LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

L’IMPORTANZA DI UN MINISTRO UNICO DELL’ENERGIA PER L’UNIONE EUROPEA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on February 26, 2012

Dinnanzi alle rinate velleità imperiali della Russia monopolista, il Vecchio Continente deve puntare su una comune politica del gas per diminuire la dipendenza da Mosca e garantire nel futuro la propria indipendenza. La pari importanza di una politica orientale dell’UE e del rafforzamento dei rapporti atlantici come risposta alla provincializzazione dell’Occidente in un mondo dominato da Cina, India e Brasile 

La Leader dell'Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, durante il processo

Il gas è il carburante della democrazia. Questa frase può apparire contraddittoria, sopratutto se ad utilizzarla per aprire un editoriale è una penna notoriamente attenta a sottolineare, e denunciare, lo sfruttamento dell’arma energetica per la realizzazione di una politica imperiale e monopolistica diretta contro l’Europa da parte della Russia: intenzionata a disfarsi del Vecchio Continente per appropriarsi dello status di superpotenza mondiale.

In effetti, basterebbe leggere quanto avvenuto solamente nel corso dell’ultima settimana per rendersi conto che il gas è proprio uno dei fattori che, lentamente ma decisamente, sta logorando, più della crisi dell’euro, la democrazia ed il sogno europeo.

In risposta alla politica con cui Mosca ha rinnovato in maniera arbitraria i contratti per la vendita del gas all’Europa, nell’ambito della quale ha concesso sconti solo alle compagnie energetiche dei Paesi UE alleati – Francia, Germania, Italia, Slovenia, Slovacchia, Olanda per citarne alcuni – lasciando invece alti i prezzi imposti agli Stati dell’Europa Centrale maggiormente critici nei confronti del Cremlino, il colosso polacco PGNiG ha aperto un riscorso presso l’Arbitrato Internazionale di Stoccolma contro il monopolista russo, Gazprom: un fatto senza precedenti nella storia.

Di pari passo, la Romania – Paese fortemente dipendente dalle forniture della Russia che appartiene alla lista degli Stati politicamente invisi al Cremlino – ha implementato la ricerca di giacimenti sul proprio territorio e, mercoledì, 22 Febbraio, è stata premiata con la scoperta di un serbatoio di gas nel Mar Nero che, secondo le stime degli esperti, garantirebbe a Bucarest un’autonomia per tre anni.

Degna di menzione è anche la Lituania: Stato non interessato dalla campagna sconti dei russi – a differenza dei suoi vicini baltici Lettonia ed Estonia – che per ottenere giustizia energetica ha applicato alla lettera le legge europea che impone l’estromissione dal mercato europeo di monopolisti registrati al di fuori dell’Unione Europea, tra cui, per l’appunto, Gazprom.

Queste mosse, tuttavia, non hanno portato i russi ad alcun passo indietro. Al contrario, giovedì, 23 Febbraio, la Russia ha minacciato di lasciare a secco di gas l’Ucraina, e, come confermato da rilevazioni ufficiali, ha già iniziato a trasferire l’intero traffico di gas dai gasdotti di Kyiv – da cui transita l’80% del gas importato dall’Unione Europea – a due condutture settentrionali già esistenti: il gasdotto Jamal-Europa – che collega la Russia alla Germania passando per la Bielorussia e la Polonia – e il Nordstream.

Quest’ultimo è una intricata conduttura sottomarina costruita sul fondale del mar Baltico per collegare direttamente il territorio russo a quello tedesco, e bypassare Paesi politicamente invisi al Cremlino come Polonia, Lituania e Ucraina. Compartecipato da Gazprom con le compagnie statali di Germania, Francia e Olanda, il Nordstream esemplifica la politica del divide et impera di Mosca nei confronti nell’Unione Europea.

Complici alcuni Paesi alleati in seno all’UE, tra cui il potente asse franco-tedesco, la Russia non solo controlla la grandissima parte delle importazioni di gas dell’Europa, ma, rifornisce direttamente di oro blu e concede condizioni contrattuali di favore a Paesi “buoni”, mentre isola e lascia alta la bolletta per quelli “cattivi”. De facto, divide l’Europa, esercita un controllo incontrastato sul Vecchio Continente, e ne mantiene a se fedele la parte che più conta.

L’esempio ucraino nasconde altresì l’ennesimo progetto di imperialismo energetico sull’Europa della Russia monopolista. Mosca ha innalzato la tensione con Kyiv per costringere l’Ucraina a cedere al Cremlino il controllo totale o parziale dei suoi gasdotti nazionali, sfruttando abilmente la ricerca disperata di uno sconto sulla bolletta da parte delle Autorità ucraine e l’isolamento internazionale del Presidente, Viktor Janukovych.

Dopo avere scatenato una repressione politica a carico di esponenti dell’Opposizione Democratica – culminato con l’arresto della sua carismatica Leader, Julija Tymoshenko: nota per avere guidato nel 2004 il processo democratico passato alla storia come “Rivoluzione Arancione” – il Capo di Stato ucraino ha perso il sostegno dell’Occidente: necessario per mantenere una posizione di forza nei negoziati energetici con Gazprom.

A motivare gli appetiti dei russi sul sistema infrastrutturale energetico ucraino è la consapevolezza da parte della Russia di non potere contare a lungo su gas a sufficienza per mantenere la supremazia sull’Europa, e, nel corto termine, di non potere soddisfare il crescente fabbisogno di gas dell’Unione Europea in caso di crisi climatica. Per questa ragione, Mosca ha avviato una campagna acquisti dei gasdotti europei, riuscendo a firmare pre-accordi a riguardo con Berlino, Parigi, Vienna, Lubiana e Bratislava: il controllo delle condutture ucraine è, così, il logico passo per i russi con cui unificare il proprio sistema infrastrutturale con quello già parzialmente gestito di Slovacchia, Slovenia, Austria, Germania e Francia.

Tale scenario non solo aumenterebbe quantitativamente e cronologicamente la dipendenza energetica del Vecchio Continente dalla Russia, ma avrebbe conseguenze letali per l’Italia che, già fortemente legata al gas del Cremlino, si troverebbe a fare i conti con un monopolista padrone non solo dell’oro blu, ma dell’itinerario infrastrutturale con cui questo carburante è trasportato dai giacimenti russi direttamente al Tarvisio. Inutile illustrare quali ripercussioni questa situazione avrebbe per il BelPaese – e con esso per l’intera Europa – in termini di indipendenza energetica e, sopratutto, di sicurezza nazionale.

Addossare l’intera responsabilità della disperata situazione in cui si trova l’Unione Europa alla mai sopita politica imperiale della Russia, e all’atteggiamento di corto respiro di Francia e Germania, sarebbe tuttavia ingiusto e incompleto: anche Bruxelles dovrebbe piangere se stessa. Priva di strumenti che consentono all’UE una rapida risposta alle situazioni di emergenza, l’Unione Europea si è totalmente interessata solo di crisi economica e fronte mediterraneo, ma ha trascurato la questione energetica e, più in generale, il fronte orientale: senza comprendere che è su di questi ambiti che si gioca il futuro dell’Europa.

Timidi tentativi di varare una politica comune UE sono stati approntati con coraggio dalla Commissione Barroso, che, appoggiata dai Paesi dell’Europa Centrale, ha previsto la realizzazione di una catena di rigassificatori e la costruzione di condutture per accedere direttamente ai giacimenti di gas del Centro-Asia senza dipendere dal transito per il territorio russo.

Sul piano politico, particolare sforzo è stato profuso dalla presidenza di turno polacca nel secondo semestre 2011 la quale, consapevole per ragioni storiche di quale minaccia rappresenti realmente la Russia per l’Europa, ha sostenuto fino alla fine l’acceleramento dell’integrazione nell’UE dei Paesi dell’Europa Orientale – Ucraina, Moldova, e Georgia – sui quali Mosca ha riattivato le proprie attenzioni per tornare ad essere un impero.

A vanificare queste due iniziative sono stati da un lato il regresso democratico dell’Amministrazione Janukovych, che ha comportato il congelamento della firma dell’Accordo di Associazione UE-Ucraina – documento storico con cui Bruxelles avrebbe riconosciuto a Kyiv il medesimo status di partner privilegiato, oggi goduto da Islanda, Norvegia e Svizzera – e raffreddato l’interesse degli europei per i vicini confinanti ad est. Dall’altro, l’asse franco-tedesco – ha imposto in cima alla lista delle problematiche europee il salvataggio dell’euro, e l’attenzione esclusiva per le transizioni politiche in atto nel Nord Africa e in Medio Oriente.

Pur ammettendo la logica importanza della situazione della moneta unica, occorre evidenziare come il vero rilancio dell’Unione Europea sul piano internazionale, o, per meglio dire, le ultime speranze per mantenere Bruxelles un soggetto indipendente e sovrano, passino per la questione energetica e l’Europa Orientale. Con gli Stati Uniti temporaneamente deboli, e l’economia globale dominata da Cina, India e Brasile, la Russia ha la possibilità di affermarsi come superpotenza, e giocare alla pari con Pechino, Nuova Delhi e Brasilia.

Per realizzare questo progetto, Mosca necessita l’esclusione dell’Unione Europea: considerata il primo rivale la cui eliminazione è condicio sine qua non per la realizzazione delle ambizioni globali della Russia. Da un lato, il Cremlino ha varato un’Unione Eurasiatica con cui, su immagine e somiglianza dell’Unione Europea, sta portando sotto la sua sfera di influenza i Paesi dell’ex-Unione Sovietica, tra cui gli Stati dell’Europa Orientale. Dall’altro, le Autorità russe si sono avvalse di Gazprom come arma politica per annichilire l’Europa mediante il mantenimento della propria egemonia energetica sul Vecchio Continente.

La questione sarebbe sì disperata, ma non del tutto compromessa, se l’Europa, con uno scatto d’orgoglio e una dimostrazione di lungimiranza geopolitica, approntasse nell’immediato tre semplici misure. Dapprima, la nomina di un Ministro UE dell’Energia: un rappresentante europeo che conduca con una veste ufficiale un’unica politica del gas volta ad allentare la dipendenza del Vecchio Continente dalla Russia è l’unico mezzo istituzionale per impossibilitare la ricerca da parte di Francia e Germania del proprio singolo interesse a discapito di quello generale dell’UE.

In secondo luogo, l’Unione Europea deve integrare seduta stante l’Europa Orientale e la Turchia: senza Ucraina, Moldova e Georgia, la Russia vede fortemente ridimensionate, se non compromesse, le chance di ricostituire un proprio impero, mentre Ankara, per via della sua ubicazione geopolitica, rappresenta un partner energetico indispensabile per realizzare una politica energetica autonoma dal Cremlino.

Infine, l’Europa deve abbandonare ogni tentazione di ridurre l’ambito decisionale a un direttorio carolingio franco-tedesco, ma essere maggiormente inclusiva e rispettosa della Gran Bretagna e dei Paesi dell’Europa Centrale – i quali, dopo avere conosciuto le peggiori barbarie del secolo scorso, comunismo e nazismo, sono oggi le economie più in salute del Vecchio Continente – e, con un passo successivo, rinsaldare quanto più possibile la cooperazione con gli Stati Uniti d’America: è solo con la carta dell’atlantismo che l’Europa può sperare di competere in un Mondo sempre più dominato da tigri asiatiche, puma brasiliani e orsi russi.

Con una propria indipendenza energetica, l’UE potrebbe seriamente migliorare la condizioni di Paesi, anche europei, che per via del gas perdono di continuo la democrazia e la libertà. L’esempio più evidente è quello ucraino, dove la Leader dell’Opposizione Democratica, Julija Tymoshenko, è stata arrestata con l’accusa di avere firmato accordi energetici sconvenienti per l’Ucraina.

Allora, nel Gennaio 2009, l’anima della Rivoluzione Arancione ha accettato le onerose condizioni contrattuali imposte dalla Russia pur di rinnovare l’invio di gas verso i Paesi UE, che Mosca aveva tagliato per destabilizzare l’Ucraina, e discreditare il governo filo-occidentale della Tymoshenko agli occhi degli europei.

Matteo Cazzulani

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