LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

Ucraina: Poroshenko lo silura, ma Yatsenyuk si salva con i voti di Yanukovych

Posted in Ukraina by matteocazzulani on February 17, 2016

Il Premier ucraino vince contro una mozione di sfiducia originata dalla richiesta del Presidente di dimissioni per via degli scarsi risultati ottenuti in materia di riforma del Paese in chiave europea. L’astensione degli esponenti degli oligarchi avversari del campo filo europeo fondamentale per mantenere in sella il Governo 



Varsavia – “Quando la terapia non basta ci vuole la chirurgia”. Questa è la motivazione con la quale il Presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha invitato il Premier, Arseniy Yatsenyuk, a dimettersi assieme all’intero Consiglio dei Ministri nella giornata di martedì, 16 Febbraio: un invito subito accolto dal Blocco Poroshenko, la forza politica del Capo dello Stato, il quale ha registrato una mozione di sfiducia che, tuttavia, non ha ottenuto il quorum necessario per dimissionare il Governo.

Nello specifico, il Presidente Poroshenko ha espresso costernazione per lo stallo nel quale si trova la squadra di Yatsenyuk, ai minimi storici di gradimento che nessun altro Governo ha mai toccato nella storia dell’Ucraina finora, ed ha invitato i Partiti che formano la coalizione filo europea a sostenere un nuovo Esecutivo dopo che quello attuale, travolto da casi di corruzione e privo del sostegno della maggioranza dei Gruppi in parlamento, è oggi incapace di attuare le riforme necessarie per adattare il Paese agli standard europei.

Nonostante le ragioni, forti, con le quali il Presidente ha proposto le dimissioni del Governo, la mozione di sfiducia a Yatsenyuk è stata votata, nella tarda serata, solamente da 194 deputati: 36 in meno rispetto al quorum necessario per dimissionare l’Esecutivo. 

Se, da un lato, alcuni partiti della coalizione filo europea, Samopomich e Batkivshchyna, hanno sostenuto la mozione di sfiducia, i parlamentari del Fronte Popolare -la forza politica di Yatsenyuk- e molti esponenti del Blocco Poroshenko hanno abbandonato i lavori d’aula assieme ai deputati del Blocco dell’Opposizione: il gruppo sponsorizzato dagli oligarchi che, a suo tempo, finanziavano il regime dell’ex-Presidente, Viktor Yanukovych.

Pronta, all’esito della votazione, è stata la reazione di Yatsenyuk, che ha dichiarato la volontà di continuare a lavorare per realizzare gli obiettivi della sua squadra di Governo che, di recente, ha visto il reintegro di tre Ministri che precedentemente, dopo avere denunciato l’impossibilità di attuare le riforme, avevano rassegnato le proprie dimissioni.

Di sicuro, fuori dalla squadra di Governo resta il Ministro dello Sviluppo Economico, Aivaras Abromavičiuš: uno dei tre Ministri stranieri, fortemente voluti da Poroshenko per approntare le riforme in senso europeo necessarie per integrare l’Ucraina nella comunità euro atlantica, che ha rassegnato le proprie dimissioni denunciando pressioni sul suo operato da parte sia dell’Amministrazione Presidenziale, che dell’establishment del Premier.

Differente è stata la reazione dei promotori della mozione di sfiducia: se il Capogruppo del Blocco Poroshenko, Yuri Lutsenko, ha dichiarato che, in ogni caso, la composizione del Governo Yatseniuk deve essere rivista profondamente per non deludere l’elettorato, Batkivshchyna ha ritirato il suo unico Ministro dal Governo, mentre Samopomich -che già in precedenza ha ritirato il suo unico esponente nell’Esecutivo- ha deciso di boicottare i vertici di coalizione.

Andata a vuoto la mozione, Yatsenyuk e il suo Governo possono restare in carica senza temere alcun voto di sfiducia da parte del Parlamento almeno fino all’inizio della nuova sessione della Rada, quando, secondo il regolamento, sarà possibile registrare, e votare, un nuovo ordine del giorno per dimissionare il Governo. 

In ogni caso, resta difficile per il Premier sia porre rimedio alla mancata approvazione delle riforme che la Comunità Internazionale ha fortemente richiesto all’Ucraina per adattarsi agli standard occidentali in materia di trasparenza e lotta alla corruzione, sia risollevare un tasso di gradimento in caduta libera.

D’altro canto, poco chiara resta la posizione di Poroshenko che, dopo avere richiesto a gran voce le dimissioni di Yatsenyuk e del suo Esecutivo, deve ora dimostrare di andare fino in fondo per ottenere un rimpasto che il Capo dello Stato stesso ha definito non più rinviabile onde evitare una frattura con l’elettorato.

Nello specifico, il Presidente ha definito “non più rinviabile il tempo delle riforme”, un fatto che non permette nemmeno più la possibilità di apportare cambiamenti parziali alla guida di alcuni Ministeri, bensì richiede la necessità di un rimpasto totale a partire dal Premier. 

Una nuova coalizione tra Presidente, Premier e oligarchi

Nei fatti, le mancate dimissioni del Governo hanno reso chiara l’esistenza in Parlamento di una nuova, grande coalizione a sostegno dell’Esecutivo composta, da un lato, da Poroshenko e Yatsenyuk e, dall’altro, dagli oligarchi Rinat Akhmetov e Serhiy Liovochkyn: due dei principali sponsor del regime Yanukovych.

Infatti, per salvare Yatsenyuk e il suo Governo il Fronte Popolare e buona parte del Blocco Poroshenko -composta da esponenti in tempo vicini all’entourage dell’ex-Presidente Viktor Yushchenko, in stretti affari con Yanukovych- hanno necessitato della astensione dei deputati del Blocco dell’Opposizione vicini ad Akhmetov e Liovochkyn che, puntualmente, hanno abbandonato l’aula prima della messa ai voti della mozione.

Tale fatto è stato interpretato dai promotori delle dimissioni del Governo come una chiara prova sia del connubio tra il Premier Yatsenyuk e il clan Akhmetov, che dell’esistenza di un tacito accordo tra l’Amministrazione Poroshenko e i vecchi esponenti del regime Yanukovych che risale ai tempi della seconda parte della Presidenza Yushchenko.

Del resto, se la contrarietà alla mozione contro il Governo è stata chiara da parte del Fronte Popolare di Yatsenyuk, oscuro resta il comportamento di Poroshenko, che sembrerebbe stato incapace di convincere l’intero suo Blocco a votare in favore di una direttiva, le dimissioni dell’Esecutivo, da lui stesso emanata.

Di sicuro, ad incrementare consenso dalla nascita della nuova grande coalizione Poroshenko-Yatsenyuk-Akhmetov-Liovochkyn sono i partiti che si sono opposti al salvataggio del Governo, Batkivshchyna e Samopomich, i quali già hanno avviato trattative per unire le forze in caso di elezioni anticipate.

Nello specifico, la leader di Batkivshchyna, l’ex-Premier Yulia Tymoshenko -la principale oppositrice del regime Yanukovych- ha stretto una partnership elettorale con il Movimento Anti Corruzione di Valentyn Nalyvaychenko, mente Samopomich, nel suo Congresso, ha confermato il Sindaco di Leopoli, Andriy Sadoviy, alla guida del Partito con il chiaro obiettivo di mandare a casa il Governo.

Inoltre, a prendere sempre più consenso è il Movimento Anti Corruzione del Governatore di Odessa, Mikheil Saakashvili, ex-Presidente della Georgia che, a più riprese, ha accusato Yatsenyuk ed esponenti del Governo di collusione con gli oligarchi e corruzione: due piaghe che, a suo dire, impossibilitano l’evoluzione dell’Ucraina in chiave europea.

A nutrire le fila del Movimento di Saakashvili, che i sondaggi danno in forte ascesa tra l’elettorato, sarebbero pronti l’ex-Ministro Abromavičiuš e la pattuglia dei dissidenti al Governo Yatsenyuk interni al Blocco Poroshenko capitanata dagli ex-giornalisti ed attivisti politici Mustafà Nayyem e Serhiy Leshchenko.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Ucraina: crisi di Governo tra Parlamento, Premier e Presidente

Posted in Ukraina by matteocazzulani on December 22, 2015

L’opposizione del Partito di Yulia Tymoshenko al bilancio e le frizioni tra l’entourage del Premier Yatsenyuk e l’Amministrazione Poroshenko sulla lotta alla corruzione stanno minando la compattezza della coalizione filo occidentale. L’ex-Presidente georgiano Saakashvili verso un proprio Partito



Varsavia – Spesso, i numeri sono associati con la perdita del senno, e così è per quanto riguarda l’Ucraina, dove la coalizione filo occidentale di Governo sorta dopo la Rivoluzione della Dignità -processo democratico nel 2015 che ha posto fine al regime di Viktor Yanukovych- e le seguenti Elezioni Presidenziali e Parlamentari rischia di crollare sull’approvazione del bilancio statale.

Nella giornata di giovedì, 17 Dicembre, il Parlamento ucraino ha congelato l’approvazione di un bilancio che prevede, oltre ad un’entrata di 601 miliardi di Hryvne ed un’uscita di 674 Miliardi di Hryvne, il rafforzamento dell’esercito e l’incremento degli armonizzatori sociali al 19%.

Le priorità del bilancio, presentate dal Premier, Arseniy Yatsenyuk, hanno trovato il pieno sostegno del Fronte Popolare -la forza politica di Yatsenyuk- e del Blocco Poroshenko -il Partito del Presidente ucraino, Petro Poroshenko- ma non sono piaciute ad una parte consistente della maggioranza. Minacciando una mozione di sfiducia per il Governo, la leader del Partito Batkivshchyna, Yulia Tymoshenko, ha contestato la mancata protezione delle pensioni dall’inflazione e i troppo scarsi finanziamenti alla cultura.

Pronta a quella che appare come una vera e propria crisi politica è stata la risposta del Presidente Poroshenko e del Premier Yatsenyuk che, in una nota congiunta assieme al Presidente del Parlamento, Volodymyr Hroysman, hanno ribadito la continuazione dei lavori della coalizione per raggiungere gli obiettivi prefissati, tra i quali l’integrazione dell’Ucraina nella Comunità Euroatlantica.

A sua volta, il Capogruppo del Blocco Poroshenko, Yuri Lutsenko, ha ribadito la compattezza della maggioranza, minimalizzando l’opposizione della Tymoshenko al bilancio. Tuttavia, più che dalla Tymoshenko -che assieme a Lutsenko è stata la principale dissidente al regime di Yanukovych- la vera e propria destabilizzazione della maggioranza proviene dallo scontro in essere tra il Fronte Popolare e il Blocco Poroshenko e, più in generale, tra l’entourage del Premier Yatsenyuk e l’Amministrazione Presidenziale. 

Le frizioni tra le due realtà sono emerse con un litigio nel corso di una riunione del Consiglio per le Riforme -un organismo composto da Ministri e Governatori, presieduto dal Presidente Poroshenko- tra il Ministro degli Interni, Arsen Avakov, e il Governatore di Odessa, Mikheil Saakashvili, che si sono accusati reciprocamente di corruzione, arrivando al lancio di una bottiglia d’acqua e allo scambio di apprezzamenti poco cordiali.

Avakov, esponente dell’entourage del Premier, ha reagito con durezza alle accuse di corruzione che Saakashvili, ex-Presidente della Georgia e stretto alleato del Presidente Poroshenko, ha rivolto a Yatsenyuk facendo riferimento ai legami del Capo del Fronte Popolare con oligarchi del calibro di Mykola Martynenko, Ihor Kolomoisky e Rinat Akhmetov -quest’ultimo già sponsor del regime Yanukovych.

Come riportato dall’autorevole Ukrayinska Pravda, Saakashvili, che in occasione dello scontro con Avakov e Yatsenyuk ha ottenuto l’appoggio del Presidente Poroshenko, non ha perso tempo e, già nella giornata di Domenica, 20 Dicembre, ha raccolto alcuni deputati del Blocco Poroshenko e del Partito Samopomich -altra forza della maggioranza- in una cena che, secondo autorevoli commentatori, segna il primo passo verso la creazione di un Partito dell’ex-Presidente georgiano.

Turchynov verso il Premierato

Secondo ipotesi molto accreditate, Saakashvili, in ascesa di gradimento come certificano i principali sondaggi, ambirebbe ad una nomina governativa come Vice Premier con delega all’Integrazione Europea, anche se tale passo appare difficile da essere realizzato per due ragioni.

In primis, per la nomina di Saakashvili mancherebbero i voti in Parlamento, ed una sua candidatura forzata da parte del Presidente Poroshenko porterebbe inevitabilmente ad un crollo della coalizione di Governo, costringendo il Blocco Poroshenko a cercare alleati nel Blocco dell’Opposizione, creatura politica filorussa sorta sulle ceneri del Partito delle Regioni di Yanukovych.

In secondo luogo, l’alleanza tra l’entourage del Premier Yatsenyuk e l’Amministrazione Presidenziale è vista come garanzia di stabilità da parte del Fondo Monetario Internazionale, al quale l’Ucraina è legata da un ingente debito.

Per questa ragione, è molto accreditata l’ipotesi, riportata da Radio Liberty, secondo la quale Poroshenko, in cerca di un sostituto per Yatsenyuk, in caduta libera nei sondaggi, starebbe optando per il Capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa dell’Ucraina, Oleksandr Turchynov.

Già Presidente ad interim e Speaker del Parlamento, e ancor prima Vice Premier e Premier ad interim dopo il dimissionamento di Yulia Tymoshenko per mano di Yanukovych nel 2010, Turchynov è esponente di spicco del Fronte Popolare, nonché personalità vicina al Premier Yatsenyuk.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Putin riapre le ostilità in Georgia

Posted in Georgia, NATO by matteocazzulani on July 15, 2015

L’esercito russo si espande in Ossezia del Sud, regione georgiana occupata dal 2008, per bloccare l’oleodotto Baku-Supsa. Il funzionamento di un’infrastruttura fondamentale per la diversificazione energetica dell’Unione Europea messo a serio repentaglio



Varsavia – Non in Lettonia, nemmeno in Polonia, e neanche ancora in Ucraina, come in molti temevano. Con l’inizio dell’estate, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avviato una nuova offensiva militare in Georgia con l’occupazione di un’ulteriore porzione dell’Ossezia del Sud, regione storicamente e culturalmente georgiana che la Russia controlla illegalmente dal 2008.

Come riportato dall’autorevole sito di informazione militare Defence24, la manovra dell’esercito russo, avvenuta nei pressi di Tsitelubani -Paese ubicato nei pressi di Gori- ha permesso alla Russia di controllare una parte dell’oleodotto Baku-Supsa, una delle infrastrutture da cui l’olio estratto dal Mar Caspio viene esportato in Europa senza transitare per il territorio russo.

Con il controllo anche solo parziale dell’oleodotto Baku-Supsa, la Russia rende impossibile la realizzazione di un corridoio energetico per l’esportazione dell’olio centro asiatico in Europa Centrale, una delle regioni dell’Unione Europea maggiormente dipendenti dalle importazioni di energia russa.

Questo progetto, supportato dal consorzio Sarmatia -sostenuto politicamente da Polonia, Ucraina, Azerbaijan, Georgia e Lituania, e compartecipato dalla compagnia energetica polacca PERN, da quella ucraina UkrTransNafta, dalla georgiana GOGC, dalla lituana Klaipedos Nafta e dal colosso azero SOCAR- prevede l’invio dell’olio azero attraverso il Baku-Supsa e il suo trasporto via nave fino al porto di Odessa. Da qui, il carburante centro asiatico sarebbe inviato al porto di Danzica una volta completato il prolungamento dell’oleodotto Odessa-Brody-Plock fino alla città polacca.

L’occupazione di una fetta di territorio in cui transita l’oleodotto Baku-Supsa ha avuto luogo a pochi mesi dalla vittoria nelle Elezioni Presidenziali polacche di Andrzej Duda, giovane candidato conservatore che, in materia di politica estera ed energetica, ha dichiarato di voler ripristinare le iniziative attuate dal suo Predecessore, Lech Kaczynski.

Dinnanzi all’assenza di iniziative da parte dell’Unione Europea atte a garantire la sicurezza energetica dei suoi Paesi membri, Lech Kaczynski ha dato un forte impulso al progetto Sarmatia per diversificare le forniture di energia dell’Europa Centro-Orientale.

L’attività militare a scopo energetico della Russia in Georgia rappresenta una continuità preoccupante con le iniziative belliche che l’esercito russo sta attuando in Ucraina, dove, in seguito all’annessione armata della Crimea, le milizie di Mosca occupano le regioni orientali ucraine e, secondo fonti afferenti all’ambito militare, avrebbero come prossimo obiettivo proprio la città di Odessa.

Inoltre, come testimoniato da diverse fonti internazionali, l’esercito russo sta attuando sistematiche provocazioni nei cieli e nelle acque territoriali di Stati membri di NATO ed Unione Europea, quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia, Svezia, Danimarca e Gran Bretagna.

Obama e l’Europa ancora indifferenti

A facilitare l’attività bellica della Russia è la noncuranza dell’Unione Europea, incapace di condannare fermamente l’aggressività militare di Mosca nei confronti dei Paesi membri dell’UE situati in Europa Centro-Orientale.

Oltre al silenzio dell’UE, provocato dagli stretti interessi energetici ed economici con la Russia di alcuni Stati membri spiccatamente filorussi -Germania, Grecia, Italia ed Ungheria in primis- a favorire l’attività bellica di Putin in Georgia ed Ucraina è anche la distrazione dell’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America del democratico Barack Obama.

Nel Dicembre 2014, Obama ha rifiutato di concedere a Georgia ed Ucraina lo status di alleato particolare della NATO, un riconoscimento, chiesto a gran voce dai membri del Congresso sia repubblicani che democratici, che avrebbe consentito una stretta collaborazione militare di Tbilisi e Kyiv con gli USA.

Come riportato dalla Reuters, d’altro canto l’Amministrazione Obama ha concesso lo status di alleato particolare della NATO alla Tunisia, l’unico Paese del Nord Africa ad avere compiuto un processo democratico dopo le cosiddette Primavere Arabe.

Senza una reale comprensione da parte di Obama del problema rappresentato dall’aggressività militare russa in Europa Centrale ed Orientale -che tuttavia è stato ben compreso dal principale candidato alle Primarie repubblicane, Jeb Bush- l’Unione Europea vede la sicurezza energetica, nazionale e militare dei suoi Stati membri essere seriamente a repentaglio.

Inoltre, senza un vero e proprio rafforzamento della NATO, con una presenza permanente di uno o più contingenti dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro-Orientale, e senza una comune politica dell’energia che punti a diversificare le forniture di gas e olio dalla forte dipendenza da Mosca, l’Unione Europea sarà incapace di affrancarsi dall’influenza di Putin sul piano militare ed energetico.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Più NATO in Europa: Duda parla chiaro alla Merkel

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 19, 2015

Il Presidente Eletto polacco si attiva per l’installazione di basi permanenti NATO in Europa Centrale e per il rafforzamento della collaborazione con gli Stati Uniti d’America. Stop al veto sulla presenza permanente dell’Alleanza Atlantica in Europa Centro-Orientale e inclusione della Polonia nelle trattative di pace tra Ucraina e Russia le principali condizioni poste dall’Amministrazione Duda al Cancelliere tedesco.



VARSAVIA – In Europa ci vuole più atlantismo, sopratutto da quando Putin si arma e continua a provocare l’Unione Europea. E la Merkel stia ad ascoltare. Queste sono le linee guida della nuova politica estera della Polonia improntate dal Presidente Eletto, il conservatore Andrzej Duda, giovane politico capace di sconfiggere il Capo di Stato uscente, il moderato Bronislaw Komorowski, nelle Elezioni Presidenziali polacche.

Come dichiarato dal parlamentare Krzystof Szczerski -stimato Professore dell’autorevole Università Jagellonica di Cracovia prossimo a diventare Ministro degli Affari Esteri presso l’Amministrazione Duda- in un’intervista al giornale Rzeczpospolita, il Presidente Eletto ha già avviato una tattica diplomatica destinata a portare nuovamente la Polonia in prima fila nel supportare il rafforzamento delle strutture trans atlantiche in Europa, a partire della NATO.

Infatti, come dichiarato da Szczerski, la priorità della politica estera di Duda è l’apertura di basi permanenti della NATO in Polonia, così da garantire la sicurezza nazionale dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale, oggi messa seriamente a repentaglio dall’assenza di reparti militari in grado di resistere ad un attacco da parte della Russia -che, considerando la condotta in Georgia ed Ucraina del Presidente russo, Vladimir Putin, sembra essere tutt’altro che improbabile.

Per ottenere questo scopo, sempre secondo le parole di Szczerski, Duda deve chiedere al Cancelliere tedesco, Angela Merkel, la rinuncia al veto tedesco sull’installazione di basi permanenti della NATO in Europa Centro-Orientale, un’idea a cui la Germania si è sempre opposta assieme a Paesi notoriamente filorussi dell’Unione Europea, come Francia e Italia.

Oltre alla rinuncia del veto sulla presenza permanente dell’Alleanza Atlantica in Polonia, Duda porrà alle Merkel altre tre condizioni per mantenere vivo il rapporto di stretta collaborazione tra Polonia e Germania: astensione da parte di Berlino alla politica climatica contraria al carbone, inclusione di Polonia e Stati Uniti nelle trattative di pace tra Ucraina e Russia -a cui finora partecipano anche Germania e Francia- rispetto dei diritti della diaspora polacca in territorio tedesco.

Per controbilanciare il ruolo della Germania, e per rafforzare le strutture trans atlantiche in Europa, Duda, sempre secondo quanto dichiarato da Szczerski, punta su un più stretto rapporto con gli USA e con quei Paesi dell’Unione Europea fortemente atlantisti, come la Gran Bretagna, con cui il Presidente Eletto polacco condivide la richiesta di rivedere il Trattato Europeo per dare più potere ai Parlamenti Nazionali.

Infine, Duda sarà impegnato a rilanciare la Polonia come il Paese leader del Gruppo di Vysehrad e, più in generale, di tutti i Paesi dell’Europa Centrale dal Mar Baltico al Mar Nero: una nuova Intermarium che, secondo Szczerski, permette all’Amministrazione Presidenziale polacca di perseguire la naturale vocazione del Paese come guida regionale di una serie di Stati accomunati da problematiche geopolitiche che il resto dell’Unione Europea, sopratutto nella sua parte occidentale, fatica a comprendere.

Già una solida collaborazione con Stoltenberg e Bush

Coerentemente con quanto dichiarato da Szczerski, Duda ha dimostrato di avere ben chiara la priorità trans atlantica fin durante i suoi primi incontri ufficiali da Presidente Eletto.

Durante un incontro con il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, nella giornata di giovedì, 18 Giugno, Duda ha invitato l’Alleanza Atlantica ad un rafforzamento consistente delle proprie strutture militari in Europa Centro-Orientale, anche attraverso un percorso di informazione dell’opinione pubblica in merito all’opportunità, nonché la necessità, di aumentare la difesa dei confini dell’Unione Europea.

Nella giornata di giovedì, 11 Giugno, Duda ha ricevuto il candidato alle Elezioni Primarie del Partito Repubblicano USA, Jeb Bush, con cui il Presidente Eletto polacco ha condiviso una visione della geopolitica mondiale basata sulla necessità di rafforzare l’impegno degli Stati Uniti nel garantire la sicurezza dell’Europa Centrale.

Fermezza e valori

Con la nuove direttive di politica estera, Duda ha la possibilità di implementare con forza il rafforzamento delle relazioni trans atlantiche finalizzate alla creazione di un fronte comune tra Stati Uniti ed Unione Europea per la difesa, e possibilmente la promozione nel Mondo, dei valori della Civiltà Occidentale, quali democrazia, libertà, diritti umani e prosperità.

Per farlo, Duda, oltre ad riportare la Polonia ad essere il Paese guida del Gruppo di Vysehrad -i cui Paesi membri hanno ultimamente effettuato un pericoloso riavvicinamento politico alla Russia- può contare su importanti alleati come Jeb Bush negli USA e il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, in Europa.

Con la sua politica estera basata su atlantismo ed Intermarium, Duda riprende il percorso fortemente lungimirante avviato dall’ex-Presidente polacco, Lech Kaczynski. 

Il predecessore di Duda, durante l’aggressione russa alla Georgia nel 2008, ha saputo prevedere l’atteggiamento aggressivo della Russia di Putin nei confronti non solo dei Paesi dell’Europa Orientale, ma anche di Stati membri dell’Unione Europea dell’Europa Centrale.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro-Orientale

@MatteoCazzulani

Polonia: riforme, tradizione ed atlantismo al centro dell’Amministrazione Duda

Posted in Polonia by matteocazzulani on June 1, 2015

Il Presidente Eletto polacco fa appello alla collaborazione tra tutte le forze politiche, e promette ascolto e realizzazione di un’agenda politica ambiziosa fatta di sostegno a famiglie con figli, agricoltura e imprese polacche e dialogo sociale. Rafforzamento della NATO in Polonia e creazione di un fronte comune dell’Europa Centro Orientale in seno all’Unione Europea le due direttrici principali della nuova Amministrazione Presidenziale polacca in politica estera



Varsavia – Riforme in nome di modernità e tradizione, nonostante la disinformazione di chi, in Europa Occidentale -sopratutto in Italia- lo dipinge come un “nuovo Orban pericoloso per l’Europa”. Questa, in sintesi, l’agenda politica che il Presidente Eletto della Polonia, Andrzej Duda, intende realizzare subito dopo il suo insediamento, programmato per il prossimo 6 Agosto.

Come dichiarato dallo stesso Duda nella giornata di venerdì, 29 Maggio, durante la cerimonia di consegna dell’attestato di vittoria delle Elezioni Presidenziali svoltesi una settimana prima, il Presidente Eletto della Polonia ha evidenziato come la sua Amministrazione sarà caratterizzata da un costante ascolto dei cittadini e dalla promozione di un confronto tra le varie forze politiche teso alla cooperazione e all’unità.

Le prime dichiarazioni da Presidente Eletto di Duda, effettuate alla presenza del Premier, Ewa Kopacz, e del Vicepremier e Ministro della Difesa, Tomasz Siemoniak -entrambi esponenti della moderata Piattaforma Civica, PO, la principale forza politica di maggioranza in Parlamento- sono state accompagnate dall’invito al Governo a non forzare l’approvazione di alcuna riforma costituzionale prima dell’insediamento della nuova Amministrazione Presidenziale.

Considerata la resistenza che un Parlamento di colore opposto potrebbe riservargli, Duda, che ha vinto le Elezioni Presidenziali da candidato del Partito conservatore Diritto e Giustizia -PiS, principale forza politica dell’opposizione in Parlamento- con il suo appello ha dimostrato di avere ben chiare le difficoltà che, almeno nei primi mesi, fino alle prossime Elezioni Parlamentari, l’Amministrazione Presidenziale potrebbe incontrare nel realizzare un’ambiziosa agenda programmatica, improntata principalmente su tematiche di carattere sociale ed economico.

Durante la campagna elettorale, Duda, giovane Europarlamentare del Gruppo dei Conservatori e Riformatori Europei, ECR, che ha saputo conquistare il voto di centro spostando PiS su posizioni conservatrici moderne -e non più clerical-radicali come nel recente passato- ha infatti promesso l’utilizzo dei Fondi Europei per erogare sostegni alle famiglie con figli, all’agricoltura e alle imprese polacche. 

Il Presidente Eletto, che subito dopo la sua elezione ha rinunciato alla tessera di Partito per garantire l’imparzialità del suo ruolo, ha poi dichiarato la sua totale contrarietà all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, promettendone un ritocco al ribasso nel corso dei 5 anni della sua Amministrazione.

Duda, in un’intervista rilasciata al quotidiano Rzeczpospolita, ha mantenuto un atteggiamento prudente su tematiche eticamente sensibili come la Fecondazione Assistita, ma, nel contempo, ha illustrato di essere disposto ad avviare un dialogo con le Associazioni LGBT per regolarizzare lo status delle persone affettivamente vicine, pur ribadendo contrarietà assoluta alla legalizzazione delle coppie di fatto dello stesso sesso.

Oltre che sulla politica interna, Duda è all’opera anche per quanto riguarda l’Agenda di Politica Estera che, come il Presidente Eletto ha preannunciato a più riprese, punta a rafforzare sia la presenza della NATO in Polonia che il ruolo della Polonia come leader di un’alleanza dei Paesi dell’Europa Centro-Orientale in seno all’Unione Europea.

Da un lato, l’Amministrazione Duda punta ad ottenere l’istallazione di basi militari permanenti della NATO in Polonia, nonché la pronta realizzazione del sistema di difesa antimissilistico USA, così da rassicurare i Paesi dell’Europa Centro-Orientale da probabili aggressioni militari da parte della Russia e, allo stesso tempo, garantirne la sicurezza nazionale. 

Dall’altro, con la proposta di costituire un fronte comune di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Svezia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia ed Ungheria, il Presidente Eletto ambisce al rilancio di una moderna Intermarium: progetto politico elaborato nel periodo interbellico dal Capo dello Stato polacco, Jozef Pilsudski, rilanciato, nel 2008, dall’ex-Presidente Lech Kaczynski, esponente di PiS a cui Duda non ha mai nascosto di ispirarsi.

Quasi pronto il Gabinetto del nuovo Presidente

Come riportato da fonti vicine al Presidente Eletto, sull’agenda di Politica Estera e di Difesa -ambito su cui Duda è mediamente ferrato- fondamentale è il lavoro di Krzysztof Szczerski e Witold Waszczykowski. Questi due importanti esponenti PiS sarebbero già all’opera per organizzare la prima visita all’Estero del nuovo Capo dello Stato che, per rimarcare la vocazione atlantista della sua Amministrazione, Duda potrebbe effettuare a Washington o a Bruxelles.

Sempre secondo indiscrezioni ben fondate, a Szczerski, stimato Professore dell’Università Jagellonica di Cracovia, già Sottosegretario di Stato presso il Ministero degli Esteri nel 2007 ed Europarlamentare del Gruppo ECR, sempre secondo indiscrezioni ben fondate sarà affidata la gestione della politica estera dell’Amministrazione Duda. 

Invece, Waszczykowski, diplomatico di orientamento atlantista, anch’egli già Sottosegretario di Stato presso il Ministero degli Esteri dal 2005 al 2008, è il candidato principale a Ministro degli Esteri nel caso PiS dovesse vincere le prossime Elezioni Parlamentari.

Un’altra personalità illustre ad entrare nella nuova Amministrazione Presidenziale come responsabile della sfera sociale sarebbe lo storico ed ex-Europarlamentare del Gruppo ECR Pawel Kowal, ora Coordinatore della forza politica Polonia Insieme -PR- che, assieme a PiS, ha sostenuto la corsa di Duda alla Presidenza.

Un altro ex-Europarlamentare del gruppo ECR, il filosofo Ryszard Legutko, potrebbe entrare nell’Amministrazione Duda come consigliere per il settore dell’Educazione, mentre, per le questioni di carattere programmatico, possibile è la nomina del Professor Piotr Glinski, già candidato Premier di PiS durante i due voti di sfiducia costruttivi presentati dalla forza partitica conservatrice in Parlamento negli ultimi anni.

Infine, a Capo dell’Amministrazione Presidenziale potrebbe essere nominato Maciej Lopinski, già Capo di Gabinetto dell’ex-Presidente Lech Kaczynski.

Matteo Cazzulani

Analista Politico dell’Europa Centro Orientale

@MatteoCazzulani

Obama incorona Tusk principale interlocutore europeo degli USA

Posted in Unione Europea, USA by matteocazzulani on March 11, 2015

Il Presidente statunitense favorevole ad una posizione risoluta di Stati Uniti ed Unione Europea nei confronti della Russia. L’incontro con il Presidente del Consiglio Europeo è un segnale di disapprovazione della linea morbida adottata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal Presidente francese, Francois Hollande.

Il bastone e la carota per cercare di fermare l’aggressione della Russia all’Ucraina e, possibilmente, all’Unione Europea. Nella giornata di lunedì, 9 Marzo, il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, ha ricevuto alla Casa Bianca il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk.

Durante l’ incontro, Obama, dopo avere dichiarato l’intenzione di implementare le trattative per la finalizzazione dell’accordo di Partnership Commerciale ed Industriale Trans Atlantico -TTIP- ha espresso la necessità che Stati Uniti ed Unione Europea collaborino per fare fronte all’aggressione militare russa, e per garantire la sovranità territoriale dell’Ucraina. 

Il Presidente statunitense ha poi invitato l’Occidente a mantenere le sanzioni economiche applicate alla Russia dopo l’occupazione delle regioni orientali dell’Ucraina e della Crimea, ed ha invitato Stati Uniti ed Unione Europea a monitorare il comportamento dell’esercito russo in territorio ucraino.

Da parte sua, Tusk, che ha scelto Washington come prima visita ufficiale all’estero da Presidente del Consiglio Europeo, ha lamentato non solo l’aggressione militare della Russia nei confronti dei Paesi confinanti con l’Unione Europea, ma ha anche sottolineato come Mosca si avvalga massicciamente della propaganda per disunire l’Occidente.

Inoltre, il Presidente del Consiglio Europeo ha accolto l’invito di Obama affinché Stati Uniti ed Unione Europea collaborino sia sulla pronta finalizzazione del TTIP che sulla questione ucraina, ed ha illustrato la necessità di una stretta partnership tra l’Amministrazione Presidenziale statunitense e l’Europa anche per quanto riguarda la lotta al terrorismo islamico in Libia.

Oltre alla mera comunione di vedute tra Obama e Tusk, l’incontro tra il Presidente statunitense ed il Presidente del Consiglio Europeo rappresenta un chiaro segnale lanciato dall’Amministrazione Presidenziale degli Stati Uniti d’America ai leader europei in merito alla necessità di una politica più coraggiosa nei confronti del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin.

Non a caso, Obama, durante l’incontro con Tusk, ha chiaramente contestato l’inefficacia della linea morbida adottata nei confronti della Russia da parte del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, e del Presidente francese, Francois Hollande, che si sono sempre opposti alla possibilità di fornire armi all’esercito ucraino apertamente sostenuta dall’Amministrazione Presidenziale statunitense, dal Congresso USA, e da alcuni Paesi dell’Unione Europea come Gran Bretagna e Polonia.

Come riportato dall’autorevole Economist, Tusk, ex-Premier della Polonia che ben conosce l’atteggiamento della Russia in ambito internazionale, è visto da Obama come uno degli esponenti politici su cui l’Amministrazione Presidenziale statunitense può contare in Europa per mantenere alta l’attenzione dinnanzi alla crescente aggressività militare di Mosca.

Un altro leader europeo su cui Obama può contare per mantenere l’unità dell’Occidente dinnanzi all’aggressione militare della Russia è il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, il cui Ministro degli Esteri, Philip Hammond, ha lamentato pubblicamente più di cento violazioni dello spazio aereo britannico da parte di velivoli militari russi durante il 2014.

Come pronta riposta alle continue provocazioni militari da parte di Putin, che oltre alla Gran Bretagna interessano anche altri Paesi NATO, come Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, Hammond ha rafforzato lo stato di allerta dei Servizi Segreti britannici.

Inoltre, come poi attuato anche dalla Polonia, la Gran Bretagna ha disposto l’invio di personale militare in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino ed aiutare le forze armate di Kyiv a controbilanciare la superiorità tecnica e militare della Russia.

Il dilemma Renzi

Oltre alla linea troppo morbida manifestata da Merkel e Hollande, influenzati dai legami economici, culturali ed energetici che la Russia ha abilmente saputo tessere con Berlino e Parigi sin durante l’epoca sovietica, a motivare il rafforzamento dell’intesa tra Obama e Tusk è anche la recente visita a Mosca del Premier italiano, Matteo Renzi.

Con il suo incontro bilaterale con il Presidente russo, e sopratutto con la proposta di un coinvolgimento della marina militare russa nel Mediterraneo per contrastare l’ISIL in Libia, Renzi ha de facto interrotto l’isolamento politico di Putin che i leader Occidentali hanno attuato come risposta alla violazione della sovranità territoriale ucraina da parte della Russia, una mossa che Obama non sembra avere gradito.

Tuttavia, tenendo conto dei buoni legami che uniscono Obama e Renzi oramai da diversi anni, non è da escludere che la visita del Premier italiano a Mosca possa essere stata una sorta di investitura che l’ex-Sindaco di Firenze ha ottenuto dal Presidente statunitense per mantenere una sorta di dialogo aperto con Putin onde evitare la diffusione del conflitto all’interno dell’Unione Europea.

Matteo Cazzulani / Analista di Tematiche Trans Atlantiche / Twitter @MatteoCazzulani

Netanyahu incrementa il gap con Obama sull’Iran

Posted in Medio Oriente, USA by matteocazzulani on March 4, 2015

Il Premier israeliano critica il Presidente statunitense per la politica troppo morbida nei confronti del regime di Teheran durante un discorso al Congresso degli Stati Uniti. I repubblicani sostengono Netanyahu, mentre i democratici difendono l’iniziativa di Obama.

Non è bastato abbassare i toni all’inizio di un discorso di 40 minuti circa, interrotto da più di 20 standing ovation, per evitare al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, di rendere ancora più profonda la divergenza politica con il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Netanyahu, durante un discorso pronunciato presso il Congresso USA a Camere riunite, nella giornata di martedì, 3 Marzo, ha messo in guardia circa l’inefficacia di un accordo che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno negoziando con l’Iran per limitare la proliferazione nucleare del regime di Teheran.

Come riportato dall’autorevole Reuters, Netanyahu, senza svelare i dettagli dell’accordo che il Presidente Obama sta negoziando con l’Iran, ha ritenuto che i negoziati non garantiscono la rinuncia da parte di Teheran ai progetti di arricchimento dell’uranio.

In particolare, Netanyahu ha contestato la proposta di Obama di varare un accordo che vieta la proliferazione nucleare dell’Iran per dieci anni, un lasso di tempo che, secondo il Premier israeliano, non serve ad eliminare una volta per tutte la minaccia che Teheran rappresenta per la sicurezza nazionale di Israele.

Pronta è stata la risposta di Obama, che ha sempre sostenuto l’approccio morbido nei confronti dell’Iran come mezzo di successo per persuadere Teheran ad arrestare la proliferazione nucleare.

In una nota immediatamente successiva al discorso di Netanyahu, il Presidente statunitense ha dichiarato di non riscontrare alcuna proposta alternativa da parte del Premier israeliano.

Obama, un democratico, ha inoltre contestato la decisione della maggioranza repubblicana del Congresso di invitare Netanyahu a tenere un discorso alla vigilia della conclusione dei negoziati con l’Iran, ed ha sottolineato come la politica estera sia una stretta competenza dell’Amministrazione Presidenziale.

Reazione positiva al discorso di Netanyahu è stata espressa dallo Speaker della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che similmente a molti suoi colleghi repubblicani ha ritenuto le parole del Premier israeliano chiare ed aderenti alla realtà nel descrivere la minaccia che l’Iran rappresenta per la sicurezza globale.

Opposto, invece, è stato il commento della Capogruppo dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, che, come riportato da Politico, ha ritenuto le critiche di Netanyahu ai negoziati intavolati da Obama un insulto alla capacità degli Stati Uniti di contrastare la proliferazione nucleare su scala globale.

Nelle scorse settimane, la questione iraniana ha coinvolto anche il Senato, dove una maggioranza bipartisan si è detta favorevole all’inasprimento delle sanzioni già imposte dagli USA all’Iran.

Ciò nonostante, sia Obama che il Primo Ministro della Gran Bretagna, David Cameron, un conservatore come Netanyahu, hanno invitato i senatori statunitensi a non innalzare la tensione per permettere agli USA e all’Occidente la finalizzazione dei negoziati con il regime di Teheran.

Alle Elezioni Parlamentari israeliane probabile un ribaltone

La querelle originatasi negli Stati Uniti per via del discorso di Netanyahu al Congresso è legata al rapporto controverso tra il Premier israeliano ed Obama, tra cui non vi è mai stato un buon feeling.

Durante la campagna elettorale per le Presidenziali statunitensi del 2012, Netanyahu, nemmeno troppo velatamente, ha sostenuto la corsa dell’avversario di Obama, il candidato repubblicano Mitt Romney.

Obama, da parte sua, non ha mai fatto mistero di preferire per Israele una leadership diversa rispetto a quella di Netanyahu per via delle posizioni troppo conservatrici espresse dal Premier israeliano sopratutto in materia di politica estera.

Oltre a dividere lo spettro politico statunitense, con i repubblicani apertamente a sostegno del discorso del Premier israeliano e i democratici scettici sulla posizione del leader di Israele apertamente in contrasto con il Presidente Obama, Netanyahu ha anche giocato una carta pesante in vista delle imminenti Elezioni Parlamentari israeliane.

Secondo i più recenti sondaggi, il Likud, il partito conservatore di Netanyahu, è superato di una manciata di punti dall’Unione Sionista, la coalizione di centro-sinistra composta dal Partito Laburista e dalla forza politica di centrosinistra Hatnuah.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0613

Politica USA: Hillary Clinton domina i sondaggi

Posted in USA by matteocazzulani on February 18, 2015

La possibile candidata dei democratici alle elezioni presidenziali statunitensi data per vincitrice contro ogni possibile candidato repubblicano in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Il predominio dell’ex-Segretario di Stato confermato anche nelle primarie democratiche

Philadelphia – Una candidatura da tempo preannunciata con il vento decisamente a favore per portare la prima donna ad essere eletta Presidente degli Stati Uniti d’America. Hillary Clinton, ex-Segretario di Stato dell’Amministrazione di Barack Obama, e First Lady dell’ex-Presidente Bill Clinton, è data per favorita da due importanti sondaggi che hanno monitorato l’orientamento elettorale nei tre Stati in cui sono programmate per prime le primarie per la selezione dei candidati presidenti.

Come riportato da una rilevazione sociologica della NBC News/Marist polls, Hillary Clinton, potenziale candidata dei democratici, è data decisamente avanti sul possibile candidato dei repubblicani, Jeb Bush, in Iowa, New Hampshire e South Carolina.

In Iowa, il duello tra Clinton e Bush, quasi una riedizione di quello che nel 1992 ha contrapposto Bill Clinton a George H W Bush, vede la democratica avanti sul repubblicano con il 48% contro il 40%.

In New Hampshire, la Clinton è data avanti sempre con il 48% contro il 42% di Bush, mentre in South Carolina è il candidato repubblicano ad essere dato per vincitore con il 48% contro il 45% dell’esponente democratica.

Oltre alla corsa per la Presidenza, il sondaggio ha anche rilevato le intenzioni di voto nelle elezioni primarie, in cui i candidati verranno selezionati all’interno della cornice del partito di appartenenza.

Per quanto riguarda il campo democratico, la Clinton è data nettamente favorita in tutti e tre gli Stati considerati, con il Vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e l’indipendente liberale, Bennie Sanders, indietro di molto.

In Iowa, la Clinton è data per vincente con il 68%, contro il 12% di Biden ed il 7% di Sanders. In New Hampshire, il vantaggio della Clinton aumenta al 69%, così come quello di Biden, fermo al 13%, e di Sanders, salito all’8%.

In South Carolina, infine, la Clinton è data sempre nettamente favorita con il 65%, con Biden e Sanders a seguire rispettivamente con il 20% ed il 3%.

Per quanto riguarda il campo repubblicano, la corsa è molto più affollata, con Bush costretto a fronteggiare il Governatore del Wisconsin, Scott Walker, il libertario Rand Paul, l’ex-Governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, il Governatore del New Jersey, Chris Christie, e il Senatore del South Carolina, Lindsey Graham.

Nonostante il favore delle prime rilevazioni siano per Bush, in Iowa favorito è dato Huckabee con il 17%, seguito da Bush con il 16%, Walker con il 15%, Christie con il 9%, Paul con il 7% e Graham con l’1%.

In New Hampshire, Bush è davanti con il 18%, seguito da Walker con il 15%, Paul con il 14%, Christie con il 13%, Huckabee con il 7% e Graham con l’1%. In South Carolina, invece, è il padrone di casa Graham a dominare con il 17%, tallonato da Bush con il 15%, Walker con il 12%, Huckabee con il 10%, Paul con il 7%, e Christie con il 6%.

Catturato il voto dei repubblicani di centro

A confermare il grande vantaggio della Clinton è anche un sondaggio effettuato dall’ Istituto Eagleton dell’Università di Rutgers sulle intenzioni di voto degli elettori del New Jersey, che danno alla probabile candidata democratica davanti a tutti i possibili competitor.

Infatti, la Clinton vincerebbe contro Bush con il 58% contro il 32%, e contro Walker con il 60% contro il 29%. La candidata democratica vincerebbe addirittura in trasferta anche su Christie con il 58% contro il 35% per il centrista repubblicano.

La vittoria della Clinton nel New Jersey è importante perché, da un lato, vede la candidata democratica imporsi in uno Stato Governato da un suo avversario.

Dall’altro, la Clinton, che è centrista come Christie, riuscirebbe a battere il candidato repubblicano che, più di tutti, è capace di attrarre il voto democratico poco incline a votare l’ex-Segretario di Stato.

Matteo Cazzulani
Analista di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

US Secretary of State Hillary Clinton delivers remarks at Stae Department awards ceremony.

Politica USA: Obama contestato per l’assenza alla marcia di Parigi

Posted in USA by matteocazzulani on January 15, 2015

Il Presidente statunitense criticato per non avere presenziato alla manifestazione contro il terrorismo internazionale da esponenti repubblicani. Il Portavoce dell’Amministrazione Presidenziale si giustifica con la mancanza delle misure di sicurezza appropriate.

Philadelphia – In 40 tra Capi di Stato e di Governo di tutto il Mondo hanno sfilato contro il terrorismo a Parigi nella giornata di Domenica, 11 Gennaio, a pochi giorni dall’ondata di attentati terroristici di matrice islamica che hanno portato alla morte violenta di vignettisti della rivista Charlie Hebdo, poliziotti e persone di religione ebraica.

Alla marcia c’erano il Presidente francese, Francois Hollande, il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, il Premier italiano, Matteo Renzi, il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, insieme al Presidente palestinese, Mahmoud Abbas, e il Presidente ucraino Petro Poroshenko.

C’era persino Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri di un Paese, la Russia, sospettato di finanziare il terrorismo nell’est dell’Ucraina, dove civili innocenti continuano a morire a causa delle azioni militari di miliziani pro-russi armati e finanziati dal Cremlino.

A mancare all’appuntamento è stato, però, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che alla marcia di Parigi, un evento importante per dare una risposta forte e chiara al terrorismo, non è stato sostituito né dal Vicepresidente, Joe Biden, né dal Segretario di Stato, John Kerry, impegnati rispettivamente a passare la Domenica in famiglia e ad affrontare una delicata trasferta in India.

L’assenza di un esponente di spicco degli Stati Uniti, rappresentanti solamente dall’Ambasciatrice USA in Francia, Jane Hartley, ha causato polemiche nei confronti di Obama, accusato non solo di non avere preso una posizione simbolica, ma forte, in condanna del terrorismo, ma anche di avere dimostrato per l’ennesima volta di non avere una forte leadership.

Come riportato dall’autorevole Politico, a cavalcare l’onda di polemiche sono stati esponenti di spicco del Partito Repubblicano in odore di corsa alle primarie per la designazione della candidatura repubblicana alle prossime Elezioni Presidenziali, come il Senatore del Texas Ted Cruz, che ha accusato Obama di avere dimostrato scarsa vicinanza agli alleati europei degli Stati Uniti.

Il Governatore del Texas, Rick Perry, ha contestato il Presidente per non avere dimostrato di essere contro il terrorismo, ed ha dipinto l’assenza di Obama a Parigi come l’ennesimo punto basso toccato dalla diplomazia degli Stati Uniti sotto l’Amministrazione democratica.

A sua volta, il Senatore della Florida, Marco Rubio, ha dichiarato di essere sorpreso per l’assenza di Obama a Parigi, ed ha detto che l’Amministrazione Presidenziale avrebbe dovuto inviare alla marcia contro il terrorismo un esponente di rango più alto rispetto all’Ambasciatrice statunitense in Francia.

Pronta è stata la risposta della Casa Bianca, che per mezzo del Portavoce del Presidente Obama, John Earnest, ha ammesso l’opportunità di potere inviare a Parigi una personalità di più alto profilo, pur sottolineando che l’Amministrazione Presidenziale ha prontamente espresso vicinanza alla Francia fin a poche ore dall’attentato terroristico.

Come riportato dallo stesso Earnest, la decisione di non inviare a Parigi né Obama, né Biden è stata dettata da ragioni di sicurezza, dato che 36 ore di preavviso non sarebbero bastate a predisporre le misure di sicurezza per garantire l’incolumità dell’esponente degli Stati Uniti alla marcia contro il terrorismo.

Il Presidente vicino al gradimento di Reagan

La discussione sulla mancata partecipazione di Obama alla marcia di Parigi ha riaperto le polemiche sullo scarso protagonismo che il Presidente ha dimostrato in politica estera, un ambito nel quale gli Stati Uniti sono chiamati ad assumere una leadership globale in difesa dei valori fondanti dell’Occidente, quali democrazia, diritti umani e libertà.

Ciononostante, i cittadini statunitensi sembrano apprezzare l’operato di Obama, sopratutto grazie alla ripresa economica che, proprio grazie a misure approntate dal Presidente, ha visto l’economia degli Stati Uniti crescere dopo anni di crisi.

Secondo un recente sondaggio dell’autorevole Pew Research Center, il gradimento nei confronti di Obama ha raggiunto il 47%, una percentuale in crescita rispetto al 40% ottenuto nel corso del 2014

La percentuale di gradimento di Obama è ben al di sotto del 66% ottenuto, sempre a due anni dalla fine del secondo mandato, dal democratico Bill Clinton.

Tuttavia, il gradimento di Obama è vicino al 49% ottenuto, sempre a due anni dalla fine dei mandati alla presidenza, da Ronald Reagan, un repubblicano tra i presidenti più apprezzati di sempre.

Matteo Cazzulani
Analista politico di Tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

2015/01/img_0306.png

Politica USA: Obama toglie l’embargo a Cuba per passare alla storia ed aiutare la Clinton

Posted in USA by matteocazzulani on December 19, 2014

Il Presidente degli Stati Uniti d’America pone fine ad un embargo di 50 anni nei confronti del regime comunista latinoamericano per dare un senso ad una politica estera finora sottotono. Il riorientamento della politica estera statunitense in America e nell’Asia-Pacifico, ed il confronto con i repubblicani al Congresso, tra le ragioni che hanno portato Obama ad aprire all’Avana

Philadelphia – Un tentativo di passare alla storia e di mettere in crisi un Congresso agguerrito e forte nei numeri. La scelta del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, di normalizzare i rapporti con Cuba, presa nella giornata di mercoledì, 17 Dicembre, è una manovra politica che guarda in diverse direzioni.

In primis, l’ordine di riaprire un tavolo per il ripristino di rapporti diplomatici con il regime comunista di Cuba, che il Presidente Obama ha dichiarato di intendere impartire quanto prima al Segretario di Stato, John Kerry, chiude una fase di 50 anni di embargo economico e di gelo politico avviata da John Fitzgerald Kennedy, il Presidente degli Stati Uniti ideologicamente più vicino a Obama, in piena Guerra Fredda.

La riapertura dei rapporti diplomatici con Cuba è anche l’ennesima prova della maggiore attenzione che Obama intende porgere nei confronti dell’emisfero occidentale: un riorientamento della politica estera statunitense che ha già visto le sue prime conseguenze nel maggiore impegno degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico e nel quasi assente coinvolgimento in Europa.

Con questa decisione di portata storica, Obama intende inoltre dare un senso ad una politica estera che, finora, gli ha fornito l’epiteto di uno dei Presidenti meno coraggiosi in ambito internazionale della storia degli Stati Uniti, dopo la gestione marginale della guerra in Libia contro la dittatura di Muhammar Gheddafi, il mancato attacco al regime di Bashar Al Assad in Siria, e la troppo tiepida gestione della crisi ucraina e della nascita dello stato islamico ISIL.

Come riportato da Politico, oltre al fatto storico, la decisione di Obama di ripristinare i rapporti diplomatici con Cuba rappresenta un atto di forza del Presidente democratico nei confronti del Congresso che, per via della vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Mid-Term, sarà presto totalmente ostile all’Amministrazione Presidenziale.

Da parte loro, i repubblicani hanno promesso battaglia al Presidente sulla sua decisione di riaprire il dialogo con Cuba blocca di alcuni fondi destinati all’attività del Presidente in politica estera.

Tuttavia, Obama ha fatto sapere di intendere procedere con l’uso dei poteri esecutivi in suo possesso, così come promesso per la riforma della sanità e per la regolarizzazione di 4,7 milioni di immigrati irregolari: due cavalli di battaglia che il Presidente intende cavalcare negli ultimi due anni di legislatura.

Jeb Bush e Marco Rubio alla ricerca del voto dei dissidenti

Infine, come riportato dall’autorevole Reuters, la mossa di Obama di ripristinare i rapporti con Cuba ventila l’opportunità per i democratici di compattare il proprio elettorato, che secondo un recente sondaggio IPSOS è favorevole alla normalizzazione con il regime comunista della Avana, attorno al loro candidato nelle prossime Elezioni Presidenziali.

Inoltre, l’elettorato latino, concentrato per lo più in Florida, uno degli swing-state principali, potrebbe accogliere con favore la decisione di Obama, così come i tanti appassionati di baseball, uno sport in cui i più grandi campioni sono principalmente cubani.

Non a caso, l’ex-Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, data per probabile candidata democratica nelle prossime Elezioni Presidenziali, ha subito caldamente accolto l’iniziativa di Obama di riaprire i rapporti con Cuba, dichiarando che 50 anni di embargo non sono serviti ad alcunché.

Dall’altro lato dello schieramento politico, l’apertura di Obama a Cuba ha portato i possibili candidati alle Primarie Repubblicane ad assumere posizioni di opposizione, vicine a quelle degli ambiti più conservatori.

L’ex-Governatore della Florida, Jeb Bush, e il giovane Senatore della Florida, Marco Rubio, si sono opposti all’apertura di Obama per cercare di compattare l’elettorato della comunità degli esuli cubani che, come riportato da diversi sondaggi, è tuttavia già schierato politicamente a favore dei repubblicani.

Rand Paul, senatore del Kentucky del Tea Party, ha invece accolto con favore le aperture di Obama a Cuba, sottolineando che il gesto del Presidente può aprire una nuova fase nella politica commerciale degli Stati Uniti nel Mondo.

Matteo Cazzulani
Analista di tematiche Trans Atlantiche
Twitter @MatteoCazzulani

IMG_0446.PNG