LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GRAN BRETAGNA: LO SHALE DIVIDE PARTNER DI GOVERNO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 5, 2013

L’avvio dello sfruttamento del giacimento nel West Sussex provoca una protesta con arresti ed uno scontro interno al secondo partito della coalizione di Governo. Lo shale importante per la sicurezza energetica britannica e dell’Unione Europea

La sicurezza energetica rischia di comportare serie conseguenze alla tenuta del Governo. Nella giornata di venerdì, 2 Agosto, la compagnia energetica britannica Cuadrilla ha avviato lo sfruttamento del giacimento di gas shale Balcombe, situato nel West Sussex.

Come riportato dalla BBC, le operazioni sono inserite nel contesto dello sfruttamento dei giacimenti britannici di gas non convenzionale, che il Governo ha approvato per garantire alla Gran Bretagna la sicurezza energetica.

Nonostante l’importanza per l’interesse nazionale britannico legata allo sfruttamento dello shale, una protesta, culminata con una trentina di arresti, ha accompagnato l’avvio delle operazioni.

Contrasti sono stati generati anche all’interno dei LiberalDemocratici, che, assieme ai conservatori -favorevoli allo shale- governano in Gran Bretagna in un esecutivo di coalizione.

Il Segretario all’Energia, Ed Davey, ha sostenuto l’avvio dello sfruttamento dello shale in Gran Bretagna, mentre il Presidente dei LiberalDemocratici, Tim Farron, ha avanzato perplessità di carattere ambientale, sismico, idrogeologico ed industriale.

La Gran Bretagna è uno dei Paesi dell’Unione Europea più avanti nello sfruttamento del gas shale, assieme a Polonia, Romania, Lituania e Danimarca.

Secondo rilevazioni dell’Ente Geologico Britannico -BGS- la Gran Bretagna possiede una riserva interna di 1300 Trilioni di Piedi Cubi di shale che, se sfruttato, permetteranno all’economia britannica di compensare la diminuzione delle forniture di gas naturale provenienti dai giacimenti del Mare del Nord e dalla Norvegia.

La compagnia britannica Centrica ha avviato le importazioni di shale dalla compagnia statunitense Cheniere, portando la Gran Bretagna, con il sostegno del Governo, ad essere il primo Stato UE ad importare gas non convenzionale dagli USA.

Una fonte di energia per la sicurezza energetica e la lotta al Surriscaldamento Globale

Lo shale è un gas estratto in rocce argillose ubicate a bassa profondità mediante sofisticate tecniche di fracking, ad oggi adoperate solo in Nordamerica.

Grazie allo sfruttamento dello shale, gli USA hanno incrementato notevolmente la produzione di gas, e si stanno imponendo come il primo Paese esportatore al mondo di oro blu.

Come dichiarato dal Presidente USA, Barack Obama, lo shale è necessario anche per combattere il Global Warming e il surriscaldamento globale.

Matteo Cazzulani

FREDDO: L’EUROPA CERCA RIPARI AL MONOPOLIO DELLA RUSSIA DI PUTIN

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on December 15, 2012

Il monopolista russo Gazprom, raggiunge livelli record di esportazione di gas nel Vecchio Continente a causa dell’ondata di freddo. Le mosse della Commissione Europea e di alcuni Paesi per diminuire la dipendenza dall’oro blu di Mosca

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Se in Europa fa freddo, e le temperature raggiungono minime da record, chi ci guadagna è solo la Russia di Putin. Nella giornata di venerdì, 14 Dicembre, il Capo del monopolista statale russo del gas Gazprom, Alexei Miller, ha dichiarato che le forniture di gas dalla Russia all’Europa hanno toccato quote record in seguito all’ondata di freddo.

Come riportato da Natural Gas Europe, Gazprom ha rifornito il Vecchio Continente di 550 milioni di metri cubi gas al giorno: una quota che, secondo Miller, giustifica la costruzione di nuove infrastrutture che aumentano le forniture di carburante da Mosca all’UE.

La dichiarazione di Gazprom cade esattamente ad una settimana dall’avvio della costruzione del Southstream: conduttura concepita per veicolare in Austria 63 Miliardi di metri cibi di gas all’anno dalla Russia attraverso il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia.

Nel Maggio 2012, Gazprom ha realizzato anche il Nordstream: gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire la Germania di 55 Miliardi di metri cubi all’anno, bypassando Paesi UE politicamente invisi al Cremlino come Polonia e Stati Baltici.

La notizia di Gazprom rappresenta un vero e proprio messaggio politico: l’Europa è fortemente dipendente dalla Russia, e Mosca, che controlla la maggior parte delle forniture di gas dell’UE, ha un insostenibile peso politico nei confronti di Bruxelles.

Con il controllo del 40% del fabbisogno energetico totale dell’UE, la Russia ha via libera nell’avvalersi del flusso di gas come un’arma politica per raggiungere precisi scopi a discapito dell’Unione Europea.

Un esempio è quanto avvenuto in Moldova, dove Mosca ha richiesto l’uscita di Chisinau dalla Comunità Energetica Europea – una sosta di UE del gas – minacciando il mancato rinnovo dei contratti per le forniture di oro blu.

A comprendere la natura della politica energetica della Russia nei confronti dell’Europa sono tuttavia diversi attori politici che hanno avviato programmi per la diversificazione delle forniture di gas.

La Commissione Europea ha progettato il Corridoio Meridionale: fascio di gasdotti concepiti per veicolare in Europa 16 Miliardi di metri cubi di gas all’anno di gas dall’Azerbaijan, senza transitare per la Russia.

Su indicazione dell’Esecutivo di Bruxelles, alcuni stati, come Lituania, Estonia, Spagna, Polonia e Finlandia, hanno avviato la costruzione di rigassificatori per importare gas liquefatto da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America.

I Paesi UE dell’Europa Centrale hanno inoltre avviato la messa in comunicazione dei sistemi infrastrutturali energetici nazionali, mentre la Romania ha iniziato il massiccio sfruttamento dei giacimenti di gas nazionali.

Anche Gran Bretagna e Germania dicono si allo shale

Per diminuire la dipendenza dalle forniture di gas della Russia, alcuni Paesi UE hanno avviato i lavori per lo sfruttamento dello shale: gas ubicato in rocce porose a bassa profondità, estraibile mediante sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate con successo e in sicurezza in Nordamerica.

In Gran Bretagna, il Capo del Dipartimento dell’Energia e dei Cambiamenti Climatici, Ed Davey, ha confermato l’intenzione di avviare lo sfruttamento dello shale nel Regno Unito, già comunicata dal Primo Ministro, David Cameron.

Il Governo britannico, che come riportato dalla BBC è fortemente legato alle forniture di gas dall’Olanda e da quelle nazionali, entrambe in forte diminuzione, ha evidenziato la necessità di avvalersi dello shale per garantire al Regno Unito la sicurezza energetica, nonostante la decisione abbia comportato una frattura interna all’esecutivo tra i conservatori, favorevoli, e i liberali, contrari.

Compatto è stato invece il voto a favore dello shale espresso dal Bundestag, in Germania, dove la maggioranza cristiano-democratica e liberale, guidata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha rigettato una proposta di moratoria sullo shale presentata da verdi e sinistra.

Andreas Laemmel, dell’Unione Cristiano-Democratica, ha evidenziato come lo shale rappresenti una fronte di approvvigionamento fondamentale per assicurare alla Germania la sicurezza energetica.

Come riportato dalla Bloomberg, Berlino ha già avviato consultazioni con il colosso USA ExxonMobil per l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti di shale in territorio tedesco.

Con il sostengo allo shale, Gran Bretagna e Germania si aggiungono alla Polonia – che possiede i giacimento di shale più capienti d’Europa – ed alla Romania, dove il gas non-convenzionale è prossimo ad essere sfruttato.

Gli USA pronti ad aiutare l’Europa

Alla presa di posizione di diversi Paesi UE si è aggiunto il sostegno degli Stati Uniti d’America. Il Senatore dell’Indiana, Richard Lugar, ha sottolineato come per Washington sia fondamentale sostenere la battaglia della Commissione Europea di diminuire la dipendenza energetica dalla Russia.

In particolare, Lugar ha evidenziato come gli USA debbano sostenere la realizzazione del Corridoio Meridionale per l’importazione di gas dall’Azerbaijan. In secondo luogo, Washington deve avviare l’esportazione di gas shale liquefatto nel Vecchio Continente.

Con l’avvio dello sfruttamento dei giacimenti nazionali di shale, gli Stati Uniti d’America sono divenuti il primo Paese esportatore di gas al mondo, superando Russia, Iran, Qatar e Turkmenistan.

Dopo avere stretto ingenti contratti con India, Corea del Sud e Singapore, l’Amministrazione Presidenziale UE di Barack Obama ha dichiarato l’interesse a esportare in Europa gas shake liquefatto a buon mercato per battere la concorrenza della Russia in UE.

Matteo Cazzulani

NAGORNO-KARABAKH: NON SOLO UNA QUESTIONE DI “BUONI” E “CATTIVI”

Posted in Editoriale by matteocazzulani on January 29, 2012

L’articolo “Genocidio armeno e Guerra del Gas”, pubblicato il 27 Gennaio sul Legno Storto, è stato oggetto di obiezioni da parte dell’Iniziativa Italiana per il Karabakh: preoccupata nell’evidenziare le sole responsabilità azere di un conflitto delicato e complesso. Il perché le questioni etniche dell’area ex-URSS non possono essere giudicate limitandosi alla circoscritta area geografica, bensì, considerando un areale più ampio: in cui le tendenze imperiali di Mosca – mai sopite – rappresentano una minaccia attuale per l’Unione Europea

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

Le obiezioni sono legittime, ma il vero significato della questione resta poco chiaro. Di recente, l’articolo “Genocidio Armeno e Guerra del Gas” è stato oggetto di critica da parte dell’Iniziativa Italiana per il Nagorno-Karabakh che, con una lettera alla Redazione, ha obiettato su alcuni passaggi inerenti la regione contesa tra Armenia ed Azerbajdzhan.

Tra essi, viene discussa l’ampiezza della regione – 11458,00 chilometri quadrati, contro i 4500 riportati nell’articolo – è sottolineato il diritto alla nascita di questo Stato autonomo “concordemente con la legislazione dell’URSS e successivi atti giuridici della Corte Costituzionale di Mosca”, e si addossa la colpa del mancato riconoscimento della “piccola, indipendente realtà democratica del Nagorno-Karabakh” agli “interessi petroliferi dell’Occidente”.

Tralasciando ogni commento sulle obiezioni di carattere geografico – la superficie di 4500 chilometri quadrati è confermata dai più autorevoli siti di informazione, tra cui quello della BBC: da cui l’autore dell’articolo ha tratto l’informazione – restano una serie di problemi di fondo che portano a tre serie riflessioni di ordine culturale, storico, e geopolitico.

La prima, su cui l’autore dell’articolo concorda con quello della lettera, riguarda la scarsa attenzione che, salvo rare eccezioni, l’informazione e l’istruzione italiana riservano allo Spazio ex-sovietico. Nel Belpaese, tanto si parla di Africa, troppo di Sudamerica, ma poco nulla di Europa Centro-Orientale, e, quando lo si fa, sovente si traggono conclusioni superficiali: motivate dalla considerazione del problema da una prospettiva russo-centrica.

Sul perché l’Italia racconta con le lenti di Mosca presente e passato di altri Paesi europei – molti dei quali membri UE – è una questione culturale tanto consolidata quanto inaccettabile, che, di conseguenza, porta ad una scarsa informazione anche sull’area dell’ex-Unione Sovietica: tra cui, per l’appunto, il Nagorno-Karabakh.

Pertanto, bene fa l’Iniziativa Italiana per il Karabakh a “lavorare da poco più di un anno per far conoscere anche in Italia” questa realtà territoriale: sulla quale, tuttavia, nonostante le difficoltà storico-culturali, è sempre bene mantenere un equilibrio di vedute.

Proprio nella ratio storica sta il secondo punto: il conflitto del Nagorno-Karabakh è una delle molteplici frizioni etniche nell’ex-Unione Sovietica sfruttate da Mosca, sin dai tempi dello zarismo, per mantenere la propria egemonia imperiale nell’area. Un caso simile a quello del Nagorno-Karabakh è, ad esempio, quello della Crimea.

Questa penisola sul Mar Nero in epoca antica è avamposto degli sciiti, poi terra di conquista per goti, unni, e tatari dell’Orda d’Oro. Nel 1400, passa sotto l’influenza dei turchi, per poi, due secoli più tardi, essere oggetto di scontro tra la Respublica Polacco-Lituana, la Turchia, e l’Impero Russo.

Indebolitasi la prima, la Crimea – Canato multietnico e plurireligioso – diventa una questione tra turchi e russi, i quali, nel 1783, includono la penisola nell’Impero Zarista. Roccaforte dell’Armata Bianca durante la Rivoluzione Bolscevica, la Crimea, nel 1921, è inclusa nella Repubblica Socialista Sovietica Russa, ed è presto colpita dai primi due Holodomor .

Queste carestie artificiali – organizzate nel 1921-22 e nel 1932-33 nell’ambito della politica di collettivizzazione forzata delle terre di Stalin – sono provocate della autorità di Mosca per eliminare il popolo ucraino: ritenuto pericoloso ed ostile all’imposizione del comunismo. Eliminati gli ucraini, Stalin, nel 1944, convinto della collaborazione tra i tatari e i nazisti, deporta l’intera popolazione mussulmana della penisola in Siberia.

Completamente russificata dal punto di vista etnico, culturale, e linguistico, nel 1954 la Crimea è ceduta alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Indipendente da Mosca nel 1991, Kyiv deve gestire la presenza russa non solo a livello etnico, ma anche militare: la permanenza della Flotta Russa del Mar Nero nella base militare di Sebastopoli è questione attuale fino al 2042.

Di pari passo, la Russia ha gioco facile nell’appoggiare le rivendicazioni separatiste dei russi di Crimea per destabilizzare l’Ucraina, e contrastarne le legittime aspirazioni euro-atlantiche: sopratutto in seguito alla Rivoluzione Arancione del 2004.

Questo lungo excursus sulla Crimea è solo un esempio per indicare come delicate questioni di carattere etnico nell’ex-Unione Sovietica non possano essere analizzate a prescindere da un contesto più ampio della singola regione che si desidera trattare.

Così come la vicenda di Crimea non può esaurirsi alla sola questione tra russi e tatari, ma va altresì collegata alle politiche etniche sovietiche adottate anche nei confronti degli ucraini – e, in epoca odierna, ai rapporti di forza tra la Russia e l’Ucraina Indipendente – anche la questione nel Nagorno-Karabakh non può essere limitata ad un conflitto tra “buoni” e “cattivi”, azeri o armeni che siano.

Da dove proviene il maggiore pericolo per l’Unione Europea

A dover essere sottolineata è, bensì, una pericolosa costante della storia che dovrebbe allarmare in primo luogo gli Europei: nello spazio ex-sovietico, la tentazione imperiale della Russia non è mai cessata, e, nel 2012, si appresta a riemergere con ancora maggior vigore.

Oggi, in un Mondo totalmente diverso da quello in cui si è vissuti solo un decennio fa, Mosca vuole imporsi come superpotenza al pari di Cina, India, e Brasile: il tutto, chiaramente a discapito dell’Unione Europea, destinata sempre più alla provincia del pianeta.

Negli ultimi mesi, su spinta del futuro Presidente russo, Vladimir Putin, il Cremlino ha ricompattato attorno a se la vecchia URSS nell’ambito dell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione economica e politica, concepito da Mosca, ad immagine e somiglianza dell’Unione Europea, con il preciso scopo di eliminare Bruxelles dalla competizione globale.

Con l’UE in preda alla crisi dell’Euro, gli Stati Uniti che hanno rinunciato al ruolo di difensori dei valori occidentali nel Mondo finora esercitato, e le forniture di gas per l’Europa in mano quasi unicamente alla Russia, occorre ammettere che la minaccia principale per la Sicurezza ed il prestigio internazionale del Vecchio Continente proviene ancora da est.

Per questa ragione, e per salvaguardare il futuro nostro e delle prossime generazioni di Europei, è opportuno non lasciarsi attirare dalle sirene arabe, o preoccuparsi solo per il rafforzamento della posizione geopolitica della Turchia, ma guardare al Mondo nella sua totalità: coniugando prospettive globali con riflessioni di carattere storico, culturale, ed energetico.

Matteo Cazzulani

NUOVO PREMIER IN CRIMEA FEDELE A JANUKOVYCH: I TATARI SI RIBELLANO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 11, 2011

Il Capo di Stato, Viktor Janukovych, nomina a capo del governo della Repubblica Autonoma l’ex-Ministro degli Interni, Anatolij Mohyl’ov, noto per il suo ostracismo nei confronti della minoranza etnica, tradizionalmente politicamente vicina agli arancioni. A destabilizzare l’area anche il fattore russo

Il premier della Crimea, Anatolij Mohyl'ov

Per la Crimea è previsto un inverno davvero rovente. Lunedì, 7 Novembre, il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, ha nominato Premier della Repubblica Autonoma di Crimea Anatolij Mohyl’ov: sollevato dalla poltrona di Ministro degli Interni per prendere il posto di Vasyl’ Dzharty, scomparso lo scorso 17 Agosto dopo una delicata operazione chirurgica.

Una scelta inaspettata che ha suscitato la reazione della numerosa comunità tatara, memore della condotta dello stesso Mohyl’ov tra il 2007 ed il 2010, quando, a capo della rappresentanza locale del Ministero degli Interni, si è reso protagonista di un aspro conflitto etnico. Nello specifico, il nuovo Premier ha negato pubblicamente la deportazione staliniana del 1944 – che spedì in Siberia anche greci, cosacchi, ebrei, tedeschi, ed italiani – ed accusato a più riprese i tatari di collaborazionismo coi nazisti: un’ostilità che non si è limitata alle dichiarazioni, dal momento in cui, nel novembre 2007, Mohyl’ov ha ordinato lo sgombero dell’insediamento di Aj-Petri, puntualmente raso al suolo dall’intervento delle forze speciali di polizia.

“Senza le scuse, il dialogo non può nemmeno iniziare” ha commentato con una nota la Mejlis – il Parlamento dei tatari di Crimea, il cui Presidente, Mustafa Dzhemiljev, ha accusato l’ex-Ministro egli interni di xenofobia, ed il Capo di Stato di tentata repressione etnica.

“E’ chiaro che si tratta di una provocazione – ha dichiarato Dzhemiljev alla BBC – la nomina a Premier di Crimea di una persona che ha ripetutamente offeso la componente tatara sui mezzi di informazione complica l’equilibrio in una penisola multietnica. Non capisco la ratio della designazione da parte di Janukovych – ha continuato – ma temo si tratti di una precisa volontà di aumentare la pressione su di noi [tatari di Crimea, n.d.a.]”.

Di diverso avviso alcuni tra i politologi e gli esponenti dell’Opposizione Democratica, secondo cui la nomina di Mohyl’ov rispecchia un preciso piano politico di rafforzamento dell’establishment presidenziale, che prevede l’instaurazione alla guida delle amministrazioni della Crimea e delle altre Oblast’ di uomini di fiducia del Presidente Janukovych. A conferma, il recente insediamento nelle regioni di Leopoli e Zaporizhzhja di Mykhajlo Kostjuk ed Oleksandr Peklushenko: due politici vicini ad un Presidente Janukovych ora maggiormente influente in due regioni periferiche.

I russi alle porte

Di certo, a favorire il clima di distensione non sono stati i primi passi del nuovo Premier, che ha fatto sapere di non intendere affatto scusarsi per il passato, si è presentato a Simferopoli in uniforme poliziesca – con una borsa incastonata di diamanti – ed ha sollecitato l’uso della lingua russa per tutte le consultazioni ufficiali.

Una dichiarazione, quest’ultima, che potrebbe causare serie conseguenze, dal momento in cui è proprio l’elemento russo a rappresentare la seconda patata bollente nella penisola multietnica. Di recente, Diplomatici di Mosca hanno sollecitato i Paesi dell’ex-URSS ad adottare il russo come lingua ufficiale per le trattative ad ogni livello e, lo scorso 14 Ottobre, alla Duma è stato registrato un disegno di legge per favorire la concessione agevolata di passaporti nelle regioni ad alt densità di minoranze russe, tra cui la Crimea.

Tale scenario porterebbe alla vera e propria destabilizzazione della penisola, con conseguente indebolimento di un’Ucraina sempre più succube di Mosca sul piano politico, militare, ed energetico: proprio a Sebastopoli continua a permanere la Flotta Russa del Mar Nero, il cui stazionamento è stato prolungato dal Presidente Janukovych con gli Accordi di Kharkiv del Maggio 2010, in cambio dellasperanza di uno sconto sulle tariffe per il gas mai ottenuto. Al contrario, tra Mosca e Kyiv sono in corso trattative per la rinegoziazione dei contratti per l’oro blu in cui, secondo indiscrezioni da fonti ben informate, la parte ucraina sarà certamente costretta a pesanti concessioni, come la cessione della gestione dei propri gasdotti al monopolista russo, Gazprom.

Lecito ricordare che in Crimea vivono 27 minoranze etniche. Dopo quella russa, la più consistente è quella tatara, storicamente travagliata da repressioni e deportazioni attuate dal regime zarista e comunista. Con l’ottenimento dell’Indipendenza, la Mejlis si è sempre schierata in difesa dell’unità statale ucraina, vista come garanzia per il rispetto dei propri diritti e per la propria sopravvivenza, in una penisola dove l’equilibro etnico è fondamentale per la convivenza politica ed economica.

Matteo Cazzulani

L’UNIONE EUROPEA NON CEDE ALLA RUSSIA: TERMINATE LE TRATTATIVE PER LA ZONA DI LIBERO SCAMBIO UE-UCRAINA

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on October 22, 2011

Il Commissario Europeo al Commercio, Karel De Gucht, ed il Vice Premier ucraino, Andrij Kljujev, hanno chiuso le trattative per la sigla di un’Accordo di Associazione tra Bruxelles e Kyiv che, secondo esperti ed europarlamentari, è necessario tenere in vita per non consegnare il Paese alla Russia, e porre così a rischio la sicurezza ed il rafforzamento dell’Unione su scala mondiale e regionale. Le contromosse di Mosca e la difficile strada del documento presso i Parlamenti Europeo e nazionali

La leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

“La palla passa al Presidente ucraino, Viktor Janukovych: vero responsabile delle sorti del suo Paese”. Così il Commissario Europeo al Commercio, il belga Karel De Gucht, ha commentato il notevole progresso dei negoziati per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un progetto che, pur senza una vera e propria integrazione politica, mira al pieno coinvolgimento di Kyiv nelle strutture economiche, commerciali e sociali di Bruxelles. Nello specifico, le parti hanno concluso le trattative per il varo di una Zona di Libero Scambio UE-Ucraina: la parte più importante, fatta di dettagli tecnici – come il nome dei prodotti – ed altre questioni strettamente specifiche, necessarie da discutere per uniformare le strutture di Kyiv agli standard europei.

Come rilevato da diversi esperti, la continuazione delle trattative è un segnale importante lanciato dall’Unione Europea ad un’Ucraina sempre più lontana, sopratutto in seguito all’avvicinamento alla Russia di Putin – con la firma del trattato di costituzione della Zona di Libero Scambio CSI: un progetto politico del Primo Ministro russo per riprendere il controllo dell’area ex-URSS, firmato, oltre che dall’Ucraina, anche da Bielorussia, Moldova, Tadzhikistan, Armenia, e Kazakhstan – ed alla condanna a sette anni di carcere per la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko: sentenza incresciosa, maturata in seguito ad un processo farsa dalle chiare connotazioni politiche, che esclude Kyiv dal rispetto degli standard democratici richiesti ad ogni Paese candidato alla collaborazione con l’UE.

Proprio la questione Tymoshenko è una patata bollente che, ora, Janukovych deve risolvere per dimostrare di volere un avvicinamento all’Occidente iniziato, nel 2008, proprio dal governo della carismatica guida del campo arancione appena fatta arrestare. Se, come si vocifera a Kyiv, l’articolo 365 sarà decriminalizzato per via parlamentare, e l’ex-Primo Ministro liberata, l’Accordo di Associazione avrebbe serie possibilità di essere ratificato dapprima dal Parlamento Europeo e, successivamente, da quello dei singoli Paesi membri. Altrimenti, l’assenza di progressi in campo democratico da parte delle Autorità ucraine segnerebbe la chiusura della via europea, e l’inevitabile avvicinamento alla Russia che, dopo il colpo della Zona di Libero Scambio CSI, si prepara ad inglobare l’Ucraina anche dell’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka – a cui, martedì, 18 Ottobre, ha aderito anche il Kyrgystan.

La discussione al Parlamento Europeo

Uno scenario che va evitato a tutti i costi, poiché la consegna di Kyiv a Mosca significherebbe una sconfitta per l’UE, per cui l’indipendenza e l’europeicità dei Paesi dell’Europa Orientale – oltre all’Ucraina, Moldova, Georgia e, possibilmente, Bielorussia – è condizione necessaria per la sicurezza ed il progresso di Bruxelles.

“Rompere le trattative sarebbe stato come vincere una staffetta senza il testimone – ha commentato, sempre restando sullo sportivo, il Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Pawel Zalewski – un vantaggio considerevole sui concorrenti mandato in fumo”.

Concordi con Zalewski – appartenente al Partito Popolare Europeo – anche altri Parlamentari di differente schieramento, come il conservatore Pawel Kowal, secondo cui la chiusura delle trattative per il varo della Zona di Libero Scambio UE-Ucraina è stato l’unico segnale possibile da inviare alle autorità di Kyiv per mantenere la porta aperta, pur senza tralasciare il problema del deficit di democrazia sulle Rive del Dnipro.

“Occorre chiudere l’accordo al più presto – ha dichiarato il Capo-Delegazione dei Rapporti UE-Ucraina – poiché una presidenza a Bruxelles così favorevole alle aspirazioni occidentali di Kyiv come quella polacca difficilmente si ripresenterà. E un’occasione da non sprecare – ha continuato il polacco, intervistato dalla Deutsche Welle – se davvero si vuole il benessere ed il progresso per il popolo ucraino”

Ad applaudire alla chiusura delle trattative è anche il suo connazionale dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici Europei, Marek Siwec, che ha illustrato quale possa essere la vera conseguenza della rottura delle relazioni con l’Ucraina, altresì fortemente voluto dall’asse franco-tedesco.

“La Russia sta giocando un ruolo attivo – ha dichiarato alla versione ucraina della BBC – e tenta di continuo l’Ucraina con la carta dell’Unione Doganale. Per il Cremlino, il fallimento delle trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina sarebbe un’occasione da non perdere per strappare una volta per tutte Kyiv nella propria sfera di dominio economico, commerciale, e politico”.

Matteo Cazzulani

PASSAPORTI FACILI IN UCRAINA: ECCO COME LA RUSSIA INIZIA A DESTABILIZZARE LA CRIMEA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 19, 2011

Come riportato dall’autorevole BBC, il Progetto di Legge per la concessione agevolata della cittadinanza russa alle minoranze di altri Paesi registrato alla Duma potrebbe comportare la destabilizzazione della penisola. I precedenti in Georgia di Abkhazija ed Ossezia del Sud, e le preoccupazioni della comunità tatara, finora tutelata da Kyiv

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

Un maneggevole passaporto come mezzo per realizzare il divide et impera, ben più efficace di ingombranti carri armati. Questa la soluzione che la Russia si appresta a rinnovare nei confronti dell’Ucraina, con un progetto di legge registrato alla Duma circa la semplificazione delle procedure per la concessione della cittadinanza russa agli abitanti della Crimea.

Come riportato dall’autorevole BBC, il DDL, presentato dal Deputato Kostantin Zatulin – più volte nominato persona non grata a Kyiv – prevede una corsia preferenziale per chi desidera ottenere documenti russi non solo nella Crimea – oggi parte del’Ucraina indipendente – ma anche in altre regioni del Mondo ex-sovietico, in cui minoranze russe sono presenti in numero cospicuo.

“Il problema è che in Ucraina la doppia cittadinanza è vietata – ha evidenziato alla redazione ucraina del principale media della Gran Bretagna il Leader locale del Congresso dei Patrioti Ucraini, Vasyl’ Ovcharuk – ed il progetto di legge contrasta apertamente con le leggi di Kyiv. Se in Russia si pensa di dettare regole in altri Paesi sovrani, allora occorre denunciare questa intromissione negli affari di Stati vicini”.

A lanciare un allarme ben più forte è il Capo del Partito Popolare Ucraino, Oleh Fomushkin, che ha ricordato come la concessione di passaporti russi per destabilizzare aree delicate in Paesi che si desidera controllare – in quanto ritenuti propria area di influenza – è una tradizione per Cremlino, come attuato già in Abkhazija e Ossezia del Sud: regioni georgiane, poi attaccate militarmente nell’Agosto 2008 e, ad oggi, ancora occupate dai carri armati di Mosca.

Una destabilizzazione pianificata

“E una situazione molto delicata per Kyiv – ha evidenziato , sempre alla BBC, il Leader della Mejlis dei tatari di Crimea, Mustafa Dzhemiljev – del resto, se Mosca volesse difendere i propri cittadini in Crimea non dovrebbe nemmeno spostare il proprio esercito, che già permane nella base navale di Sebastopoli [il cui prolungamento fino al 2042 è stato concesso, nel Maggio 2010, dal Presidente ucraino, Viktor Janukovych, in cambio di uno sperato sconto sul gas mai ottenuto, n.d.a.]”.

Invece, a difendere il Progetto di Legge della Duma sono le forze politiche della minoranza russa, che addossano la colpa ad una legislazione ucraina in cui la doppia nazionalità è vietata. Una decisione adottata anche in altri Paesi dell’ex-Unione Sovietica, dove in molti ancora guardano a Mosca come la propria capitale, de facto cedendo alle sirene del Cremlino: pronto a destabilizzare l’area per il proprio tornaconto, e dare linfa a tendenze imperialistiche sempre più forti, sopratutto con il ritorno sicuro di Vladimir Putin alla presidenza.

Lecito ricordare che la Crimea – regione autonoma, con propri Rada, Speaker e bilancio – è tradizionalmente un crogiolo di nazionalità ed etnie differenti che, nell’Ucraina di oggi, hanno vissuto pacificamente, senza scontri eclatanti, ne tensioni particolarmente alte. Oltre a quella russa, la maggiore tra le minoranze è quella tatara: politicamente orientata a sostegno degli arancioni e, per questo, decisa nel difendere l’integrità del Paese. In tutto, nella penisola si contano fino a 27 nazionalità.

Matteo Cazzulani

FINITI PROCESSO FARSA E DEMOCRAZIA IN UCRAINA: A JULIJA TYMOSHENKO SETTE ANNI DI GALERA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on October 11, 2011

Il giovane giudice, Rodion Kirejev, accoglie le richieste dell’accusa, e condanna Leader dell’Opposizione Democratica alla reclusione, ed alla successiva estromissione dalla vita politica. “E’ una dittatura, ma non mi arrendo” ha illustrato l’ex-Primo Ministro durante la lettura del verdetto. La protesta dell’UE, ed il vantaggio di Mosca, a cui Kyiv si avvicina. Soffocate con la forza le proteste dei manifestanti 

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, scortata dalle forze speciali

Il funerale della democrazia ucraina ha avuto atto: la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, è stata condannata a sette anni di detenzione, più tre di divieto alla copertura di cariche pubbliche e partecipazione alla vita politica, e, come se non bastasse, al pagamento di una multa per gestione fraudolenta del bilancio statale.

Un barbaro rito di stampo sovietico, trasmesso persino in diretta tv, a cui sono stati presenti, fisicamente o virtualmente, quasi tutti: gli spettatori dalle telecamere del 5 Kanal, TVI, ed altri media ammessi in sala, il pool della pubblica accusa al completo, tutti gli avvocati di Julija Tymoshenko, la figlia Jevhenija con il marito Oleksandr, e persino l’Ipad più famoso d’Ucraina: la Leader dell’Opposizione Democratica non ci ha mai staccato gli occhi se non per due dichiarazioni, pronunciate sovrastando la voce del giovane giudica Rodion Kirejev, impegnato cacofonicamente a leggere un verdetto politico che, secondo il campo arancione, è stato già scritto da tempo dall’Amministrazione del Presidente, Viktor Janukovych.

“Questa è la prova che in Ucraina c’è una dittatura – ha dichiarato Julija Tymoshenko – tutta le gente di buona volontà deve unirsi intorno all’Opposizione ed alle Associazioni, per combattere il regime autoritario. Nessuna condanna mi fermerà – ha continuato – sono sempre con voi, per battermi per un’Ucraina libera, indipendente, giusta, europea, e democratica”.

Dunque, soddisfatta l’esatta pena richiesta per l’ex-Primo Ministro, accusata di abuso d’ufficio nel corso delle trattative per il gas del Gennaio 2009 con l’allora suo collega russo, Vladimir Putin. Un’accusa inesistente, supportata da documentazioni sommarie, imprecise, datate persino il 31 Aprile, che, tralaltro, è stata negata da quasi tutti i testimoni comparsi nel processo farsa – 40 per l’accusa, solo 2 per la difesa.

Il tutto, dopo un procedimento in cui all’accusa non è stato concesso il tempo necessario per la presa visione delle imputazioni – contenute in 14 faldoni da cento pagine ciascuno – e nemmeno per concordare la linea difensiva con l’assistita, dal momento in cui Julija Tymoshenko è stata preventivamente rinchiusa in isolamento lo scorso 5 Agosto, dopo poche settimane dall’inizio di sedute a cui già si presentava come confinata in Patria.

Ora, è chiaro che altri anni in galera spetteranno alla carismatica Leader, che, dopo aver guidato la Rivoluzione Arancione, ha governato a singhiozzo un Paese che, malgrado enormi difficoltà, è riuscita ad avvicinare agli standard europei e, per un soffio, persino alla stessa integrazione con l’Unione Europea. Invece, cosa sarà dell’Ucraina è difficile immaginarlo, ma già oggi sono presenti alcune avvisaglie che val la pena leggere ed interpretare.

L’Ucraina scivola verso la Russia

Nella giornata di lunedì, 10 Ottobre, i Ministri degli Esteri UE si sono riuniti in Lussemburgo per discutere proprio del caso Tymoshenko, ed hanno chiaramente spiegato a Kyiv che la condanna della Leader dell’Opposizione Democratica avrebbe compromesso la sigla dell’Accordo di Associazione. Il tutto, vincendo la strenua – e saggia – posizione di Polonia e Paesi Baltici, favorevoli al mantenimento delle porte aperte ad Ucraina che, seppur autoritaria, per la sicurezza di tutto il continente dal ritorno dell’imperialismo russo non può essere esclusa dall’Occidente, e riconsegnata tra le braccia di Mosca.

La Russia, appunto. Durante le esequie della democrazia ucraina, una nota dell’Amministrazione Presidenziale ha comunicato il prossimo incontro tra Janukovych ed il suo collega russo, Dmitrij Medvedev. L’ennesimo nel giro di poco tempo: i due si sono incontrati presso la dacia di Zavidovo per discutere delle relazioni energetiche tra i due Stati in un meeting privato a base di pesca e passeggiate nella natura, da cui non è trapelata lacuna informazione concreta.

Quello che rimane è l’atteggiamento di autorità ucraine sempre più simili nei modi a quelle russe: i 10 Mila manifestanti accorsi presso il Tribunale Pechers’kyj per protestare contro la condanna di Julija Tymoshenko sono stati caricati dalla milicija, tre di loro persino arrestati. I contrasti già iniziati la notte precedente, quando alcune tende, installate da militanti pacifici, sono state smontate con la violenza da agenti delle forze speciali.

Difficile trovare responsabili in tutto quello che è accaduto. Se da un lato la colpa ricade sugli stessi ucraini, incapaci di aiutare se stessi una volta ottenuta la libertà e la democrazia – proprio oggi alla BBC l’ex-alleato della Tymoshenko, il Capo di Stato Emerito, Viktor Jushchenko, ha riposto piena fiducia nel giudice del processo farsa – dall’altro anche l’Europa e l’Occidente hanno qualcosa su cui riflettere: nel 2008, i summit UE e NATO hanno chiuso le porte in faccia ad Ucraina, Moldova e Georgia, supportate dai Paesi della parte centrale del continente, ma non da quella Vecchia Europa che, Francia e Germania in primis, ha sempre fatto attenzione a non offendere la Russia, ignorando quale sia la reale minaccia Mosca ancora rappresenta per il mondo libero, sopratutto col ritorno alla presidenza di Vladimir Putin.

Oggi, è recluso il simbolo della Rivoluzione Arancione, con cui la più grande repubblica ex-URSS ha osato ribellarsi ad un autoritarismo russo di lunga tradizione – zarista, comunista, e putiniano. Se non basta questo segnale per capire le dinamiche di un Paese europeo per storia, cultura, e tradizioni, allora è chiaro che l’Europa, anziché rispettare sé stessa – ed i valori su cui è stata fondata: Democrazia e Diritti Umani – ha deciso di ritagliarsi un ruolo marginale nel Mondo, e coltivarsi il proprio piccolo giardino che, più che un Eden, è sempre più una radura moralmente incolta.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: MEL’NYCHENKO HA IL SUO PARTITO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on June 1, 2011

La Ukrajins’ka Ljustracija si pone l’obiettivo di ripulire moralmente la politica ucraina, e di portare in Parlamento la maggioranza assoluta. A guidarla, l’ex-Maggiore del Servizio di Difesa Statale

L'ex Maggiore del Sevizio di Difesa Statale, Mykola Mel'nychenko

La discesa in campo per la pulizia morale. Nella giornata di martedì, 31 Maggio, è stata costituita la Ukrajins’ka Lustracija: un nuovo soggetto politico, che punta sulla pulizia morale dell’arco politico ucraino.

A guidare il partito, l’exMaggiore del Servizio di Sicurezza Statale, Mykola Mel’nychenko, noto alla cronaca per avere registrato nastri che certificherebbero il coinvolgimento dell’ex-Presidente, Leonid Kuchma, nell’omicidio, nel 2000, del giornalista di opposizione Gija Gongadze.

Sull’esempio dell’Antica Roma

Secondo quanto evidenziato da Mel’nychenko, Ukrajins’ka Ljustracija ha l’obiettivo di portare alla Rada non meno di 300 Deputati su 450. Un obiettivo ambizioso, che l’ex-Maggiore intende raggiungere con un programma sui generis.

“C’è bisogno di un Consiglio degli Anziani – ha dichiarato – per monitorare l’operato degli eletti. Un organismo simile a quello dei Censori dell’Antica Roma, che invitavano i Senatori a rispettare la volontà popolare”.

Assieme a Mel’nychenko, alla guida di Ukrajins’ka Ljustracija sono stati eletti come vice coordinatori il Redattore Generale del giornale BBC, Vladyslav Trush, ed il Direttore dell’Accademia di Studi Politici, Volodymyr Ruban.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: ENNESIMO ESPONENTE DELL’OPPOSIZIONE DEMOCRATICA VICINO ALL’ESILIO POLITICO

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 15, 2011

L’ex-Capo della Commissione Statale per le Riserve Auree chiederà aiuto in Europa, se dichiarato ricercato internazionale

L'ex capo del comitato statale per le riserve auree, Mykhajlo Pozhyvanov

Vienna, come Praga, tra i Paesi veramente responsabili. Questa la possibilità ventilata dall’ex-Capo della Commissione Statale per le Riserve Auree, Mykhajlo Pozhyvanov.

In un’intervista al servizio ucraino della BBC, il politico ha dichiarato l’intenzione di chiedere asilo politico in Austria, qualora venisse dichiarato ricercato internazionale.

Su di lui, già l’accusa di furto di denaro statale, mossagli dalla Procura Generale, in relazione alla sua attività, durante il secondo governo arancione di Julija Tymoshenko. Un’imputazione politica. Su cui i suoi avvocati, ancora, non hanno ricevuto documentazione scritta.

“Sono sempre stato contro al Partija Rehioniv [la forza partitica, egemone nel Paese, a cui appartengono il Presidente, Viktor Janukovych, il Premier, Mykola Azarov, e quasi tutti i membri del Consiglio dei Ministri, n.d.a.]. Nel Paese, è in atto una repressione politica”.

In effetti, bersaglio della Procura, già una decina di esponenti dell’Opposizione Democratica. Tra essi, l’ex-Ministro dell’Economia, Bohdan Danylyshyn, riconosciuto perseguitato dalla Repubblica Ceca, che gli ha concesso asilo politico.

L’ex-Ministro degli interni, Jurij Lucenko, invece, è detenuto in isolamento, come il peggiore degli assassini.

Janukovych ignora perché reprimono Julija Tymoshenko

La stessa Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, è confinata in Patria, accusata di uso improprio dei fondi per il protocollo di Kyoto alle uscite sociali, e di acquisto irregolare di ambulanze e vaccini.

Rea, per così dire, di avere provveduto a sanità e pensioni, all’anima della Rivoluzione Arancione è stata vietata la partecipazione al vertice del Partito Popolare Europeo di Bruxelles. A cui è stata invitata dal Presidente dell’Europarlamento, Jerzy Buzek.

Sulla motivazione di tale privazione di un prezioso diritto politico, Janukovych ha dichiarato di non saperne nulla.

Di diverso avviso, USA ed UE. Che, a più riprese, hanno invitato il Capo di Stato ucraino ad interrompere la repressione di dissenso e stampa libera.

Matteo Cazzulani

UCRAINA: JANUKOVYCH NON TEME L’EFFETTO-MUBARAK

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 11, 2011

Il Presidente ucraino convinto del successo della sua politica di stabilità. Continuano arresti politici e rincari dei beni di prima necessità. Stato si indebita per pagare pensioni e previdenze

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

La forza dell’assuefazione della stabilità sovietica. Interpellato dal servizio ucraino della BBC, il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, si è detto per nulla preoccupato di una possibile sua sorte simile a quella del collega egiziano, Hoseyn Mubarak, costretto alla fuga da proteste di piazza.

Secondo Janukovych, gli ucraini sono soddisfatti della stabilità raggiunta nel Paese. Pertanto, alcuna mobilitazione all’orizzonte in grado di destituirlo.

Una certezza che, tuttavia, ha spinto il Presidente alla prudenza. Il Majdan Nezalezhnosti, teatro della Rivoluzione Arancione, che cinque anni fa ne ha decretato la sconfitta, è stato transennato. Precauzione, come hanno commentato diversi esperti. Lavori di manutenzione, per il Capo dello Stato.

La stabilità, nel frattempo, ha colpito ancora. Sempre l’11 Febbraio, all’ex-Vice Ministro alla Giustizia, Jevhenij Kornijchuk, è stato prolungata la detenzione. A sancirlo, una sentenza della Corte d’Appello di Kyiv.

Kornijchuk è uno dei dieci esponenti dell’Opposizione Democratica colpiti dalle Autorità con provvedimenti giudiziari. Alcuni di essi, come Kornijchuk e l’ex-titolare degli Interni, Jurij Lucenko, sono detenuti in isolamento, come i peggio assassini.

Altri, come l’ex Primo Ministro, Julija Tymoshenko, oggi Leader dell’Opposizione Democratica, confinati in Patria, e costretti a giornaliere gite in Procura per sterili interrogatori.

Contro l’anima della Rivoluzione Arancione, l’accusa politica di uso improprio dei fondi per il Protocollo di Kyoto alle uscite sociali, ed acquisto irregolare di ambulanze e vaccini. Così, Julija Tymoshenko è processata per aver pagato le pensioni, e provveduto alla sanità in un periodo di crisi.

Contro tale repressione, si sono già espressi UE, USA, Consiglio d’Europa, ed altre ONG indipendenti.

Sempre colpa dell’estero

Oltre a ciò, altri successi della stabilità. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha comunicato un incremento dei costi per la popolazione per i prodotti alimentari, industriali ed energetici.

Colpa della difficile situazione internazionale, secondo quanto si è affrettato a comunicare il governo. In passato, attento ad incrementare le bollette, anche del 50%, nonostante accordi bilaterali con la Russia avessero garantito uno sconto sull’oro blu. Pagato caro, con la concessione del prolungamento dell’esercito russo in Crimea, fino al 2042.

Oltre al rincaro, le politiche sociali. Nonostante le promesse elettorali di Janukovych, il bilancio statale si è indebitato di 2 miliardi di Hryvnje per il pagamento di pensioni e sussidi.

Una situazione inammissibile, come dichiarato dalla Parlamentare del Blocco Tymoshenko-Bat’kivshchyna, Ljudmyla Denisova, che ha invitato il governo ad urgenti misure a tutela dei lavoratori in caso di perdita del lavoro.

Matteo Cazzulani