LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

LA LETTONIA DICE NO AL RUSSO COME LINGUA DI STATO

Posted in Paesi Baltici by matteocazzulani on February 20, 2012

L’80% dei lettoni rigetta la proposta di rendere il Paese baltico ufficialmente bilingue. Secondo i vincitori della consultazione, la diminuzione dell’importanza del lettone favorirebbe la politica imperiale della Russia, mentre la minoranza russofona evidenzia la scarsa conoscenza dell’idioma ufficiale da parte di una percentuale consistente della popolazione. La polemica tra Ministero degli Esteri di Mosca e Riga, e gli altri esempi di come la questione linguistica sia utilizzata dal Cremlino per legittimare le rinate ambizioni monopolistiche sull’Europa 

Il Primo Ministro lettone, Valdis Dombrovskis

Con circa il 70% dell’affluenza quello sulla questione linguistica è stato il referendum più votato nella storia della Lettonia Indipendente. Nella giornata di sabato, 18 Febbraio, circa l’80% dei lettoni ha rigettato la proposta di istituire il russo come seconda lingua di Stato in una tornata elettorale che, per la media dei Paesi Baltici, ha riscontrato percentuali di partecipazione da record: solo nella Capitale, Riga, alle urne è accorso il 77% degli aventi diritto.

Soddisfazione per l’esito del referendum è stata espressa dal Primo Ministro, Valdis Dombrovskis, che ha illustrato come il no al riconoscimento del russo a lingua di Stato garantisca il rispetto dei fondamenti costituzionale della Lettonia.

Apprezzamento è stato espresso anche dal Presidente lettone, Andris Berzins, che ha sottolineato come il mantenimento di una sola lingua nazionale sia non solo fondamentale per tutelare le tradizioni nazionali, ma anche per garantire a tutte le minoranze parità di trattamento nei confronti dello Stato.

I sostenitori del sì, ubicati perlopiù nelle regioni orientali al confine con la Russia, e rappresentati dal sindaco di Riga, Nil Usakov, hanno puntato sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica in merito al problema legato alla presenza in Lettonia di circa 700 Mila cittadini che, perlopiù di età avanzata, non hanno mai imparato il lettone.

A sostenerli è stato anche il Ministero degli Esteri della Federazione Russa, che ha accusato Riga di mancato rispetto del Diritto Internazionale per non avere accettato la presenza ai seggi di osservatori di Mosca.

In pronta risposta, le Autorità lettoni hanno giudicato un’intrusione da parte di Mosca nelle questioni interne a uno Stato sovrano la partecipazione di esponenti della Russia nominati direttamente del Cremlino – e non inseriti in Organizzazioni riconosciute internazionalmente.

La leva linguistica come arma politica

La questione linguistica è una pagina molto delicata, spesso utilizzata dalla Federazione Russa per ristabilire la propria egemonia culturale, politica ed economica nello spazio ex-sovietico: sopratutto a spese dell’Unione Europea e dei suoi interessi geopolitici.

Nel caso della Lettonia, per indebolire la sovranità di Riga sul proprio territorio, il Cremlino si è fatto sostenitore delle richieste del 30% della popolazione russofona che nel 1991 – anno dell’Indipendenza dello Stato baltico – ha deciso di non ritornare in Russia.

Dopo 21 anni di indipendenza, sul suolo lettone la lingua di Pushkin è rispettata al punto che il principale giornale locale è edito in russo. D’altro canto, da parte della popolazione russofona pochi sono stati i tentativi profusi per apprendere il lettone: idioma che la Costituzione certifica come unico per la sfera pubblica.

Altri esempi di come nello spazio dell’ex-URSS la questione linguistica assume connotazioni politiche, volte a legittimare – al pari dell’energia – le rinate velleità imperiali di una Russia sempre più monopolista e intollerante, sono quelli di Georgia e Ucraina.

Per contrastare le legittime aspirazioni euroatlantiche di Tbilisi – e con esse il supporto dato dalla Georgia alla politica energetica dell’Unione Europea volta alla diminuzione della dipendenza dal gas di Mosca tramite l’accesso diretto dell’UE ai giacimenti azeri – il Cremlino ha distribuito passaporti russi in Abkhazija ed Ossezia del Sud.

Su queste regioni, etnicamente georgiane, Mosca poi ha rivendicato la propria paternità, e, successivamente, ha creato il pretesto per giustificare l’aggressione militare dell’agosto del 2008: con cui l’esercito russo ha infranto l’integrità territoriale della Georgia.

In Ucraina, particolarmente sensibile è la regione della Crimea: penisola storicamente multiculturale che, in seguito alle secolari politiche di russificazione forzata ed alle deportazioni etniche attuate in epoca sovietica e zarista, è oggi quasi interamente russofona.

Per destabilizzare gli equilibri politici interni a Kyiv, ed orientare le scelte di politica estera delle Autorità ucraine, il Cremlino non solo ha adottato una politica simile a quella realizzata nei confronti della Georgia – con il riconoscimento facilitato della cittadinanza russa alla popolazione locale – ma ha fatto anche leva sulla presenza militare della Flotta Russa del Mar Nero nella base navale di Sebastopoli.

Una vera e propria spina nel fianco, la cui presenza, nel Maggio del 2010, è stata prolungata fino al 2022 da parte Presidente ucraino, Viktor Janukovych, in cambio di uno sconto sulle forniture di gas che Mosca non ha mai concesso.

Matteo Cazzulani

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