LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Putin riapre le ostilità in Georgia

Posted in Georgia, NATO by matteocazzulani on July 15, 2015

L’esercito russo si espande in Ossezia del Sud, regione georgiana occupata dal 2008, per bloccare l’oleodotto Baku-Supsa. Il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale per la diversificazione energetica dell’Unione Europea messo a serio repentaglio



Varsavia – Non in Lettonia, nemmeno in Polonia, e neanche ancora in Ucraina, come in molti temevano. Con l’inizio dell’estate, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avviato una nuova offensiva militare in Georgia con l’occupazione di un’ulteriore porzione dell’Ossezia del Sud, regione storicamente e culturalmente georgiana che la Russia controlla illegalmente dal 2008.

Come riportato dall’autorevole sito di informazione militare Defence24, la manovra dell’esercito russo, avvenuta nei pressi di Tsitelubani -Paese ubicato nei pressi di Gori- ha permesso alla Russia di controllare una parte dell’oleodotto Baku-Supsa, una delle infrastrutture da cui l’olio estratto dal Mar Caspio viene esportato in Europa senza transitare per il territorio russo.

Con il controllo anche solo parziale dell’oleodotto Baku-Supsa, la Russia rende impossibile la realizzazione di un corridoio energetico per l’esportazione dell’olio centro asiatico in Europa Centrale, una delle regioni dell’Unione Europea maggiormente dipendenti dalle importazioni di energia russa.

Questo progetto, supportato dal consorzio Sarmatia -sostenuto politicamente da Polonia, Ucraina, Azerbaijan, Georgia e Lituania, e compartecipato dalla compagnia energetica polacca PERN, da quella ucraina UkrTransNafta, dalla georgiana GOGC, dalla lituana Klaipedos Nafta e dal colosso azero SOCAR- prevede l’invio dell’olio azero attraverso il Baku-Supsa e il suo trasporto via nave fino al porto di Odessa. Da qui, il carburante centro asiatico sarebbe inviato al porto di Danzica una volta completato il prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody-Plock fino alla città polacca.

L’occupazione di una fetta di territorio in cui transita l’oleodotto Baku-Supsa ha avuto luogo a pochi mesi dalla vittoria nelle Elezioni Presidenziali polacche di Andrzej Duda, giovane candidato conservatore che, in materia di politica estera ed energetica, ha dichiarato di voler ripristinare le iniziative attuate dal suo Predecessore, Lech Kaczynski.

Dinnanzi all’assenza di iniziative da parte dell’Unione Europea atte a garantire la sicurezza energetica dei suoi Paesi membri, Lech Kaczynski ha dato un forte impulso al progetto Sarmatia per diversificare le forniture di energia dell’Europa Centro-Orientale.

L’attività militare a scopo energetico della Russia in Georgia rappresenta una continuità preoccupante con le iniziative belliche che l’esercito russo sta attuando in Ucraina, dove, in seguito all’annessione armata della Crimea, le milizie di Mosca occupano le regioni orientali ucraine e, secondo fonti afferenti all’ambito militare, avrebbero come prossimo obiettivo proprio la città di Odessa.

Inoltre, come testimoniato da diverse fonti internazionali, l’esercito russo sta attuando sistematiche provocazioni nei cieli e nelle acque territoriali di Stati membri di NATO ed Unione Europea, quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Gran Bretagna.

Obama e l’Europa ancora indifferenti

A facilitare l’attività bellica della Russia è la noncuranza dell’Unione Europea, incapace di condannare fermamente l’aggressività militare di Mosca nei confronti dei Paesi membri dell’UE situati in Europa Centro-Orientale.

Oltre al silenzio dell’UE, provocato dagli stretti interessi energetici ed economici con la Russia di alcuni Stati membri spiccatamente filorussi -Germania, Grecia, Italia ed Ungheria in primis- a favorire l’attività bellica di Putin in Georgia ed Ucraina è anche la distrazione dell’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America del democratico Barack Obama.

Nel Dicembre 2014, Obama ha rifiutato di concedere a Georgia ed Ucraina lo status di alleato particolare della NATO, un riconoscimento, chiesto a gran voce dai membri del Congresso sia repubblicani che democratici, che avrebbe consentito una stretta collaborazione militare di Tbilisi e Kyiv con gli USA.

Come riportato dalla Reuters, d’altro canto l’Amministrazione Obama ha concesso lo status di alleato particolare della NATO alla Tunisia, l’unico Paese del Nord Africa ad avere compiuto un processo democratico dopo le cosiddette Primavere Arabe.

Senza una reale comprensione da parte di Obama del problema rappresentato dall’aggressività militare russa in Europa Centrale ed Orientale -che tuttavia è stato ben compreso dal principale candidato alle Primarie repubblicane, Jeb Bush- l’Unione Europea vede la sicurezza energetica, nazionale e militare dei suoi Stati membri essere seriamente a repentaglio.

Inoltre, senza un vero e proprio rafforzamento della NATO, con una presenza permanente di uno o più contingenti dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro-Orientale, e senza una comune politica dell’energia che punti a diversificare le forniture di gas e olio dalla forte dipendenza da Mosca, l’Unione Europea sarà incapace di affrancarsi dall’influenza di Putin sul piano militare ed energetico.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Polonia e Romania i prossimi obiettivi di Putin

Posted in Polonia, USA by matteocazzulani on July 9, 2015

Il Cremlino minaccia i Governi polacco e romeno per la decisione di ospitare gli elementi del Sistema di Difesa Antimissilistico. Mosca critica anche il dispiegamento di un minicontingente NATO per garantire la sicurezza dei Paesi dell’Europa Centrale



Varsavia – 40 missili nucleari puntati sull’Europa. Questa è l’arma con la quale il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha dichiarato di volere tenere sotto scacco un’Unione Europea particolarmente debole, presa com’è da una crisi finanziaria interna e, sopratutto, divisa in merito alle sanzioni applicate alla Russia in seguito all’annessione armata della Crimea e all’occupazione illegale dell’Ucraina orientale.

Il messaggio di Putin, riportato dai principali media russi ed internazionali, è stato meglio declinato dal Segretario del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, Yevgeniy Lukianov, che ha sottolineato come gli obiettivi del riarmo nucleare di Mosca siano, in primis, Polonia e Romania, due Paesi membri di Unione Europea e NATO che ospiteranno gli elementi del Sistema di Difesa Antimissilistico dell’Alleanza Atlantica.

Lukianov ha anche criticato la recente decisione del Segretario di Stato USA, Ash Carter, di dislocare in Europa Centrale un contingente di 5 Mila soldati NATO, una misura presa per garantire la sicurezza militare e nazionale di quei Paesi dell’Alleanza Atlantica particolarmente esposti all’aggressione militare russa in seguito al rafforzarsi dell’attività militare dell’esercito della Russia in Ucraina orientale, nonché alle continue provocazioni aeree e marittime attuate da Mosca nei confronti di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Svezia, Finlandia, Danimarca e Gran Bretagna. 

Oltre che rappresentare un monito per l’Europa in merito alle reali intenzioni belliche della Russia, Paese che mira chiaramente a disgregare l’Unione Europea e a paralizzare la NATO, le minacce nucleari della Russia sono un puro prodotto della propaganda anti-occidentale di cui Putin si serve per consolidare il consenso attorno alla sua figura.

Infatti, il Sistema Antimissilistico programmato in Polonia e Romania, concepito dall’Amministrazione democratica del Presidente USA, Barack Obama, prevede l’installazione di una postazione radar in territorio romeno e il dislocamento di batterie di missili di categoria SM-3, privi di alcuna capacità offensiva.

Questo Sistema Antimissilistico -adottato per reagire al posizionamento nell’enclave di Kaliningrad da parte di Putin di missili Iskander puntati su Berlino e Varsavia- è dunque un progetto puramente difensivo incapace di rappresentare alcuna minaccia per Mosca

Nulla di comparabile all’originale -e ben più coraggioso e utile- progetto di Scudo Spaziale concepito dall’Amministrazione repubblicana del precedente Presidente USA, George W Bush, che prevedeva l’installazione di una postazione radar in Repubblica Ceca ed il dislocamento di batterie di missili Patriot, dotati di testate esplosive, in Polonia.

Inoltre, anche il dislocamento di un contingente di 5 Mila soldati NATO in Europa Centrale dichiarato dal Segretario Carter non rappresenta alcuna minaccia reale per la Russia dal momento in cui questo reparto militare, oltre che scarso nei numeri, sarà costretto a stazionare in diversi Paesi della regione a rotazione, senza potere presidiare, e difendere, nessuna zona in maniera permanente.

A richiedere un ruolo più attivo degli Stati Uniti per garantire la difesa dell’Europa dalla Russia è stato il Presidente della Commissione Difesa e Servizi Armati, il repubblicano John McCain, che ha sottolineato come la Russia stia attuando una politica militare fortemente aggressiva nei confronti non solo di Ucraina e Georgia, ma anche di tutta la Civiltà Occidentale.

Durante una recente visita al Presidente ucraino, Petro Poroshenko, McCain ha ritenuto necessario che i Paesi della Comunità Trans Atlantica forniscano armi all’esercito ucraino per permettere la difesa di uno Stato, l’Ucraina, che combatte per la difesa sia del suo territorio che degli ideali dell’Occidente.

Infine, McCain si è detto perplesso dinnanzi allo scarso coinvolgimento dell’Unione Europea a sostegno dell’Ucraina.

Necessaria la presenza permanente NATO in Europa Centrale

Con la realizzazione del Sistema Antimissilistico in Polonia e Romania, e con la decisione di dislocare il contingente NATO in Europa Centrale, l’Amministrazione Obama ha dimostrato di avere compreso la reale minaccia alla sicurezza dell’Occidente rappresentata dalla Russia di Putin.

Tuttavia, le misure adottate dalla Casa Bianca risultano ancora insufficienti a far desistere Putin dalle sue velleità militari nei confronti di Paesi confinanti e membri di Unione Europea e NATO.

Come dichiarato da McCain, e ribadito dal Capo del Collegio dei Capi degli Stati Maggiori dell’Esercito USA, Joseph Dunford, durante un’audizione presso il Senato, solo un dispiegamento concreto e permanente delle forze armate della NATO in Europa Centrale può costituire un argine forte alle azioni militari di una Russia ritenuta, a ragione,  la principale minaccia alla sicurezza dei Paesi della Comunità Trans Atlantica.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Più NATO in Europa: Duda parla chiaro alla Merkel

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 19, 2015

Il Presidente Eletto polacco si attiva per l’installazione di basi permanenti NATO in Europa Centrale e per il rafforzamento della collaborazione con gli Stati Uniti d’America. Stop al veto sulla presenza permanente dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro-Orientale e inclusione della Polonia nelle trattative di pace tra Ucraina e Russia le principali condizioni poste dall’Amministrazione Duda al Cancelliere tedesco.



VARSAVIA – In Europa ci vuole più atlantismo, sopratutto da quando Putin si arma e continua a provocare l’Unione Europea. E la Merkel stia ad ascoltare. Queste sono le linee guida della nuova politica estera della Polonia improntate dal Presidente Eletto, il conservatore Andrzej Duda, giovane politico capace di sconfiggere il Capo di Stato uscente, il moderato Bronislaw Komorowski, nelle Elezioni Presidenziali polacche.

Come dichiarato dal parlamentare Krzystof Szczerski -stimato Professore dell’autorevole Università Jagellonica di Cracovia prossimo a diventare Ministro degli Affari Esteri presso l’Amministrazione Duda- in un’intervista al giornale Rzeczpospolita, il Presidente Eletto ha già avviato una tattica diplomatica destinata a portare nuovamente la Polonia in prima fila nel supportare il rafforzamento delle strutture trans atlantiche in Europa, a partire della NATO.

Infatti, come dichiarato da Szczerski, la priorità della politica estera di Duda è l’apertura di basi permanenti della NATO in Polonia, così da garantire la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, oggi messa seriamente a repentaglio dall’assenza di reparti militari in grado di resistere ad un attacco da parte della Russia -che, considerando la condotta in Georgia ed Ucraina del Presidente russo, Vladimir Putin, sembra essere tutt’altro che improbabile.

Per ottenere questo scopo, sempre secondo le parole di Szczerski, Duda deve chiedere al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, la rinuncia al veto tedesco sull’installazione di basi permanenti della NATO in Europa Centro-Orientale, un’idea a cui la Germania si è sempre opposta assieme a Paesi notoriamente filorussi dell’Unione Europea, come Francia e Italia.

Oltre alla rinuncia del veto sulla presenza permanente dell’Alleanza Atlantica in Polonia, Duda porrà alle Merkel altre tre condizioni per mantenere vivo il rapporto di stretta collaborazione tra Polonia e Germania: astensione da parte di Berlino alla politica climatica contraria al carbone, inclusione di Polonia e Stati Uniti nelle trattative di pace tra Ucraina e Russia -a cui finora partecipano anche Germania e Francia- rispetto dei diritti della diaspora polacca in territorio tedesco.

Per controbilanciare il ruolo della Germania, e per rafforzare le strutture trans atlantiche in Europa, Duda, sempre secondo quanto dichiarato da Szczerski, punta su un più stretto rapporto con gli USA e con quei Paesi dell’Unione Europea fortemente atlantisti, come la Gran Bretagna, con cui il Presidente Eletto polacco condivide la richiesta di rivedere il Trattato Europeo per dare più potere ai Parlamenti Nazionali.

Infine, Duda sarà impegnato a rilanciare la Polonia come il Paese leader del Gruppo di Vysehrad e, più in generale, di tutti i Paesi dell’Europa Centrale dal Mar Baltico al Mar Nero: una nuova Intermarium che, secondo Szczerski, permette all’Amministrazione Presidenziale polacca di perseguire la naturale vocazione del Paese come guida regionale di una serie di Stati accomunati da problematiche geopolitiche che il resto dell’Unione Europea, sopratutto nella sua parte occidentale, fatica a comprendere.

Già una solida collaborazione con Stoltenberg e Bush

Coerentemente con quanto dichiarato da Szczerski, Duda ha dimostrato di avere ben chiara la priorità trans atlantica fin durante i suoi primi incontri ufficiali da Presidente Eletto.

Durante un incontro con il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, nella giornata di giovedì, 18 Giugno, Duda ha invitato l’Alleanza Atlantica ad un rafforzamento consistente delle proprie strutture militari in Europa Centro-Orientale, anche attraverso un percorso di informazione dell’opinione pubblica in merito all’opportunità, nonché la necessità, di aumentare la difesa dei confini dell’Unione Europea.

Nella giornata di giovedì, 11 Giugno, Duda ha ricevuto il candidato alle Elezioni Primarie del Partito Repubblicano USA, Jeb Bush, con cui il Presidente Eletto polacco ha condiviso una visione della geopolitica mondiale basata sulla necessità di rafforzare l’impegno degli Stati Uniti nel garantire la sicurezza dell’Europa Centrale.

Fermezza e valori

Con la nuove direttive di politica estera, Duda ha la possibilità di implementare con forza il rafforzamento delle relazioni trans atlantiche finalizzate alla creazione di un fronte comune tra Stati Uniti ed Unione Europea per la difesa, e possibilmente la promozione nel Mondo, dei valori della Civiltà Occidentale, quali democrazia, libertà, diritti umani e prosperità.

Per farlo, Duda, oltre ad riportare la Polonia ad essere il Paese guida del Gruppo di Vysehrad -i cui Paesi membri hanno ultimamente effettuato un pericoloso riavvicinamento politico alla Russia- può contare su importanti alleati come Jeb Bush negli USA e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, in Europa.

Con la sua politica estera basata su atlantismo ed Intermarium, Duda riprende il percorso fortemente lungimirante avviato dall’ex-Presidente polacco, Lech Kaczynski. 

Il predecessore di Duda, durante l’aggressione russa alla Georgia nel 2008, ha saputo prevedere l’atteggiamento aggressivo della Russia di Putin nei confronti non solo dei Paesi dell’Europa Orientale, ma anche di Stati membri dell’Unione Europea dell’Europa Centrale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Politica USA: Hillary Clinton e Jeb Bush già pronti con gli staff

Posted in USA by matteocazzulani on February 19, 2015

L’ex-Segretario di Stato supportata da uno staff di veterani delle sue precedenti campagne elettorali e di quelle del Presidente statunitense, Barack Obama. L’ex-Governatore della Florida assolda i consiglieri di politica estera degli ex-Presidenti George H W Bush, George Bush e Ronald Reagan

Philadelphia – Non hanno ancora ufficializzato la loro candidatura, ma l’ex-Segretario di Stato, Hillary Clinton, e l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, stanno già giocando alle figurine per la formazione dei rispettivi staff elettorali in vista delle Elezioni Presidenziali statunitensi.

Hillary Clinton, ex-First Lady favorita nelle Elezioni Primarie per la selezione del candidato democratico alle presidenziali, avrebbe ingaggiato come manager della sua campagna elettorale Robby Mook, uno dei principali allenatori di candidati alle elezioni negli Stati Uniti.

Come riportato dall’autorevole Politico, Mook, che ancora non ha confermato la sua nomina, si troverà a coordinare una squadra di personalità provenienti sia dallo staff di Hillary Clinton che da quello del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

L’integrazione tra gli staff della Clinton e di Obama, epici avversari nelle primarie del Partito Democratico del 2008, è dimostrata dalle nomine di John Podesta, Jennifer Palmieri e Jim Margolis rispettivamente a Coordinatore della campagna elettorale di Hillary Clinton, Capo della comunicazione e consulente principale.

Altre personalità dello staff di Obama che potrebbero entrare nella squadra della Clinton sono il confidente del Presidente, Joel Benenson, e il manager della sua campagna elettorale del 2012, Jim Messina.

Inoltre, gli strateghi di comunicazione elettorale Jeremy Bird and Mitch Steward, impegnati sia nella campagna di Obama del 2012 che della pre-campagna delle primarie della Clinton “Ready for Hillary”, potrebbero essere affiancati dagli esperti di comunicazione digitale Teddy Goff e Andrew Bleeker.

Oltre ai veterani delle campagne elettorali di casa democratica, Mook potrebbe inserire la capo comunicazione de L’Oreal, Kristina Schake, e il Vice Direttore della campagna per le elezioni al Senato del Partito Democratico, Matt Carter.

Oltre alla Clinton, favorita dall’assenza di avversari di spessore nelle primarie democratiche, anche Bush ha costruito un proprio Dream Team focalizzato sopratutto sulla politica estera, un settore in cui il Partito Repubblicano è pronto a dare battaglia approfittando della debolezza finora dimostrata da Obama nel settore.

Come riportato dalla Reuters, Bush, che ha presentato le linee guida della sua politica estera durante una conferenza presso il Chicago Council of Global Affairs nella giornata di mercoledì, 18 Febbraio, ha inserito nel suo staff Richard Hass e Robert Zoellick, già collaboratori dei presidenti George H W Bush e George W Bush, rispettivamente il padre e il fratello di Jeb Bush, sulle questioni internazionali.

A prendere parte allo staff di Bush sono anche il moderato James Baker, il Segretario di Stato dell’Amministrazione di George H W Bush e, prima ancora, consigliere di Ronald Reagan, e il conservatore Paul Wolfowitz, che ha consigliato l’intervento militare in Iraq nel 2003 all’allora Vice Presidente, Dick Cheney.

Una presenza importante nello staff di Bush, infine, è quella di Condoleeza Rice, già Segretario di Stato e, prima ancora, consigliere di George W Bush in materia di difesa e sicurezza.

Partita aperta negli swing state

La competizione tra Clinton e Bush è già abbastanza accesa, come dimostrato da un sondaggio della Quinnipiac University, che ha rilevato come, in tre Stati Chiave come Iowa, Virginia e Colorado, la partita sia tutt’altro che chiusa.

In Iowa, la Clinton vincerebbe su Bush con il 44% contro il 36%, così come in Virginia, dove la democratica è data in testa con il 45% contro il 35% del candidato repubblicano. Tuttavia, in Virginia Clinton e Bush sono incollati al 42% rispettivamente.

Un’altro sondaggio, realizzato da NBC/Maristpoll, ha sancito la vittoria di misura della Clinton su Bush in New Hampshire con il 48% contro il 42%.

Tuttavia, in South Carolina ha stimato il candidato repubblicano in vantaggio con il 48% sull’esponente democratica, ferma al 45%.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter: @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

Politica USA: Ash Carter prende le distanze da Obama

Posted in USA by matteocazzulani on February 5, 2015

Il candidato Segretario alla Difesa in disaccordo con il Presidente degli Stati Uniti su Ucraina, Afghanistan e Guantanamo. Nonostante le divergenze, la nomina di Carter non sembra essere a repentaglio

Philadelphia – Indipendente ed autonomo a sorpresa. Così è apparso il candidato Segretario alla Difesa, Ash Carter, durante l’audizione di conferma presso la Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti, nella giornata di mercoledì, 4 Febbraio.

Carter, un esponente del Partito Democratico che ha già servito come Vice Segretario alla Difesa, è stato scelto dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, come successore di Chuck Hagel, l’attuale Segretario alla Difesa, di orientamento repubblicano, che ha rassegnato le dimissioni per divergenze di vedute con il Obama.

Per via del precedente di Hagel, Carter avrebbe dovuto essere una personalità pienamente allineata alle posizioni di Obama in politica estera e di difesa. Tuttavia, durante la sua audizione, Carter si è distanziato dalle decisioni prese dall’Amministrazione Presidenziale su importanti scenari globali.

In primis, Carter si è detto favorevole a rifornire di armamenti anche letali l’Ucraina per aiutare Kyiv a fronteggiare l’aggressione militare da parte della Russia.

Proprio il giorno precedente, martedì, 3 Febbraio, Ben Rhodes, il Vice Consigliere di Obama per la Difesa, ha dichiarato che l’Amministrazione Presidenziale non intende concedere alcun aiuto armato all’Ucraina.

Sull’Afghanistan, Carter ha ventilato l’ipotesi di congelare il ritiro dell’esercito statunitense per consentire la messa in sicurezza del Paese, mentre Obama ha dichiarato la volontà di completare l’evacuazione del territorio afghano da parte dei soldati USA entro la fine del suo mandato.

Per quanto riguarda la base di Guantanamo, Carter si è detto contrario al rilascio di prigionieri ritenuti pericolosi per la sicurezza degli Stati Uniti, mentre Obama ha dichiarato di intendere procedere con la chiusura del campo di prigionia cubano.

Le differenze tra Carter e Obama non pregiudicano la scelta che il Presidente ha riposto sull’ex-Vice Segretario, dal momento in cui Carter, se confermato, sarebbe il quarto Segretario alla Difesa nominato dall’Amministrazione Obama, dopo Hagel, il democratico Leon Panetta e il repubblicano Robert Gates.

Inoltre, Obama ha sempre dimostrato di limitare l’ambito decisionale sulle questioni inerenti alla politica di difesa ad un cerchio ristretto di personalità a lui legate, tra cui la Consigliera del Presidente per la politica di difesa, Susan Rice.

Favorevole, con critiche, la risposta della Commissione

La scarsa importanza finora prestata al Segretario alla Difesa da parte di Obama è stata un’obiezione sollevata dal Presidente della Commissione Servizi Armati, John McCain, un repubblicano tradizionalmente critico della politica estera e di difesa dell’Amministrazione Presidenziale democratica, che, dopo avere apprezzato l’Exposé di Carter, ha dubitato sull’effettiva possibilità per Carter di modificare le decisioni del Presidente.

Pronta, come riportato dall’autorevole Politico, è stata la risposta del Senatore Joe Manchin, un centrista democratico che ha ricordato che Carter, da Segretario alla Difesa, sarà chiamato a lavorare insieme all’Amministrazione Presidenziale, e non in opposizione ad essa.

Nel dibattito sulla politica estera e di difesa è entrato anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, uno dei candidati alle Elezioni Primarie repubblicane.

Come riportato dalla Reuters, Bush ha evidenziato come gli Stati Uniti debbano ripristinare il rapporto di fiducia nei confronti degli alleati dell’Europa Centro-Orientale e di Israele.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney scende in campo contro Jeb Bush e Hillary Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on January 13, 2015

L’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 fronteggia nelle primarie repubblicane l’ex-Governatore della Florida ed esclude la corsa di esponenti di spicco come il Governatore del New Jersey Chris Christie, il Senatore della Florida Marco Rubio e il Rappresentante del Wisconsin Paul Ryan. La sconfitta con Obama nel 2012 e il vantaggio nei sondaggi sull’ex-Segretario di Stato ha convinto Romney a prendere parte alla competizione

Philadelphia – Passione e ragione sono le due motivazioni che hanno portato l’ex-Governatore del Massachusetts Mitt Romney ad annunciare l’intenzione di partecipare nelle primarie presidenziali repubblicane.

Come riportato dal Wall Street Journal, e ripreso dall’autorevole Reuters, Romney, già candidato repubblicano alla Casa Bianca nelle Elezioni Presidenziali del 2012 -vinte poi dal democratico Barack Obama- ha comunicato la sua intenzione di scendere in campo durante una cena di gala in California, nella giornata di mercoledì, 6 Gennaio.

La discesa in campo di Romney, che per due volte, nel 2012 e nel 2008, ha già partecipato alle primarie del Partito Repubblicano, segue quella di Jeb Bush, ex-Governatore della Florida che, con un messaggio su Facebook lo scorso Dicembre, ha dichiarato l’intenzione di esplorare la sua candidatura.

Lo scontro tra Romney e Bush, fratello e figlio rispettivamente degli ex-Presidenti George Bush junior e George Bush senior, è destinato a dividere l’establishment repubblicano, che proprio nell’ex-Governatore del Massachusetts e nell’ex-Governatore della Florida vede i loro candidati naturali.

Inoltre, la scelta di Romney di correre nelle primarie repubblicane porta anche alla riduzione dei potenziali contender che, finora, hanno valutato l’ipotesi di partecipare alla consultazione interna al Partito Repubblicano in assenza di un candidato forte.

La prima personalità che potrebbe rinunciare è il Governatore del New Jersey, Chris Christie, un repubblicano di centro molto apprezzato sia da un elettorato bipartisan che da esponenti dell’establishment repubblicano.

Anche il Senatore della Florida Marco Rubio si trova in difficoltà sia a causa della decisione di Romney di scendere in campo, che dalla presenza nella competizione di Jeb Bush, che proprio in Florida ha consolidato la sua carriera politica.

Chi, invece, ha già gettato la spugna è il Rappresentante del Wisconsin alla Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, che, dopo avere corso come candidato Vicepresidente in ticket con Romney nel 2012, ha dichiarato di non intendere candidarsi alle primarie repubblicane.

Come riportato da Politico, la decisione di Romney di cercare nuovamente l’elezione alla Presidenza è dettata dalla sua voglia di raggiungere un successo a cui egli aspira dopo la bruciante sconfitta nelle Presidenziali del 2012 contro Obama.

Oltre alla motivazione emotiva, a spingere Romney a partecipare alle primarie repubblicane sono anche i sondaggi, che, in caso di vittoria, lo danno per vincente nelle Elezioni Presidenziali sul potenziale candidato presidente democratico, Hillary Clinton.

Corsa meno concitata nel campo democratico

Proprio a proposito del Partito Democratico, la competizione interna non sembra essere così dinamica come quella nel campo repubblicano.

A fronteggiare Hillary Clinton, una democratica di centro che ancora non ha sciolto la riserva se candidarsi o meno alle primarie democratiche, potrebbe essere solamente la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, una democratica liberale che, tuttavia, i sondaggi danno molto distante dall’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama toglie l’embargo a Cuba per passare alla storia ed aiutare la Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on December 19, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America pone fine ad un embargo di 50 anni nei confronti del regime comunista latinoamericano per dare un senso ad una politica estera finora sottotono. Il riorientamento della politica estera statunitense in America e nell’Asia-Pacifico, ed il confronto con i repubblicani al Congresso, tra le ragioni che hanno portato Obama ad aprire all’Avana

Philadelphia – Un tentativo di passare alla storia e di mettere in crisi un Congresso agguerrito e forte nei numeri. La scelta del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, di normalizzare i rapporti con Cuba, presa nella giornata di mercoledì, 17 Dicembre, è una manovra politica che guarda in diverse direzioni.

In primis, l’ordine di riaprire un tavolo per il ripristino di rapporti diplomatici con il regime comunista di Cuba, che il Presidente Obama ha dichiarato di intendere impartire quanto prima al Segretario di Stato, John Kerry, chiude una fase di 50 anni di embargo economico e di gelo politico avviata da John Fitzgerald Kennedy, il Presidente degli Stati Uniti ideologicamente più vicino a Obama, in piena Guerra Fredda.

La riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba è anche l’ennesima prova della maggiore attenzione che Obama intende porgere nei confronti dell’emisfero occidentale: un riorientamento della politica estera statunitense che ha già visto le sue prime conseguenze nel maggiore impegno degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico e nel quasi assente coinvolgimento in Europa.

Con questa decisione di portata storica, Obama intende inoltre dare un senso ad una politica estera che, finora, gli ha fornito l’epiteto di uno dei Presidenti meno coraggiosi in ambito internazionale della storia degli Stati Uniti, dopo la gestione marginale della guerra in Libia contro la dittatura di Muhammar Gheddafi, il mancato attacco al regime di Bashar Al Assad in Siria, e la troppo tiepida gestione della crisi ucraina e della nascita dello stato islamico ISIL.

Come riportato da Politico, oltre al fatto storico, la decisione di Obama di ripristinare i rapporti diplomatici con Cuba rappresenta un atto di forza del Presidente democratico nei confronti del Congresso che, per via della vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Mid-Term, sarà presto totalmente ostile all’Amministrazione Presidenziale.

Da parte loro, i repubblicani hanno promesso battaglia al Presidente sulla sua decisione di riaprire il dialogo con Cuba blocca di alcuni fondi destinati all’attività del Presidente in politica estera.

Tuttavia, Obama ha fatto sapere di intendere procedere con l’uso dei poteri esecutivi in suo possesso, così come promesso per la riforma della sanità e per la regolarizzazione di 4,7 milioni di immigrati irregolari: due cavalli di battaglia che il Presidente intende cavalcare negli ultimi due anni di legislatura.

Jeb Bush e Marco Rubio alla ricerca del voto dei dissidenti

Infine, come riportato dall’autorevole Reuters, la mossa di Obama di ripristinare i rapporti con Cuba ventila l’opportunità per i democratici di compattare il proprio elettorato, che secondo un recente sondaggio IPSOS è favorevole alla normalizzazione con il regime comunista della Avana, attorno al loro candidato nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Inoltre, l’elettorato latino, concentrato per lo più in Florida, uno degli swing-state principali, potrebbe accogliere con favore la decisione di Obama, così come i tanti appassionati di baseball, uno sport in cui i più grandi campioni sono principalmente cubani.

Non a caso, l’ex-Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, data per probabile candidata democratica nelle prossime Elezioni Presidenziali, ha subito caldamente accolto l’iniziativa di Obama di riaprire i rapporti con Cuba, dichiarando che 50 anni di embargo non sono serviti ad alcunché.

Dall’altro lato dello schieramento politico, l’apertura di Obama a Cuba ha portato i possibili candidati alle Primarie Repubblicane ad assumere posizioni di opposizione, vicine a quelle degli ambiti più conservatori.

L’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, e il giovane Senatore della Florida, Marco Rubio, si sono opposti all’apertura di Obama per cercare di compattare l’elettorato della comunità degli esuli cubani che, come riportato da diversi sondaggi, è tuttavia già schierato politicamente a favore dei repubblicani.

Rand Paul, senatore del Kentucky del Tea Party, ha invece accolto con favore le aperture di Obama a Cuba, sottolineando che il gesto del Presidente può aprire una nuova fase nella politica commerciale degli Stati Uniti nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama e Boehner evitano lo Shut Down

Posted in USA by matteocazzulani on December 14, 2014

Il Congresso passa il nuovo bilancio che evita un’impopolare chiusura forzata degli uffici pubblici. Centristi democratici e moderati repubblicani favorevoli al provvedimento, mentre i liberali del Partito Democratico e i conservatori del Partito Repubblicano si sono schierati contro la misura

Philadelphia – Un accordo bipartisan per evitare una chiusura degli uffici statali avvertita come impopolare. Nella nottata di sabato, 13 Dicembre, il Senato degli Stati Uniti d’America ha approvato il bilancio federale per il nuovo anno.

Come riportato dalla Reuters, la misura, precedentemente approvata alla Camera dei Rappresentanti, permette di evitare lo Shut Down, ossia lo stop all’erogazione dei fondi per il funzionamento dei Dipartimenti e degli uffici pubblici.

Il provvedimento, che conferma fino a Settembre gli stanziamenti economici per tutti i Dipartimenti fatto salvo quello della Sicurezza Nazionale, che ha ottenuto una copertura solo fino a Febbraio, è stato supportato al Senato da una maggioranza composta da centristi democratici e moderati repubblicani.

Nello specifico, il budget, opposto da alcuni democratici liberali e dai repubblicani conservatori, prevede una misura di 1,1 trilioni di Dollari, frutto di una mediazione accettata dal Presidente degli Stati Uniti, il democratico Barack Obama, elaborata dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano John Boehner.

Da un lato, Obama ha ottenuto fondi per la lotta contro ebola, finanziamenti per rafforzare la lotta contro lo stato islamico ISIL e denaro per sostenere lo sviluppo in America Centrale.

Dall’altro, i repubblicani hanno ottenuto il finanziamento parziale del Dipartimento della Sicurezza Nazionale, dei cui fondi il Presidente intende avvalersi per legalizzare 4,7 milioni di immigrati irregolari.

Oltre a mettere a repentaglio la realizzazione di una delle proposte politiche di Obama, i repubblicani hanno anche ottenuto fondi per incrementare le strutture difensive della NATO in Europa Centro-Orientale dall’aggressione militare della Russia e per supportare la gestione della crisi in Siria.

La corsa alla Casa Bianca importante negli schieramenti

Nonostante la misura sia passata con una maggioranza bipartisan, la votazione sul budget ha comportato fratture notevoli all’interno sia dello schieramento democratico che di quello repubblicano, motivati dal rimescolamento degli equilibri interni ai due schieramenti in vista delle primarie presidenziali.

Lo scontro interno allo schieramento democratico si è verificato durante la votazione del provvedimento alla Camera dei Rappresentanti, dove la Capogruppo del Partito Democratico, Nancy Pelosi, ha compattato l’ala liberale del suo schieramento nell’opporre la misura perché ritenuta lesiva del ceto medio.

Cos riportato dall’autorevole Politico, con la sua strenua opposizione ad un provvedimento supportato dal Presidente Obama, la Pelosi, venendo sostenuta al Senato da Elizabeth Warren, ha effettuato una decisa scelta di campo.

Nelle prossime primarie presidenziali democratiche, la liberale Warren intende infatti contrastare la centrista Hillary Clinton.

Nel campo repubblicano, la divisione interna si è fatta più visibile al Senato, dove il senatore vicino al Tea Party Ted Cruz ha compattato l’ala conservatrice nel contrastare un documento ritenuto insufficiente per frenare l’azione e di Obama sull’immigrazione.

A favore del documento si è però schierato il Capogruppo del Partito Repubblicano al Senato, Mitch McConnel, che sembra essere orientato a supportare la corsa alle primarie presidenziali dei republicans di Jeb Bush al posto di quella di Ted Cruz.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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