LA VOCE ARANCIONE. Il Blog di Matteo Cazzulani

GUERRA DEL GAS: MOLDOVA, REPUBBLICA CECA E SLOVACCHIA CADONO ALLA RUSSIA. RESISTONO POLONIA E LITUANIA

Posted in Guerra del gas by matteocazzulani on October 24, 2011

Chisinau, dopo la firma del varo della Zona di Libero Scambio CSI, si accorda con Mosca per il rinnovo delle forniture di oro blu. Praga e Bratislava costrette all’approvvigionamento dal NordStream, mentre Varsavia e Vilna sono alla via giudiziaria contro il Cremlino

Il primo ministro russo, Vladimir Putin

C’è chi si arrende al richiamo del gas a buon mercato, chi è costretto alle maniere forti per evitare trattamenti impari a livello politico, e chi, da vero europeista, si attiene ai regolamenti UE per liberarsi di un soffocante aiuto fraterno in corso da troppi anni. Nella giornata di sabato, 22 Ottobre, il governo moldavo ha comunicato la raggiunta intesa con la Russia per il rinnovo delle forniture di oro blu.

Nello specifico, ad essere fissata è stata solo la tempistica – 5 anni – ottenuta dal Primo Ministro di Chisinau, Vlad Filat, in cambio della disponibilità di Mosca a rivedere le formule di pagamento, con la speranza di uno sconto sulla bolletta che la compagnia statale, Moldovagaz, deve al monopolista russo, Gazprom, ogni mese. Secondo quanto riportato dall’autorevole UNIAN, la parte moldava intende trattare il prezzo di gas, nafta, e carbone non in base al mercato internazionale, ma a seconda dell’effettivo fabbisogno della popolazione, arrivando ad una stabilizzazione delle tariffe di cui il Paese, particolarmente esposto alla crisi mondiale, ha necessità per quadrare il bilancio.

Lecito ricordare che, sempre a Pietroburgo, lo scorso martedì, 18 Ottobre, la Moldova è stata tra i firmatari del documento per il varo della Zona di Libero Scambio CSI: un progetto, sotto la regia della Russia, mirato alla restaurazione del dominio economico – ergo politico – del Cremlino sull’area ex-URSS, con cui il Primo Ministro, Vladimir Putin – presto terzo Presidente – ha ridato slancio alle velleità imperiali di Mosca, da soddisfare con il fioretto dei rapporti economici privilegiati – oltre alla Zona di Libero Scambio CSI, anche con l’Unione Doganale russo-bielorusso-kazaka: una CEE euroasiatica in cui, dopo l’ingresso del Kyrgystan, la Russia sta cercando in tutti i modi di trascinare l’Ucraina – e con la tradizionale arma del gas, schierata dritto contro l’Europa.

Non è un caso se lo scorso giovedì, 20 Ottobre, anche Repubblica Ceca e Slovacchia hanno aderito indirettamente al NordStream: gasdotto sul fondale del Mar Baltico, realizzato dalla Russia – in collaborazione con le compagnie energetiche nazionali di Germania, Francia ed Olanda – con il preciso intento politico di bypassare Paesi ostili come Polonia, Lituania, Lettonia, ed Estonia, e mantenere l’Unione Europea divisa sul campo energetico attraverso una sottile politica del divide et impera. Come evidenziato da Radio Praha, i cechi e gli slovacchi sfrutteranno la conduttura terrestre NordStream-OPAL, con cui l’oro blu di Gazprom viene trasportato da Greifswald – località tedesca sul Mar Baltico – verso sud.

L’Europa unita contro l’imperialismo russo

Secondo gli esperti, quella di Praga è una scelta dovuta dalla realtà dei fatti, che vede l’Europa Centrale aggirata dai gasdotti putiniani, e l’Unione Europea solo da poco impegnata in una politica energetica unica che, guidata dalla Commissione Barroso, mira alla diminuzione della dipendenza dalla Russia: uno scopo per cui molto si è spesa anche la Presidenza di turno polacca.

Proprio la Polonia è stata oggetto dell’uso politico del gas da parte di Mosca: sulla base di quanto concesso alle altre compagnie energetiche nazionali del Vecchio Continente, il colosso polacco PGNiG ha richiesto a Gazprom la revisione al ribasso di un contratto che, ad oggi, costringe Varsavia a pagare l’oro più a prezzi maggiori di quelli applicati a Germania, Francia, ed Italia che, con le buone o le cattive – ma sempre non senza forti concessioni – hanno ottenuto dal monopolista russo sensibili sconti. Un trattamento privilegiato negato da Mosca, che ha costretto la Polonia all’ultimatum: o il pronto ritocco del contratto – il cui diritto è garantito da precise clausole – o il ricorso all’Arbitrato di Stoccolma.

Opportuno illustrare come, sempre secondo il parere di diversi esperti, quella russa sarebbe una dura risposta all’allargamento ai Balcani, Ucraina, e Moldova del Terzo Pacchetto Energetico: documento che liberalizza la gestione dei gasdotti dei Paesi firmatari, e ne vieta la gestione in regime di monopolio da parte di enti di Paesi extra-UE. Tale legislazione impedisce al Cremlino di mettere mano sui sistemi infrastrutturali del Vecchio Continente, e ha dato la possibilità ad alcuni Paesi di liberarsi definitivamente dell’opprimente dipendenza energetica dalla Russia: amara eredità di un’epoca sovietica, solo all’apparenza chiusasi con la caduta del Muro di Berlino.

La Lituania – altro Paese non interessato dalla campagna sconti del Cremlino, per ragioni squisitamente politiche – ha utilizzato il Terzo Pacchetto Energetico per riprendere possesso del colosso statale Lietuvos Dujos dal controllo di Gazprom – padrone con il 37,1% – e del suo alleato tedesco E.On Rurhgas – con il 38,9% – per poi reprivatizzarlo senza la partecipazione del monopolista russo. L’operazione è stata intralciata dal ricorso di Mosca all’Arbitrato di Stoccolma, ma Vilna si è detta determinata a procedere secondo la legislazione di un’Unione Europea che, quando parla ad una voce sola – e non teme ripercussioni da parte di un vicino parimenti colpito dalla crisi – è davvero ancora capace di rivestire un ruolo da protagonista sullo scenario mondiale.

Matteo Cazzulani

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