LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

IN POLONIA UN GOVERNO ANTICRISI

Posted in Polonia by matteocazzulani on November 20, 2011

Il Premier rieletto, Donald Tusk, promette austerità, tagli ed innalzamento dell’età previdenziale per tenere fuori Varsavia da un crollo dell’economia dilagante in Europa. Invariate le uscite per le politiche a sostegno della famiglia, incrementate quelle per la Difesa. Tiepide reazioni dalle opposizioni.

Il Premier polacco, Donald Tusk

Molta Europa, tanto Machiavelli, ed una politica lacrime e sangue. Questa la ricetta proposta dal Premier polacco, Donald Tusk, di fronte al Parlamento riunito in plenaria, venerdì, 17 Novembre, per la presentazione del nuovo esecutivo e di un programma di legislatura improntato su austerità, sacrifici, prudenza, e sicurezza. L’obiettivo, il superamento di una crisi oggi quasi assente in Polonia, ma sempre possibile in un’Europa dove, da un giorno all’altro, a finire sul lastrico possono essere tutti: Italia, Francia, o Spagna che sia.

“Siamo in un’epoca di forte incertezza – ha dichiarato Tusk nel discorso di insediamento, durato poco più di un’ora – in cui la crisi può colpire chiunque. La soluzione da adottare è una serie di misure a protezione dell’economia nazionale. Pagheremo tutti un poco di più – ha continuato – ma lo faremo per la nostra sicurezza, e per il mantenimento del benessere in Patria ed in Europa. La determinazione dei polacchi ha portato alla crescita costante del PIL, in controtendenza con gli altri Paesi dell’Occidente – ha ultimato – oggi, deve consentire al Paese di tenersi fuori dagli sconvolgimenti dell’economia mondiale”.

A preannunciare misure di non facile realizzazione è stata la lista dei Ministri che, chiamati al Solenne Giuramento nella mattinata, appartengono in toto all’entourage di Tusk, abile nell’estromettere dalla gestione dei dicasteri persino l’opposizione interna alla Piattaforma Civica – PO: il Partito, da lui guidato, di orientamento liberale. Una vocazione che, tuttavia, non sarà del tutto rispettata, poiché ai polacchi spetterà un periodo di forte rigore per abbattere il debito pubblico dal 50% odierno al 47% nel 2015.

Innanzitutto, il Premier ha preannunciato l’innalzamento dell’età previdenziale a 67 anni – oggi in Polonia si va in pensione a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne – ed un robusto taglio ai privilegi fiscali finora garantiti a categorie sociali apparentemente intoccabili, tra cui contadini, minatori, e persino il clero – con cui Tusk non ha escluso una revisione del concordato. Seconda soluzione è il rafforzamento del ruolo della Polonia in Europa, con il maggiore coinvolgimento nelle decisioni di carattere economico della zona euro a cui, pur non appartenendo, Varsavia non deve allontanarsi, bensì tendere. Secondo Tusk, la moneta unica è garanzia di benessere per tutti i 27 Paesi dell’UE, sopratutto per quelli che, momentaneamente o per sempre, hanno deciso di mantenere una propria divisa monetaria.

Dove il Tusk II non taglierà saranno le politiche per la famiglia: ritoccati al ribasso solamente i sussidi per i nuclei con un solo figlio, mentre incentivi per la natalità sono stati mantenuti invariati per le seconde e terze nascite, addirittura incrementati per i parti al di sopra del quarto. Aumento della spesa anche per la Difesa: settore fondamentale per il Premier, che ha illustrato come in un’Europa sempre più incerta economicamente non è da escludere un’instabilità anche dal punto di vista militare. Del resto, proprio la Polonia ha speso invano ingenti energie per la costituzione di un esercito unico europeo durante i primi mesi della presidenza di turno UE, e, per ragioni storiche e geografiche, è ben consapevole di quanto sia seria la minaccia del rinato imperialismo russo: pronto a competere per lo status di superpotenza mondiale a spese proprio dell’Unione Europea.

Infine, Tusk non ha lesinato una digressione sulla politica interna, presentando il suo esecutivo come espressione di una solida maggioranza di centro che, costituita dalla liberale Piattaforma Civica e dal partito contadino PSL, intende da un lato preservare i valori tradizionali su cui la Polonia è rinata dopo la caduta del comunismo – parità economica e sociale, libera concorrenza, e cristianesimo – e, dall’altro, contrastare ogni forma di estremismo, sia esso di matrice neo-bolscevica che neonazista – proprio lo scorso 11 Novembre la Festa dell’Indipendenza Nazionale è stata rovinata da una guerriglia urbana tra bande di estremisti rossi e neri.

Le reazioni pacate dell’opposizione

Plauso all’exposé di Tusk è arrivato dai colleghi di partito e di maggioranza, tra cui lo stesso Presidente, Bronislaw Komorowski, presentatosi al giuramento dei Ministri della mattinata con una sciarpa da stadio coi colori e simboli nazionali – la medesima con cui Tusk ha festeggiato il primo insediamento nel 2007. Contrario alla politica di austerità si è dichiarato l’ex-Premier, Jaroslaw Kaczynski, Leader del Partito conservatore Diritto e Giustizia – PiS – che ha contestato duramente i tagli alla spesa sociale, il maggiore ruolo in Europa, e l’eliminazione dei privilegi a clero e contadini, altresì, proponendo un risanamento delle casse statali tramite tassazione sui conti correnti e mantenimento del Paese il più lontano possibile dalla zona euro.

Differenti le obiezioni dell’opposizione di centro-sinistra: i socialdemocratici – SLD, guidati al Sejm da un altro ex-Premier, Leszek Miller – hanno sostenuto l’innalzamento dell’età previdenziale, la maggiore tassazione dei ceti più abbienti, ed il maggiore impegno in Europa, ma hanno espresso perplessità sull’entità dei tagli in programma, giudicati troppo esosi. Favorevole ad Euro, maggiore impegno nell’UE, e tagli dei privilegi anche il radicaleggiante Movimento di Palikot che, d’altro canto, ha promesso battaglia a Governo ed opposizione conservatrice per la rimozione del Crocifisso e dei simboli religiosi dagli edifici pubblici: un sussulto laicista che il politico più dandy dello scenario polacco – fuoriuscito dalla Piattaforma Civica, ed abile nel raccogliere dal nulla un buon 10% dei consensi che lo ha reso terza forza politica del Paese – ha saputo cavalcare, portando in Parlamento il Capo delle organizzazioni gay ed il primo Parlamentare transessuale della storia del Paese.

Matteo Cazzulani

L’UE DOPO LA CRISI: PIU’ LUNGIMIRANZA E MENO EGOISMO

Posted in Unione Europea by matteocazzulani on November 8, 2011

Oltre al salvataggio di Grecia ed Italia, la necessità per l’Unione Europea di misure propedeutiche alla ripresa economica. Nell’esperienza del passato, e nei buoni esempi di GranBretagna ed Europa Centrale, una possibile soluzione

L'Unione Europea

Sia bancarotta o salvataggio disperato, l’Europa non deve limitarsi a pensare al domani, ma pianificare una precisa strategia per tornare a crescere, e reggere la competizione mondiale senza perdere pezzi e prestigio a livello economico e politico. Di sicuro, il compito non è facile, ma è necessario: lo richiedono non solo i principale azionisti ed alleati dell’UE – in primis gli Stati Uniti, preoccupati di perdere un alleato in un periodo di estrema difficoltà anche per Washington – ma sopratutto le giovani generazioni che, cresciute con il sogno di una Laura e di un impiego dignitoso, vedono dinnanzi a se l’emigrazione come unica soluzione per evitare un futuro in Patria di certa povertà e precariato.

Una riposta ha provato a darla Thomas Schmid, Direttore del giornale Die Welt, che, nonostante l’orientamento conservatore della testata, ha auspicato una ripartenza da zero, con un’Europa governata da nuove facce e nuovi governi impegnati nella ristrutturazione di un Continente dissestato: a tale compito, scrive Schmid, saranno certamente chiamati i socialisti di Francois Hollande in Francia, un nuovo governo di centro-sinistra in Italia, un esecutivo rinnovato anche in Spagna, oltre alla Germania ancora in mano ad una maggioranza cristiano-democratica in calo di consensi.

Se dal punto di vista politico la previsione non fa una piega – tutti i sondaggi danno per certi mutamenti politici nei Paesi sopra indicati, seppur con minore convinzione per Roma e Berlino – il timore è che in UE possano cambiare solo gli attori, ma non la trama di una tragedia destinata sempre al medesimo, mesto finale. Da mutare è una mentalità con cui l’Unione Europea è stata finora governata: un processo ben più profondo di un semplice avvicendamento politico, dal momento in cui ad essere messa in discussione è l’intera concezione economica e politica della nostra civiltà, da ammodernare ed armonizzare alle tendenze della contemporaneità.

In primis, occorre maggiore lungimiranza in ogni decisione, poiché quello che si fa oggi ha conseguenze per il domani. La Grecia ne è un esempio: l’ingresso dell’euro, e l’effetto Al Qaeda, dal 2001 ha portato Atene ad un boom economico legato sopratutto al turismo, che, una volta sopraggiunta la crisi del 2009, si è trasformato in un boomerang che ha travolto un’economia mai ammodernata da Autorità drogate dal benessere temporaneo. Così, il socialdemocratico Georgios Papandreu – tanto osannato dalla stampa benpensante progressista, anche italiana – anziché rispettare la promessa di fare della Grecia la Danimarca del Sud, ha reso Atene il Mali dell’Europa: se nel momento del benessere avesse pensato di più al futuro, avrebbe rinunciato ad un poco di ricchezza da investire per modernizzare un’economia che, come allora ritenuto dai principali analisti – sopratutto anglosassoni – oggi non avrebbe collassato.

Il secondo errore da non compiere è la chiusura del gabinetto decisionale UE ad un gruppo ristretto che, oltre a ricordare geograficamente il Sacro Romano Impero, rischia di riportare il Vecchio Continente allo stato di benessere dell’era di Carlo Magno. L’idea di formare un’Europa delle molte velocità, con un asse franco-tedesco unico attore decisionale, è la risposta più errata che Bruxelles possa dare ad un mondo sempre più globalizzato, dove i principali attori oggi sono Cina, India, Brasile, ed anche una Russia dalle rinate ambizioni imperiali, che vede proprio l’UE come primo concorrente da eliminare per tornare a ricoprire il ruolo di superpotenza perso dopo il crollo dell’URSS.

Per questo, l’Unione Europea non deve escludere, ma, sopratutto ora, includere al più presto i Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Georgia, Bielorussia, e Moldova – per disinnescare la minaccia di Mosca. Di pari passo, va respinta ogni tentazione di dividere l’UE tra eletti – gli Stati della zona euro – ed i plebei – quelli che non hanno adottato la moneta unica – anche perché sono questi ultimi gli unici, in un periodo di crisi, ad avere mantenuto una certa stabilità economica, persino incrementando il proprio PIL, come il caso della Polonia – più 2,9% nel 2009.

Gli esempi positivi per la vera ripresa

La Polonia, appunto. Un terzo passo per l’Europa di domani deve essere proprio questo: l’imitazione e la valorizzazione dei modelli positivi che, finora, hanno consentito all’UE di galleggiare. Si pensi alla straordinaria evoluzione di un’Europa Centrale che, uscita dal comunismo, ha riconvertito in tempi record la propria economia ai principi del libero mercato: a motivare le varie terapie shock non è stata solo una palese esigenza, ma una volontà popolare di chiudere con un passato nefasto di morte, distruzione, e barbarie sovietico-naziste, ed inseguire una modernità, riprendendosi dal Mondo quanto sottrattole dai peggiori totalitarismi della storia.

Questa capacità di resistere ai mutamenti geopolitici, e pianificare una stabilità per il futuro, anche a costo di sacrifici, è premiata tutt’oggi: si pensi alle conferme elettorali in Lettonia ed Estonia di esecutivi che si sono presentati alle urne con la promessa di continuare una politica di austerità, fatta di lacrime e sangue, anziché pacche sulle spalle e concessioni ad imprenditori e sindacati. Uno scenario inimmaginabile nel tanto superiore occidente europeo, convinto com’è della propria superiorità, che ha sempre guardato con sospetto quegli idraulici polacchi e zingari romeni altresì esempio di lungimiranza e maturità.

Infine, un giusto accenno alla Gran Bretagna, Paese da sempre tacciato di anti-europeismo, ma, alla fine dei conti, molto più attaccato alle sorti del Vecchio Continente dell’Eliseo. Londra sarà sì contraria al rafforzamento delle strutture politiche comuni – sopratutto difensive – ma in quanto a liberalizzazioni, indipendenza energetica, gestione razionale del budget UE, ed allargamento ad Est – per prevenire un crollo dell’Europa per mano della Russia tanto verosimile domani quanto la crisi dell’Euro oggi – non si è mai tirata indietro, ed è sempre stata in prima fila per l’interesse comunitario: spesso, scontrandosi con la chiusura dell’asse franco-tedesco che, oltre ai meschini sorrisetti nei confronti dell’Italia, ha avuto persino il coraggio in occasioni pubbliche di invitare il Premier britannico, David Cameron, al silenzio.

In conclusione, bene ha fatto Schmid a porre la questione, ma difficilmente la tabula rasa politica muterà la mentalità della classe dirigente europea. A subentrare a Sarkozy, Merkel, e Berlusconi saranno persone che difficilmente ascolteranno ragioni scomode e alloro distanti, sia geograficamente che culturalmente. Il vero vento nuovo – o rottamazione come dice qualcuno a Firenze – deve interessare le menti più che il colore di un ceto governante ancora attaccato ai dogmi ideologici del passato – peraltro perdenti, come dimostrato dalla storia. Non occorrono cambi di poltrone, ma misure immediate, con uno sguardo più ampio sulla realtà, e lungimirante in vista un futuro sempre più nero per gli europei del domani.

Matteo Cazzulani