LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Obama e Cameron rilanciano la collaborazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna per la prosperità nel Mondo

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on January 17, 2015

Il Presidente statunitense e il Primo Ministro britannico concordi sull’impegno comune contro il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia e il programma di proliferazione nucleare iraniano. Il motore USA-Regno Unito riprende a funzionare dopo l’era Reagan-Thatcher e Clinton-Blair

Philadelphia – C’è un’Europa “vecchia”, ripiegata su un oramai anacronistico asse franco-tedesco, ansiosa di ristabilire buone relazioni con uno Stato che viola il Diritto Internazionale come la Russia. Invece, c’è anche un’altra Europa, più attenta ai valori dell’Occidente, che vede l’Atlantico non come una barriera, bensì come il centro di una cooperazione Trans Atlantica importata sulla difesa di democrazia, libertà e diritti umani.

Nella giornata di venerdì, 16 Gennaio, a Washington, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, hanno rilanciato la partnership globale tra i due Paesi motori della Comunità Trans Atlantica.

Come dichiarato da Obama durante la conferenza stampa di chiusura del vertice con Cameron, durato circa due giorni, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono impegnati a rafforzare l’intelligence e a difendere i propri confini per contrastare le numerose minacce che mettono a serio repentaglio la pace nel Mondo, come il terrorismo internazionale, l’aggressione militare della Russia all’Ucraina e la proliferazione nucleare iraniana.

Obama, dopo avere evidenziato come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna coopereranno con forza per contrastare l’ISIL e Al Qaeda, ha contestato l’aggressione militare della Russia all’Ucraina, ed ha dichiarato pieno appoggio al Governo ucraino per la difesa della propria integrità territoriale e per l’approvazione di importanti riforme di carattere economico e politico.

Obama ha anche sottolineato come la sicurezza digitale e l’implementazione dell’approvazione del trattato di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantica -TTIP- siano altri punti prioritari della cooperazione tra Stati Uniti e Gran Bretagna.

Infine, Obama, concordemente con Cameron, ha invitato il Congresso a non approvare una legge per l’incremento delle sanzioni all’Iran, poiché ogni seppur piccolo spiraglio per la diplomazia deve essere ancora perseguito per potere evitare la proliferazione nucleare di Teheran.

“Quando Stati Uniti e Gran Bretagna sono al fianco l’uno agli altri, il mondo è più sicuro e più giusto” ha dichiarato Obama, che ha anche apprezzato la decisione di Cameron di collaborare in materia di lotta contro Ebola e riduzione delle emissioni inquinanti.

Da parte sua, Cameron ha sottolineato come Stati Uniti e Gran Bretagna debbano impegnarsi nel mondo per sviluppare e garantire prosperità e sicurezza sia sul piano economico che su quello nazionale.

Cameron ha anche contestato la Russia per la politica aggressiva nei confronti dell’Ucraina, ed ha rinnovato l’impegno congiunto di Gran Bretagna e Stati Uniti per il rafforzamento delle strutture difensive della NATO nei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica dell’Europa Centro-Orientale che, oggi, vedono la loro sicurezza nazionale messa a serio repentaglio a causa della politica aggressiva di Mosca.

“Gran Bretagna e Stati Uniti condividono gli stessi valori di libertà, democrazia e prosperità, vedono il mondo nella stessa maniera e parlano persino la medesima lingua” ha dichiarato Cameron.

Il rilancio della partnership tra Stati Uniti d’America e Gran Bretagna segna un passaggio importante nella geopolitica degli ultimi decenni, durante i quali proprio il legame tra gli USA e il Regno Unito ha permesso la tutela e la diffusione dei valori dell’Occidente in Europa e nel Mondo.

Negli anni ’80, la solida intesa tra il Presidente USA di orientamento repubblicano Ronald Reagan e il Primo Ministro britannico conservatore Margaret Thatcher ha dato un decisivo contributo alla caduta del comunismo e alla diffusione di democrazia e libertà in Europa Centrale.

Negli anni ’90, la collaborazione tra il Presidente USA democratico Bill Clinton e il Primo Ministro britannico di appartenenza laburista Tony Blair ha portato all’eliminazione di una delle ultime dittature nel cuore dell’Europa, come quella di Slobodan Milosevic in Serbia.

Oggi, una nuova partnership tra il Presidente democratico Obama e il Primo Ministro conservatore Cameron ha tutte le carte in regola per rilanciare il ruolo dell’Occidente in un mondo in cui, dopo anni di vano disimpegno dalle questioni mondiali, la comunità Trans Atlantica vede se stessa e i suoi valori ancora più minacciati di quanto non fosse prima.

Un’Europa meno “carolingia” e più “atlantica”

Oltre ad Al Qaeda, all’ISIL e alla Russia, a rappresentare una minaccia per la sicurezza, la pace e la prosperità della comunità Trans Atlantica è anche lo strenuo antiamericanismo ed antisemitismo di una buona fetta dell’élite politica e dell’opinione pubblica europea.

Sopratutto in Paesi come Francia, Germania ed Italia, essa dimostra un’inspiegabile insofferenza nei confronti degli Stati Uniti e della cultura occidentale assumendo posizioni filorusse, terzomondiste ed apertamente filo-arabe, così come dimostra chi, oggi, invoca a gran voce il ristabilimento di buone relazioni con la Russia.

Una nuova Europa, meno “carolingia” e più “atlantica”, è oggi necessaria per mettere la Comunità Trans Atlantica al passo coi tempi di un mondo che non risponde più ai paradigmi della Guerra Fredda, e che vede una pluralità di soggetti nutrire odio e rancore verso l’Occidente.

Il rilancio della partnership tra Obama e Cameron, basata anche su una forte amicizia personale, è l’opportunità da cogliere per riattivare il motore anglo-statunitense, grazie al cui funzionamento l’Europa e l’Occidente hanno potuto davvero contare nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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GAS: L’AUSTRALIA BATTE LA RUSSIA IN ISRAELE

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 5, 2012

Il colosso australiano Woodstock si aggiudica il 30% del giacimento Leviathan, e promette esportazioni di oro blu liquefatto in Asia ed Europa. Vinta la concorrenza del monopolista russo, Gazprom, interessato a controllare il serbatoio israeliano per impedire all’UE di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetiche.

I giacimenti israeliani Leviathan e Tamar

I giacimenti israeliani Leviathan e Tamar

Nella guerra del gas, Israele ha compiuto la sua scelta di campo: meglio l’occidentale Australia che la Russia neo-imperiale. Nella giornata di martedì, 4 Dicembre, il colosso energetico australiano Woodstock si è aggiudicato il 30% delle azioni per lo sfruttamento del giacimento Leviathan, ubicato nel Mar Mediterraneo, in acque territoriali israeliane.

Il colosso australiano, a cui spetta il compito di esportare il gas estratto dal Leviathan non solo in Australia, ma anche in Europa, ha battuto la concorrenza del colosso nazionale cinese CNOOC e del monopolista russo del gas, Gazprom.

Per mantenere la propria egemonia in campo energetico in Europa, la Russia è stata da sempre interessata al controllo di un giacimento di oro blu di fondamentale importanza per gli assetti geopolitici della regione e dell’Unione Europea.

Come riporta Gazeta Wyborcza, il Leviathan contiene 481 Miliardi di metri cubi di gas, tanto da coprire il fabbisogno di Israele per un decennio.

La crescente domanda di gas da parte dell’Unione Europea ha spinto Israele, in partnership con Grecia e Cipro, a presentarsi a Bruxelles come una possibile fonte di approvvigionamento alternativa al quasi monopolio della Russia, le cui forniture coprono il 40% del fabbisogno totale UE.

Con la vendita del 30% delle azioni del Leviathan al colosso australiano Woodstock, che gestirà il giacimento in partnership con la compagnia USA Noble Energy, e con le israeliane Delek Drilling, Avner Oil Exploration e Ratio Oil Exploration, Israele ha risolto solo una delle tre contese energetiche a cui è chiamato a fare fronte.

Libano e Palestina ancora questioni irrisolte

Ancora aperto resta infatti il contenzioso con il Libano, che, similmente ad Israele, ha avviato un programma di trivellazione dei fondali delle acque territoriali libanesi per la ricerca giacimenti di gas naturale.

La questione energetica ha riaperto la definizione dei confini tra le acque territoriali libanesi e quelle israeliane, su cui un accordo definivo non è ancora stato trovato.

Come riportato dal Washington Post, Cipro, presidente di turno dell’Unione Europea, ha offerto la propria mediazione affinché le parti raggiungano un accordo pacificamente.

Un altro fornite caldo che Israele si trova ad affrontare è quello palestinese, poiché Tel Aviv è intenzionato a ricercare giacimenti di gas anche al largo della Striscia di Gaza.

Come riportato da Natural Gas Asia, all’inizio di Ottobre il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, grazie alla mediazione dell’Inviato Speciale ONU, Tony Blair, per il riconoscimento alla Palestina di royalties sui giacimenti al largo di Gaza.

La recente escalation di violenze che ha contrassegnato i rapporti israelo-palestinesi ha bloccato l’operazione, che, ad oggi, resta congelata in attesa di una risoluzione ancor lontana dall’essere concordata.

Matteo Cazzulani

E SE CAMERON AVESSE RAGIONE?

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on December 10, 2011

Il veto del Premier britannico alla riforma fiscale dell’Unione Europea pone in seria difficoltà il Vecchio Continente, chiamato ad un passo di responsabilità storica da cui nessuno dei 27 può sottrarsi. Il perché gettare la croce unicamente addosso al Leader tory è ingiusto, ed una proposta per il vero rilancio dell’Europa

Il Premier britannico, David Cameron

“Traditore dell’Europa”, “Egoista”, “Governante di un’isola sempre più isolata”, “distruttore dell’Unione”: non c’è pace per il Premier britannico, David Cameron, almeno limitandosi alle prime pagine dei media francesi – senza considerare quelli tedeschi ed italiani .

Eppure, una ragione ci deve essere perché il Leader Tory – tutt’altro che un novello della politica – sia stato portato al net alla riforma dell’assetto dell’Unione Europea: oggi questione di vita e di morte non solo per la moneta unica, ma per tutte le economie del Vecchio Continente. Certo, una posizione così dura rappresenta una novità per Londra, che, seppur tradizionalmente molto attenta a concessioni all’integrazione europea, ha sempre finito per raggiungere un compromesso. Negli ultimi anni, così è stato con Margaret Thatcher durante i negoziati per il Trattato di Maastricht, ed anche i premier succeduti alla Lady di Ferro, Mayor e Blair – rispettivamente conservatore e laburista – non hanno mai impedito a Bruxelles di procedere in ambiziosi piani comunitari: né, sopratutto, si sarebbero sognati di farlo se in ballo ci fosse stato il tracollo o meno dell’Europa.

Dal punto di vista interno, Cameron deve fronteggiare una minoranza intestina ai Tory fortemente euroscettica, con cui di recente ha sì vinto un braccio di ferro, respingendo la pretesa degli 81 “ribelli” di un referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell’UE, ma che deve pur sempre tenere da conto, in quanto rappresentativa di una fetta del suo elettorato. Inoltre, il Premier britannico non può ignorare gli interessi della City di Londra: il cuore finanziario della Capitale è ben più influente di qualsiasi fumoso sogno europeo, al punto, secondo diverse indiscrezioni, da ordinare a due ministri del gabinetto Cameron repentine dimissioni qualora il Leader Tory avesse firmato qualsiasi carta a Bruxelles, permettendo, così, il controllo del “supervisore europeo” sugli affari economici del’ Isola.

Ma c’ è dell’altro. Non è un mistero che l’uscita della Gran Bretagna dalla Serie A dell’UE sia la realizzazione dei sogni della Francia: da sempre intenzionata a liberarsi di un pericoloso competitor nell’amministrazione degli affari europei, che Parigi gelosamente intende dividere solamente con la Germania. Del resto, è questo lo spirito con cui il Presidente transalpino, Nicolas Sarkozy, ed il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, hanno intavolato la trattativa: il nuovo patto fiscale non è che una proposta dell’asse franco-alemanno, a cui, senza largo margine di trattativa, si sono dovuti accodare il resto dei Paesi Eurolandia. Ad essi, poi, si sono aggiunti sua sponte i “virtuosi” – sopratutto Polonia, Romania, Lituania, Lettonia, e Danimarca – che, pur non avendo adottato la moneta unica, hanno accettato di condividere le sorti dell’Euro, gettando letteralmente il cuore oltre l’ostacolo.

Se letta in questi termini, si comprende come, in realtà, il vero “isolatore” non sia il Premier britannico. Certo, il veto della Gran Bretagna al nuovo progetto fiscale è un errore politico che potrebbe avere serie conseguenze sull’assetto del Vecchio Continente: da oggi privo di un prezioso compagno di viaggio in grado di controbilanciare l’arroganza spesso ostentata dai capofila francesi e tedeschi. Tuttavia, resta il dubbio che il net britannico sia stato un invito all’integrazione ben più lungimirante dei proclami di Merkel e Sarkozy.

Meno europeismo, più atlantismo

Spesso Londra è stata accusata di connivenza con gli USA in una presunta cospirazione per impedire la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa: teorie prive di fondamento – molto di moda sopratutto tra gli anti-americani ed i vari movimenti no-global francesi, italiani, e tedeschi, e puntualmente emerse anche all’indomani dell’ultimo vertice europeo – che, tuttavia, potrebbero inavvertitamente proporre una soluzione alla crisi dell’Unione Europea. Se la soluzione non fosse una più stretta unione del giardinetto UE, ma un rafforzamento dei rapporti atlantici?

L’idea non è peregrina, sopratutto se a condividere la pesante crisi economica del Vecchio Continente sono in primis gli Stati Uniti d’America, in preda ad un crollo finanziario così serio da modificare persino i toni della prossima campagna elettorale: secondo tutte le previsioni, per la priva volta dal 1776, la corsa alla Casa Bianca verterà unicamente su tematiche finanziarie e sociali.

Forse, in quella che è la giungla economica del Mondo globalizzato, in cui a regnare sono le tigri emergenti asiatiche, i puma brasiliani, e gli orsi russi – in una parola, i cosiddetti BRICS – ha senso che l’Occidente si decida a procedere a ranghi stretti e passi comuni, in nome degli interessi e dei valori alla base della nostra civiltà: liberi mercato, iniziativa, e concorrenza, democrazia, diritti umani, divisione dei poteri, giustizia sociale, tutela della proprietà e dell’iniziativa privata per dirne alcuni.

Gli ideali non hanno mai fatto la politica, ma è altresì vero che a fare la forza è l’unione, e, nel Mondo d’oggi, l’unica possibile è quella tra le due sponde settentrionali dell’Atlantico. Solo così si potrà porre un argine all’espansione economica, finanziaria, e politica di Cina, India e Russia – con Mosca la questione riguarda anche l’ambito energetico – e tornare ad un’epoca di prosperità per un Occidente che, dopo anni di direttorio carolingio, politica dei sorrisi meschini, e volemose bene obamiano con i peggiori dittatori della terra, ha perso sé stesso.

Matteo Cazzulani

ELEZIONI PARLAMENTARI RUSSE: L’IMPERO DEL GAS SI FA’ PIU FURBO

Posted in Russia by matteocazzulani on December 5, 2011

Liste civetta, manipolazione dei risultati, e manganellate ai veri oppositori, con tanto di arresti. Il vero volto della consultazione elettorale di un Paese prossimo alla ricostituzione dell’Impero

Il Primo Ministro Russo, Vladimir Putin

“Il vento è cambiato davvero anche in Russia” scrive qualcuno nei media italiani, felicitato per la prova di democrazia data dalla Russia di Putin, dimostrata – a suo dire – dal crollo dei consensi del partito del potere, Russia Unita: ora, priva della maggioranza assoluta dei seggi alla Duma. Panzane belle e buone, servite con una salsa di ipocrisia dal retrogusto post-sovietico: davvero sgradevole per chi l’Europa orientale e la Russia le conosce davvero.

Le elezioni parlamentari russe di Domenica, 4 Dicembre, sono altresì dimostrazione di quanto il Cremlino abbia compreso cosa sia la furbizia mediatica: ti organizzo l’elezione con liste civetta, il Partito del Potere, dato da tutti per vincitore assoluto, perde un buon 20%, ed è costretto a dividere il potere con liste conniventi con la verticale Putin-Medvedev. “Democrazia” servita.

Difatti, è difficile ritenere reale opposizione il partito Liberal-Democratico di Zhirinovs’kij – quarto con l’11,5% dei consensi – in cui, bene ricordare, fino ad oggi ha militato un certo Lugovoj, tristemente noto per avere avvelenato a Londra nel 2006 Aleksander Litvinenko. Simile giudizio si può esprimere per la formazione socialdemocratica Russia Giusta – terza con il 12% dei voti – composta da fuoriusciti del partito del potere e politici riciclati a cui il Cremlino ha dato il permesso di creare un nuovo soggetto.

E’ con queste due forze che Russia Unita – al 48%, giusto un soffio al di sotto della maggioranza assoluta – dovrà condividere il potere, creando una pseudocoalizione per fronteggiare i comunisti di Zjuganov: unica opposizione tollerata perché anacronistica, seconda nella competizione con il 19% dei consensi. Chissà per quale motivo, chi veramente ha rappresentato un’alternativa alla verticale del Cremlino non è riuscito a superare lo sbarramento per avere deputati alla Duma, come il Partito liberale e filoeuropeo Jabloko.

La matematica non è un’opinione. Le manganellate nemmeno

A certificare manipolazioni del risultato elettorale sono sopratutto gli osservatori di Consiglio d’Europa ed OSCE, che hanno denunciato irregolarità di ogni sorta ed intrusione delle Autorità nella conta dei voti in diversi collegi di periferia. “Non abbiamo ottenuto copia dei risultati da diversi seggi – ha dichiarato il rappresentante del Consiglio d’Europa, Petros Eftimiou – ed il lavoro dei nostri osservatori è stato ripetutamente intralciato”.

Tuttavia, basta scostarsi dai canali di comunicazione con l’occidente per scoprire il trucco delle elezioni falsate. Durante la diretta dedicata alle consultazioni, il canale Rossija 24 – basandosi sui dati ufficiali comunicati dalla Commissione Elettorale Centrale – ha contato il 115,35% dei voti scrutinati nella Oblast’ di Sverdlovs’k, 128,96% in quella di Rostov sul Don, ed il 128,96% in quella di Voronezh. Ovviamente, anche altri risultati sorprendenti sono stati annunciati come certi, come il 99% dei consensi per Russia Unita in Cecenia.

Se tutto questo non bastasse, opportuno ricordare l’ondata di repressioni che nel corso della votazione – mentre i nostri osservatori erano impegnati in gite turistiche presso i seggi – ha colpito in Piazza Triumfal’naja i manifestanti del Movimento liberal-progressista di opposizione Altra Russia – 150 gli arrestati per Illegittimo Dissenso – e, a Perm’, persino alcuni militanti comunisti. Senza tenere conto degli attacchi da parte di hacker subiti dai siti di Radio Ekho Moskvy e dall’ONG Golos – impegnata nella democratizzazione della Federazione Russa, giusto a poco dall’apertura dei seggi.

Una sveglia per l’Europa

Al posto di felicitarsi per la democratizzazione del tandem Putin-Medvedev – tanto civilizzato da scambiarsi le poltrone di Premier e Presidente come se fossero figurine – sarebbe ora di una seria riflessione. Da tempo, il Cremlino sta realizzando un piano fortemente sciovinista, basato sulla costruzione di un’Unione Euroasiatica, con la quale non solo fagocitare i Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Bielorussia, e Moldova – ma dare una zampata all’Unione Europea ritenuta primo avversario da annichilire per riprendere quello status di superpotenza mondiale perso dopo il crollo dell’URSS.

Purtroppo, ad avvallare questo piano suicida non c’è solamente la patina veterosovietica ancora pesante nella società dei Paesi occidentali – in primis Francia ed Italia – ma politici incapaci di concepire una visione unitaria di un’Europa che per vivere deve essere compatta e solidale, oggi più che mai. Non saranno i vari Merkel e Sarkozy a salvare il Vecchio Continente, se assieme ad un piano per trasformare l’UE in un direttorio carolingio propongono una revisione della politica energetica comune, che la Commissione Europea ha accuratamente approntato per allentare la dipendenza di Bruxelles dal gas – e, di conseguenza, dalla sottomissione politica – della Russia.

Molto più europeisti sono chi, come Cameron, contesta la volontà franco-tedesca di trattare chi non ha l’euro come un Paese di serie b, e chi, come Tusk, cerca in tutti i modi di dare peso ad un’Europa Centrale che, memore di cosa sia davvero il comunismo ed il nazismo – barbarie della storia i cui esordi non sono affatto dissimili dal puntinismo di oggi – andrebbe valorizzata, ascoltata, e tutelata.

Ma forse tutto questo è passato di moda: non ci sono più Reagan e Carter, Thatcher e Blair, Walesa e Kwasniewski a dare linfa vitale all’Europa. Ora c’è il becero interesse del singolo Stato a minare il futuro dell’Europa, e ad aprire le porte allo zar del gas, oggi re della democrazia.

Il vento non è affatto cambiato. Bensì, la tramontana da Mosca si è fatta ancora più forte.

Matteo Cazzulani