LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Tsipras accetta il diktat di Putin: la Grecia dice sì al Turkish Stream

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on June 21, 2015

Il Premier greco, a Capo di una colazione di comunisti ed estremisti di destra, accetta la realizzazione del gasdotto progettato dal monopolista statale russo del gas Gazprom per incrementare la dipendenza dell’Unione Europea dalle forniture di Mosca. L’atteggiamento di Atene mette in forse la realizzazione della TAP



Tenere in piedi economicamente un Partenone oramai a pezzi val bene un gasdotto, e pazienza se la sicurezza energetica e nazionale dei Paesi membri dell’Unione Europea viene messa seriamente a repentaglio. Nella giornata di venerdì, 19 Giugno, il Premier greco, il comunista Alexis Tsipras, ha raggiunto un accordo con il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, per la realizzazione in territorio greco del Turkish Stream.

Questo gasdotto, progettato dalla Russia alla Turchia attraverso il fondale del Mar Nero, è concepito dal monopolista nazionale russo Gazprom per veicolare in Europa 47 miliardi di metri cubi di gas naturale russo.

Come riportato dall’agenzia AP, il prolungamento del Turkish Stream, accettato da Tsipras durante il Forum Economico di San Pietroburgo -rassegna internazionale boicottata da quasi tutti i principali leader politici mondiali- è il prezzo che il Premier greco ha dovuto pagare per permettere investimenti russi in Grecia e, secondo le promesse di Putin -che come dimostrato sul piano militare in Georgia ed Ucraina valgono molto poco- la creazione da parte di Gazprom di nuovi posti di lavoro ad Atene.

Più che da ragioni economiche -la Grecia sta attendendo un prestito di 7,2 miliardi di Euro dall’Unione Europea- la decisione di Tsipras di accettare il prolungamento del Turkish Stream in Grecia è dettata da ragioni politiche: una dimostrazione subalternità a Mosca che fa del Governo di Atene -una coalizione di comunisti e nazionalisti di estrema destra- uno dei più solidi alleati di Putin in seno all’Unione Europea e alla NATO.

Infatti, il Turkish Stream è un progetto di natura politica pianificato da Putin per incrementare la dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas dalla Russia. 

Così, del resto, avrebbe dovuto essere anche con il Southstream, infrastruttura progettata da Mosca per veicolare in Europa 63 miliardi di metri cubi di gas, fermata dalla strenua opposizione della Commissione Europea, che ha ritenuto il progetto contrario alla politica di diversificazione delle forniture di gas dell’Unione Europea.

Inoltre, il Turkish Stream è un progetto alternativo al Gasdotto Trans Adriatico -TAP- pianificato dalla Commissione Europea per veicolare in Italia dalla Grecia, attraverso l’Albania, 10 Miliardi di metri cubi di gas all’anno proveniente dall’Azerbaijan e, così, diversificare le forniture di gas dell’Unione Europea limitando le importazioni dalla Russia.

Con l’appoggio al Turkish Stream, facile è preventivare l’abbandono del sostegno alla TAP da parte del Governo Tsipras che, così facendo, metterebbe a serio repentaglio la realizzazione di un importante progetto della politica energetica della Commissione Europea ed incrementerebbe ulteriormente il peso della Russia nel mercato energetico europeo come attore quasi monopolista.

Anche l’Italia vicina al gasdotto di Mosca

Tuttavia, così come accaduto per il Southstream, difficilmente la Commissione Europea potrà arrivare ad approvare la realizzazione di un gasdotto, il Turkish Stream, che contrasta apertamente il Terzo Pacchetto Energetico, Legge UE che vieta il possesso congiunto dei gasdotti e del gas commercializzato da parte del medesimo gestore -che, nel caso del Turkish Stream, sarebbe Gazprom.

Ciò nonostante, sopratutto di recente, le lobby filorusse hanno iniziato a lavorare molto alacremente presso singoli Paesi UE per sostenere la realizzazione dei progetti energetici della Russia in Europa e, più in generale, l’abolizione delle sanzioni che Unione Europea e Stati Uniti d’America hanno applicato alla Russia in risposta all’aggressione militare all’Ucraina.

Paese particolarmente esposto, e vulnerabile, al pressing lobbistico della Russia è l’Italia, in cui forti sono gli interessi del colosso energetico nazionale ENI e della sua controllata Saipem con Gazprom proprio nel Turkish Stream.

Infatti, il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, assieme a Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Nuovo Centro Destra, Sinistra Ecologia Libertà e Fratelli D’Italia -ed anche i principali media del Paese, da Libero a La Repubblica- hanno invitato il Governo italiano a rivedere le sanzioni applicate alla Russia. 

Non è quindi peregrino ipotizzare che anche un altro personaggio apertamente filorusso come l’Alto Rappresentante della Politica Estera e di Difesa dell’UE, Federica Mogherini, possa sostenere apertamente il Turkish Stream, anche facendo pressione all’interno della Commissione Europea affinché il gasdotto di Putin sia paradossalmente riconosciuto come infrastruttura di interesse strategico per l’Unione Europea.

Matteo Cazzulani

Analista di tematiche energetiche

@MatteoCazzulani

IRAN E SIRIA SUGGELLANO L’ALLEANZA POLITICA CON UN GASDOTTO

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on November 20, 2012

Teheran da il via ad un investimento di 10 Miliardi di Dollari per un progetto di 1200 chilometri finalizzato al rifornimento di gas iraniano in territorio siriano attraverso l’Irak. La geopolitica alla base della conduttura.

Il presidente siriano, Bashar al-Assad

Un gasdotto per evitare un totale isolamento internazionale. Nella giornata di lunedì, 19 Novembre, l’Iran ha dichiarato l’avvio della costruzione della prima tranche di 225 chilometri di un gasdotto concepito per rifornire di gas naturale la Siria attraverso l’Irak.

Come riportato dall’agenzia AP, l’infrastruttura, lunga complessivamente 1200 chilometri, è già stata concepita in Luglio, ma i risvolti geopolitici hanno portato le parti ad accelerare la costruzione del gasdotto per evitare ad Iran e Siria l’isolamento da parte della comunità internazionale.

L’Iran, secondo Paese al Mondo dopo la Russia per giacimenti di gas naturale posseduti, da tempo subisce ripercussioni commerciali dall’Occidente per via dello sviluppo del nucleare per scopi bellici.

La Siria, in preda ad una guerra civile, è governata dal regime di Bashar Al Assad, autore di una repressione del dissenso, e per questo contestato dagli Stati Occidentali – USA, Canada ed UE.

A dare risalto alla ratio politica del gasdotto è stato l’esponente governativo iraniano Ardeshir Rostami, che all’agenzia Fars ha sottolineato come l’investimento di 10 Miliardi di Dollari per la costruzione dell’infrastruttura sia giustificato per Teheran dal punto di vista geopolitico.

Oltre a rafforzare la posizione dell’Iran in Medio Oriente, e a garantire al regime siriano un consistente alleato, la costruzione del gasdotto dall’Iran alla Siria è l’ennesima infrastruttura energetica concepita per scopi meramente politici.

Il Gasdotto Ortodosso sancisce il tramonto dell’UE nel settore del gas

Altro esempio di ciò è il Southstream: gasdotto progettato dalla Russia per incrementare i rifornimenti all’Europa – che già dipende dal gas russo per il 40% del fabbisogno continentale – di 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno di oro blu proveniente dalla Federazione Russa.

Dalle coste meridionali russe, il Southstream arriverà in Austria attraverso il fondale del Mar Nero, la Bulgaria, la Serbia, l’Ungheria, la Slovenia e l’Italia.

Oltre che per aumentare la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalla Russia, il Southstream è concepito da Mosca per impedire alla Commissione Europea la realizzazione del piano di diversificazione delle forniture di gas concepito da Bruxelles per importare direttamente oro blu dall’Azerbaijan.

Nonostante il Southstream sia stato contestato dalla Commissione Europea per mettere a serio repentaglio la sicurezza nazionale dei Paesi UE, Germania, Francia, Belgio e Olanda hanno dato il loro appoggio all’infrastruttura, anteponendo l’interesse nazionale alla creazione di una comune politica energetica europea.

Noto anche come Gasdotto Ortodosso, il Southstream è compartecipato dal monopolista statale russo del gas Gazprom – posseduto dal Cremlino – dal colosso italiano ENI, dalla compagnia tedesca Wintershall e dalla francese EDF.

Matteo Cazzulani

L’UCRAINA AL BIVIO TRA EUROPA E RUSSIA

Posted in Ukraina by matteocazzulani on November 13, 2011

Kyiv chiamata alla scelta tra l’Accordo di Associazione con l’UE, la Zona di Libero Scambio CSI voluta dai russi, ed una politica di isolamento controproducente in un Mondo sempre più globalizzato. Le difficoltà interne a Kyiv ed in seno a Bruxelles

Il presidente ucraino, Viktor Janukovych

Un piede in due scarpe, anzi, in tre. Questa è la situazione della politica estera di un’Ucraina che, sempre più isolata a livello internazionale, sta disperatamente cercando una ricollocazione geopolitica senza, tuttavia, riuscire con convinzione ad imboccare una via che, malgrado pregi e difetti ancora da verificare, collocherebbe Kyiv sullo scenario internazionale con maggiore certezza.

Nella giornata di venerdì, 11 Novembre, è stata comunicata la fine dell’ultimo round di trattative per l’Accordo di Associazione UE-Ucraina: un documento importante, con cui Kyiv otterrebbe il medesimo status di partner dell’Unione Europea oggi goduto da Islanda, Norvegia, e Svizzera. Ad intralciarne il varo – previsto per il prossimo 19 Dicembre – la delicata situazione interna al Paese, dove un’ondata di repressioni politiche ha portato all’arresto a sette anni di isolamento della Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, ed all’apertura di processi politici a carico di una decina di esponenti del campo arancione, basati su prove oscure e processi non conformi agli standard democratici – con la Difesa spesso privata dei propri diritti.

Pur non mettendo la mano sul fuoco sull’innocenza di esponenti politici – sopratutto in un Paese ad alto tasso corruzione – la messa alla gogna di avversari elettorali è un segnale di regresso democratico che sta allontanando il Presidente ucraino, Viktor Janukovych, da Bruxelles, che, concordemente alla legislazione continentale, esige il rispetto di certi parametri di civiltà per il varo di ogni accordo politico.

Di pari passo, il Vecchio Continente ha bisogno di includere nella propria sfera di influenza un Paese – europeo per cultura, storia e tradizioni – dalle enormi potenzialità agricole ed industriali sia per superare la grave crisi economica, sia per neutralizzare la minaccia proveniente da una Russia che, con il certo ritorno alla presidenza dell’attuale Premier, Vladimir Putin, è pronta ad intraprendere un progetto eurasista con l’obiettivo non solo di restaurare una totale egemonia sull’ex-URSS – inglobando Ucraina e gli altri Paesi dell’Europa Orientale: Georgia, Bielorussia, Moldova e Bielorussia – ma anche di eliminare l’Unione Europea, vista come primo ostacolo per il conseguimento di status di superpotenza mondiale.

Oltre che con l’arma energetica, Mosca ha approntato una Zona di Libero Scambio tra i Paesi della Comunità di Stati Indipendenti – organizzazione che raccoglie gli ex-stati dell’Unione Sovietica, con alcune eccezioni come Ucraina, Tadzhikistan, e Georgia – che il governo ucraino non solo ha pre-firmato, ma, come dichiarato dal Premier, Mykola Azarov, e dallo Speaker del Parlamento, Volodymyr Lytvyn, è pronto per essere approvato alla Rada. Un vero e proprio controsenso rispetto alle trattative con Bruxelles che, malgrado le rassicurazioni ucraine sulla compatibilità tra i due progetti, Unione Europea e Russia hanno dichiarato essere alternativi l’uno con l’altro.

Dunque, l’Ucraina è chiamata ad una scelta di campo difficile, in primis, per il Presidente Janukovych. Da un lato, egli deve rispondere ad un elettorato fortemente filo-russo, perlopiù ubicato nelle regioni orientali del Paese, ma, dall’altro, la Zona di Libero Scambio con l’Unione Europea – prevista dall’Accordo di Associazione – è vista come indispensabile da parte dei suoi sponsor: businessman del settore metallurgico – come il Presidente dello Shakhtar Donec’k, Rinat Akhmetov – e chimico – Dmytro Firtash, che temono la concorrenza con la Russia.

Per ora, Kyiv ha risposto con la riapertura delle relazioni con l’area danubiana: un vertice tra Janukovych ed il suo collega serbo, Boris Tadic, ha portato al riavvio delle relazioni con un’altro Paese che aspira all’ottenimento dell’accquis comunitarie in poco tempo. Di pari passo, il Ministro degli Esteri, Kostjantyn Hryshchenko, ha incontrato il suo collega romeno per rafforzare la collaborazione con Bucarest, travagliata da questioni delicate come rivendicazioni territoriali di zone di frontiera, e tutela della reciproche minoranze. Ovviamente, le parti non sono giunte ad alcun accordo, ma, è paticolarmente significativo l’appoggio alle aspirazioni europee dell’Ucraina esternato dal Capo della Diplomazia romena, Teodor Baconschi.

Se i segnali dati sul Danubio sono da leggere come volontà da parte dell’Ucraina di avvicinarsi ad Occidente è difficile dirlo, ma, di certo, non bastano per colmare difficoltà che, oltre al deficit democratico sulle Rive del Dnipro, investe lo stesso Parlamento Europeo, diviso sul da farsi con Kyiv. Gli esponenti del Partito Popolare Europeo – ad esclusione dei parlamentari polacchi – incalzati dall’asse franco-tedesco, chiedono il congelamento delle relazioni con l’Ucraina fino alla liberazione di Julija Tymoshenko. Invece, SocialDemocratici e Conservatori, sostenuti dalla Polonia presidente di turno UE, dal resto dei Paesi dell’Europa Centrale e dalla Gran Bretagna, reputano l’Accordo di Associazione un mezzo per costringere le Autorità ucraine al rispetto di standard democratici: una volta firmato il documento, ed ottenuto evidenti benefici economici, Kyiv sarà costretta a rispettare.

Lecito ricordare che il Parlamento Europeo già si è pronunciato con una risoluzione in condanna della repressione politica, in cui ha invitato l’Ucraina a risolvere il problema per poter varare al più presto il rafforzamento delle relazioni diplomatiche. Inoltre, a richiedere la firma dell’Accordo di Associazione è stata, dal carcere, la stessa Julija Tymoshenko, che, con una lettera all’agenzia Associated Press, ha illustrato come l’interruzione dei negoziati sospenderebbe per sempre un cammino verso Bruxelles utile al popolo ucraino più che ai suoi governanti.

Matteo Cazzulani