE post sovietica è una questione molto amara. Nella giornata di martedì, 2 Agosto, la Commissione dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka ha reso nota la decisione di non esaminare la richiesta dell’adesione dell’Ucraina, in quanto, secondo diverse indiscrezioni, sconveniente ai comuni interessi dei tre paesi membri.

Una vera e propria doccia fredda per il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, che, se da un lato ha rinfrescato la sua estate sulle rive della Crimea, dall’altro ha infiammato il dibattito politico: l’ingresso nella CEE euroasiatica secondo la formula 3+1 – che permette a Kyiv una maggiore autonomia – è uno dei punti forti della politica estera del Capo di Stato ucraino, ispirata ad un principio della multilateralità che, prevedendo anche il rafforzamento della partnership con l’UE, è ritenuto da diversi esperti di difficile attuazione.

Ma a preoccupare l’Ucraina è anche la comunicazione secondo cui all’ordine del giorno delle prossime riunioni dell’Unione Doganale ci sarà la ratifica dei dazi per l’importazione di tubi ucraini adibiti al trasporto di materiale energetico: uno dei gioielli dell’industria di Kyiv che, avendo nella Russia il maggiore acquirente, ora rischia il crollo. Secondo diverse fonti, a mutare non sarà la quantità delle tariffe – circa il 20% – ma la durata della misura anti-dumping, fino al 2015, e la sua estensione anche a Kazakhstan e Bielorussia.

Minsk senza zucchero

Ed è proprio Minsk che si rende conto di quanto l’Unione Doganale – de facto un protettorato di Mosca – sia talvolta sconveniente. Come riportato dall’autorevole Delo, il prezzo dello zucchero, e, di conseguenza, dei prodotti dolciari, è schizzato alle stelle La causa, i dazi imposti alle importazioni ucraine, di gran lunga maggiormente a buon mercato rispetto a quelle dalla Russia, con cui, malgrado la comune partecipazione alla CEE euroasiatica, le Autorità bielorusse non sono riuscite a trovare un accordo.

Inoltre, come confermato dal Ministero del Commercio bielorusso, altri vertiginosi incrementi potrebbero riguardare anche burro, latte, ed altri prodotti di prima necessità.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE DOGANALE RUSSO-BIELORUSSO-KAZAKA SI DIFENDE DAI MERCATI EMERGENTI

Posted in Russia by matteocazzulani on August 1, 2011

La CEE euroasiatica presenta le misure protezionistiche rivolte ad Ucraina, Cina, Brasile, Sud Africa, e Corea del Sud. La Bielorussia, sempre più energicamente dipendente dalla Russia, non riesce a vendere le industrie a Mosca

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Brasile, Corea del Sud, Sud Africa, ma, sopratutto, Cina ed Ucraina nel mirino dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka. Nella giornata di giovedì, 21 Luglio, la Commissione della CEE euroasiatica ha reso note le misure anti-dumping adottate per tutelare il mercato interno dalla concorrenza di economie particolarmente competitive e, secondo alcuni esperti, per esercitare una chiara pressione politica su Paesi che, malgrado gli insistenti inviti del Primo Ministro russo, Vladimir Putin, ancora non hanno aderito al processo di integrazione economica voluto da Mosca.

Tra le misure, l’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka ha introdotto dazi doganali del 21,8% fino al 2012 sui macchinari made in Ukraine, e del 19,4% fino al 2015 sui tubi per i gasdotti di diametro inferiore agli 820 mm: due settori in cui la produzione di Kyiv eccelle. A fare paura è anche la Cina, a cui sarà applicata una tariffa del 19,4%, fino al 2013, sull’esportazione di materiale per le tubature, e del 62,7%, sempre fino al 2013, sull’acciaio, al pari di Brasile, Corea del Sud, e Sud Africa.

Per i russi solo il gas

Tuttavia, a non giovare dei vantaggi della CEE euroasiatica sembra essere la Bielorussia, che, nonostante il rapporto privilegiato con la Russia, non riesce a vendere a Mosca le proprie industrie, come previsto dal piano di azioni del Presidente, Aljaksandar Lukashenka.

Come dichiarato dal Primo Ministro, Mykhajlo Mjasnykovych, ad approfittare del disinteresse russo sono aziende svedesi e tedesche, provenienti da un’Unione Europea da cui le autorità di Minsk, nonostante il parere negativo di un’opposizione sempre più repressa, si vogliono allontanare.

Spiegazione dello scarso coinvolgimento di Mosca è dovuto al fatto che alla Russia interessa unicamente il settore energetico, come dimostrato dal recente accordo con cui il monopolista russo, Gazprom, si è aggiudicato il restante 50% della compagnia statale bielorussa, Beltransgaz, già controllata per metà.

L’acquisizione consente ai russi non solo il totale controllo della compravendita di oro blu, ma anche la completa gestione del sistema infrastrutturale di Minsk.

Matteo Cazzulani