LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Guerra del Gas Ucraina-Russia: l’Europa media

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on March 6, 2016

Il Vice Presidente della Commissione Europea, Maros Ševčovič, si è detto pronto a mediare la disputa tra la compagnia energetica statale ucraina Naftohaz e il monopolista statale russo del gas Gazprom. La querelle originata dalla decisione di Kyiv di rinunciare alle importazioni di gas da Mosca a seguito dell’annessione della Crimea e dell’occupazione del Donbas



Varsavia – Mediare è quasi sempre positivo, sempre che non i tratti di un equilibrismo fine a sé stesso destinato a mettere a repentaglio la sicurezza energetica europea. Nella giornata di martedì, Primo Marzo, durante il VII Forum Energetico Ucraino, organizzato a Kyiv dall’Instituto Adam Smith, il Vicepresidente della Commissione Europea, Maros Ševčovič, ha dichiarato che l’Unione Europea è pronta ricoprire il ruolo di mediatore nella disputa tra la compagnia energetica nazionale ucraina Naftohaz e il monopolista statale russo del gas Gazprom.

La contesa, che verrà analizzata presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma, è originata dalla richiesta di Gazprom di un risarcimento di 30 Miliardi di Dollari per il mancato pagamento da parte di Naftohaz del contratto che le parti hanno firmato per le forniture di gas dalla Russia all’Ucraina.

Nello specifico, a partire dal 2016 Naftohaz ha bloccato l’importazione del gas di Gazprom in seguito alla decisione del Governo ucraino di rinunciare totalmente alle importazioni di energia dalla Russia come reazione all’annessione russa della Crimea e all’occupazione del Donbas.

Come pronta risposta alla decisione del Governo ucraino, Gazprom ha messo in discussione la possibilità di continuare ad esportare gas in Unione Europea, accusando l’Ucraina di non essere un partner affidabile per il transito di risorse energetiche tra Russia e UE.

Da parte sua, l’Ucraina ha garantito il transito del gas russo diretto in Unione Europea attraverso il suo Sistema Infrastrutturale Energetico: una rete capillare di gasdotti attraverso i quali Gazprom, da sempre, esporta circa l’80% del gas riservato al mercato UE.


Tra Ucraina e Russia, il gas è sempre stato uno strumento di contesa economico-politica. Da un lato, Mosca si è avvalsa della dipendenza degli ucraini dalle risorse energetiche russe per destabilizzare i Governi filo europei a Kyiv tagliando sistematicamente le forniture di oro blu. 

Così avvenne nel 2006 e nel 2009, quando l’Amministrazione Presidenziale di Viktor Yushchenko e i Governi “arancioni” di Yulia Tymoshenko decisero di intraprendere il processo di avvicinamento dell’Ucraina all’Europa.

Dall’altro, Kyiv si è avvalsa dei Diritti di transito del gas russo verso l’Unione Europea per ottenere da Gazprom un tariffario scontato: una posizione di forza che, tuttavia, l’Ucraina ha perso nel 2009. 

Allora, il Governo Tymoshenko fu costretto ad accettare un tariffario stellare a causa dell’inserimento nelle trattative per il rinnovo dei contratti tra Naftohaz e Gazprom della RosUkrEnergo, compagnia energetica posseduta da oligarchi vicini all’ex-dittatore ucraino Viktor Yanukovych appoggiata politicamente dall’Amministrazione Yushchenko.

Oltre all’Ucraina, ad avere avuto problemi contrattuali con Gazprom sono stati anche Paesi membri dell’Unione Europea, come Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia, che hanno lamentato l’applicazione da parte del monopolista russo di tariffari “politici”, più cari rispetto alla media di mercato.

Nel contempo, Gazprom ha valorizzato i Paesi dell’Unione Europea occidentale -maggiormente favorevoli a mantenere strette relazioni con Mosca- concedendo sconti a compagnie francesi, tedesche e italiane in cambio del supporto di Berlino, Parigi e Roma alla realizzazione del Nordstream e del Southstream: gasdotti progettati per veicolare gas dalla Russia direttamente a Germania e Italia, bypassando i Paesi UE dell’Europa Centro Orientale.


Dinnanzi alla questione, la Commissione Europea ha reagito con fermezza aprendo una procedura di infrazione contro Gazprom per l’applicazione di tariffari politicamente motivati ai Paesi dell’Europa Centro-Orientale. La Commissione Europea ha anche congelato la realizzazione del Southstream per via della sua non conformità al Terzo Pacchetto Energetico Europeo: legge UE che vieta il possesso congiunto di gasdotti e gas da parte di una sola compagnia.

Tuttavia, la Commissione Europea non ha saputo chiudere la partita del Nordstream -il cui primo tratto è stato realizzato nel 2012- sul quale Gazprom ha avviato un progetto di potenziamento appoggiato da potentati economici tedeschi, francesi, belgi ed olandesi. 

Da un lato, per voce di Ševčovič, la Commissione Europea ha rigettato categoricamente il prolungamento del Nordstream, denunciando il progetto come contrario sia alla legge UE, che al piano di diversificazione delle forniture energetiche che l’Unione Europea ha avviato per diminuire la dipendenza dal gas russo importando oro blu dall’Azerbaijan e LNG da Qatar, Norvegia e Stati Uniti d’America. 

La Commissione Europea, e il Vicepresidente Ševčovič nello specifico, ha anche fortemente contestato la volontà di Gazprom di dividere la solidarietà interna all’UE facendo leva sugli interessi dei singoli Paesi membri in materia di energia.

Dall’altro, singoli Paesi membri dell’Unione Europea, come Germania e Francia, non hanno nascosto il loro pieno sostegno al Nordstream malgrado l’incompatibilità con la legge UE. 

Il Vice Cancelliere tedesco, Sigmar Gabriel, si è fatto portavoce di un fronte pro-Nordstream al quale appartengono molti parlamentari tedeschi, francesi e olandesi, nonché membri dell’Europarlamento fortemente influenzati dalla lobby energetica russa: una delle più attive a Strasburgo.

Considerati i precedenti tra Ucraina e Russia, e tra Russia ed Unione Europea, la disputa energetica tra Naftohaz e Gazprom si preannuncia, dunque, molto delicata.


L’importanza del Sistema Infrastrutturale Energetico ucraino

Dal punto di vista europeo, è auspicabile che la Commissione Europea assuma una posizione ferma e non-negoziabile in merito alla necessità di mantenere l’Ucraina come principale Paese di transito del gas russo nel mercato dell’Unione Europea.

Infatti, la realizzazione di gasdotti che uniscono la Russia a Paesi dell’Europa Occidentale mette a repentaglio la solidarietà interna UE in materia di energia e, più nello specifico, la realizzazione dell’Unione Energetica Europea: progetto concepito dal Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per creare un mercato unico UE del gas. 

Inoltre, la realizzazione del Southstream e il prolungamento del Nordstream aumenterebbero la quantità di gas russo importato in Unione Europea, de facto contrastando la politica di diversificazione delle forniture che la Commissione Europea ha varato per garantire la libera concorrenza e, sopratutto, la sicurezza energetica dei Paesi UE.

Dall’altro, è importante che Ševčovič si ricordi che l’Ucraina rappresenta un Paese di transito affidabile e sicuro, grazie ad una rete di gasdotti capillare e in buono stato. 

Teoricamente, il blocco del flusso del gas russo verso l’Unione Europea attraverso l’Ucraina può verificarsi infatti solo in caso di 29 avarie contemporanee in altrettanti punti del sistema infrastrutturale energetico ucraino.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

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Ucraina e Russia vicine ad una nuova Guerra del Gas

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on April 6, 2014

Il Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev, incrementa a ben oltre gli standard di mercato il prezzo del gas imposto agli ucraini per via dell’invalidamento degli Accordi di Kharkiv. Critiche da parte del Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, che non esclude altre ripercussioni da parte di Mosca su Kyiv.

Dopo l’occupazione militare, l’attacco energetico per indebolire ulteriormente la situazione economica e politica dell’Ucraina. Nella giornata di giovedì, 3 Aprile, il Primo Ministro della Federazione Russa, Dmitry Medvedev, ha dichiarato l’aumento a 485 Dollari per mille metri cubi del gas russo venduto dal monopolista statale russo Gazprom all’Ucraina, che dipende dalle importazioni di oro blu della Russia per il 92% del suo fabbisogno.

L’incremento del prezzo del gas è dovuto al venir meno degli Accordi di Kharkiv che, nel Maggio 2010, l’ex-Presidente ucraino, Viktor Yanukovych, ha firmato con Medvedev in cambio del prolungamento della permanenza della Flotta russa del Mar Nero nel porto ucraino di Sebastopoli.

Secondo il Primo Ministro russo, che agisce alle dirette dipendenze del Presidente, Vladimir Putin, con l’annessione della Crimea alla Federazione Russa, seguita ad un’occupazione militare che ha infranto Accordi Internazionali a garanzia dell’integrità territoriale di Kyiv, le clausole dell’Accordo sono venute meno.

Così, i rapporti contrattuali tra Gazprom e Kyiv sono tornati ai parametri del 2009, quando, pur di ripristinare il flusso di gas interrotto dal Cremlino per destabilizzare la coalizione arancione filo europea al Governo allora in Ucraina, l’ex-Premier ucraina, Yulia Tymoshenko, ha accettato l’imposizione di un tariffario superiore a quello applicato ai Paesi UE.

Pronta è stata la risposta alle pretese di Medvedev del Premier ucraino, Arseniy Yatsenyuk, che ha definito il tariffario imposto da Mosca inaccettabile, ed ha assicurato in merito alla disponibilità di Kyiv di saldare i debiti finora accumulati con Mosca.

Inoltre, Yatsenyuk, che ha illustrato come possano essere possibili anche pressioni di carattere energetico-commerciale ed economico da parte della Russia, ha dichiarato che il prezzo giusto per la vendita di gas all’Ucraina ammonterebbe a 268 Dollari per mille metri cubi: un tariffario pienamente in linea con i parametri di mercato.

Per questa ragione, il Premier ucraino ha ventilato la possibilità che l’Ucraina interrompa le importazioni di gas dalla Russia. Per fare ciò, Kyiv potrebbe contare sull’implementazione dello sfruttamento dei propri giacimenti e, sopratutto, sull’avvio dell’importazione di gas russo dalla Germania, che la compagnia tedesca RWE si è già detta pronta a vendere all’Ucraina attraverso i gasdotti di Polonia, Slovacchia ed Ungheria.

Kyiv porta Mosca al ricorso all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma

Ancora più risoluta di quella del Premier ucraino è la posizione del Ministro dell’Energia, Yuri Prodan, che ha dichiarato la possibilità di un ricorso dell’Ucraina presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma contro il tariffario iniquo applicato da Gazprom a Kyiv.

Per i russi, non sarebbe la prima volta che Gazprom si trova a dover rispondere ad un ricorso deposto presso l’Arbitrato Internazionale.

Già più volte nel passato, la Corte di Stoccolma ha condannato le condizioni contrattuali imposte dal monopolista statale di Mosca ad altri Paesi a seconda di logiche politiche e geopolitiche, e non meramente commerciali.

Matteo Cazzulani

GAS: LA RUSSIA RIAPRE LA CONTESA CON L’UCRAINA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on January 28, 2013

Il monopolista statale russo del gas, Gazprom, richiede un maxirisarcimento al colosso nazionale ucraino Naftohaz per il decremento del gas importato. L’isolamento internazionale di Kyiv rischia di favorire l’espansione geopolitica di Mosca in Europa Orientale.

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Il Presidente russo, Vladimir Putin

Un maxirisarcimento per onorare la clausola “Prendi o Paga”. Nella giornata di Domenica, 27 Gennaio, il monopolista statale russo del gas, Gazprom, ha richiesto al colosso energetico ucraino Naftohaz i danni per mancato rispetto degli accordi contrattuali.

Come riportato dal Financial Times, Gazprom – ente controllato direttamente dal Cremlino – ha richiesto il saldo della clausola “Prendi o Paga”, che costringe Naftohaz a pagare una determinata quota per il gas importato a prescindere dal suo effettivo utilizzo.

Secondo il contratto vigente, firmato in fretta nel Gennaio 2009 dell’ex-Premier Yulia Tymoshenko pur di ripristinare il flusso di gas verso l’Unione Europea che i Russi avevano strumentalmente tagliato, Naftohaz è obbligata ad acquistare all’anno un minimo di 41 Miliardi di metri cubi di gas, ma nel 2012 la quota importata è stata solo di 33 Miliardi di metri cubi.

La diminuzione delle importazioni di gas è stata decisa dal Governo ucraino dopo l’ennesimo diniego da parte di Gazprom di limitare le tariffe per il gas venduto a Naftohaz, come invece concesso dal monopolista russo ad alcune compagnie “alleate” dell’Unione Europea.

Per l’Ucraina – che dipende al 90% dalle forniture di gas dalla Russia – la risoluzione della controversia con la Russia appare difficile da risolvere.

Con la realizzazione del Nordstream – gasdotto costruito sul fondale del Mar Baltico per rifornire di 55 Miliardi di metri cubi di gas direttamente la Germania – e l’avvio del Southstream – infrastruttura concepita per veicolare 63 Miliardi di metri cubi di gas in Austria tramite il fondale del Mar Nero, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia – Mosca ha isolato Kyiv, e, nel contempo, ha privato il Governo ucraino della possibilità di rifarsi sui diritti di transito del gas russo verso l’Unione Europea.

Come riportato da Gazeta Wyborcza, un’ipotesi per la risoluzione della controversia potrebbe essere il ricorso da parte di Naftohaz all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma, che già in passato ha sanzionato Gazprom per condotta anti-concorenziale nei mercati energetici dei Paesi UE dell’Europa Centro-Orientale.

A rendere difficile la riuscita dell’operazione potrebbe essere però il mancato appoggio all’Ucraina da parte della Comunità Occidentale, irritata in seguito alla condotta autoritaria del Presidente ucraino, Viktor Yanukovych.

Una volta preso il potere nel 2010 con la vittoria nelle Elezioni Presidenziali, Yanukovych ha limitato la libertà di stampa, ed ha disposto arresti politici nei confronti dei principali esponenti dell’Opposizione, tra cui la carismatica leader dello schieramento democratico “arancione” Yulia Tymoshenko: condannata a 7 anni e mezzo di carcere dopo un processo in cui la difesa è stata sistematicamente privata dei suoi diritti.

La nuova crisi del gas tra Russia e Ucraina potrebbe comportare conseguenze geopolitiche di notevole importanza anche per l’Unione Europea.

Alla fine del 2012, il Presidente russo, Vladimir Putin, ha ventilato l’ipotesi di concedere il richiesto sconto per le tariffe del gas importato dall’Ucraina in cambio dell’ingresso di Kyiv nell’Unione Eurasiatica: progetto di integrazione sovranazionale coordinato da Mosca per ristabilire la leadership del Cremlino nello spazio ex-Sovietico.

Mosca contro la ricerca di shale in Ucraina

Come riportato sempre da Gazeta Wyborcza, la minaccia della Russia è anche motivata dalla scelta dell’Ucraina di avere affidato ai colossi energetici occidentali Chevron – USA – e Shell – Paesi Bassi – l’avvio dello sfruttamento di gas shale in territorio ucraino.

Non è un caso che la richiesta di risarcimento da parte di Gazprom sia stata inviata a Naftohaz a pochi giorni dalla firma di un accordo tra il Governo ucraino e la Shell per lo sfruttamento del giacimento di shale di Yuziv, avvenuta a margine del Forum Internazionale Economico di Davos.

Noto anche come gas di scisto, lo shale è un carburante non convenzionale ubicato in rocce porose a bassa profondità, estratto con sofisticate tecniche di fracking ad oggi operate in sicurezza solo in Nordamerica.

Secondo diverse stime, anche l’Europa è ricca di shale, sopratutto nel sottosuolo di Polonia, Gran Bretagna, Lituania, Romania, Ucraina e Germania: Paesi che hanno avviato la ricerca dello scisto. Al contrario, Francia e Bulgaria sullo shale hanno posto una moratoria.

Matteo Cazzulani

L’ARBITRATO DI STOCCOLMA DA RAGIONE ALLA POLITICA ENERGETICA EUROPEA DELLA LITUANIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on August 1, 2012

Rigettato il ricorso del monopolista russo Gazprom contro l’applicazione da parte delle Autorità lituane del Terzo Pacchetto UE. Vilna libera di procedere nel progetto di diversificazione delle forniture di gas e, concordemente con la legislazione di Bruxelles, nella liberalizzazione della gestione dei gasdotti nazionali

La presidente lituana, Dalija Grybauskaite

Sì all’applicazione delle leggi europee, no alla politica energetica della Russia monopolista. E’ chiaro il verdetto dell’Arbitrato Internazionale di Stoccolma che, nella giornata di martedì, 30 Luglio, ha sostenuto le ragioni della Lituania nella disputa giudiziaria avviata dal monopolista russo, Gazprom.

Supportato dalle Autorità politiche della Federazione Russa, Gazprom, nell’Agosto del 2011, ha esposto ricorso contro il Governo lituano per la decisione di Vilna di nazionalizzare, e poi re-privatizzare, la compagnia energetica nazionale Lietuvos Dujos.

Con il ricorso, il monopolista russo, che possiede il 37% delle azioni della compagnia nazionale della Lituania, ha inteso costringere la Lituania a rivedere le proprie decisioni, ed accettare la presenza di Gazprom come principale gestore del sistema infrastrutturale energetico lituano.

L’Arbitrato di Stoccolma ha invece accolto la versione di Vilna, che ha giustificato l’estromissione di Gazprom dal controllo dei gasdotti nazionali con la necessità di applicare il Terzo Pacchetto Energetico UE.

Questa legge, varata dal Parlamento Europeo nel 2009 con lo scopo di avviare una politica comune di Bruxelles sul tema del gas, e garantire la sicurezza nazionale dei 27 Paesi del Vecchio Continente, sancisce la liberalizzazione della gestione dei gasdotti ubicati in territorio UE, e ne vieta il controllo totale da parte di enti monopolisti extra-europei come, appunto, Gazprom.

Contraria è stata la reazione del monopolista russo, che a sostegno del suo ricorso ha addotto la necessità di garantire gli investimenti già realizzati nel sistema infrastrutturale energetico lituano. Inoltre, Gazprom ha pubblicamente contestato il Terzo Pacchetto Energetico UE, e ha presentato un ulteriore ricorso all’Arbitrato Internazionale YUNISTRAL per ottenere un verdetto favorevole.

Dietro il comportamento di Gazprom risiede un preciso disegno geopolitico di Mosca, che si avvale della questione energetica come arma per mantenere la propria egemonia in Europa Centro-Orientale, ed impedire all’Unione Europea il varo di una politica autonoma e comune.

Con la logica del divide et impera, Gazprom ha concesso sconti nelle forniture del gas alle compagnie dei Paesi dell’Europa Occidentale – Germania, Francia e Italia – in cambio della cessione parziale o totale della gestione dei gasdotti nazionali, e del sostegno incondizionato di Berlino, Parigi e Roma ai progetti energetici della Russia in campo internazionale.

Il monopolista russo ha poi mantenuto alte le tariffe per i Paesi dell’Europa Centrale ed Orientale, ed ha provveduto alla realizzazione di due infrastrutture miranti all’isolamento energetico di Polonia, Lituania, Ucraina, Romania, Moldova ed Ungheria come i gasdotti Nordstream – già realizzato – e Southstream – in corso di realizzazione.

Premiato il coraggio “europeo” dei lituani

Il verdetto di Stoccolma premia così la politica energetica della Lituania che, dipendente com’è per più dell’89% dal gas della Russia, si è avvalsa dei regolamenti dell’Unione Europea per garantire la propria sicurezza energetica.

Vilna ha avviato la presa di possesso da parte del Governo lituano del 100% delle azioni della Lietuvos Dujos: l’ente gestore dei gasdotti del Paese, controllato per il 37% da Gazprom, e per il 38% dalla compagnia tedesca E.On, tradizionale alleata del monopolista russo.

Subito dopo la nazionalizzazione, la Lituania ha stabilito l’immediata re-privatizzazione della Lietuvos Dujos a società registrate nell’UE, ed ha impedito la partecipazione nella vendita delle quote della compagnia nazionale ad enti registrati al di fuori del Vecchio Continente.

Oltre che nel settore dei gasdotti, la Lituania ha approntato una politica energetica mirante a garantire l’indipendenza di Vilna anche in altri ambiti. Insieme con gli altri Paesi Baltici – Lettonia ed Estonia – il Governo lituano ha avviato la costruzione di un rigassificatore a Klaipeda con lo scopo di individuare alternative al gas russo.

Per diversificare le forniture di energia dal solo oro blu, la Lituania ha inoltre avviato la costruzione di una centrale nucleare, e in tale settore ha avviato una stratta cooperazione con altri Stati UE fortemente dipendenti dalla politica energetica della Russia come la Polonia.

Matteo Cazzulani

L’ALLARME DI BARROSO: INDIPENDENZA ENERGETICA DELL’EUROPA A RISCHIO PER IL PROSSIMO INVERNO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on July 22, 2012

In un’intervista al Centro Razumkov, il Presidente della Commissione Europea ha dichiarato preoccupazione per l’evolversi della situazione energetica in Ucraina. Secondo il portoghese, nel prossimo inverno nulla esclude l’ennesima interruzione arbitraria delle forniture all’Europa da parte della Russia

Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso

Tante nubi con possibilità di tempesta, freddo e gelo. Non si tratta delle previsioni meteorologiche per il prossimo inverno, bensì del clima che in Europa potrebbe verificarsi sul piano della politica energetica.

A riportare tale opinione è stato il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, che, in un’intervista all’autorevole centro di analisi geopolitica Razumkov, ha dichiarato di osservare con preoccupazione l’evolversi della politica energetica dell’Ucraina: un Paese di importanza cruciale per le forniture di gas all’UE.

Una delle questioni più dirimenti da risolvere è la ristrutturazione del sistema infrastrutturale energetico ucraino: i gasdotti di Kyiv, tramite i quali viene trasportato l’80% circa del gas diretto in UE, sono ad oggi in uno stato critico. Per la loro manutenzione, l’Ucraina, che sta cercando di ottenere uno sconto sulle forniture dell’oro blu dalla Russia, ha più volte sostenuto l’ipotesi di varare un consorzio trilaterale compartecipato da enti ucraini, europei e russi.

La proposta di Kyiv non ha incontrato il favore di Barroso. Il Presidente della Commissione Europea ha espresso forti dubbi in merito al successo dei colloqui tra Ucraina e Russia per la revisione al ribasso delle tariffe per il gas, e ha evidenziato come, così come nel passato, i colloqui tra Kyiv e Mosca possono portare ad un’impasse politica e all’interruzione delle forniture di oro blu, per la quale a pagare sarebbero solo gli ucraini e gli europei.

“Nel Marzo 2009, l’Unione Europea si è impegnata ufficialmente a sostenere la modernizzazione del sistema infrastrutturale ucraino, previa realizzazione a Kyiv delle riforme in senso democratico e occidentale del sistema energetico nazionale – ha dichiarato Barroso – Non siamo contrari al consorzio a tre coi russi, ma se questa dovesse essere la scelta delle Autorità ucraine i lavori dovranno essere svolti secondo le logiche del libero mercato e della libera concorrenza”.

Sullo sfondo delle parole di Barroso sta il comportamento dell’ente monopolista del gas russo, Gazprom. Esso è una vera e propria arma politica adoperata dal Cremlino per mantenere la propria egemonia politica sui Paesi dell’Europa Centro-Orientale e, più in generale, dello spazio ex-Sovietico.

Nei confronti dell’Ucraina, Gazprom ha più volte interrotto l’invio di gas – nuocendo all’Unione Europea: rimasta a secco di oro blu per diversi giorni nel pieno dell’inverno – per destabilizzare i governi di Kyiv, ed indurli ad effettuare concessioni a Mosca sul piano politico.

Nonostante la condotta del monopolista russo, il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, ha a più riprese sottolineato la necessità di coinvolgere Gazprom nel processo di ristrutturazione dei gasdotti nazionali.

Tuttavia, la presenza dei russi nel consorzio per la modernizzazione delle condutture di Kyiv potrebbe costituire l’inizio di una scalata da parte di Gazprom al possesso del sistema infrastrutturale energetico dell’Ucraina che, una volta effettuata, comporterebbe il totale controllo politico su Kyiv da parte di Mosca.

Significativa per comprendere la problematica legata alla forte presenza di Gazprom nei sistemi infrastrutturali energetici europei è la condotta del monopolista russo nei confronti degli enti del Vecchio Continente.

Per mantenere a se legati politicamente i Paesi dell’Europa Occidentale, la Russia ha avviato una campagna di ritocco al ribasso delle tariffe per il gas con le principali compagnie di Germania, Francia, Slovenia, Slovacchia e Austria in cambio della cessione da parte di quest’ultime del controllo parziale o totale sui gasdotti nazionali.

Tra i pochi ad opporsi alla politica di Gazprom figura la Lituania, che per diminuire la quasi totale dipendenza dalle importazioni dalla Russia ha applicato alla lettera il Terzo Pacchetto Energetico UE, che vieta ai monopolisti registrati al di fuori dell’UE – come Gazprom – il possesso delle condutture europee.

Varsavia porta Mosca in tribunale

Un altro Paese che sta combattendo contro il monopolista russo è la Polonia. Il colosso energetico nazionale PGNiG da tempo ha avviato trattative per il ritocco al ribasso di un contratto per l’importazione di gas che, ad oggi, obbliga Varsavia a pagare l’oro blu secondo un tariffario più caro rispetto a quello imposto dai russi a tedeschi e francesi.

Dinnanzi ai continui dinieghi da parte di Gazprom, l’ente nazionale polacco ha deciso di rivolgersi all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma, lamentando a più riprese l’impossibilità di arrivare a un compromesso con Mosca e, sopratutto, denunciando la mancata volontà da parte dei russi di condurre con Varsavia simili trattative rispetto a quelle intavolate con Berlino e Parigi.

“Non vediamo altra soluzione che il ricorso alla Corte Internazionale – ha dichiaratoalla Reuters la Direttrice di PGNiG, Grazyna Petrowska-Oliwa – l’Arbitrato non esclude il mantenimento della possibilità di condurre trattative, ma al momento attuale le parti sono troppo distanti per il raggiungimento di un compromesso condiviso”.

Matteo Cazzulani

LA RUSSIA LASCIA L’UCRAINA A SECCO DI GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 24, 2012

Come preannunciato poche ore prima, il monopolista russo, Gazprom, ha trasferito il trasporto di oro blu riservato agli acquirenti Occidentali dalla tratta ucraina a quelle settentrionali: attraverso la Bielorussia e il Mar Baltico. La mossa è dettata dalla volontà di Mosca di impadronirsi dei gasdotti di Kyiv per unificare le proprie condutture con quelle già pre-acquisite in Unione Europea, e, così, mantenere la propria egemonia energetica, e politica, sul Vecchio Continente, l’Italia in primo luogo. L’Europa Centrale si ribella alla politica energetico-imperiale del Cremlino

Francobollo celebrativo dell'Urenhoj-Pomary-Uzhhorod di epoca sovietica

“Il transito del gas russo diretto in Europa per il territorio ucraino sarà presto pari a zero”. E’ con queste parole che giovedì, 23 Febbraio, il rappresentante del monopolista statale energetico russo Gazprom, Segej Kuprijanov, ha lanciato l’ennesimo attacco mediatico all’Ucraina e, de facto, ha riaperto il contenzioso per il gas tra Mosca e Kyiv.

Secondo Kuprijanov, il totale sfruttamento dei programmi infrastrutturali di Gazprom – di quelli realizzati e di quelli ancora in cantiere – permetteranno alla Russia di escludere il territorio ucraino dall’itinerario attraverso il quale Mosca invia il proprio oro blu agli acquirenti europei.

Nello specifico, Kuprijanov ha fatto riferimento al Nordstream – gasdotto sul fondale del Mar Baltico costruito dai russi per rifornire direttamente la Germania e bypassare Paesi politicamente invisi al Cremlino, come Stati Baltici e Polonia – e al gasdotto Jamal-Europa, che collega il territorio russo a quello tedesco transitando per Polonia e Bielorussia.

Come successivamente rilevato dall’autorevole Interfax, il flusso di gas attraverso il Nordstream sarebbe stato già incrementato a spese di quello del Jamal-Europa che, secondo i piani esposti da Kuprijanov, è stato liberato per supplire alla rinuncia dello sfruttamento della conduttura Urengoj-Pomary-Uzhhorod che attraversa tutto il territorio ucraino, e dalla quale transita l’80% del gas che Gazprom vende agli acquirenti occidentali, tra cui l’Italia.

Oltre all’immediato isolamento energetico dell’Ucraina, la Russia ha alzato la posta anche per il futuro. Sempre giovedì, 23 Febbraio, il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, ha ordinato al Capo di Gazprom, Aleksej Miller, di accelerare i tempi per la costruzione del Southstream: gasdotto sottomarino che, similmente al Nordstream, ha lo scopo di rifornire di gas russo direttamente l’Europa Occidentale, bypassando Stati ritenuti ostili al Cremlino come Romania, Moldova e, per l’appunto, l’Ucraina.

Pronta la risposta del Primo Ministro ucraino, Mykola Azarov, che dinnanzi alle minacce di isolamento energetico provenienti dalla Russia, si è detto comunque ottimista, e si è detto sicuro di trovare un’uscita dall’intricata situazione.

“I russi hanno la possibilità di sfruttare appieno il nostro sistema infrastrutturale energetico – ha dichiarato Azarov – se poi costoro hanno intenzione di buttare del danaro in progetti incerti che facciano pure”.

Secondo diversi analisti, Azarov – più o meno volutamente – non avrebbe colto la vera ragione della dura posizione presa dai russi. Con le minacce di isolamento energetico, accompagnate dalle accuse di appropriazione indebita del gas destinato agli acquirenti occidentali – che di recente Mosca ha mosso a Kyiv per mascherare il taglio delle forniture verso l’Europa: volutamente attuato per incrementare la pressione politica nei confronti degli ucraini – la Russia intende costringere l’Ucraina a cedere la gestione totale o parziale dei propri gasdotti.

Consapevole di non potere soddisfare la crescente domanda di gas da parte dell’Europa, ed intenzionata a mantenere la propria egemonia energetica sul Vecchio Continente, Mosca ha deciso di puntare sul controllo delle infrastrutture dell’UE, così da risultare determinante non solo nella compravendita di oro blu, ma anche nel suo trasporto attraverso l’Unione Europea.

Accordi in tale direzione sono già stati firmati con Germania, Francia, Slovenia, Austria e Slovacchia: per questo, il controllo dei gasdotti dell’Ucraina rappresenta per la Russia una mossa strategica, necessaria per unire le proprie condutture a quelle già controllate nei Paesi UE.

Tale scenario comporterebbe gravi conseguenze in primis per l’Italia, che, già fortemente dipendente dal gas della Russia, si troverebbe costretta a fare i conti con un monopolista che, otre alle materie prime, controlla anche l’intero tragitto dei gasdotti da Mosca al Tarvisio.

Secondo diversi politologi, le possibilità di resistenza dell’Ucraina sono minime. Alla ricerca di uno sconto sulla bolletta del gas, e sempre più isolato a livello internazionale – sopratutto dopo la repressione politica scatenata contro esponenti dell’Opposizione Democratica, tra cui la sua Leader, Julija Tymoshenko – il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, sarà presto costretto a cedere al diktat di Mosca.

Peraltro, Julija Tymoshenko – nota in Occidente per avere guidato nel 2004 il processo democratico passato alla storia come Rivoluzione Arancione – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi energetici con la Russia con cui, pur accettando un tariffario oneroso, nel Gennaio 2009 ha garantito la sovranità dell’Ucraina sui propri gasdotti, e l’afflusso di gas in Unione Europea.

Polonia e Romania si ribellano alla Russia monopolista

Venuta meno l’Anima della rivoluzione arancione, altri sono gli enti, e i politici, che si oppongono alla politica imperiale del monopolista russo. Martedì, 22 Febbraio, il colosso energetico polacco PGNiG ha aperto un contenzioso con Gazprom presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma per richiedere la revisione di un contratto che lega Mosca a Varsavia dal 1996 e che, ad oggi, obbliga la Polonia a onorare tariffe più care di quelle imposte al resto dei Paesi dell’Unione Europea.

Nello specifico, PGNiG ritiene ingiusti, e politicamente motivati, gli sconti concessi da Gazprom alle principali compagnie dei soli Stati alleati della Russia, come Francia, Germania, Slovenia e Grecia. Questi ribassi, de facto, rendono la bolletta dei Paesi dell’Europa Centrale paradossalmente più salata rispetto a quella applicata a soggetti geograficamente più lontani dal territorio russo.

A reagire è stata anche la Romania. Su iniziativa del Presidente in persona, Traian Basescu, è stata avviata una campagna di ricerca di giacimenti domestici che, sempre martedì, 22 Febbraio, si è conclusa con successo: le compagnie Exxonmobile e OMV Petrom hanno individuato un serbatoio di gas nel mezzo del Mar Nero che consentirebbe a Bucarest un’autonomia energetica di tre anni.

“Cerchiamo di superare l’inverno gelido contando sul gas che siamo obbligati per contratto ad acquistare dalla Russia – ha dichiarato Basescu, come riportato dall’autorevole Mediafax – ma la Romania deve trovare forme alternative per superare le emergenze climatiche”.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MEZZA EUROPA CONTRO LA RUSSIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 23, 2012

Il colosso energetico polacco, PGNiG, denuncia il monopolista russo, Gazprom, all’Arbitrato di Stoccolma per le alte tariffe politiche applicate alla Polonia. Per la medesima ragione, la Lituania esclude Mosca dalla gestione dei propri gasdotti, mentre la Romania cerca nuovi giacimenti nel Mar Nero. Sempre più compromessa la posizione dell’Ucraina: isolata a livello internazionale e vittima degli appetiti imperiali del Cremlino

La carte dell'Europa Centro-Orientale presso la sede di Praga di Radio Liberty

E’ la prima volta che un’ente dell’Europa Centrale porta Gazprom in tribunale. Nella giornata di martedì, 21 Febbraio, la compagnia nazionale energetica polacca PGNiG ha aperto un contenzioso con il monopolista russo del gas presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma. Se questo procedimento giudiziario si chiuderà con una condanna per Mosca, le casse di Varsavia conteranno sulla restituzione di un’ingente quantità di danaro.

Come riportato dall’autorevole Gazeta Wyborcza, Gazprom è stata denunciata per non avere voluto rinegoziare gli accordi per le forniture di gas con la Polonia stretti nel 1996. Alcune clausole del contratto prevedono la possibilità di rinnovare l’accordo qualora uno dei due firmatari ne evidenzi il bisogno, come verificatosi nell’autunno del 2010. Allora, PGNiG ha richiesto la revisione al ribasso delle tariffe che, ancora oggi, per la Polonia sono più care rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

Gazprom ha varato una politica di revisione dei contratti con i partner europei orientata ad un deciso ribasso delle tariffe compensato da un consistente prolungamento della loro durata. Tuttavia, ad essere coinvolte in questo piano sono state solo le principali compagnie dell’Europa occidentale – tra cui le tedesche E.On e Wingas, la slovacca SPP, la francese Suez-Gaz de France, e l’italiana Edison – ma non quelle dell’Europa Centrale, le quali, malgrado la maggiore vicinanza geografica, sono state costrette ad acquistare l’oro blu russo a prezzi paradossalmente superiori.

Secondo analisti e politologi, il comportamento del monopolista russo è dettato dalla precisa volontà di Mosca di mantenere la propria egemonia energetica, e quindi anche politica, sul Vecchio Continente. Divisi tra Paesi “premiati” con uno sconto sulle tariffe per la loro fedeltà – Germania e Francia – e Stati “puniti” per avere sempre contrastato l’imperialismo russo – Polonia, Lituania e Romania – i 27 dell’UE, gli uni contro gli altri, restano pur sempre fortemente dipendenti dal gas del Cremlino.

Oltre ai polacchi, a ribellarsi a tale situazione sono stati anche lituani e romeni. In Lituania, il governo ha applicato alla lettera la legislazione europea che prevede l’esclusione di monopolisti extraeuropei dalla gestione dei gasdotti del Vecchio Continente, e, così, ha escluso Gazprom dal mercato energetico nazionale.

Come ribadito a più riprese, tale misura è stata provocata non solo dall’approvazione del Terzo Pacchetto Energetico – legge di Bruxelles che, per l’appunto, istituisce la liberalizzazione dei gasdotti dell’Unione Europea senza la compartecipazione unica di enti registrati al di fuori dell’UE – ma anche dalle alte tariffe per l’acquisto di gas che Gazprom, differentemente che nei confronti degli altri Paesi Baltici, ha imposto a Vilna.

La Romania, invece, ha deciso di puntare sul maggiore sfruttamento dei propri giacimenti di gas naturale che, come confermato mercoledì, 22 Febbraio da un’indagine delle compagnie specializzate americana Exxonmobile e dell’austriaca OMV Petrom, nel Mar Nero possiede in ingenti quantità.

Come riportato dall’autorevole Mediafax, il Presidente romeno, Traian Basescu, ha illustrato la necessità per il suo Paese di puntare sulle proprie risorse naturali per superare situazioni di emergenza climatica senza dipendere dalle condizioni dell’unico fornitore russo. Dalla capienza di 84 Miliardi di metri cubi di gas, situato a 3 Mila metri di profondità, il giacimento consentirebbe a Bucarest l’autosufficienza per tre anni consecutivi.

Oggi l’Ucraina. Domani il resto dell’Europa

La scoperta energetica della Romania chiama in causa un’altro Paese che da tempo sta combattendo le ambizioni imperiali e monopoliste della Russia, ovvero l’Ucraina. Infatti, il giacimento di gas nel Mar Nero si trova ad ovest dell’Isola dei Serpenti: territorio in passato conteso in sede giudiziaria internazionale tra Kyiv e Bucarest, la quale, nel 2009, è risultata, alla fine, vincitrice.

L’Ucraina è legata a Gazprom da un contratto oneroso basato su tariffe livellate allo standard europeo che, ad oggi, obbligano Kyiv a pagare una bolletta ben più cara persino di quella imposta alla Polonia. La firma di tale accordo è figlia dell’ultima Guerra del Gas del Gennaio 2009, quando Mosca, per destabilizzare il governo arancione filo-europeo di Julija Tymoshenko, ha interrotto le forniture di oro blu verso il territorio ucraino, e, nel contempo, ha lasciato a secco l’intera Europa centro-meridionale.

Pur di rinnovare l’invio di gas per scaldare il suo Paese, e garantire all’Unione Europea un inverno al caldo, Julija Tymoshenko ha accettato gli alti prezzi imposti dal monopolista russo: una decisione pagata molto caro, dal momento in cui, caduto il suo governo, l’anima del processo democratico – che in Ucraina ha preso il nome di “Rivoluzione Arancione” – è stata condannata al carcere proprio per avere firmato accordi ritenuti sconvenienti.

Nell’inverno 2011, la Russia ha posto la cessione a Gazprom della gestione dei gasdotti ucraini come unica condizione per la revisione al ribasso delle tariffe per l’acquisto di gas, richieste a più riprese dall’attuale Presidente, Viktor Janukovych. Il Capo di Stato ucraino, isolato com’è a livello internazionale dopo il trattamento riservato alla Tymoshenko e a un’altra decina di esponenti dell’Opposizione Democratica – parimenti arrestati per ragioni politiche – con tutta probabilità sarà costretto ad accettare il diktat di Mosca.

Tale scenario, tutt’altro che improbabile, comprometterebbe l’indipendenza energetica dell’Unione Europea e, con essa, la sicurezza nazionale di molti dei suoi Paesi membri: la gestione dei gasdotti ucraini permetterebbe a Mosca il collegamento diretto della propria rete infrastrutturale con quella già parzialmente posseduta grazie alla firma di specifici accordi con i Paesi interessati, di Germania, Francia, Austria, Slovenia, e Slovacchia.

Il controllo diretto delle infrastrutture attraverso le quali l’oro blu russo è importato in Europa, sommato all’egemonia di Gazprom nella compravendita del gas nel Vecchio Continente, neutralizzerebbe ogni tentativo di politica energetica indipendente approntato, con fatica, dalla Commissione Barroso, e renderebbe Bruxelles letteralmente vassalla dell’impero energetico del Cremlino monopolista.

Matteo Cazzulani

TRA POLONIA E RUSSIA E DI NUOVO GUERRA DEL GAS

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 9, 2011

Il colosso polacco PGNiG ricorre all’Arbitrato di Stoccolma contro il monopolista russo Gazprom per il mancato ritocco al ribasso di tariffe onerose per l’oro blu, che obbligano Varsavia ad un prezzo più alto di quello applicato da Mosca agli acquirenti occidentali. Una cerimonia ufficiale con la presenza delle alte Autorità apre il Nordstream, gasdotto con cui il Cremlino divide l’Europa

Ilpercorso del Nordstream

Il percorso del Nordstream

L’apertura delle ostilità – seppur per ora circoscritte alle carte bollate – era solo questione di tempo. Nella giornata di lunedì, 7 Gennaio, il colosso energetico polacco, PGNiG, ha esposto ricorso all’Arbitrato Internazionale di Stoccolma contro il monopolista russo, Gazprom, accusato di imporre tariffe troppo elevate che, al di fuori di ogni logica di mercato, costringono Varsavia a pagare il gas di Mosca a prezzi notevolmente superiori rispetto a quelli applicati a Berlino, Parigi, e Roma.

Una situazione paradossale, che, in realtà, nasconde il preciso obiettivo di Mosca di utilizzare l’arma energetica per dividere il Vecchio Continente, concedendo sconti con contratti a lungo termine a compagnie alleate – la tedesca E.On e la greca DEPA – altresì mantenendo alta la bolletta per Polonia e Lituania: quest’ultima di recente costretta ad appellarsi alla legge UE per estromettere i russi dal controllo dei gasdotti di Vilna.

Nello specifico, Varsavia si è appellata ad una clausola degli accordi che consente il ricorso a vie legali in caso di mancato raggiungimento di una mediazione dopo sei mesi dalla richiesta di revisione delle tariffe, che PGNiG ha presentato lo scorso 5 Maggio. Da allora, ogni vertice della parte polacca con gli esponenti di Gazprom è stato vano, e, così, la tanto temuta apertura delle ostilità si è rivelata l’unica soluzione necessaria per abbassare i costi delle forniture russe da cui Varsavia dipende per più del 70%.

Un dato non di poco conto che già in passato ha pesato sui rapporti di forza tra i due Paesi: dopo la stipula del contratto nel 1996, Gazprom ha unilateralmente imposto un aumento delle tariffe nel 2006, che PGNiG – senza fornitori alternativi – è stata costretta ad accettare per evitare uno scenario ucraino, rimanendo al gelo ed impedendo l’afflusso dell’oro blu di Mosca al resto dei Paesi UE. Nel Novembre 2010, i due governi hanno riaperto le trattative, e varato un accordo che, a tariffe più convenienti, ha obbligato Varsavia all’acquisto di gas, il cui costo è stato uniformato non a quello del mercato, ma a quello della nafta: un errore fatale, che la Polonia ha pagato caro con l’aumento del prezzo del greggio in seguito alla crisi libica.

 

Secondo quanto riportato dall’autorevole agenzia PAP, la parte polacca ha richiesto all’Arbitrato non solo il ritocco al ribasso dei prezzi di almeno il 10%, ma, sopratutto, la revisione del metodo di calcolo delle tariffe, non più legato ai costi di mercato della benzina. Sulle reali possibilità di vittoria della Polonia – Paese presidente di turno dell’Unione Europea – sono in molti a sperare, sopratutto in seno alla Commissione Barroso, che in Varsavia ha trovato un solido alleato nella creazione di una politica energetica UE quanto più indipendente dalle forniture russe.

Tuttavia, diversi esperti hanno sottolineato come il problema vero riguardi la rinegoziazione dei contratti a cui, in caso di esito positivo del ricorso, PGNiG sarà chiamata. Come evidenziato dall’ex-Presidente del colosso energetico polacco, Andrzej Lipko, Varsavia non può più contare sullo status di Paese-intermediario per il trasporto di gas verso l’Occidente europeo: una condizione che, in qualche modo, rendeva la Russia a sua volta dipendente dalla Polonia per rifornire i clienti geograficamente più lontani.

A mutare le carte in tavola – in favore di Mosca – è stata la costruzione del Nordstream, il gasdotto sul fondale del Mar Baltico che rifornisce di gas russo la Germania bypassando Paesi Baltici e Polonia: un’infrastruttura dal chiaro intento politico, che Gazprom – coadiuvata nella realizzazione della conduttura dalle compagnie tedesche E.On, francese Suez-Gaz de France, ed olandese Gasunie – non ha mai nascosto. Dunque, a pesare come un macigno sul futuro energetico della Polonia è un monumento al divide et impera che la Russia ha sapientemente saputo costruire per mantenere il Vecchio Continente dipendente dal gas – e, di conseguenza, dal diktat politico – del Cremlino.

Ironia della sorte, la cerimonia di avvio del Nordstream è avvenuta il giorno successivo al ricorso PGNiG. Ad essa, hanno presenziato il Presidente russo, Dmitrij Medvedev, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Primo Ministro francese, Jean-Jacques Fillon, ed il Premier olandese, Mark Rutte, tutti riuniti nella tedesca Lubmin: una località non casuale, poiché è da qui che il NordStream confluisce nel sistema OPAL, deputato al trasporto del gas russo in Repubblica Ceca, dove sarà smistato al resto degli acquirenti del Vecchio Continente – tra cui, probabilmente, anche la Polonia.

L’Europa divisa dipende dal Cremlino

Varsavia e la Commissione Europea hanno elaborato il varo di una rete di gasdotti per importare gas centro asiatico in UE senza transitare dalla Russia. Nel contempo, Polonia, Paesi Baltici, Spagna e Gran Bretagna hanno iniziato i lavori per la costruzione di rigassificatori in cui ricevere oro blu da Qatar, Norvegia, ed Irak: progetti ed infrastrutture che, tuttavia, richiedono tempo ed investimenti che un’Europa in forte crisi non può permettersi.

Sommando a tale situazione la crescente dipendenza dal gas – sopratutto di Germania ed Italia, che hanno rinunciato al nucleare – è difficile concepire un Vecchio Continente energicamente autonomo, e non costretto a dipendere da un unico fornitore, sempre più politicamente ed economicamente influente in un’Unione Europea cronicamente divisa ed incapace di parlare con una voce sola.

Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: LA LITUANIA DA IL BENSERVITO A GAZPROM

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 31, 2011

Vilna fissa per il 31 Ottobre 2014 l’esclusione del monopolista russo dal proprio sistema infrastrutturale energetico, forte di una legislazione UE che vieta ad enti non-europei il possesso dei gasdotti del Vecchio Continente. Azerbajdzhan e Turchia trovano l’accordo per le forniture di oro blu all’Europa, ma la Grecia alza la competizione interna al Corridoio Meridionale

Il ministro dell'energia lituano, Arvidas Sekmokas

Una vera e propria cacciata da casa propria in nome dell’Europa e della difesa degli interessi continentali. Nella giornata di venerdì, 28 Ottobre, il governo lituano ha fissato per il 31 Ottobre 2014 il termine entro cui il monopolista russo, Gazprom, deve abbandonare ogni azione della compagnia statale Lietuvos Dujos.

La decisione è stata presa in seguito a trattative tra le Autorità lituane ed esponenti della compagnia tedesca, E.On Ruhrgas – alla quale appartiene il 38,9% della Lietuvos Dujos – a cui non ha partecipato alcun rappresentante di Gazprom, proprietaria del 37,1% dell’ente nazionale lituano che, oltre alla compravendita di gas per la Lituania, è responsabile della gestione delle infrastrutture energetiche del Paese. Un boccone appetitoso per il monopolista russo che, coadiuvato dall’alleato tedesco, ha de facto controllato la Lietuvos Dujos fino ad oggi, ponendone alla presidenza il suo Vice-Capo, Valerij Golubjev: più volte accusato dal governo lituano di condotta antinazionale in quanto responsabile di un’oneroso tariffario ancor oggi applicato da Mosca a Vilna.

A cambiare le carte in tavola il varo, nel 2009, da parte della Commissione Europea, del Terzo Pacchetto Energetico: una legge che stabilisce la liberalizzazione del mercato del gas, vieta la gestione in regime di monopolio dei gasdotti del Vecchio Continente – sopratutto ad enti non-UE – ed impone la messa in comunicazione delle condutture di gas e nafta dei 27 Paesi dell’Unione con l’intento di creare un unico sistema infrastrutturale. Manna dal cielo per la Lituania che, legittimata dalla legislazione di Bruxelles, ha potuto iniziare una manovra per ristabilire la propria indipendenza energetica, allentando la presenza dei russi nel proprio mercato.

Da un lato, Vilna ha programmato la costruzione di una serie di rigassificatori, in sintonia con gli altri Paesi Baltici e con la Polonia – impegnati in simile iniziative, con il medesimo scopo di diminuire la dipendenza da Mosca – dall’altro, ha programmato il riassorbimento forzato della Lietuvos Dujos, il suo scorporo in due compagnie – incaricate rispettivamente della gestione dei gasdotti e della compravendita di gas – e l’immediata vendita delle loro quote all’azionariato lituano ed europeo. Artefice di tale politica è stato il Ministro dell’Energia, Arvidas Sekmokas, deciso nell’applicare fino in fondo la legge UE, anche a costo di mozioni di sfiducia – proposte dall’opposizione socialdemocratica, vicina ai russi, ma respinte dalla maggioranza conservator-liberale a cui appartiene – e ricorsi all’Arbitrato Internazionale.

Atene Cavallo di Troia di Mosca

Una svolta per l’indipendenza energetica dell’Unione Europea è arrivata anche dal fronte meridionale. Mercoledì, 26 Ottobre, Azerbajdzhan e Turchia hanno firmato un accordo per il transito nella penisola anatolica di 10 Miliardi di metri cubi annui di gas dal giacimento azero di Shakh Deniz verso il Vecchio Continente, pronto a riceverlo per mezzo del Corridoio Meridionale: una rete di gasdotti sul fondale del Mediterraneo, progettata per evitare l’importazione di oro blu attraverso il territorio della Russia e, con esso, il ricatto energetico di Mosca.

La principale conduttura di tale sistema di gasdotti dovrebbe essere il Nabucco, concepito dalla Commissione Europea, sostenuto politicamente dal consorzio AGRI – Azerbajdzhan, Georgia, Romania, ed Ungheria – ed economicamente dalle compagnie nazionali di Austria, Romania, Turchia, Azerbajdzhan, e Bulgaria. Tuttavia, di recente si è rafforzata la candidatura dell’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia: gasdotto compartecipato dalla compagnia italiana Edison, dalla statale turca Botas, e dalla greca DESFA, la quale – maggiore sponsor del progetto – ha offerto al consorzio per la gestione di Shakh Deniz l’ampliamento della portata dell’ITGI a 24 Miliardi di metri cubi annui dagli attuali 10.

La manovra greca è stata accolta con sospetto da parte di diversi esperti, in quanto non solo proveniente da un Paese in piena crisi economica, ma, sopratutto, stretto alleato di Gazprom nella costruzione del Southstream: gasdotto sottomarino, sul fondale del Mar Nero, progettato dal monopolista russo – in collaborazione con l’italiana ENI, le tedesche Wintershall ed RWE, la francese EDF, la greca DESFA, e le compagnie nazionali macedone, serba, e slovena – per contrastare la politica di indipendenza energetica della Commissione Europea, ed aggirare Paesi UE politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Stati Baltici, e Romania – a cui si aggiungono Moldova ed Ucraina. La candidatura dell’ITGI in alternativa al Nabucco non solo innalzerebbe la posta da offrire a Baku per l’ottenimento delle forniture, ma garantirebbe tempo a Mosca per realizzare il Gasdotto Ortodosso – com’è chiamato il Southstream – prima che l’UE riesca a garantirsi l’Indipendenza da Mosca com la conduttura di verdiana denominazione.

Matteo Cazzulani