LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

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Politica USA: Hillary Clinton e Mitt Romney dati per favoriti nelle primarie

Posted in USA by matteocazzulani on January 20, 2015

Secondo un sondaggio realizzato dall’autorevole CBOS, l’ex-First Lady e l’ex-candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 sono i favoriti nelle primarie interne dei due partiti degli Stati Uniti. Se la contesa nello schieramento democratico sembra decisa, in quello repubblicano competitivo è anche l’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush

Philadelphia – Dopo dieci anni di Amministrazione Obama, una presidenza diretta da un democratico liberale, sia il Partito Democratico che il Partito Repubblicano cercano il nuovo Presidente degli Stati Uniti al centro. Come riportato da un sondaggio realizzato da CBS, la democratica centrista Hillary Clinton ed il repubblicano moderato Mitt Romney sono i candidati favoriti rispettivamente dalla maggior parte degli elettori del Partito Democratico e di quello Repubblicano.

Secondo il sondaggio, la corsa alle primarie democratiche di Hillary Clinton, già First Lady, Segretario di Stato e senatrice di lungo corso, ottiene il supporto dell’85% degli elettori del Partito Democratico, una percentuale ben al di sopra di quella ottenuta dalla possibile corsa del Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sostenuta dal 40% degli elettori democratici.

Al terzo posto del consenso dei democratici si piazza la liberale Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts ed esponente della sinistra dei democratici, supportata dal 23% degli elettori del Partito Democratico.

Al quarto posto nel ranking democratico, con il 16% degli elettori a favore della sua corsa alle primarie, si pone il Governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, seguito, con il 12%, dal senatore del Vermont, Bernie Sanders, un indipendente di orientamento progressista.

La classifica dei preferiti democratici è chiusa dall’ex-Senatore della Virginia, Jim Webb, sostenuto da solo il 6% degli elettori democratici nonostante egli sia stato, finora, l’unico ad avere dichiarato l’intenzione di scendere in campo nelle primarie del Partito Democratico.

Ultimo, infine, è l’ex-Governatore del Maryland, Martin O’Malley, con solo il 3% dei consensi.

Chiare le idee, seppur in una situazione più affollata, sono invece presso lo schieramento repubblicano, dove l’ex-Governatore del Massachusetts, Mitt Romney, è supportato nella sua corsa dal 59% degli elettori del Partito Repubblicano.

La corsa di Romney, già candidato dei repubblicani alla Presidenza del 2012 contro il democratico Barack Obama che già per due volte ha corso alle primarie repubblicane, è tallonata da quella dell’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, la cui partecipazione alle primarie è sostenuta dal 50% degli elettori del Partito Repubblicano.

Al terzo posto nel sondaggio repubblicano si classifica Mike Huckabee, l’ex-Governatore dell’Arkansas, sostenuto dal 40% dei membri del Partito Repubblicano.

Al quarto posto nella classifica dei repubblicani, secondo il sondaggio CBS, si piazza il Governatore del New Jersey Chris Christie, un centrista repubblicano sostenuto dal 29% degli elettori repubblicani.

Sia Romney e Bush -entrambi esponenti dell’ala moderata legata all’establishment del Partito Repubblicano- che Christie hanno già dichiarato la loro intenzione a prendere parte alle primarie presidenziali.

Staccato, di poco, da Christie è classificato il Senatore del Kentucky Rand Paul, esponente del Tea Party, la cui corsa è supportata dal 27% degli elettori repubblicani.

A chiudere la classifica dei favoriti tra i repubblicani sono due conservatori, come il Senatore della Florida Marco Rubio, sostenuto dal 27% degli elettori del Partito Repubblicano, ed il Senatore del Texas Ted Cruz, supportato dal 21% dell’elettorato repubblicano.

Le idee più importanti della vittoria

Oltre a delineare il candidato favorito dall’elettorato democratico e da quello repubblicano, il sondaggio CBS ha anche individuato l’identikit dell’esponente chiamato a partecipare alle Elezioni Presidenziali.

Sia i democratici che i repubblicani credono infatti che il candidato del proprio campo debba rappresentare le idee dello schieramento prima che un candidato forte capace di vincere le elezioni.

Favorevoli a questa visione sono il 63% dei democratici e il 61% dei repubblicani.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Romney davanti alla Clinton nella corsa alla Presidenza

Posted in USA by matteocazzulani on November 27, 2014

L’esponente conservatore sconfitto alle Elezioni Presidenziali del 2012 dato davanti alla candidata democratica da un recente sondaggio. Certa la vittoria del moderato repubblicano e della centrista democratica nelle rispettive Elezioni Primarie

Philadelphia – Per i democratici americani il tacchino di Thanksgiving potrebbe essere indigesto. Nella giornata di mercoledì, 25 Novembre -la vigilia del Giorno del Ringraziamento- le quotazioni per la corsa alla Presidenza degli Stati Uniti dell’esponente del Partito Repubblicano Mitt Romney hanno superato quelle della probabile candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.

Come riportato dall’autorevole Reuters, secondo un sondaggio della Quinnipiac University, realizzato con un margine di errore del 4%, Mitt Romney, candidato repubblicano sconfitto nelle ultime Elezioni Presidenziali statunitensi del 2012 dall’attuale Presidente, il democratico Barack Obama, otterrebbe il 45% dei consensi qualora la consultazione elettorale si dovesse svolgere il giorno di Thanksgiving.

Staccata, anche se di poco, sarebbe, con il 44%, Hillary Clinton, l’ex-Segretario di Stato, sconfitta da Obama nelle Primarie democratiche del 2008, data per probabile candidata dello schieramento liberale nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Il sondaggio della Quinnipiac University rappresenta una buona notizia per i repubblicani che, dopo la storica vittoria nelle Elezioni di Mid-Term dello scorso Novembre, intravedono la possibilità di eleggere un proprio rappresentante alla Casa Bianca con un candidato già collaudato.

Del resto, l’assenza di un candidato di rilievo alla presidenza è stato il problema dei repubblicani, mentre i democratici sono sembrati in difficoltà nel trovare un contendente interno capace di contendere la nomination democratica alla Clinton.

A confermare l’opportunità di una ri-candidatura da parte di Romney, esponente dello schieramento moderato del Partito Repubblicano, è sempre il sondaggio della Quinnipiac, che quota l’ex-Governatore del Massachusetts avanti con il 19% rispetto all’ex-Governatore della Florida Jeb Bush, esponente conservatore fermo all’11%, e al Governatore del New Jersey, il centrista Chris Christie, staccato con l’8%.

Sempre nel campo conservatore, ad essere interessanti sono anche le candidature dei senatori Rand Paul e Ted Cruz, e quelle del Governatore del Wisconsin Scott Walker e dell’ex-Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, date tutte attorno al 5%.

Per quanto riguarda le primarie democratiche, la rilevazione della Quinnipiac dà la Clinton, espressione dell’ala centrista del Partito Democratico, saldamente in testa con il 57%, seguita dall’esponente dell’ala sinistra dei democratici, la senatrice Elizabeth Warren, con il 13%, mentre l’attuale Vice Presidente, Joe Biden, è fermo con il 9%.

La rilevazione sembra confermare un trend elettorale fortemente critico nei confronti del Presidente Obama, accusato dagli stessi elettori democratici di non avere saputo realizzare con forza le riforme della sanità, dell’immigrazione, e di non avere sostenuto il ceto medio ed il finanziamento delle infrastrutture come, invece, promesso durante la campagna elettorale.

Dall’altra parte, i repubblicani accusano Obama di attuare una politica troppo sbilanciata a sinistra, e di non avere dato una leadership chiara e forte agli Stati Uniti in ambito estero e di difesa.

Obama e il Congresso avviano la guerra sull’immigrazione

Il confronto tra Obama e i repubblicani, che dopo la vittoria nelle Elezioni di Mid-Term controllano il Congresso, è già stato avviato sul tema dell’immigrazione, il cavallo di battaglia scelto dal Presidente per rilanciare l’attività della sua Amministrazione.

Obama, per compattare il consenso della parte sinistra del Partito Democratico, ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri esecutivi per approvare una riforma dell’immigrazione volta a regolarizzare circa 5 milioni di immigrati irregolari che sarebbe costoso e disumano rimpatriare.

Inoltre, il Capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, ha compattato il fronte l’ala sinistra dei democratici per guidare un’opposizione dura e risoluta ai repubblicani.

In risposta, come riportato dall’autorevole Politico, i repubblicani hanno deciso di bloccare i fondi destinati all’Amministrazione Presidenziale per l’esecuzione delle misure inerenti all’immigrazione.

Nello specifico, i conservatori hanno optato per finanziare il budget complessivo del nuovo anno con un emendamento che impone un finanziamento temporaneo per le misure destinate all’attuazione della riforma dell’immigrazione.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Politica USA: Obama contrattacca i repubblicani

Posted in USA by matteocazzulani on November 8, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America intenzionato ad avvalersi di tutti i suoi poteri per approvare la riforma che permette la regolarizzazione di 11 milioni di immigrati difficilmente rimpatriabili, ma lo Speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso, John Boehner, promette battaglia. Trovato un accordo sull’incremento dell’impegno USA contro ISIL

Philadelphia – Un contropiede aggressivo per reagire alla sconfitta elettorale e innalzare il rating del suo Partito. Questa è la tattica adottata dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, all’indomani della vittoria dei repubblicani sui democratici nelle Elezioni di Mid-Term, che hanno permesso ai conservatori di strappare ai liberali il controllo del Congresso con la spettacolare vittoria in quasi tutti i seggi del Senato messi a disposizione durante la consultazione dello scorso 4 Novembre.

Il Presidente Obama, venerdì, 7 Novembre, durante un pranzo con 13 alti rappresentanti dell’Amministrazione Presidenziale e del Congresso, tra cui il Vicepresidente Joe Biden, il Segretario alla Difesa Chuck Hagel, lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Joe Boehner, il nuovo Capogruppo dei repubblicani al Senato, Mitch McConnell, il Capogruppo dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi e il Capogruppo dei democratici al Senato, Harry Reid, ha dichiarato la sua intenzione di procedere con l’approvazione della riforma dell’immigrazione.

Nello specifico, Obama ha dichiarato di essere intenzionato ad avvalersi di tutti i poteri in Capo al Presidente per spingere affinché la riforma, già approvata al Senato ma bloccata alla Camera a causa dell’ostruzionismo dei repubblicani, diventi al più presto una legge che permetta la regolarizzazione di 11 milioni di immigrati irregolari che, a detta dei democratici, sarebbe troppo costoso e disumano rimpatriare.

Pronta è stata la riposta dello Speaker Boehner, che ha messo in guardia Obama dall’inasprire il rapporto con il Congresso che, con una solida maggioranza repubblicana, ora è in grado di approvare leggi restrittive atte a congelare importanti uscite di bilancio necessarie all’Amministrazione Presidenziale per eseguire le leggi approvate.

Oltre allo scontro sulla riforma dell’immigrazione, che secondo l’autorevole Politico ha interessato la gran parte dell’incontro, democratici e repubblicani sono tuttavia riusciti a giungere ad un accordo sulla decisione del Presidente di incrementare l’impegno degli USA nella lotta contro l’ISIL con lo stanziamento di 5,6 Miliardi di Dollari per l’addestramento dei ribelli siriani.

Un altro punto toccato dall’incontro è la richiesta di Obama di erogare 6,1 Miliardi di Dollari per la lotta contro Ebola, rafforzando la capacità degli ospedali USA di affrontare un’emergenza che sembra essere sempre più di dimensioni mondiali.

Conservatori e liberali divisi sulla liberalizzazione delle esportazioni di energia

In contemporanea all’incontro alla Casa Bianca, i repubblicani al Congresso hanno già avviato una battaglia per l’eliminazione del bando sulle esportazioni di energia imposto dopo la crisi del 1970, che, oggi, rischia di ingessare le potenziali crescenti esportazioni che gli USA possono avviare grazie allo sfruttamento del gas e del greggio shale.

A favore del disegno si è detta la nuova Presidente della Commissione Energia del Senato, la repubblicana Lisa Murkowski, che ha sostenuto la necessità di permettere alle grandi compagnie energetiche di esportare carburante per incrementare la posizione degli USA nel Mondo.

Tuttavia, come riporta l’autorevole Reuters, la posizione della Murkowski è stata presa con cautela da parte sia del Capogruppo conservatore McConnell, che da alcuni esponenti repubblicani, che hanno sollevato dubbi in merito all’opportunità che, con l’avvio delle esportazioni, i prezzi dell’energia per il mercato interno possano non abbassarsi.

Sull’energia, lo stesso dilemma divide i democratici, con la parte centrista, capeggiata da Hillary Clinton, favorevole al rafforzamento del ruolo geopolitico degli USA come potenza esportatrice di energia, mentre la parte più liberale, vicina al Vicepresidente Biden, più attenta agli impatti che la misura avrebbe sull’economia interna.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

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Elezioni di Mid-Term: Obama affronta un referendum sulla sua Amministrazione

Posted in USA by matteocazzulani on November 4, 2014

I democratici cercano di non perdere il controllo del Congresso nelle Elezioni per il rinnovo parziale del Senato, in cui i repubblicani sono dati in vantaggio in diversi swing-states. Colorado, Iowa, Kansas, Arkansas, North Carolina, Georgia, South Dakota e Alaska

Philadelphia – Una maggioranza di 55 senatori da mantenere per continuare a Governare il Paese senza l’opposizione dell’intero Congresso. Tuttavia, per il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, non sarà affatto facile.

Le elezioni di Mid-Term statunitensi di martedì, 4 Novembre, possono segnare il passaggio del Senato dall’attuale maggioranza democratica, che sostiene la linea del Presidente Obama, al controllo dei repubblicani, che già possiedono la maggioranza presso la Camera dei Rappresentanti.

Pur interessando il rinnovo del mandato senatoriale di persone chiamate a rappresentare il proprio Stato presso il Senato federale, la competizione elettorale di Mid-Term sta assumendo un significato tutto nazionale, con i due schieramenti, quello democratico e quello repubblicano, impegnati in una campagna improntata unicamente sull’esame dell’operato dell’Amministrazione Obama.

Da un lato, i democratici stanno cercando di mobilitare il proprio elettorato per evitare che il controllo totale del Congresso da parte dei repubblicani possa ingessare l’attuazione di punti cari all’Amministrazione Presidenziale, come l’implementazione della riforma sanitaria, la legge sull’immigrazione, la riforma dell’educazione e l’incremento della spesa pubblica per incentivare crescita e sviluppo.

D’altro canto, i repubblicani accusano Obama di volere accrescere le competenze dello Stato, e di avere colpevolmente privilegiato tematiche di politica interna senza prestare l’opportuna attenzione a questioni di politica internazionale, in cui il Presidente, secondo la retorica conservatrice, avrebbe dimostrato debolezza.

Dal punto di vista numerico, per riprendere il controllo del Senato, che il Partito Repubblicano non possiede dal 2007, i conservatori devono vincere in almeno 6 Stati in cui i candidati del Partito Democratico sono dati per possibili sconfitti.

Come riportato in un sondaggio dell’autorevole NBC, la prima corsa determinante è quella in Colorado, uno stato di orientamento liberale in cui, però, il candidato liberale, l’uscente Mark Udall, è indietro di un punto percentuale -45% a 46%- rispetto al suo concorrente repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Cory Gardner.

A favorire Gardner, sempre secondo la rilevazione, è la percezione maggiormente positiva nei suoi confronti da parte dell’elettorato, che potrebbe portare a cambiare il colore politico del Colorado destituendo Udall.

Altra importante corsa è quella in Iowa, in cui il democratico Bruce Braley, membro della Camera dei Rappresentanti che cerca di passare al Senato, è indietro rispetto al candidato repubblicano, il senatore uscente Joni Ernst, per 46% a 49%.

Nelle ultime due Elezioni Presidenziali, l’Iowa ha votato convintamente a favore di Obama, ma in questa tornata potrebbe privare il Presidente di seggi importanti al Senato.

In Kansas, l’indipendente Greg Orman, dato per vicino ai democratici, ha ancora un vantaggio sul repubblicano Pat Roberts di 45% su 44%: un margine che l’esponente conservatore sta lentamente erodendo pur essendo partito da uno svantaggio di più di quattro punti percentuali.

La ragione della perdita di consenso di Orman è legata al tentativo del candidato indipendente di presentarsi all’elettorato come un moderato: un’argomentazione che sta convincendo sempre meno persone intenzionate a votare contro l’Amministrazione Obama.

Un piccolo barlume di speranza per i democratici resta anche in Arkansas, dove il candidato democratico, il Senatore uscente Mark Pryor, sta accorciando la distanza dal suo oppositore repubblicano, il membro della Camera dei Rappresentanti Tom Cotton.

Ad oggi, la forbice è arrivata a 43% contro 45% in favore dall’esponente conservatore, ma la distanza che penalizzava il candidato liberale era, solo un mese da, di circa il 5%.

Battaglia aperta anche in North Carolina, in cui la Senatrice democratica Kay Kagan sta resistendo all’attacco del candidato repubblicano Thom Tillis, mantenendo un sostanziale pareggio attorno al 43%.

La competizione in North Carolina rispecchia il quadro nazionale: se, da un lato, la Kagan fa campagna su tematiche locali, dall’altro Tillis ha impostato l’elezione sulla scia di un referendum sull’operato del Presidente Obama.

A deciso favore dei conservatori sembra essere la Georgia, dove il repubblicano David Perdue sta tuttavia subendo la rimonta della democratica Michelle Nunn, che, dalla scorsa estate, è riuscita ad accorciare la distanza al 3% dal 6%.

Situazione decisamente più tranquilla per i conservatori è quella del South Dakota, dove il repubblicano Mike Rounds è ampiamente avanti al democratico Rick Weiland per 43% a 29%, complice anche l’ampio consenso che i sondaggi attribuiscono all’indipendente Larry Pressler, pari a circa il 16%.

Infine, importante è anche la corsa in Alaska. Dove il repubblicano Dan Sullivan ha un vantaggio del 4% sul Senatore uscente, il democratico Mark Begich.

Primi preparativi anche per le Presidenziali del 2016

Oltre che per il prosieguo dell’Amministrazione Obama, le Elezioni di Mid-Term sono anche l’occasione per avviare i primi posizionamenti in vista delle prossime Elezioni Presidenziali da parte di entrambi gli schieramenti, chiamati a selezionare i propri candidati attraverso il meccanismo delle primarie.

Sul campo democratico, particolarmente attivi nella campagna elettorale sono stati l’ex-Segretario di Stato nella prima Amministrazione Obama, Hillary Clinton, la Senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, e il Vice-Presidente Joe Biden.

Sul campo repubblicano si fa sempre più insistente la voce sull’ennesima candidatura di Mitt Romney -il candidato dei conservatori alla Presidenza sconfitto da Obama nel 2012- mentre una notevole attività è stata avuta anche dal membro della Camera dei Rappresentanti proveniente dal Wisconsin, Paul Ryan, dal Governatore del New Jersey, Chris Christie, e dall’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush.

Matteo Cazzulani
Analista Politico di tematiche Trans Atlantiche

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L’Ucraina ha evitato un tentativo di invasione della Russia

Posted in Ukraina by matteocazzulani on August 10, 2014

L’esercito ucraino ha fermato un convoglio militare russo carico di armi e soldati mascherato da mezzo della Croce Rossa diretto nel Donbas. Il Presidente, Petro Poroshenko, chiama alle armi i riservisti più anziani

C’è chi pensa che le tensioni militari siano solo in Iraq -dove, giustamente, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha dato mandato di intervenire militarmente per tutelare le minoranze religiose minacciare dal califfato ISIS- o nella striscia di Gaza, ma da ieri è ancora più evidente che è piuttosto l’Ucraina ad essere interessata da una vera e propria aggressione militare ad opera di un Paese straniero: la Russia.

Nella giornata di venerdì, 8 Agosto, il Vicecapo del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa ucraino, Valery Chalyy, ha denunciato il tentativo da parte della Russia di infiltrare truppe del suo esercito in Ucraina mascherate da agenti incaricati di operare una missione umanitaria nelle regioni orientali del Paese occupate dai miliziani pro-russi.

Chalyy, durante la nota trasmissione televisiva Shuster Live -il Porta a Porta ucraino- ha dichiarato che solo la reazione dell’esercito ucraino, che ha trattenuto il convoglio diretto dalla Russia nel Donbas ai confini dell’Ucraina, ha evitato un episodio ascrivibile appieno come invasione.

I militari russi, come dichiarato dal Vicecapo del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa ucraino, si sono infatti mascherati da esponenti della Croce Rossa intenzionati ad attuare una missione umanitaria nel Donbas di cui, tuttavia, l’esercito dell’Ucraina non era stato avvertito.

Il fatto che la missione non fosse stata concordata ha messo in allarme i soldati ucraine, che, dopo avere scoperto il vero contenuto della carovana, hanno impedito l’ingresso nel Donbas.

“Poche ore fa il nostro esercito ha sventato una vera e propria provocazione su larga scala che avrebbe potuto portare a più serie conseguenze” ha dichiarato Chalyy, confermando il diretto coinvolgimento dell’esercito della Russia nella crisi nel Donbas, così come apparso chiaro agli occhi della Comunità Internazionale dopo l’abbattimento del Boeing malaysiano nei pressi di Torez da parte dei miliziani pro-russi con un sistema missilistico fornito da Mosca.

Pronta è stata la reazione del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che ha firmato un Decreto che mobilita un alto numero di cittadini ucraini per servire nell’esercito.

Nello specifico, il Decreto del Presidente ucraino prevede l’innalzamento dell’età massima di reclutamento da 50 a 60 anni per i soldati semplici e per i Sergenti, da 55 a 60 anni per gli Ufficiali di rango inferiore, e a 65 anni l’età per gli Alti Ufficiali.

L’Occidente difende Kyiv

Oltre alla mobilitazione di un alto numero di soldati, deciso per fronteggiare un’invasione da parte della Russia che appare sempre più probabile, Poroshenko ha avuto consultazioni telefoniche con i principali leader dell’Occidente, che hanno espresso al Presidente ucraino pieno supporto dinnanzi all’accaduto.

Il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha dichiarato il tentativo di invasione da parte dei russi inammissibile, ed ha invitato Mosca a rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina.

“La nostra posizione è chiara: qualsiasi sconfinamento, sia esso mascherato da missione umanitaria o meno, è un’intromissione, è una linea rossa che nessun Paese al mondo ha il diritto di superare” ha evidenziato la Merkel.

Vicinanza a Poroshenko è stata espressa anche dal Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, che ha dichiarato come le vere azioni umanitarie sono attuate da convogli disarmati che vengono fatti transitare da punti di frontiera controllati dagli ucraini, e non scortati da mezzi armati della Russia.

“L’aiuto umanitario in Ucraina deve svolgersi senza la presenza di eserciti armati di Paesi stranieri, bensì, esso deve assumere un formato multilaterale con la partecipazione di diversi Paesi, tra cui gli USA ed altri Stati” ha dichiarato Biden, come riporta una nota ufficiale.

Reazione forte al tentativo di invasione russo all’Ucraina è provenuta anche dal Premier australiano, Tony Abbott, che, dopo avere contestato la mossa russa, ha avviato le procedure per vietare l’export di uranio alla Russia.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Attentato aereo in Ucraina: Hillary Clinton invita l’Europa a decrementare la dipendenza da Gazprom e ad imporre a Putin sanzioni più forti

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 18, 2014

L’ex-Segretario di Stato USA, nonché probabile candidata democratica alla Casa Bianca, invita l’Unione Europea ad implementare la diversificazione delle forniture di gas dalla Russia, ad approvare sanzioni nei confronti di Mosca più forti rispetto a quelle finora varate, e ad aiutare nel concreto la difesa ucraina. Anche il Presidente USA Obama, il Vicepresidente Biden e il Segretario di Stato Kerry condannano l’abbattimento dell’aereo

Indignazione, indipendenza energetica dalla Russia e aiuti concreti agli ucraini. Questa è la linea che l’Europa farebbe bene ad assumere in seguito all’attentato che ha provocato l’abbattimento del Boeing 777 della Malaysian Airlines nell’est dell’Ucraina giovedì, 17 Luglio.

A dare il prezioso consiglio, frutto di un’analisi lucida della situazione geopolitica, è stato l’ex-Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, nonché probabile candidata democratica alle prossime Elezioni Presidenziali USA, Hillary Clinton.

La Clinton, durante un’intervista al canale PBS, ha dichiarato che, se le prove finora ottenute saranno confermate in toto, la responsabilità dell’attentato ricade tutta sulle milizie pro-russe che stanno occupando l’est dell’Ucraina, e che avrebbero abbattuto il velivolo civile avvalendosi di un equipaggiamento fornito dall’esercito della Russia.

L’esponente dei democratici USA, dopo essersi detta fortemente sorpresa per la mancata reazione di sdegno da parte dei Paesi membri dell’Unione Europea, ha invitato l’Europa a decrementare la dipendenza dal monopolista statale russo del gas Gazprom: longa manus del Cremlino di cui il Presidente russo, Vladimir Putin, si avvale per espandere l’influenza di Mosca sui Paesi dell’Europa Centro-Orientale.

“Putin questa volta è andato troppo oltre e noi non possiamo più stare a guardare -ha dichiarato la Clinton- Se le prove del coinvolgimento di armamenti russi saranno confermate, l’Europa deve dapprima imporre più forti sanzioni a Mosca, e, successivamente, provvedere a limitare subito la dipendenza da Gazprom, dato che la Russia dipende fortemente dalla vendita del gas in Europa”.

“Inoltre -ha continuato la Clinton- l’Europa deve anche aiutare l’Ucraina a difendere i suoi confini da possibili infiltrazioni russe, fornendo anche aiuti militari per rafforzare le strutture difensive ucraine. Bisogna chiedersi chi ha davvero gli armamenti in grado di abbattere un aereo ad alta quota?”.

Link dell’intervista: http://www.theguardian.com/world/2014/jul/18/mh17-hillary-clinton-says-russian-backed-rebels-likely-shot-down-plane

La posizione della Clinton rappresenta un monito molto importante che gli Stati Uniti hanno dato non solo alla Russia, ma anche all’Europa.

Sulla medesima linea della possibile candidata democratica alla Presidenza USA si è anche schierato l’attuale Presidente, Barack Obama, che, con una nota della Casa Bianca, ha chiesto il cessate il fuoco in Ucraina orientale per permettere a tecnici indipendenti di appurare quanto sia avvenuto.

“Non conosciamo ancora la dinamica dei fatti, ma sappiamo che quanto accaduto è frutto dell’escalation militare provocata dall’appoggio fornito dall’esercito della Russia ai miliziani pro-russi nell’est dell’Ucraina” riporta la nota di Obama, anch’egli democratico.

“Non ci sono dubbi che l’aereo è stato abbattuto” ha aggiunto il Vicepresidente USA, Joe Biden, mentre il Segretario di Stato USA, John Kerry -che come Biden, Clinton e Obama è anch’egli democratico- ha espresso profondo dolore per la morte di persone innocenti.

L’Occidente contesta, mentre la Merkel resta ancora cauta

Posizione dura è stata assunta anche dalla Gran Bretagna, il cui Primo Ministro, David Cameron, ha chiesto, ed ottenuto, la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per esaminare urgentemente la questione.

Critico anche il Capo del Governo australiano, Tony Abbott, che ha chiesto di assicurare alla giustizia i responsabili della morte delle vittime del velivolo, su cui viaggiavano molti cittadini dell’Australia.

A sua volta, il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, ha dichiarato di non nutrire dubbi sul coinvolgimento dei miliziani pro-russi nell’abbattimento del velivolo malaysiano.

Molle, invece, come purtroppo da tradizione, la posizione del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, che ha invitato le parti a cessare il fuoco per permettere i lavori della Commissione Internazionale voluta da Obama.

Dal ‘Guardian’ le prove del coinvolgimento russo

Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha dichiarato che l’attentato all’aereo civile malaysiano è la prova tangibile dell’esistenza di una vera e propria guerra in Ucraina orientale. A sua volta, il Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, ha invitato la creazione di una Commissione Internazionale per appurare la verità sull’accaduto.

Appurare la verità sarà tuttavia difficile, dal momento in cui i miliziani pro-russi, dopo avere ammesso la loro responsabilità nell’abbattimento del velivolo malaysiano sui social network e tramite una telefonata intercettata dai Servizi Segreti Ucraini, hanno consegnato le scatole nere direttamente a Mosca, che sulla questione ha già una pozione chiaramente schierata.

Putin ha infatti addossato tutte le colpe dell’accaduto all’Ucraina, ventilando che ad avere abbattuto il velivolo malaysiano sia stato l’esercito ucraino, intenzionato invece a colpire il suo aereo privato di ritorno dal vertice BRIC in Brasile.

A smentire le accuse di Putin sono stati però esperti militari del Royal United Services Institutes che, come riportato dal Guardian, hanno confermato che l’aereo indonesiano ha potuto essere a statuto solamente dal sistema missilistico BUK, che ad oggi, nella regione, è posseduto solo dall’esercito russo.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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L’esercito russo sconfina in Ucraina. Biden: “Putin responsabile dell’occupazione del Donbas”

Posted in Ukraina by matteocazzulani on July 11, 2014

Sei velivoli dell’aviazione militare russa entrano in territorio ucraino per spiare e provocare una reazione militare da parte di Kyiv che, così, legittima l’occupazione armata delle regioni orientali del Paese e della Crimea. Il Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa dell’Ucraina promette risposte se le provocazioni di Mosca dovessero palesarsi nuovamente

Uno sconfinamento di 4 chilometri nel confine ucraino, e alcuni osano ancora non chiamarla guerra. Nella giornata di giovedì, 10 Luglio, sei elicotteri militari dell’esercito della Federazione Russa hanno superato il confine ucraino con un volo di ricognizione nelle regioni orientali del Paese.

Come riportato da una nota del Consiglio di Sicurezza e Difesa ucraino, riunitosi in emergenza, i velivoli russi, probabilmente dotati di videocamere per spiare il dispiegamento delle truppe a difesa dell’Ucraina, sono rientrati in Russia dopo poco dallo sconfinamento.

Pronta è stata la risposta del Segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa ucraino, Andriy Parubiy, che ha annunciato una pronta risposta, anche con l’uso delle armi, in caso di nuova violazione dei confini dell’Ucraina.

“Stiamo effettuando ricognizioni per verificare la presenza di elementi dell’esercito russo a ridosso dei confini ucraini orientali e nei pressi del confine con la Bielorussia” ha aggiunto Parubiy.

Lo sconfinamento del velivoli russi è una provocazione atta a portare ad una reazione armata dell’esercito ucraino che possa legittimare l’invasione dell’est dell’Ucraina, che l’esercito della Federazione Russa ha già de facto compiuto dopo l’annessione militare della Crimea.

Per liberare le terre occupate, e per rispondere al mancato rispetto della proposta di pace inviata dall’Ucraina alla Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha avviato una controffensiva che, ad oggi, ha portato le truppe di liberazione ucraine a 30 chilometri da Donetsk: la più importante delle città della regione del Donbas, ad oggi occupato dell’esercito russo.

“La Federazione Russa deve essere chiamata a rispondere della condotta delle truppe di occupazione nell’est del Paese -ha dichiarato il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, durante una conversazione con Poroshenko- Mosca sta aiutando le truppe che ad oggi occupano l’est dell’Ucraina”.

A testimonianza della presenza di elementi dell’esercito russo nel Donbas è stata la deportazione nella Federazione Russa di Nadiya Savchenko: pilota dell’aviazione ucraina arrestata e poi trasportata in Russia, dove è stata accusata davanti a un Giudice per avere provocato la morte di cittadini russi nell’est dell’Ucraina.

Merkel e Hollande isolano Tusk

Oltre a Biden, lo sforzo diplomatico ha interessato anche Germania e Francia, che, per voce del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Presidente francese, Francois Hollande, hanno invitato Putin a esercitare pressione sulle truppe russe di occupazione dell’Ucraina orientale.

Con la loro iniziativa, Merkel e Hollande hanno tuttavia effettuato un assist a Putin, in quanto essi hanno estromesso dalle trattative la Polonia: Paese che ha dato un forte e decisivo contributo sia al ripristino della democrazia in Ucraina dopo la Rivoluzione della Dignità del Maydan, che all’avvicinamento di Kyiv all’Europa per mezzo della firma dell’Accordo di Associazione.

Un fronte europeo senza la Polonia, peraltro colpita da scandali di intercettazioni che hanno compromesso, seppur solo temporaneamente, l’immagine del Premier, Donald Tusk, e del suo Ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, rappresenta così una proposta troppo accomodante nei confronti di Putin.

A favorire la linea morbida di Germania e Francia nei confronti della Russia sono interessi economici, energetici e militari che prevaricano la necessaria difesa dell’Europa dal rinato imperialismo russo, che Putin ha dimostrato di avere ripristinato con la guerra in Ucraina.

Matteo Cazzulani
Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale
Twitter @MatteoCazzulani

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Ancora prove della presenza militare russa in Ucraina: Poroshenko protesta con Putin

Posted in Ukraina by matteocazzulani on June 13, 2014

Una colonna di carri armati e camion carichi di soldati battenti bandiera russa sono stati avvistati nelle città di Snizhne, Torez e Makyeyevka, nel Donbas. Il Presidente ucraino telefona al suo collega russo per protestare

I Mondiali di calcio sono appena iniziati, e la propaganda russa ha già compiuto i primi clamorosi autogol. Nella giornata di giovedì, 12 Giugno, una colonna di carri armati e camion carichi di soldati battenti bandiera russa è stata avvistata nelle città di Torez e Makiyivka, nell’est dell’Ucraina.

La colonna, che è stata immortalata dal giornale di informazione Donbass UA e da un alto numero di video amatori, tutti ripresi dai principali media internazionali, è stata anticipata dall’ingresso in Ucraina, nella cittadina di Snizhne, sempre nel Donbas, di tre carri armati russi di categoria T-72.

Su segnalazione del Ministero degli Interni ucraino, i carri militari russi hanno oltrepassato illegalmente il confine tra Ucraina e Russia.

“L’ingresso dei carri russi in Ucraina sono una prova reale che la Russia invia di continuo rifornimenti militari nel Donbas” ha dichiarato il Ministro degli Esteri ucraino, Andriy Deshchytsya.

A confermare la notizia, è stata la testimonianza sul canale RBK – posseduto dal Presidente russo, Vladimir Putin- del Presidente del Sindacato Autonomo dei Minatori del Donbas, Mykhaylo Volynets, che ha candidamente ammesso il costante afflusso nella regione di camion con targa russa contenenti armi destinate agli occupanti.

Volynets ha inoltre evidenziato come i minatori del Donbas, a differenza di quanto diffuso dai media russi, non sostengano affatto le azioni dell’esercito russo in Ucraina Orientale: una dichiarazione che, sommata alla testimonianza della prova dei rifornimenti militari russi, ha mandato su tutte le furie il conduttore, che, da Mosca, ha bruscamente interrotto la trasmissione.

http://censor.net.ua/video_news/289564/propagandistskiyi_konfuz_na_putinskom_tv_v_zahvachennye_separatistami_zdaniya_zavozyat_orujie_na_gruzovikah

Alle ennesime prove dell’invasione russa in Ucraina, pronta è stata la reazione del Presidente ucraino, Petro Poroshenko, che ha convocato d’urgenza il gabinetto di crisi con i responsabili delle strutture militari locali dell’esercito.

Poroshenko, dopo avere dato disposizione di rafforzare i controllo alla frontiera con la Russia, ha informato dell’accaduto il Vicepresidente USA, Joe Biden, e il Cancelliere tedesco, Angela Merkel.

Infine, Poroshenko ha anche contattato telefonicamente il suo collega russo Putin, in una conversazione che, come riportato da fonti ufficiali, è stata costruttiva, chiara, ed improntata sui provvedimenti da prendere per normalizzare la situazione in Ucraina orientale.

“Il Presidente ucraino ha dichiarato in maniera categorica che la violazione della sovranità territoriale dell’Ucraina da parte dei carri armati russi non è accettabile” ha dichiarato l’Addetto Stampa del Presidente ucraino, Svyatoslav Tseholgo.

L’Europa sta con Kyiv

Pronta, a sostegno di Poroshenko, è stata la reazione del Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, che ha ritenuto positiva la conversazione telefonica tra il Capo di Stato ucraino e Putin, ed ha invitato la Russia ad evacuare l’Ucraina per porre fine a quella che è una vera e propria invasione militare.

“Nulla fermerà la firma dell’Accordo di Associazione tra Unione Europea e Ucraina -ha poi aggiunto Barroso- L’Accordo, che adatta l’economia dei Paesi firmatari agli standard economici europei, sarà firmato anche con Georgia e Moldova” ha continuato il Presidente della Commissione Europea da Tbilisi, dove si trovava in visita ufficiale proprio per sostenere il processo di avvicinamento economico della Georgia all’Europa.

Matteo Cazzulani
Analista di Politica dell’Europa Centro-Orientale
Twitter: @MatteoCazzulani

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