LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Andrzej Duda come Matteo Renzi: un paragone tutt’altro che azzardato

Posted in Polonia by matteocazzulani on May 12, 2015

Cambiamento, modernità e sguardo verso i voti di centro sono gli elementi che hanno permesso al candidato conservatore alle Elezioni Presidenziali polacche di ottenere la maggioranza relativa al Primo Turno. Così come realizzato dal Premier italiano, il consenso ottenuto dall’esponente del Partito Diritto e Giustizia -PiS- può portare ad un rinnovamento radicale della politica anche in Polonia



Varsavia – C’è chi presso la stampa italiana lo ha descritto come un “pericoloso nazionalpolulista euroscettico e clericale di destra” la cui vittoria metterebbe addirittura in crisi l’Unione Europea. In realtà, Andrzej Duda, candidato conservatore capace, inaspettatamente, di ottenere la maggioranza relativa dei consensi nel Primo Turno delle Elezioni Presidenziali di Domenica, 10 Maggio, è invece il personaggio che potrebbe rinnovare la politica della Polonia.

Il risultato di Duda -avvocato di circa 43 anni, laureato presso l’Università Jagellonica di Cracovia, la sua città natale- è stato possibile grazie ad una campagna ben preparata sui social media e trascorsa per intero tra la gente, sia nelle grandi città che nei piccoli centri di campagna. 

Una ricetta vincente che, a dispetto dei sondaggi che lo davano per sicuro secondo, gli ha consentito di scavalcare, anche se per un solo punto percentuale, il Presidente uscente, il moderato Bronislaw Komorowski.

Nella sua breve carriera politica, Duda è stato esperto in materia legislativa presso il Gruppo Parlamentare del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS- poi Viceministro della Giustizia, e, dal 2006 al 2010, Sottosegretario di Stato presso la Cancelleria dell’allora Presidente, Lech Kaczynski.

In seguito, dopo una sconfitta nelle Elezioni Amministrative di Cracovia nel 2010, Duda è diventato Parlamentare e Addetto Stampa del suo Partito nel 2011. Infine, con più di 97 Mila preferenze, Duda, nel 2013, è stato eletto Parlamentare Europeo: carica che tutt’oggi mantiene tra le file del Gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei -ECR.

Dopo avere ottenuto l’investitura ufficiale a Candidato Presidente della Polonia, Duda ha puntato fin da subito ai voti di centro, ed ha avviato una campagna elettorale con contenuti talmente nuovi da rendere PiS espressione di un conservatorismo moderno “giovane” ed aperto alla società, di gran lunga più simile ai Tory di Cameron in Gran Bretagna che al vecchio PiS di Jarosław Kaczynski: una formazione profondamente di destra legata a doppio filo con le Gerarchie Ecclesiastiche più reazionarie.

Oltre che ad un successo inaspettato, la “ricetta Duda” -che ha come piatto forte l’utilizzo dei Fondi Europei per la creazione di nuovi posti di lavoro, per la costruzione di più case e per l’erogazione di incentivi per le famiglie con figli, oltre che la realizzazione di una Polonia totalmente sicura militarmente ed indipendente energeticamente in un’Europa dove la presenza della NATO è più forte- sta portando alla realizzazione dell’impresa, per nulla facile, di rinnovare una politica vecchia, arcaica e non più al passo coi tempi come quella polacca.

L’impresa di Duda in Polonia -impresa che ha ancora da compiersi con la vittoria al Secondo Turno delle Elezioni Presidenziali- è paragonabile a quanto realizzato in Italia da Matteo Renzi: attuale Premier arrivato a Palazzo Chigi forte di un sostegno popolare guadagnato dapprima come Sindaco di Firenze e, successivamente, come “rottamatore” della vecchia classe dirigente del suo Partito Democratico.

Così come fatto da Renzi con la “Ditta” di Pierluigi Bersani, anche Duda sta riuscendo nell’impresa di pensionare un Partito vecchio, al limite del reazionario, come il PiS di Kaczynski spostando la forza politica verso posizioni più centriste. 

Inoltre, sempre come realizzato dal Premier italiano nello scenario della politica italiana, Duda è considerato come un volto “nuovo” e “giovane” capace di mandare finalmente a riposo una classe politica che oramai da troppi anni, seppur con buoni risultati -ovviamente solo per quanto riguarda la Polonia- sta governando il Paese.

Il cambiamento e il discredito

Certo, per Duda la vittoria non sarà facile, anche perché dopo la sua vittoria al Primo Turno il rivale Komorowski si è ricordato di essere il Presidente uscente, ed ha ravvivato una campagna elettorale finora affrontata con leggerezza e superficialità.

All’apparentamento affrettato di Komorowski, che è appoggiato dalla moderata Piattaforma Civica -PO, la principale forza politica del Paese a cui appartengono il Premier Ewa Kopacz e il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk- con l’elettorato di sinistra, suggellato nella giornata di lunedì, 12 Maggio, da una conferenza stampa con il suo predecessore Aleksander Kwasniewski, Duda ha risposto con costanza e decisione, continuando ad incontrare associazioni sui territori ed invitando il suo rivale, per l’ennesima volta, ad un dibattito televisivo.

Seppur differente nelle modalità e nella tempistica, ed anche per quanto riguarda il posizionamento ideologico, l’epopea di Duda possiede la medesima forte carica di innovazione e rinnovamento che, dal 2012 al 2014, ha portato Matteo Renzi alla guida prima del PD, e poi del Governo italiano dopo una “rottamazione” di vecchie personalità e vecchi Partiti.

Per questo, non è affatto azzardato paragonare Duda a Renzi, né lo è affermare che la parabola politica del candidato conservatore polacco è destinata ad entrare nella storia della politica polacca. 

Questo, nonostante la disinformazione realizzata in Italia da chi, probabilmente senza conoscere a fondo il personaggio, né forse nemmeno il background politico della Polonia, sulle pagine di uno dei principali giornali italiani paragona Duda al Premier ungherese, il reazionario Viktor Orban.

Matteo Cazzulani

Analista di Tematiche dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Advertisements

Don Camillo, Peppone e Matteo Renzi

Posted in Editoriale by matteocazzulani on June 3, 2014

Per chi, come il sottoscritto, in gioventù ai cartoni animati e alle partite di calcio ha preferito anche leggere qualche libro storia, “Don Camillo”, pellicola tratta dai romanzi di Giovannino Guareschi sulla rivalità tra un parroco attivista e un Sindaco comunista in un Paese della bassa reggiana- è un must che ha segnato la propria formazione personale.

Brescello, la località nella quale “Don Camillo” è stato girato, è un paesino di una manciata di chilometri quadrati di estensione, con un Museo dedicato al celebre film, qualche reperto disseminato tra i cinque bar intitolati a Don Camillo e Peppone -il soprannome del Sindaco comunista del film, Giuseppe Bottazzi- e le statue che raffigurano i due protagonisti del film poste rispettivamente davanti alla chiesa e davanti al Municipio.

Osservando questa piazza per la prima volta, all’indomani della storica vittoria del PD alle elezioni europee, è facile comprendere quanto l’epoca raccontata da Guareschi sia a noi tanto lontana e definitivamente archiviata quanto, per certi versi, più felice rispetto a quella attuale sul piano del progresso e della fiducia nella politica.

Oggi, lo scontro tra parroci attivisti della Democrazia Cristiana e Sindaci militanti del Partito Comunista Italiano, che Guareschi ci presenta con una sottile ironia, è stato definitivamente sorpassato da un Partito, il PD, che, dopo avere faticosamente amalgamato le due tradizioni politiche a cui appartengono Don Camillo e Peppone -quella democristiana e quella post-comunista, ma anche quella socialista e repubblicana- è diventato il primo Partito del Paese con il 40% dei consensi degli italiani ottenuto nelle Elezioni Europee.

Il merito del risultato storico, mai raggiunto prima d’ora nemmeno dalla DC di Amintore Fanfani, è sicuramente del Segretario del PD, il Premier Matteo Renzi, che, con la sua carica di innovazione e con la sua capacità comunicativa, è riuscito a neutralizzare sia il tradizionale parere negativo dell’elettorato nei confronti dei Partiti al Governo che, sopratutto, il facile e becero populismo anti europeo di Beppe Grillo e Silvio Berlusconi.

Durante il Congresso che ha portato Renzi alla guida del PD, in molti, a torto, hanno accusato l’attuale Segretario di non essere in grado di tenere insieme il Partito.

Il Segretario, invece, non solo ha lievitato l’importanza del PD nello scenario politico italiano mettendo all’angolo nemici che sotto l’era di Pierluigi Bersani sembravano imbattibili, ma è anche stato capace di presentare finalmente il PD come un soggetto partitico di centrosinistra staccato dagli steccati ideologici del Novecento.

Certo, l’opera di Renzi è tutt’altro che conclusa. Ora, il PD ha un’occasione unica per cambiare verso davvero, sopratutto in Europa, dove Renzi, a causa del fallimento di Francois Hollande e della scarsa prestazione elettorale della SPD, è il primo Leader del centrosinistra europeo, in grado di interloquire con Cancelliere tedesco, Angela Merkel.

Il ruolo di Renzi in Europa può finalmente portare al varo di una comune politica UE dell’immigrazione, ad una posizione in ambito estero più forte, e alla diversificazione delle forniture di gas dal monopolio di ‘Stati canaglia’ che si avvalgono dell’energia come mezzo di coercizione e sopruso nei confronti di Paesi terzi sovrani e indipendenti.

Renzi, sia in Europa che in Italia, può e deve portare ad una riforma del settore del lavoro, comprendendo che senza la cancellazione delle disuguaglianze sociali, delle disparità di trattamento tra raccomandati e non, e senza un incisivo intervento della politica per permettere ai giovani di avere la dignità di un lavoro che dia loro la possibilità di metter su famiglia, l’Italia è destinata al collasso e ad un inesorabile declino.

Il carico sulle spalle di Renzi è tanto pesante quanto importante: il Segretario del PD, dopo avere davvero creato il Partito Democratico a vocazione maggioritaria sognato da Prodi e Veltroni, e prima ancora da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, ha oggi la possibilità di dare risposte chiare e certe alle sfide della modernità.

Questo, in sintesi, è quanto mi è giunto alla mente nel caldo pomeriggio della Festa della Repubblica quando, preso dallo sconforto di una situazione di precarietà che non si riesce ad accettare, ho guardato le statue di Don Camillo e Peppone e, ricordando l’entusiasmo con cui fin dall’inizio -e per davvero- ho sostenuto convintamente l’ascesa di Renzi, ho deciso di trovare ancora un appiglio per non perdere la speranza.

Matteo Cazzulani
Responsabile per i rapporti del PD metropolitano milanese con i Partiti democratici e progressisti nel Mondo
Twitter: @MatteoCazzulani

20140603-004421-2661602.jpg

GAS: L’EUROPA CONTRO LA ROMANIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 30, 2012

La Commissione Europea contesta il governo socialista romeno del Premier Victor Ponta per una moratoria applicata alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione. Il Presidente moderato Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles

Il Commissario UE all'Energia, Gunther Oettinger

Il Commissario UE all’Energia, Gunther Oettinger

Le lenzuolate romene infrangono la legge UE e generano un dibattito interno allo scenario politico romeno. Nella giornata di giovedì, 29 Novembre, il portale di informazione Natural Gas Europe ha informato circa l’avvio da parte della Commissione Europea di un procedimento di infrazione contro la Romania per mancato rispetto della legge UE in termini di libera commercializzazione delle risorse energetiche nel Vecchio Continente.

In particolare, la Commissione Europea ha reagito ad un provvedimento del Ministero dell’Economia che vieta l’esportazione di gas romeno negli altri Paesi UE. Secondo il Ministro dell’Economia, Daniel Chotoiu, il gas estratto in Romania deve essere utilizzato solo per lo sfruttamento domestico nel mercato interno romeno.

La misura del Governo romeno, al limite del protezionismo, è stata presentata dal Governo socialista del Premier Victor Ponta come una liberalizzazione del mercato energetico interno: una lenzuolata attuata per calmierare i prezzi del gas per gli acquirenti privati e le industrie nazionali.

Il provvedimento dal Governo romeno contrasta con una direttiva della Commissione Europea che, al contrario, assicura l’esportazione di gas da parte della Romania ai Paesi UE. Inoltre, Bruxelles riconosce Bucarest come uno dei Paesi produttori di oro blu fondamentale per la realizzazione della politica di diversificazione delle forniture di gas della Russia, che ad oggi copre il 40% del fabbisogno continentale.

Sostegno alla politica della Commissione Europea è stato espresso dall’Amministrazione del Presidente, Traian Basescu: un moderato che in ambito energetico spesso si è scontrato con l’esecutivo socialista.

Intervistato il 22 Novembre dall’AGERPRES, il Segretario di Stato per gli Affari Energetici, Rodin Traicu, ha confermato l’intenzione da parte della Romania di affermarsi come Paese esportatore di gas nel mercato europeo.

Per realizzare il progetto, la Romania ha concepito la costruzione di tre gasdotti per collegare il sistema infrastrutturale energetico romeno con le condutture nazionali di Bulgaria, Ungheria e Moldova – rispettivamente il gasdotto Giurgu-Ruse, la conduttura Arad-Szeged, e l’infrastruttura Ungheni-Iasi.

Quello legato al veto di esportazione del gas nazionale da parte del Governo di Bucarest non è il primo caso di scontro tra la Romania e la Commissione Europea in ambito energetico.

Nel Dicembre 2011, una simile legge che vietava l’export di gas è stata approvata dal Parlamento, poi bloccata dal veto del Presidente Basescu in nome del mancato rispetto della legge dell’Unione Europea.

Lo scontro sullo shale

Anche lo scontro interno alla politica romena sul piano energetico non è al primo suo episodio. il Presidente Basescu e il Premier Ponta si sono aspramente scontrati sullo shale: gas presente in rocce a bassa profondità estraibile tramite sofisticate tecniche di fracking, ad oggi attuate solo in Nordamerica.

Il Presidente moderato ha sostenuto lo studio di giacimenti shale in Romania per aumentare le esportazioni di gas di Bucarest, e diminuire la dipendenza dalla Russia di tutta l’Unione Europea.

Il Premier socialista, cavalcando l’onda ecologista, ha invece posto una moratoria sull’individuazione dello scisto – com’è alrimenti noto lo shake – e si è espresso a favore di un rafforzamento delle relazioni energetiche con Mosca.

Matteo Cazzulani

ORBAN SI, JANUKOVYCH NO: LA MESCHINITA DELL’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA

Posted in Editoriale by matteocazzulani on January 9, 2012

Il Premier ungherese criticato per i provvedimenti che hanno compromesso l’apparato giudiziario, informativo e Costituzionale dello stato magiaro. Altresì, nessuna  contestazione per la condotta del Presidente ucraino, che ha incarcerato esponenti di spicco dell’Opposizione Democratica, accresciuto i propri poteri a dismisura, posto a capo della magistratura persone di fiducia, e falsato le elezioni amministrative

Il Premier ungherese, Viktor Orban

“Dittatore”, “Fascista”, “Violatore dei diritti umani”. Questi alcuni degli epiteti che stampa ed associazioni italiane hanno rivolto ad un nuovo autocrate, reo di avere ristabilito in Europa un vero e proprio regime illiberale. Peccato che ad essere imprecisi sono i tempi ed il destinatario di tali feroci attacchi.

Dipinto come il nuovo Mussolini è Viktor Orban: Premier ungherese, accusato per una serie di riforme discutibili con cui il partito di maggioranza, Fidesz, de facto ha aumentato a dismisura i suoi poteri nella vita interna della Repubblica magiara.

Sia chiaro, per Orban poche scuse. La nuova Costituzione magiara entrata in vigore il Primo di Gennaio – in cui il Partito Socialista, la principale forza dell’Opposizione, è etichettata come erede diretta della dittatura comunista – il diritto del Premier di nominare membri influenti della Banca Centrale Ungherese e del Consiglio Superiore della Magistratura, ed il controllo dei media critici con la maggioranza sono provvedimenti contrari alle regole UE e lesivi dell’assetto giudiziario, bancario e democratico di Budapest.

Legittima ogni critica, e comprensibile anche la gogna mediatica che ha portato Orban a dichiarare in fretta e furia di essere pronto a colloqui con Bruxelles per risolvere la questione secondo i consigli dell’Unione Europea, nella quale l’Ungheria vuole permanere, pur non essendo intenzionata ad adottare la moneta unica.

Tuttavia, stupisce come tale mobilitazione internazionale, particolarmente feroce in Italia, non si sia registrata dinnanzi a quanto accade in Ucraina: Paese europeo – ma non ancora membro UE a causa della sudditanza alla Russia dell’asse franco-tedesco alla guida dell’Europa – in cui negli ultimi mesi si è registrata un’involuzione della democrazia ben peggiore di quanto avvenuto in Ungheria.

Il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, non ha definito l’Opposizione Democratica “erede del fascismo”, ma ha provveduto ad una feroce repressione, coninterrogatori, processi, e persino arresti dei maggiori esponenti dello schieramento a lui avverso.

Tra essi, la Leader del campo arancione, l’ex-Primo Ministro, Julija Tymoshenko: deportata in un penitenziario periferico a Kharkiv per scontare lontano da politica e famigliari la condanna a sette anni di detenzione in isolamento per abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin.

Tale verdetto è maturato dopo un processo-farsa, in cui la difesa è stata sistematicamente privata di ogni diritto, e le accuse sono state costruite su prove montate ad hoc, addirittura datate il 31 Aprile: il tutto, con la Tymoshenko già reclusa in isolamento in misura cautelativa.

Condotta possibile in Ucraina, dove Janukovych ha provveduto anche alla sostituzione dei vertici della magistratura con persone a lui fedeli, mutato la Costituzione con un colpo di mano – accrescendo a dismisura i propri poteri a scapito di una Rada oggi priva di significato – e permesso brogli nelle elezioni amministrative dell’Ottobre 2010.

Non se la passano in maniera idilliaca nemmeno giornalisti e media indipendenti. La televisione 5 Kanal – di proprietà di Petro Poroshenko: il maggiore finanziatore della Rivoluzione Arancione – è stata oggetto di attacchi da parte delle Autorità, intenzionate a sottrarle diritti di emissione a favore delle televisioni del Capo dei Servizi Segreti, Valerij Khoroshkovs’kyj.

Inoltre, il colonnista dell’autorevole Ukrajins’ka Pravda, Mustafa Najem è stato minacciato in diretta tivù da Janukovych per avere posto domande sull’utilizzo di denaro pubblico da parte del Capo di Stato per i propri interessi di famiglia.

Due pesi, due misure

Dinnanzi a tale quadro, lecito chiedersi che cosa spinge gli italiani a mobilitarsi in presidi, campagne, e pezzi al veleno contro Orban e ad ignorare Janukovych. Dopotutto, sulle rive del Danubio non si è arrivati a spostare la politica dal Parlamento alle aule di tribunale – quando non alla prigione – come invece sulle Rive del Dnipro. Si spera, che sia tutto legato ad un’assenza di informazione, e non sia una presa di posizione politica, tanto meschina quanto politicamente disonesta.

Orban è Leader di Fidesz, partito di destra alleato in Europa solo con i Tory inglesi, i cechi del Partito Democratico Civico, ed i conservatori polacchi di Diritto e Giustizia. Pochi amici, spesso aspramente criticati non solo dalla destra moderata, ma sopratutto dalla sinistra al caviale, che di frequente adotta questi tre soggetti come nemico comune da attaccare per distogliere l’attenzione dai propri problemi interni.

Altresi, Janukovych è a capo del Partija Rehioniv: questo Partito – a cui appartengono Presidente, Premier, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri -è egemone nel Paese, finanziato dagli oligarchi dell’Est dell’Ucraina, e, in Europa, è legato da un patto di collaborazione con i Socialisti Europei: schieramento dell’Europarlamento che raccoglie le principali forze della sinistra del Vecchio Continente, tra cui i socialisti francesi, la SPD tedesca, ed il Partito Democratico di Bersani.

La difesa della democrazia e dei diritti umani dovrebbe essere un principio apartitico ed indipendente da ogni logica di politica interna. Pertanto, è auspicabile ritenere che chi oggi si schiera contro Orban, e non fa nulla per richiedere la liberazione della Tymoshenko ed il ripristino delle libertà occidentali in Ucraina, è solo vittima di una scorretta informazione: complici i media del Belpaese, che, spesso, non sanno nemmeno dell’esistenza dell’Ucraina e del crollo dell’Unione Sovietica.

Altresì, sarebbe davvero mortificante constatare come la vicenda ungherese venga strumentalizzata per un mero calcolo basato sulle logiche interne a Palazzo Chigi, e come insigni movimenti per la difesa della democrazia nel Mondo – e, più nello specifico, di gente onesta e con tanto cuore e sincera passione – finiscano per essere pedine di un gioco sporco e disonesto.

Matteo Cazzulani